CAPENA: TOPONIMI URBANI DESUETI E LA “RIPA DEI RAGAZZI”

Lo spostarsi dell’asse dell’abitato fuori dal nucleo medievale del centro storico ha avuto un riflesso nella toponomastica urbana di Capena, con la scomparsa della grande maggioranza dei numerosi toponimi che fino almeno al ‘700 contrassegnavano le varie zone in cui si articolava quello che una volta era il cuore pulsante del paese. Oggi, i toponimi urbani sopravvissuti, relativi all’abitato di origine medievale, sono solo tre: Rocca, Cesata e Paraterra. “Rocca” è il toponimo attestato da epoca più antica e fa riferimento al “Palazzo dei Monaci”, di origine altomedievale; “Cesata”, cioè quella parte del nucleo abitato medievale situata oltre l’entrata della “caditora” (in sostanza la contemporanea via Dante Alighieri), è raro nel ‘600 e il suo uso, con la scomparsa di altri toponimi urbani, si è venuto ampliando solo nei secoli successivi (Don Stefano, al secolo, se non andiamo sbagliati, Arnaldo Baiocchi, monaco benedettino di origine capenate, che fu anche priore a Farfa e defunse novantenne alla metà degli anni ’90 del ‘900, prozio “ex latere avae maternae” di una Consigliera Comunale attualmente in carica, ricollegava il toponimo “Cesata” al verbo latino “caedere”, il cui participio passato è “caesum” e che vuol dire “tagliare”: ipotesi che non appare, tuttavia, suffragata da una effettiva particolarità che lo lo sperone tufaceo – su cui sorge il nucleo antico – presenti dal lato appunto della Cesata, dato che pareti per così dire “tagliate” ovvero strapiombi o “ripe” si trovano da tutti i lati dello sperone, tranne ovviamente quello che dà verso Piazza del Popolo); “Paraterra”, invece, è di origine relativamente “recente”, non essendosene finora trovate attestazioni precedenti il ‘700, e, originariamente circoscritto ad una zona ben specifica, è venuto in epoca contemporanea a designare, in via residuale, tutto ciò non è né Rocca, né Cesata.

In un catasto protosecentesco (1611) di Leprignano troviamo, con riferimento al nucleo medievale del centro abitato, i seguenti toponimi:

– “mezza terra” (o “mezza la terra”), che era il più frequente (più volte è specificato “dentro il Castello in loco detto mezza terra”, per indicare che siamo nella parte più antica del nucleo abitato, oltre la porta del Palazzo dei Monaci e oltre l’ingresso della “caditora”, mentre con la “piazza”, odierna Piazza del Popolo, già se ne era fuori: le espressioni “dentro il Castello in loco detto ecc.” o “dentro la terra in loco detto ecc.” intendono dire appunto questo);

– “piedi la terra” (o anche “piedi alla terra”, “piede della terra”, “piede la terra”, “piedi alla terra”), forse toponimo antenato di “Paraterra”;

– “salciata” o “selciata”, dove erano concentrate le case di maggior valore, tra le quali spiccano quella di Giovanni Leonio (=Alei) e quella di Ascanio ed Antonio Ricci, entrambe del valore dichiarato di duecento (da intendersi scudi), nonché quella di Giovanni Cozzardo, del valore di centoventi, e quella dello speziale (=farmacista) di origine anconitana Francesco Dombosio, del valore di novanta;

– “roccha” (rigorosamente con la acca);

– “scale di Santo Paulo” (che sicuramente non sono le scalette dell’attuale “Vicolo delle Scalette” e che compaiono già allora cinque volte come toponimo distinto);

– “coaleo” (raramente “covaleo”), toponimo dal significato misterioso;

– “dentro al Castello”, “dentro la terra” e “nel castello di Leprignano”, toponimi piuttosto generici (“la terra”, cioè, come diremmo oggi, il paese, termine quest’ultimo allora inesistente, e il “Castello” indicavano tutto ciò che stava al di là degli ingressi rappresentati dalla porta del Palazzo dei Monaci e dall’entrata della “caditora”);

– “sotto alla Chiesa” (s’intende la vecchia chiesa parrocchiale, che fu abbandonata ai primi del ‘900 e sostituita con la parrocchiale che sorge sull’odierna piazza San Luca su terreno donato dai fratelli Giannotti);

– “forno”;

– “casa spallata” (cioè “casa diruta”, “casa rovinata”: il toponimo ricorre solo quattro volte e non è specificato, anche se è probabile, che si riferisse a una zona “dentro al Castello”);

– “Cesata”, che ricorre solo due volte, con riferimento ad una casa appartenente per due terzi a Bartholo Perello e ad una casa appartenente per una terza parte a Tranquillo Lucretia;

– “Palombara” (questo toponimo ricorre sei volte e non va confuso con la zona che oggi è chiamata “la Palombara”: ai primi del ‘600 “Palombara” indicava una zona “dentro alla terra”, cioè dentro il castello di Leprignano), con la variante “Pozzo Palombara”;

– “Porticale” o “Porticale della salciata” o “Porticale della selciata”;

e ancora, varianti di qualcuno dei toponimi sopra enumerati: “strada del forno”, “vecino alla Chiesa”, “sotto alle scale di Santo Paulo”, “sotto et appresso la Chiesa”, “al forno”, “appresso al Forno”, “appresso alla chiesa”, “avanti alla Chiesa”.

“Paraterra” ancora non compare.

Infine menzioniamo il più suggestivo di questi toponimi, la “Ripa dei Ragazzi”, con le varianti “Ripa de Ragazzi”, “ripa di Ragazzi”, “Ripa Ragazzi”, “Ripa ragazzo”, “Ripa regazzi”, “Ripe di ragazzi”, “Ripe ragazzo”. Questo toponimo, riferito indubbiamente, come si ricava dalla partita di “Settimio de Calvi” (=nativo di Calvi nell’Umbria), ad una zona “dentro al Castello”, sembra evocare una zona nella quale i fanciulli della Capena di allora giocavano, con giochi che noi oggi, quattro secoli dopo, abbiamo difficoltà anche solo ad immaginare. Sperando che da quella “ripa” nessuno dei “ragazzi” sia mai precipitato…

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