GLI ALESSANDRINI A MONTELEONE DI FERMO: ORIGINI DI UNA FAMIGLIA CAPENATE

Tra i paeselli marchigiani che nel corso dei secoli, e in particolare nella seconda metà del XIX secolo, hanno alimentato il flusso migratorio verso Leprignano, dal 1933 Capena, vi è Monteleone, centro del Fermano, in epoca postunitaria diventato Monteleone di Fermo (da distinguersi da altri Monteleone, come Monteleone d’Orvieto, Monteleone di Spoleto, Monteleone Sabino, eccetera). Non tutte le famiglie che da Monteleone di Fermo si trasferirono a Leprignano avevano radici a Monteleone, spesso essendo originarie di altri paesi vicini, come, ad esempio, Monsampietro Morico.
(Sull’immigrazione marchigiana a Capena nel corso dei secoli, v. alcuni cenni in “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 183).
Tra le famiglie monteleonesi da secoli, vi è, oltre agli Speranza, già attestati a Monteleone nella prima metà del ‘600, quella degli Alessandrini. Nell’archivio notarile di Monteleone di Fermo, versato nell’Archivio di Stato territorialmente competente, si trova un rogito datato 15 giugno 1681, che riporta i capitoli matrimoniali in quella data stipulati tra Giovanni Achille del fu Sforza da Monte Leone, da una parte, e, dall’altra, Domenico Alessandrini, padre di Antonia, anch’egli di origine monteleonese. Domenico Alessandrini, padre della promessa sposa Antonia, s’impegna a corrispondere a titolo di dote al genero una somma complessiva di duecento fiorini, dei quali cento nel giorno dello sposalizio ovvero un pezzo di terra in contrada Nocetta stimato da due periti se non arriverà nel giorno dello sposalizio a poter versare i cento fiorini promessi per quella data, più gli altri cento fiorini (per arrivare ai duecento complessivi) da corrispondersi nel termine di cinque anni ovvero, in alternativa, un pezzo di terra da far stimare da due periti ove non sia in grado di versargli questa seconda “tranche” in denaro; se il padre della promessa sposa non avrà neanche terra sufficiente per il versamento della seconda “tranche” dotale del valore di cento fiorini (la metà del totale), egli si obbliga a pagare i frutti (=gl’interessi) “a ragione di 6% conforme l’uso dotale”, cioè con un tasso d’interesse (annuo, deve intendersi) del sei per cento. Nell’atto viene anche specificato che il promesso sposo, Giovanni Achille del fu Sforza, aveva chiesto che la futura moglie gli portasse in dote 125 scudi e “li panni o concio conforme usa nel nostro castello, cioè la metà in dono, e l’altra a conto di dote”.
Con altro precedente rogito, datato 11 maggio 1676, sempre conservato nell’archivio notarile di Monteleone di Fermo, Domenico Alessandrini del fu Giandomenico costituiva un censo annuo e perpetuo di due fiorini sui frutti e sui redditi di un proprio pezzo di terra arato e vignato, della capacità (=estensione, superficie) di quattro quarte circa, in contrada Colle Arnù, e vendeva tale censo al monteleonese Angelo Angelini del fu Domenico, per venticinque fiorini, impegnandosi a pagare all’acquirente i frutti del censo con periodicità semestrale, con facoltà di redimere (=riscattare, estinguere), dando preavviso di almeno due mesi, il censo stesso, previa restituzione del capitale (cioè dei ventincique fiorini) e previo versamento integrale dei frutti, ossia degl’interessi [l’operazione così posta in essere, detta censo bollare o censo consegnativo, era nella sostanza un mutuo: la somma per la quale il censo era venduto, nella fattispecie i venticinque fiorini, costituiva la somma data a mutuo, ossia in prestito; i frutti pagati sul censo venduto (i due fiorini annui) erano gl’interessi dovuti al mutuante o prestatore sulla somma prestata; il bene, per lo più immobile, gravato dal censo costituiva, con i suoi frutti, la garanzia del pagamento del censo, ossia del pagamento degl’interessi e della restituzione del capitale; con il censo bollare o consegnativo veniva eluso il divieto canonistico del prestito di denaro ad interesse].

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