CAPENA: UNA VIGNA ALLA CONCA

Con atto rogato l’11 gennaio 1727 da un notaio morlupese, Paolo Antonio Laura del fu Serafino vende per sei scudi a Marco Barbetti metà di un quartuccio circa di vigna sita nel territorio di Leprignano in vocabolo “La Conca”, confinante “superius” con i beni dell’acquirente, “ab uno latere” con i beni degli eredi del fu Luzio Silvi e “a pede” con i beni del venditore.

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L’APPORTO DELL’IMMIGRAZIONE LOMBARDA NEL COSTITUIRSI DELL’ETHNOS LEPRIGNANESE

Nel corso del XVI secolo e fino almeno agli inizi del XVII si registrò a Leprignano una corrente migratoria di origine lombarda: l’insediamento di Lombardi, come anche di alcuni Toscani, fu voluto dal feudatario, che era un ente ecclesiastico, il Monastero di San Paolo, anche allo scopo di rafforzare demograficamente il “castrum”, che nel XV secolo aveva conosciuto probabilmente una crisi sotto questo profilo, essendo stato colpito nel 1456 da un’epidemia di peste (cfr. “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 11).
Dati relativi all’immigrazione lombarda a Leprignano possono desumersi dall’antroponomastica locale, ossia dalla presenza di cognomi (già formati o derivanti da patronimici consolidati), la cui introduzione si deve a persone originarie della Lombardia.
Abbiamo così attestato nel 1523-1524 un Andrea figlio di Aloisio (=Luigi) lombardo.
Nella seconda metà del ‘500 sono attestati due fratelli lombardi fornaciari, Aloisio e Bertolino (a partire dal primo si formerà a Leprignano il cognome “Aloisi”).
Negli anni ’20 e ’30 del ‘500 è attestata a Leprignano la presenza di un Giovanni figlio di un mastro Ambrosio lombardo (nei discendenti di questo Giovanni si affermerà il cognome “Ambrosi”).
Nel 1618 stipulò patti sponsali con la leprignanese Rosa Consoli il lombardo Bassano figlio del fu Giovanni Angelo Crotti, originario di Cavenago nella diocesi di Lodi. I discendenti della coppia, tuttavia, erediteranno il cognome materno (Consoli) e non quello paterno (Crotti).
Nel 1601 stipulò patti sponsali con la leprignanese Laudonia Pezza il cremonese mastro Antonio Oldani.
A partire dalla metà del ‘500 è attestata la presenza a Leprignano di un Ambrogio Soldano milanese (con il quale s’introdusse a Leprignano il cognome Soldani).

Si tratta di antenati certi dei Capenati autoctoni di oggi, mentre incerta appare una continuità biologica tra gli abitanti della Capena di epoca romana o preromana, insediata sul colle della Civitucola, da una parte, e anche solo alcuni dei Capenati autoctoni di oggi, dall’altra (ci fu probabilmente qualche soluzione di continuità nel popolamento del colle della Civitucola, come sembra possa evincersi dal fatto che il toponimo “Capena” andò perso e fu sostituito in epoca medievale da “Civitucula”, ossia “piccola città”, scomparendo quindi anche la memoria dell’ubicazione dell’antica Capena sul colle della Civitucola, finché a metà del XVIII secolo l’erudito benedettino Pierluigi Galletti, nel suo “Capena municipio de’ Romani”, osservando resti archeologici da lui reperiti “in loco”, individuò in detto colle il luogo in cui sorgeva l’antica Capena, il cui nome tornò sulle carte ufficiali solo nel 1933, con la sua attribuzione al “castrum Lepriniani”).
(Per gli immigrati lombardi sopra richiamati e le tracce onomastiche da essi lasciate, fr. “Studi capenati”, Capena 1998, pagg. 151-152, 160, 172-173, 179).

