CAPENA: ASPETTI STORICI DEL PROBLEMA DEI “RESIDUI ATTIVI” NEL BILANCIO COMUNALE

Com’è noto, il problema del debito pubblico degli enti locali, divenuto ormai ingovernabile nello Stato della Chiesa, fu risolto drasticamente nel 1801 con un motuproprio pontificio, il quale in buona sostanza prevedeva che di quel debito si facesse carico lo Stato centrale, che, tuttavia, in cambio avocava a sé i beni comunitativi, i quali venivano quindi espropriati per legge agli enti locali al fine di essere venduti all’asta per ripagare la Camera Apostolica degli oneri inerenti al debito pubblico locale che essa si era accollato; i beni rimasti invenduti erano poi riconcessi ai Comuni in enfiteusi, con pagamento quindi di un canone allo Stato, che di quei beni era divenuto proprietario e, dopo la riconcessione in enfiteusi ai Comuni, restava direttario (titolare del cosiddetto “dominio diretto”), i secondi diventando solo “utilisti” (titolari del cosiddetto “dominio utile”), con facoltà di (ri)diventare proprietari affrancando il canone con pagamento (allo Stato) di un oneroso capitale di affrancazione, calcolato appunto capitalizzando il canone annuo. Una delle problematiche che causarono il persistere e l’aggravarsi del debito pubblico dei Comuni nello Stato Pontificio era rappresentata dalla cronica insufficienza nell’attività di riscossione dei crediti del Comune verso i residenti. Ne troviamo ampia testimonianza nelle carte della Sacra Congregazione del Buon Governo (una sorta di Ministero degli Enti Locali dello Stato Pontificio) (v. “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 80 segg.). Per quanto riguarda la futura Capena, allora Leprignano, un primo “redde rationem” si ebbe quando, intorno al 1660, il Governatore (designato dal feudatario, che per Leprignano era l’Abate di San Paolo), allora Giovanni Paolo Laurentii (Giampaolo Lorenzi), intraprese un’opera di revisione della situazione creditoria della Comunità e cominciò a iscrivere a bilancio somme di denaro rappresentanti crediti comunali non riscossi. L’operato del Governatore suscitò proteste, che i Leprignanesi elevarono indirizzandole alla Sacra Congregazione del Buon Governo, ma mal ne incolse loro. La Sacra Congregazione del Buon Governo nominò, per rivedere l’operato del Governatore, un Commissario nella persona del castelnovese Antonio Degli Effetti (che nel 1675 avrebbe pubblicato l’opera “Memorie di S. Nonnoso Abbate del Soratte e de Luoghi convicini e loro Pertinenze, e Libro Primo de Borghi di Roma”, nella quale, tra l’altro, parla anche di Leprignano e di altri centri dell’area flaminio-tiberina, con non poche approssimazioni e inesattezze), il quale svolse le sue funzioni nel 1661-’62 e, a quanto pare, agì con severità draconiana (ricordiamo che all’epoca esisteva ancora la carcerazione per debiti, la cosiddetta “esecuzione personale”, che fu poi abrogata solo trascorsi circa altri due secoli). Finì ad esempio in carcere un Domenico Alei, per 106 scudi di debito verso la Comunità, e nel 1665 fu prodotto un certificato medico per attestare che il perdurare della carcerazione avrebbe per lui comportato incombente pericolo di vita; nel 1667 una supplica implora compassione per il “povero vecchio” settantenne (come un ottantacinquenne di oggi, almeno) Paolo Savino, incarcerato per 66 scudi dei quali era stato, così come era accaduto per Domenico Alei, accertato debitore verso il Comune dal Commissario Antonio Degli Effetti. I debitori potevano mettere in atto diverse strategie legali per sottrarsi alle conseguenze del debito insoluto: ad esempio, se il debitore passava a miglior vita e lasciava eredi, questi rifiutavano l’eredità paterna (i debitori erano pressoché sempre capifamiglia maschi), oppure la moglie o la vedova intraprendeva azioni a tutela del proprio credito dotale (la dote che la moglie portava “ad sustinenda onera matrimonii” diventava, nei confronti del marito, un credito privilegiato nei confronti di ogni altro, prevalendo persino sui debiti verso l’erario). Così non pochi dei debiti liquidati a favore del Comune di Leprignano dal Degli Effetti andarono in sofferenza: in una carta del 1672 si legge la riscossione dei crediti da lui accertati era diventata in diversi casi impossibile. Ad esempio, gli eredi di Giuseppe Gemma, debitori per 157 scudi e 36 baiocchi, “ritengono tutti li beni per causa di dote materna hauta in contanti sin a scudi 600, e scudi 600 in paesi (cioè in pezzi di terra)”, sicché fino a 1200 scudi (somma abbastanza stratosferica) erano “coperti” dalla dote (ma sarà stato vero che il valore complessivo della dote ammontava a tanto?); Giovanni Crisostomo Soldani, debitore di 30 scudi, “ha ricusato l’eredità paterna né possiede cosa alcuna”, cioè aveva rinunciato all’eredità del padre e si diceva nullatenente; Giovanni Battista Zii, debitore di 50 scudi, aveva rinunciato all’eredità paterna; gli eredi di Francesco Oldano, debitori di 70 scudi, avevano rinunciato all’eredità paterna e si dicevano nullatenenti; Bartolomeo Laura e il “povero vecchio” Paolo Savina avevano ottenuto sgravi, cioè avevano ottenuto un abbattimento o parziale condono del debito dalla Sacra Congregazione del Buon Governo.

