GLI INIZI DELL’ISTRUZIONE FEMMINILE A LEPRIGNANO: L’ARRIVO DELLE MAESTRE PIE

L’11 ottobre 1733 si riunisce il Consiglio Generale della Comunità di Leprignano e nell’ordine del giorno è detto che “l’Illustrissimo, e Reverendissimo Padre Abbate havendoci ordinato a bocca, e replicate volte detto, che si dovesse mettere una mastra (sic) per estruzione (sic) et imparare le ragazze femine finalmente il medemo Padre Abbate ha scritto la presente Lettera”, nella quale si legge: “Quanto mi sia a cuore il bene di cotesta Communità credo a questa ora le Signorie loro l’averanno sperimentato non sparambiandomi in cosa veruna per utile della medema, e con quanto amore, et affetto io riguardo cotesti miei sudditi, e figlioli, coaduno potrà confermarlo, che non ho guardato ne pure al vantaggio del Monastero per sovenirli nelle di loro indigenze, e sollevarli nelle di loro oppresioni …e perché la principale mira del Padre, è il vedere bene educati i figlioli né deve essere più partiale per i Maschi, che per le femine già che mi glorio d’avere verso cotesti miei sudditi viscere più da Padre, che da Prencipe, desidero che non solo siano bene ammaestrati li maschi, ma ancora bene educate le femine, e già che la Communità come madre ha pensato alla buona diretione de maschi con mantenere per quelli un maestro vorrei che le Signorie loro congregassero il Conseglio, et eleggessero una mastra per ammaestrare si nel Catechismo, et opere manuali ancora coteste fanciulle; faccino sapere a tutti i Conseglieri, che se eseguiranno questa mia volontà, mi obligaranno al maggior segnio, e circa all’onorario ne lascio la libertà alle Signorie loro”: la lettera è datata 13 settembre 1733, dal monastero di San Calisto residenza estiva dei monaci di San Paolo fuori le mura. Il consigliere Francesco Sinibaldi prende la parola e propone “che si faccia la mastra secondo à ordinato il nostro Illustrissimo e Reverendissimo Padre Abbate con darli di provisione scudi dodici l’anno delle entrate della Communità”. Nella supplica diretta alla Sacra Congregazione del Buon Governo (S. C.) per far approvare la risoluzione consiliare, la Comunità sostiene che occorre distogliere le fanciulle dall’ozio e dall'”andar vagando per la Terra” e l’uditore baronale Alessandro Tozzi, nella sua informativa datata 26 novembre 1733 alla S. C., parla di “pericoli purtroppo gravi che sogliono essere causati dall’ozio”.
Merita di essere notato che solo una sollecitazione scritta dell’Abate, dopo più insistenze verbali andate a vuoto, indusse i Leprignanesi a occuparsi della questione, e che la proposta di Francesco Sinibaldi, adesiva all’invito dell’Abate, passò solo con una risicata maggioranza (28 voti favorevoli contro 22 contrari).
La risoluzione consiliare non dové, comunque, avere effetto, quantomeno duraturo, poiché diciassette anni dopo il problema si pose di nuovo: agli inizi di settembre del 1750, la Comunità invia alla S. C. una supplica in cui si fa presente che “non senza grave scandalo, e pregiudizio dell’Anime ritrovasi in quella Terra quantità di zitelle povere, le quali per mancanza della necessaria educazione, non solo non sanno la Dottrina Cristiana, ma neppure il Pater Noster” e che “desiderando il Popolo oratore di rimediare a sì grave sconcerto” si vogliono “chiamare due Maestre Pie, e fare alle medesime qualche onesto assegnamento delle rendite della Communità, oltre il commodo della Casa per la di loro abitazione, e scuola”; il governatore Antonio Paciani, nella sua informativa, ribadisce quanto esposto nella supplica della Comunità, affermando che “rendesi pur troppo lagrimevole in questa terra il vedersi zitelle in tenera età prive affatto di ogni educazione, sì raguardo (sic) al Santo Timor di Dio, che all’onore del mondo, e ciò a motivo, che tanto i loro Padri, che le madri vengono obligati lasciarle in abandono obligate a procacciarsi il vitto con fatiche giornaliere, senza che possa supplirsi a questo dalla diligenza del Curato per la loro moltiplicità”, onde la Comunità si è indotta a chiedere di poter pagare due Maestre Pie, “riflettendo all’utile, che si vede ricavarsi nelli luoghi, ove sono state ammesse”. Nel consiglio del 21 settembre 1750, “considerandosi troppo pregiudiziale, e per l’onor di Dio, e per quello del Mondo il vedere tante povere zitelle senza verun indirizzo, et ammaestramento nel timore di Dio”, viene proposto da Antonio Rossi un assegnamento di quindici scudi annui, più una casa della Comunità come abitazione, a due Maestre Pie da chiamarsi a Leprignano: la proposta viene con quaranta voti favorevoli e venti contrari approvata dal Consiglio Generale e quindi, per l’aggravio di bilancio che comporta, sottoposta all’esame della S. C., la quale dà il suo placet, ma per un solo anno.