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CHE COSA C’ERA TRE SECOLI FA NEL SITO DOVE OGGI SORGE LA TORRE DELL’OROLOGIO

Ai primi del ‘700 vi era, laddove oggi sorgono i locali della Torre dell’Orologio, un orto di proprietà di Giulia Capecchia, seconda moglie di Francesco Leonio (=Alei), il quale, nella propria assegna (=dichiarazione giurata) autografa del 22 novembre 1703 agli atti del catasto leprignanese formato in quell’anno, dichiara, tra i beni dotali della predetta sua consorte, un orto in vocabolo il Monte, confinante di sotto la fontana (quella di piazza del Popolo), davanti la strada (l’odierna via Montebello, prosecuzione di via Solferino, già “via del Monte Basso”) e da un lato Antonio Ciancarino.

La vigilia di Natale del 1712 Giulia Capecchia, per provvedere alle proprie necessità “in sua egestate et senectute”, vende l’orto di cui sopra a Don Dionisio e fratelli Ciancarini, eredi dell’Antonio Ciancarini proprietario di immobile confinante con l’orto dotale della Capecchia (si tratta dell’ultimo palazzo sulla destra a piazza del Popolo in direzione di via Silla, la proprietà dei quale pervenne nella seconda metà del ‘700 ai Pasqualoni, famiglia di origine accumolese nella quale, per via di matrimonio, si estinsero i Ciancarini di Leprignano, in mancanza di discendenza maschile).

Verso il 1720 la Comunità (=il Comune di Leprignano) chiede a Don Dionisio Ciancarini di voler concedere alla Comunità stessa il predetto sito venduto ai Ciancarini dalla Capecchia nel 1712, “per fabricarvi l’Archivio publico a beneficio della Communità”, proponendo una permuta con un sito di proprietà comunale in località “la Conca”, sino ad allora ingombro di “multissime immondizie, le quali da un secolo, e più l’occupavano”.

Sorge quindi una controversia tra Don Dionisio Ciancarini e la Comunità (ossia il Comune) di Leprignano, lamentando il Ciancarini che quest’ultima avesse intrapreso la costruzione di un edificio sopra il sito al Monte senza formalizzare la permuta i cui termini sono stati sopra riportati, sulla quale era stato raggiunto un accordo rimasto sul piano verbale.

Alfine, il Consiglio Comunitativo (=Comunale) di Leprignano approva il 10 marzo 1736 una proposta formulata da Nicola Sacripante per la chiusura della lite con Don Dionisio (=Dionigi) Ciancarini: a tenore di tale proposta, il Ciancarini avrebbe dovuto prendere in cambio del sito al Monte ceduto al Comune o una porzione di terreno comunale alla Conca da calcolarsi al valore “di scudo uno la canna”, al quale Luca Antonio Moretti aveva già comprato un’altra porzione di terreno comunale alla Conca per costruirvi un’abitazione; oppure, in alternativa, il Ciancarini avrebbe dovuto avere in cambio del sito alla Conca ceduto al Comune una somma di denaro.

(Cfr. “Studi capenati”, Capena 1998, pagg. 120-121).

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GLI ALESSANDRINI A MONTELEONE DI FERMO: ORIGINI DI UNA FAMIGLIA CAPENATE