Ulteriore fonte di problemi era rappresentata dal fatto che la riscossione delle “collette”, ossia di tasse e imposte locali, era ordinariamente affidata a un esattore scelto tra la gente del posto (alcune volte la scelta è attribuita ad una deliberazione del Consiglio Comunale, altre volte ad una scelta compiuta dai priori, che in numero di tre componevano un organo che può essere assimilato alla Giunta Comunale, o anche solo da uno di essi) e ciò dava luogo a sospetti che invariabilmente si manifestavano circa l’onestà dell’incaricato e che possiamo riscontrare in assai numerosi esposti, denunce, lamentele, querimonie, delazioni. Nel 1780, ad esempio, viene presentato un reclamo contro l’esattore comunitativo, A.A., il quale secondo i reclamanti, aveva commesso peculato, servendosi (appropriandosi indebitamente) del denaro riscosso in qualità di esattore per comprare capre, castrati e grano per la famiglia. Del resto, l’operato degli esattori era sottoposto a “sindacato” al termine della loro carica e la “sentenza di sindacato” poteva condannarli a pagare alla Comunità le somme di denaro che si riteneva avessero riscosso o avrebbero dovuto riscuotere e non avevano versato nelle casse della Comunità. Da un documento del 1766 apprendiamo che la Comunità (=il Comune) vantava un credito di ben 974 scudi verso coloro che avevano esercitato l’esattorato tra il 1760 e il 1764 e chiedeva il permesso di poter carcerarli (l’“esecuzione personale”, che si distingueva dalla “esecuzione reale”, cioè sulle “res”, sulle cose, e quindi mobiliare o immobiliare a seconda dei casi) anche in giorno di festa o in orario notturno: essi, infatti, per sfuggire alla carcerazione non si facevano vedere in giro “se non che il giorno di festa, e la sera sonata l’Ave Maria”. Nel 1768 è un esattore comunitativo, Giovanni Rossi, che, lamentando il fatto che i debitori descritti in colletta (cioè nel ruolo d’imposta) “si rendono morosi nelle paghe” e sfuggono all’esecuzione personale, cioè all’incarcerazione, facendosi vedere in giro solo nei giorni festivi o la sera dopo l’avemaria e chiede dunque il permesso di poter carcerare i debitori insolventi anche in orario notturno o nei giorni festivi.

Nel 1784, circa centoventi anni dopo il Commissario Antonio Degli Effetti, che aveva fatto carcerare (probabilmente in qualche angusto locale del “Palazzo dei Monaci”) anche poveri vecchi, arriva un altro castigamatti, nella persona dell’autoctono e a quanto pare incorruttibile Carlo Alei, il quale nel febbraio 1784 riceve dalla Sacra Congregazione del Buon Governo, e quindi direttamente dall’equivalente di un odierno Ministero, l’incarico di esigere i debiti arretrati della Comunità – oggi potremmo dire i “residui attivi” -, che ammontavano a 1303 scudi e 50 baiocchi. Da un’informativa datata 2 ottobre 1786 e redatta dai priori di Leprignano apprendiamo che aveva riscosso fino allora 416 scudi e che contro i debitori “ritrovati difficili” aveva comunque inflessibilmente “fatto atti giudiziali […] con spedizione di mandati, e subasta” (la “subasta” è la vendita all’asta); già a dicembre del 1784 – ricordano i priori – avevano indirizzato un esposto alla Sacra Congregazione del Buon Governo “li poveri debbitori arretrati della Communità di Leprignano”, lamentando la “oppressione, che ricevono dal nuovo esattore Carlo Alei”, il quale aveva ottenuto la facoltà di poter incarcerare i debitori anche nei giorni di festa e di notte, sicché non rimaneva che l’asilo negli edifici di culto: “per non marcire nelle carceri li conviene andar fugiaschi, e ritirati nelle chiese, giaché non lo suffraga più né le domeniche, né feste, e quel che è peggio neppur la notte”.

