CAPENA: LE CONSEGUENZE DI DUE DEBITI PER UN TOTALE DI UNDICI SCUDI

Come duecentocinquanta anni fa a Leprignano si facesse fronte alle non infrequenti situazioni di difficoltà economiche è esemplificato da un rogito datato 24 febbraio 1768, nel quale si premette che l’eredità del fu Andrea Cozzardi era “debitrice della Venerabile Compagnia del Santissimo Rosario di questa terra in somma di scudi quattro per frutti di un censo di scudi venticinque decorsi, e non pagati, e per li quali il Signor Don Benedetto Gaggini camerlengo e cappellano di detta Venerabile Compagnia (ha) fatto istanza per il pagamento”; si rappresenta altresì che i coniugi Andrea Bongi e Agata Pezza, coniugata in precedenti nozze con Andrea Cozzardi, dal quale aveva avuto i figli Ferdinando e Mattia, hanno un debito di sette scudi con la Comunità di Leprignano per “quarte due grano avuto, e ricevuto” dai Priori della Comunità “per sostenere, et alimentare se stessi, e due figli di detta Agata avuti con Andrea Cozzardi primo marito e Teresa Sebastiani già suocera di detta Agata, e con li quali è sempre vissuta”. Abbiamo quindi un nucleo familiare formato da cinque persone: i coniugi Andrea Bongi e Agata Pezza, Ferdinando e Mattia Cozzardi, figli che Agata Pezza ha avuto dalla sue precedenti nozze con Andrea Cozzardi, e Teresa Sebastiani, madre di Andrea Cozzardi e suocera di Agata Pezza in relazione alle sue precedenti nozze. Sul nucleo familiare gravavano sia sette scudi di debito per l’acquisto di grano dalla Comunità, per far quindi fronte al bisogno primario di mangiare, sia quattro scudi di debito per un “censo” con una Confraternita del posto (il “censo”, s’intende consegnativo o bollare, non riservativo, era un istituto giuridico al quale si faceva allora ampio ricorso per eludere il divieto canonistico del prestito ad interesse – divieto poi completamente superato: il “censo” consegnativo o bollare era in sostanza un prestito, i “frutti” dovuti erano gl’interessi maturati, che nel nostro caso sono pari a quattro scudi, mentre la somma data a mutuo, ovvero il capitale dato in prestito, ammontava a venticinque scudi). Per far fronte a questi debiti, Teresa figlia del fu Michelangelo Sebastiani, vedova Cozzardi, “nonna, tutrice e curatrice di Ferdinando e Mattia suoi nipoti carnali”, vende per quindici scudi con il patto “semper, et quandocumque redimendi” a Nicola Sacripanti “un rubbio di terreno in vocabolo Piano Macchione”, confinante con il Signore Don Antonio Sacripanti, con Giuseppe Antonio Alei e con il Sig. Bombelli – terreno responsivo al Sacro Monastero (ossia quando era seminato una parte del raccolto doveva essere versata al Monastero di San Paolo fuori le Mura in quanto direttario del terreno). Il patto “semper, et quandocumque redimendi” era un patto di riscatto, in forza del quale il venditore, qualora ne fosse stato in grado e avesse voluto farlo, aveva facoltà di ricomprare il terreno venduto. La clausola sottintendeva che l’acquirente si riservava, in tempi migliori, ove mai fossero giunti, di riacquistare il terreno venduto per far fronte alle temporanee difficoltà; spesso tuttavia accadeva che il diritto “semper, et quandocumque redimendi” fosse anch’esso successivamente venduto, in genere a chi aveva già acquistato il terreno. L’atto del 24 febbraio 1768 fu rogato a casa dell’acquirente Nicola Sacripanti “in Platea publica” (nella pubblica piazza, cioè nell’odierna Piazza del Popolo), testimoni Luca Visca del fu Urbano e Giuseppe Azzimati del fu Rocco.

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