Tra i paeselli marchigiani che nel corso dei secoli, e in particolare nella seconda metà del XIX secolo, hanno alimentato il flusso migratorio verso Leprignano, dal 1933 Capena, vi è Monteleone, centro del Fermano, in epoca postunitaria diventato Monteleone di Fermo (da distinguersi da altri Monteleone, come Monteleone d’Orvieto, Monteleone di Spoleto, Monteleone Sabino, eccetera). Non tutte le famiglie che da Monteleone di Fermo si trasferirono a Leprignano avevano radici a Monteleone, spesso essendo originarie di altri paesi vicini, come, ad esempio, Monsampietro Morico.
(Sull’immigrazione marchigiana a Capena nel corso dei secoli, v. alcuni cenni in “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 183).
Tra le famiglie monteleonesi da secoli, vi è, oltre agli Speranza, già attestati a Monteleone nella prima metà del ‘600, quella degli Alessandrini. Nell’archivio notarile di Monteleone di Fermo, versato nell’Archivio di Stato territorialmente competente, si trova un rogito datato 15 giugno 1681, che riporta i capitoli matrimoniali in quella data stipulati tra Giovanni Achille del fu Sforza da Monte Leone, da una parte, e, dall’altra, Domenico Alessandrini, padre di Antonia, anch’egli di origine monteleonese. Domenico Alessandrini, padre della promessa sposa Antonia, s’impegna a corrispondere a titolo di dote al genero una somma complessiva di duecento fiorini, dei quali cento nel giorno dello sposalizio ovvero un pezzo di terra in contrada Nocetta stimato da due periti se non arriverà nel giorno dello sposalizio a poter versare i cento fiorini promessi per quella data, più gli altri cento fiorini (per arrivare ai duecento complessivi) da corrispondersi nel termine di cinque anni ovvero, in alternativa, un pezzo di terra da far stimare da due periti ove non sia in grado di versargli questa seconda “tranche” in denaro; se il padre della promessa sposa non avrà neanche terra sufficiente per il versamento della seconda “tranche” dotale del valore di cento fiorini (la metà del totale), egli si obbliga a pagare i frutti (=gl’interessi) “a ragione di 6% conforme l’uso dotale”, cioè con un tasso d’interesse (annuo, deve intendersi) del sei per cento. Nell’atto viene anche specificato che il promesso sposo, Giovanni Achille del fu Sforza, aveva chiesto che la futura moglie gli portasse in dote 125 scudi e “li panni o concio conforme usa nel nostro castello, cioè la metà in dono, e l’altra a conto di dote”.
Con altro precedente rogito, datato 11 maggio 1676, sempre conservato nell’archivio notarile di Monteleone di Fermo, Domenico Alessandrini del fu Giandomenico costituiva un censo annuo e perpetuo di due fiorini sui frutti e sui redditi di un proprio pezzo di terra arato e vignato, della capacità (=estensione, superficie) di quattro quarte circa, in contrada Colle Arnù, e vendeva tale censo al monteleonese Angelo Angelini del fu Domenico, per venticinque fiorini, impegnandosi a pagare all’acquirente i frutti del censo con periodicità semestrale, con facoltà di redimere (=riscattare, estinguere), dando preavviso di almeno due mesi, il censo stesso, previa restituzione del capitale (cioè dei ventincique fiorini) e previo versamento integrale dei frutti, ossia degl’interessi [l’operazione così posta in essere, detta censo bollare o censo consegnativo, era nella sostanza un mutuo: la somma per la quale il censo era venduto, nella fattispecie i venticinque fiorini, costituiva la somma data a mutuo, ossia in prestito; i frutti pagati sul censo venduto (i due fiorini annui) erano gl’interessi dovuti al mutuante o prestatore sulla somma prestata; il bene, per lo più immobile, gravato dal censo costituiva, con i suoi frutti, la garanzia del pagamento del censo, ossia del pagamento degl’interessi e della restituzione del capitale; con il censo bollare o consegnativo veniva eluso il divieto canonistico del prestito di denaro ad interesse].

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LA PRESA DI POSSESSO DEI BENI DELLA FU CINZIA ALEI VEDOVA BARBETTI DA PARTE DEL DI LEI FRATELLO GERMANO ED EREDE

