CAPENA: UN POSSIBILE SFONDO STORICO PER LA COSTRUZIONE E LA DEDICAZIONE DELLA CHIESA DI SAN LEONE

I primi documenti scritti in cui viene menzionata la chiesa di San Leone in Leprignano risalgono al XIII secolo: in particolare, è datata 1218 la bolla con la quale Papa Onorio III conferma i beni spettanti al Monastero di San Paolo fuori le Mura, tra i quali “Ecclesiam Sancti Leonis de Lepriniano, cum suis pertinentiis” (cfr. AA.VV., “Capena e il suo territorio”, Roma/Bari 1995, pag. 241, par. III.3.7. “La chiesa di S. Leone”, di E. Calabri). L’analisi delle “testimonianze scultoree della chiesa di S. Leone, comprese quelle scomparse e quelle ad essa attribuibili” portano, tuttavia, a “orientarsi verso il IX secolo” e in particolare, per i rilievi di San Leone, “alla metà di questo secolo, basandoci su un dato preciso, cioè i confronti con i simili, a volte gemelli, esemplari presenti non solo a Roma, ma più in particolare nel Lazio” (op. cit., pag. 260, par. III.3.9. “Le sculture altomedievali di S. Leone”, di F. Fei), e a riportare quindi a quell’epoca il sorgere dell’edificio di culto in questione. Il San Leone al quale è intitolata la chiesa è comunemente identificato come San Leone Magno, o Papa Leone I, sul soglio pontificale dal 440 al 461. Con San Leone Magno è identificata una delle figure ritratte nell’affresco “sulla parete di fondo della ex sacrestia, attuale navata laterale”, ove si trova un “riquadro della Madonna in trono col Bambino e Santi” – affresco che viene fatto risalire all’ultimo quarto del XV secolo e nel quale si riconoscono al centro la Madonna col Bambino, a sinistra San Paolo e a destra San Leone Magno (op. cit., pag. 274, par. III.3.10. “Gli affreschi di S. Leone”, di F. Santarelli), mentre gli affreschi più antichi, tra quelli attualmente visibili nella chiesa, sono ritenuti quelli conservati nella controfacciata, attribuiti alla prima metà del XIV secolo (ivi, pag. 268). Si è supposto che la dedicazione della chiesa a San Leone Magno possa essere stata ispirata da Leone III, che fu Papa dal 795 all’816 (op. cit., pag. 241, par. III.3.7. “La chiesa di S. Leone”, di E. Calabri, che sul punto si limita tuttavia a rimandare ad un’ipotesi formulata incidentalmente nel contesto di un opuscolo pubblicato nel 1985 su altro argomento: v. la nota 3 a pie’ di pagina), e in sostanza risalire al pontificato di quest’ultimo o a epoca di poco successiva. Forse, tuttavia, si può formulare un’altra ipotesi, sul motivo della dedicazione di questa chiesetta rurale altomedievale a San Leone Magno – un motivo che si riallaccia ad un celebre episodio che vide protagonista Papa Leone I nel 452, quando egli fece parte dell’ambasciata che il Senato romano inviò ad incontrare il re unno Attila, del quale si temeva che potesse mettere a ferro e fuoco l’Urbe (“Attila nella primavera del 452 valicava le Alpi Giulie e scendeva in Italia. Traversava il Friuli e distruggeva le città infelici delle Venezie, dell’Insubria e dell’Emilia che incontrava nel suo cammino; quando tutt’ad un tratto, quasi trattenuto da incerto animo, si fermava là dove il Mincio sbocca nel Po. Tra lui e Roma non una fortezza s’alzava, nessun esercito gli incuteva paura. Valentiniano III riparava a Roma, anziché chiudersi a Ravenna. La città immortale si vedeva esposta alla balìa di un nemico atroce, di cui si raccontavano fatti inumani di ogni genere”: cfr. Agostino Saba, “Storia della Chiesa”, vol. I, Torino 1938, pag. 334). La tradizione ha attribuito a Leone Magno un ruolo determinante nella decisione di ritirarsi da parte di Attila (“L’incontro ebbe luogo nell’estate del 452 presso Peschiera. Nessuno sa che cosa il papa abbia detto al re degli Unni. Certo è che dopo il colloquio, con generale meraviglia, Attila si ritirò”: op. ult. cit., pag. 335). Nel IX secolo un pericolo non meno temibile e anzi giunto