Nel 1751, la Comunità reitera alla S. C. la richiesta di poter avere due Maestre Pie, con salario annuo di quindici scudi, poiché “sono innumerabili li vantaggi che gl’oranti hanno goduto nell’approvazione si degnorno l’Eminenze loro delle Reverende Maestre Pie per un anno, sì nello spirituale che nel temporale”: tali vantaggi consistono soprattutto nel “beneficio della povera gioventù”. Si chiede, perciò, alla S. C. che si degni “approvarle almeno per un altro anno”. Al salario e alla casa di abitazione forniti dalla Comunità, si accompagnava anche una prestazione di sei barili di vino e di un rubbio di grano annui da parte dell’Abate di San Paolo. I pagamenti effettuati sono attestati in un registro degli ordini di pagamento di quegli anni: il primo, a “sor Caterina Crocefissa Mastra Pia”, risale al 19 dicembre 1750 e ammonta a tre scudi e sessanta baiocchi; ve n’è poi un altro in data 12 marzo 1752 alla “signora Lauora Maestra Pia”. La Comunità, pur essendo stato in un primo momento previsto che la casa di abitazione delle Maestre Pie fosse tra quelle di proprietà comunale, cominciò ben presto a prenderla in affitto da privati, pagando ovviamente la pigione: così nel 1757 furono pagati per otto mesi di affitto sino ad agosto di quell’anno 4 scudi a Sisinnio Pezza, in una cui casa “posta in mezzo la Terra” alloggiavano le Maestre Pie; il 31 ottobre 1758 fu emesso mandato di pagamento per sei scudi al cavalier Olivari “per piggione di casa, ritenuta da questa nostra Communità per commodo delle signore Maestre Pie”, relativamente a un anno scaduto a settembre del 1758.
Nel 1758 si verificò un intoppo: la Comunità aveva continuato a tenere e a pagare le Maestre Pie, ma senza preoccuparsi di chiedere anno per anno alla S. C. la specifica approvazione necessaria per una spesa che non era divenuta voce stabile del bilancio; alla fine di quell’anno “fu sospeso il pagamento dai Priori esercenti per difetto della approvazione” della S. C.. Ricomincia allora l’iter solito: nell’aprile 1759 la Comunità indirizza una supplica alla S. C. “perché in questa Terra restino perpetuate stabilmente le Schole Pie”; l’uditore baronale Domenico Calzamiglia, nella sua informativa del 12 maggio, afferma che la maggioranza dei consiglieri vuol rinunciare alle Maestre Pie, “atteso ché poche sieno le Gioveni, le quali ora s’approfittino d’un tal commodo, inclinando piuttosto i loro Genitori ad impiegarle nelle faccende della Campagna”, mentre una minoranza, e con essa il governatore locale, “giudica che invece di chiuder l’adito alla buona educazione delle Fangiulle (sic) con rimuovere le surriferite Maestre, si procuri piuttosto far scelta d’altre Donne più assennate e provette, le quali siccome farebbero una migliore educazione, così crescerebbe il concorso delle Fangiulle educande con profitto del Pubblico”; il 19 maggio il cardinal Lante, prefetto della S. C., approva in una propria lettera “quel tanto, che per lo passato è stato loro somministrato” senza specifica autorizzazione della S. C. e rimette al Consiglio della Comunità la decisione per l’avvenire; il 10 giugno si raduna il Consiglio Generale e, con 34 voti contro 12, approva la proposta di Domenico Azzimati, per la quale la presenza delle Maestre Pie va mantenuta, purché una delle due sia “in età provetta”, di “anni quaranta circa”, ed entrambe “siano obligate le feste tutte doppo li Vesperi portarsi alla chiesa della Madonna Santissima delle Grazie nostra Protettrice, ove va il concorso della maggior parte di questo Popolo, e delle zitelle tutte, ed ivi con tutta proprietà, e modestia dover cantare le letanie (sic) solite a dirsi dal Popolo, che ivi concorre, in mancanza però de Sacerdoti”; il 7 luglio il cardinal Lante, prefetto della S. C., approva la risoluzione consiliare, così che si possa “ritenere per un’altro (sic) anno le Maestre Pie nel luogo per l’educazione delle fanciulle”; nel luglio del 1760 i priori della Comunità nuovamente supplicano i prelati della S. C. “affinché si degnino ordinare lo stabilimento dell’opera Pia, acciò si possino trovare Maestre di maggior abilità”, mentre nella sua informativa del 18 agosto l’uditore baronale Domenico Calzamiglia scrive che alcuni consiglieri le reputano utili, mentre “altri s’oppongono credendole inutili”, registrando così dissensi presenti sin dall’inizio della vicenda, come si ricava dall’assenza di unanimità nelle votazioni consiliari al riguardo.
Il fascicolo si ferma qui; tuttavia, da altra fonte, e precisamente da un registro degli ordini di pagamento relativo al periodo 1774-1791, sappiamo che la Comunità di Leprignano continuò ad avvalersi delle Maestre Pie nel diciottesimo secolo: il 16 ottobre 1775 viene emesso un ordine di pagamento di sei scudi a beneficio del signor cavalier Carlo Olivari, per la pigione di casa delle Maestre Pie; nel 1776 sono pagati quindici scudi alle Maestre Pie, “che fanno scola alle zitelle”.

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