Vi sono poi aspetti ancora più sconcertanti, nella storia del recupero dei crediti comunali a Leprignano. Possiamo trovare una famiglia, un cui esponente viene carcerato per un rilevantissimo debito verso il Comune, la quale vede poi un fratello sacerdote del carcerato diventare uno dei personaggi più potenti e controversi del paese negli ultimi lustri del ‘700. Nel 1764 Domenico Picconi si trova carcerato per un debito di 449 scudi verso la Comunità (=il Comune) e l’esattore G.A.A. viene accusato di aver rilasciato al fratello del carcerato “una ricevuta di detto scudi 80 coll’antidata, per far così verificare di averli pagati nel termine prefisso”, poiché il Picconi avrebbe dovuto pagare 80 scudi entro il 17 dicembre 1763 e, in realtà, non è stato neppure versato denaro all’esattore, il quale ha solo avuto “un pagarò”, cioè un pezzo di carta senza valore, dal fratello del carcerato. La Sacra Congregazione del Buon Governo, allertata sul punto, il 4 febbraio 1764 chiede all’esattore G.A.A. di depositare gli 80 scudi presso il Monte di Pietà a Roma, ma l’esattore chiede una dilazione, asserendo di non aver momentaneamente a disposizione la somma “per averla pagata per la Communità”, cioè per averla già impiegata nell’interesse del Comune. Oltre all’esattore, si dice nell’esposto che sia colluso con il Picconi anche il Governatore, che esplicando funzioni giurisdizionali civili anche per le procedure esecutive e dovendo quindi necessariamente intervenire per i “mandati”, cioè per l’avvio delle procedure di esecuzione forzata, ricusa di farlo nei confronti del Picconi. Trent’anni dopo, il fratello sacerdote di quel Domenico Picconi incarcerato nel 1764 è diventato un onnipotente esattore di fatto: come si ricava da una informativa datata 5 maggio 1794 diretta dai priori di Leprignano Cipriano Rossi, Benedetto Betti e Paolo Graziosi alla Sacra Congregazione del Buon Governo, nel 1793 era diventato esattore comunitativo (cioè agente della riscossione delle entrate comunali) Nicola Bizzarri, cognato del sacerdote Picconi (e del Domenico Picconi incarcerato nel 1764 per 449 scudi di debito verso il Comune), ma “lo stesso suo cognato sacerdote Picconi è quello che agisce in tutto, e per tutto riscuotendo le collette, facendo ricevute, e pagamenti, ed ordinando ancora l’esecuzioni sì reali, che personali alle persone morose, talmente che tutta questa popolazione riconosce per esattore il detto sacerdote, e non mai il di lui cognato Bizzarri, che come un pupazzo vestito presta la pura presenza, e nome”. Lo stesso sacerdote – prosegue l’informativa dei priori – era diventato anche “dispotico padrone, e regolatore” dell’Università dei Padronali di bestiame (antenata dell’odierna Università Agraria) e, come se non bastasse, anche “esattore generale di tutti i luoghi pii di questa Terra”, nonché vicario foraneo, sicché – concludono i priori (cioè i componenti la Giunta Comunale di allora) scrivendo alla Sacra Congregazione del Buon Governo – “lui esattore communitativo, esattore dei luoghi pii, vicario foraneo, bovattiere, deputato dell’Università de bovattieri, lui sindaco degli esattori, ripartitore di qualunque sia colletta, in somma lui tutto, lui padrone di Leprignano […] essendo costretti dover essere tutti a lui soggetti, e niuno può parlare, altrimenti la vendetta è pronta”.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in RECUPERO DEI CREDITI COMUNALI NON RISCOSSI, RESIDUI ATTIVI NEL BILANCIO COMUNALE. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...