ben più vicino dell’unno Attila incombeva sul Lazio: si trattava del pericolo saraceno. “Nell’843 i Saraceni si spinsero fino a distruggere Fondi e Montecassino, arrivando a Ostia e risalendo il Tevere per giungere a Roma dove saccheggiarono la basilica di San Pietro in Vaticano  e quella di San Paolo fuori le mura di Roma” (dalla voce “Saraceni” su Wikipedia). Considerevoli imprese contro la minaccia saracena furono peraltro compiute sotto il pontificato di un altro Leone, Leone IV, che fu Papa dall’847 all’855. Nell’849 i Saraceni furono sconfitti a Ostia, con l’aiuto anche di un Leone Cesario, figlio di Sergio, duca di Napoli: “Allorchè comparvero i Mori alla spiaggia di Ostia, attaccarono coraggiosamente la battaglia; ma il vento fu propizio all’esercito cristiano e la disfatta degli Africani fu completa. Molti furono uccisi, molti condotti schiavi a Roma. Prima della battaglia, il papa, nella basilica della beata Aurea, supplicò per la vittoria (Liber Pontificalis, 51). La vittoria di Ostia, cui senza dubbio avevano contribuito anche le galere pontificie, era celebrata nelle chiese di Roma con solenni orazioni di grazie, e fu attribuita al Principe degli Apostoli. Raffaello fissò anche questa memorabile battaglia nella medesima “Sala dell’incendio” (cfr. A. Saba, op. cit., vol. II, pagg. 122-123). Per rafforzare la difesa dell’Urbe, e in particolare del territorio vaticano, contro il rischio di scorrerìe, Leone IV intraprese la costruzione della cinta muraria che circoscrisse la “Città Leonina”, munita di ventiquattro torrioni: la consacrazione delle nuove mura avvenne il 27 giugno 852 (cfr. A. Saba, op. loc. ultt. citt.). Solo nel X secolo fu definitivamente scacciata la minaccia saracena dal Lazio, sotto il pontificato di Giovanni X, che fu Papa dal 914 al 928: “Ai tempi di Giovanni X, il castello di Ceciliano, nella magnifica e selvaggia solitudine dei monti del Sabinate, era roccaforte dei Saraceni. I pellegrini che si recavano a Roma erano minacciati dalla ladronaia saracena, che scorrazzava lungo le strade di Narni, di Rieti e di Nepi […] Dopo l’incoronazione di Berengario si fece sentire negli Italiani il bisogno di unirsi contro i Saraceni […] I duchi di Gaeta e di Napoli aderirono alla lega, e la flotta greca, con le navi pontificie e le galere di Berengario, si schierò alle foci del Garigliano. L’esercito di terra si ordinava sotto il castello saraceno, guidato dallo stesso Giovanni IX e da Alberico. Il papa (Giovanni X) aveva dato segno di un’operosità instancabile, degna di un principe guerriero. Aveva chiamato alle armi le milizie di Roma, della Tuscia romana, della Sabina e di tutti i suoi Stati. Teofilatto e Alberico erano generali dell’esercito. I Saraceni vennero così cacciati dalla Sabina, ed ivi e nella Campania si combatté acremente. I barbari, battuti a Trevi dai Sabini di Agiprando, e poi a Baccano dalle soldatesche di Sutri e di Nepi, si ritirarono sul Garigliano. Una probabile tradizione registra una vittoria di Giovanni X presso Tivoli e Vicovaro […] La vittoria sopra i Saraceni, incominciata nel giugno del 916, è fra le pagine più splendide del pontificato di Giovanni X […] quel covo di ladroni del Garigliano disparve […]” (cfr. A. Saba, op. cit., vol. II, pagg. 211-212).

Si delinea così un plausibile sfondo storico alla costruzione e alla dedicazione della chiesa di San Leone, in un sito che poi sarebbe entrato a far parte del territorio di Leprignano (nel IX secolo il “castrum Lepriniani” probabilmente non esisteva ancora, quantomeno come sito fortificato così denominato, pur potendo forse già esserci un centro abitato sul sito della “Rocca” e di “Paraterra”): l’incombere della minaccia saracena sul Lazio nel corso del IX secolo a.C., particolarmente virulenta verso la metà di quel secolo.

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