In un atto rogato da un notaio morlupese il 17 dicembre 1668 è consacrata e formalizzata la presa di possesso dei beni della fu Cinzia vedova del fu Pompeo Barbetti da parte del di lei fratello germano ed erede “ab intestato” Flaminio Leonio (=Alei) del fu Cosimo. Flaminio Leonio aveva ottenuto il 14 dicembre 1668 un mandato per essere immesso nel possesso dei beni della sorella defunta e aveva nominato suo procuratore per l’immissione nel possesso il nipote carnale Francesco del fu Rodolfo Leonio (evidentemente suo nipote “ex fratre”). I beni immobili di proprietà della defunta Cinzia Leonio (=Alei) vedova Barbetti sono:
– un pezzo di terreno seminativo esteso circa tre quarte, confinante da un lato con Fabiana moglie di Matteo Fiamma, dall’altro con i beni di Don Teodoro Marconi, da capo la via pubblica, da piedi il fosso;
– un pezzo di terreno lavorativo esteso circa sette quarte, confinante da una parte i beni della Venerabile Compagnia del Carmelo, dall’altro i beni degli eredi di Ambrogio Poiani, di sopra la via pubblica e da piedi il fosso;
– un pezzo di terreno seminativo esteso quattro scorzi, confinante da una parte con i beni dotali di Agata moglie di Antonio Visca, dall’altro con Giovanni Battista Zii, da piede con quello che è detto il viale;
– un orto con grotta e alberi fruttiferi e infruttiferi e altre aderenze posto “extra dictam terram Lepriniani in voc. la Conca”, confinante da un lato e da capo con la Venerabile Chiesa di Sant’Antonio Abate, dall’altro con i beni di Antonio Rossi, di sotto con i beni di mastro Giuseppe muratore, di Giovanni Alei, di Giovanni Paolo Pezza e di Giacomo Nardi;
– un granaio coperto da tetto posto fuori della terra di Leprignano vicino da un lato ai beni degli eredi del fu Nunzio Bombardi, dall’altro alla via pubblica, di sotto ai beni di Antonio Oldani;
– una grotta ad uso di stalla, sita dentro la terra di Leprignano in vocabolo (=luogo, località) detto il Monte, vicino da un lato ai beni di Simeone Carapella, dall’altro ai beni di Tommaso Picconi, davanti confinante con la via pubblica;
– una cascina “solerata” in vocabolo il Monte, sita vicino ai beni di Giovanni Aloisi e confinante da tre lati con la via pubblica;
– una casa coperta da tetto in vocabolo il Monte, confinante da un lato con i beni di Domenico Ciancarini, dall’altro con i beni di Domenico Coluzzi e davanti con la via pubblica.

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LA “QUIETANTIA DOTIS”: RICEVUTA DI FINALE PAGAMENTO DELLA DOTE

Con atto rogato da un notaio leprignanese il 12 dicembre 1677 si consacra l’avvenuta integrale corresponsione della dote di Anastasia Graziosi, moglie di Agostino Barbetta del fu Bernardo: al Barbetta sono versati, come rata finale della dote della moglie, trenta scudi e dieci giuli, da parte di Paolo Graziosi e altri fratelli della di lui consorte.

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IL TESTAMENTO OTTOCENTESCO DI UN SACERDOTE LEPRIGNANESE

Con verbale di apertura rogato il 27 luglio 1839 da un notaio capitolino, viene pubblicato il testamento di Don Francesco Sinibaldi, la cui casa di ultima abitazione era in Roma, via delle Tre Pile numero 64. Con l’atto di ultima volontà, consegnato il 30 giugno 1839 alla presenza di otto testimoni, il predetto sacerdote lascia dieci scudi a titolo di legato al nipote Fulvio Spagnoli, di Nazzano; lascia a titolo di legato ai fratelli Gregorio, Nicola e Bernardo Sinibaldi un terreno in Leprignano, vocabolo (=località) Valle Castiglione, quindi, ripensandoci, lascia a ciascuno di loro tre scudi; istituisce erede proprietaria di tutto i beni mobili la Sig.ra Maria Boschi, con la quale il testatore è convissuto per circa quaranta anni, che è altresì istituita erede usufruttuaria “di tutti e singoli beni stabili, semoventi, crediti, diritti, ed azzioni qualunque presenti, e futuri, ovunque posti ed esistenti“; defunta la Boschi, gli eredi fiduciari universali e particolari Valeriano Gugnoni, intimo amico del testatore, e Tommaso Spagnoli, suo nipote, dovranno, detratti i predetti legati, erigere un legato pio di messe in perpetuo da celebrarsi nella Venerabile Chiesa di San Luca in Leprignano in suffragio dell’anima del testatore e dei suoi parenti, con l’elemosina di venti baiocchi, “nella qual chiesa (cioè nella chiesa di San Luca, detta anche chiesa di San Sebastiano) è mio vivo desiderio che sia asportato, e tumulato il mio cadavere, col farvi apporre un’analoga lapide sepolcrale onde riardere ai viventi la mia memoria“. Agli eredi fiduciari lascia a titolo di riconoscenza “l’intero corpo de’ libri intitolata (sic) = Muratori” e un quadro posto nella sua camera da letto e raffigurante il transito di San Francesco d’Assisi.

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