TAPPE NELLA STORIA DI CAPENA (FINO AL 1933 LEPRIGNANO): DAL 1814 AL 1933

Il 10 marzo 1814 Napoleone con proprio decreto consentì a che Pio VII riprendesse possesso dei territori che formavano il dipartimento del Tevere e quello del Trasimeno, e cioè in sostanza dell’Umbria e del Lazio, che costituirono così le provincie cosiddette di prima recupera. Solo grazie all’abile lavoro diplomatico del cardinal Consalvi al congresso di Vienna poterono invece tornare sotto il potere temporale pontificio le Marche e le Legazioni di Bologna e Romagna, ossia i territori che avevano rappresentato la parte meridionale del Regno d’Italia e che costituirono le provincie di seconda recupera. Nelle provincie di prima recupera, le giurisdizioni feudali, già abolite durante la parentesi del dominio francese, furono con i rispettivi diritti e privilegi ristabilite da un editto del prosegretario di Stato cardinal Pacca in data 30 luglio 1814. Nelle provincie di seconda recupera, invece, la soppressione napoleonica delle giurisdizioni feudali non venne mai revocata e fu anzi definitivamente confermata con una disposizione contenuta nel motuproprio del 6 luglio 1816, che attuò una riforma globale mirante all’unificazione legislativa e amministrativa dello Stato Pontificio. Tale provvedimento conservava le giurisdizioni feudali per le provincie di prima recupera, con la sola condizione che dovesse essere approvata dalla Segreteria di Stato la nomina, che ai baroni o feudatari competeva, dei governatori che in loro nome amministravano la giustizia nei feudi. La sorte dei poteri feudali era comunque segnata anche per le provincie di prima recupera: con i “Regolamenti da osservarsi per i Feudi nei quali la giurisdizione resta presso i respettivi Baroni”, emanati il 20 dicembre 1816, furono addossate ai baroni tutte le spese occorrenti al mantenimento delle forze di polizia e all’amministrazione della giustizia nei rispettivi feudi. Come scrisse il cardinal al nunzio pontificio a Vienna in una lettera datata 14 settembre 1816, si era deciso di mantenere le giurisdizioni feudali, “ma con tali obblighi…che i baroni s’inducessero in fine di rinunziarvi essi stessi”. Così il 10 gennaio 1818, con atto rogato da Nicola Nardi Segretario e Cancelliere della Reverenda camera Apostolica, Gioacchino Costanzi, “uditore civile” del monastero di San Paolo, deputato dai Monaci con procura rilasciata il giorno prima, rinuncia in loro nome e per loro conto “ad ogni Giurisdizione Baronale sopra li Feudi di Nazzano, Civitella San Paolo, e Leprignano”. Come risulta da un allegato dell’atto, il 24 dicembre 1817 Pio VII aveva con proprio rescritto approvato la decisione assunta dai Monaci di San Paolo capitolarmente congregati, i quali “conoscendo di non poter corrispondere alli Pesi, con li quali dovrebbero in oggi sostenere la Giurisdizione temporale delli tre Feudi di Nazzano, Civitella, e Leprignano…hanno risoluto di rinunziarla”. L’atto è conservato all’Archivio di Stato di Roma, nel fondo Segretari e Cancellieri della Reverenda Camera Apostolica.

L’8 ottobre 1855, “in Leprignano e propriamente nella sala del Palazzo Abbaziale posto nella Piazza detta del Popolo, al numero civico quattordici”, viene stipulata una terza “Concordia”, ossia transazione, tra il monastero di San Paolo, rappresentato dal cellerario don Raffaello Liberati, e il Comune di Leprignano rappresentato da Luca Tardetti, Giovanni Bernardoni e don Giuseppe Moretti, “componenti la Magistratura Municipale”; intervengono altresì Agostino Barbetti e Serafino Cola come rappresentanti l’Università dei Proprietari di bestiame. L’accordo giunge per porre sollecito termine all’ennesima vertenza giudiziale, promossa dal Monastero al fine di far condannare il Comune per l’inadempimento di alcuni obblighi sanciti nelle precedenti “Concordie” del 1617 e del 1789. In particolare, i Monaci reclamavano, per un periodo compreso tra il 1833 e 1850, il pagamento delle cosiddette “rimanenze”, cioè dei canoni comunque dovuti in denaro al Monastero come direttario, ossia nudo proprietario, per quelle terre che, rientranti tra quelle locate in perpetuo ai Leprignanesi con la transazione del 1617, erano state lasciate incolte pur ricorrendo il turno della loro coltivazione nel sistema dei quarti previsto dalla “Concordia” secentesca e che, se coltivate, avrebbero fruttato per il Monastero un quinto o un sesto del loro prodotto in natura; reclamavano il pagamento della somma di denaro dovuta dal Comune per esser stato l’obbligo di trasporto dei generi alimentari del Monastero alla barca sul Tevere previsto nella “Concordia” del 1617 commutato dalla “Concordia” del 1789 in un’obbligazione pecuniaria ammontante a 40 scudi annui; reclamavano il pagamento di un canone annuo di 43 scudi per il forno detto “a soccio”, nonché il pagamento dei “quindenni” – ossia canoni da pagarsi ogni 15 anni – per la sublocazione dei pascoli effettuata dal Comune a favore dei Proprietari di bestiame; reclamavano, infine, la proprietà della legna “sopravvenuta nei terreni limitrofi alla macchia di Vaccareccia”. Per le rimanenze dal 1833 al 1850 il Comune s’impegna a pagare 1300 scudi in rate annue di 100, per le annualità della “barca” dal 1847 al 1855 360 scudi più 40 scudi per ogni anno in futuro, quindi per i quindenni maturati dal 1789 al 1849 48 scudi più 12 scudi per ogni quindennio futuro, infine 9 scudi ogni anno a titolo di transazione sulla questione concernente l’esistenza del diritto di privativa del Monastero sul forno a soccio più 225 scudi a titolo di arretrati dal 1847 al 1855 ancora per il forno a soccio. Circa le zone macchiose di Vaccareccia, si conviene che sia ceduto al Monastero “il pieno e libero possesso del jus lignandi” sopra 23 rubbia e 3 quarte sulle quali il legnatico non era stato ancora ceduto, discutendosi tra Comunità e Monastero sin dopo la “Concordia” del 1789 quale fosse l’estensione della “macchia di Vaccareccia” – in realtà più corpi macchiosi tra loro distinti la proprietà della cui legna era stata trasferita al Monastero con la transazione settecentesca; in cambio, il Monastero si obbliga a corrispondere 999 scudi al Comune, somma che costituisce metà del valore “tanto del diritto di legnare, quanto delli gettiti di nove anni, tuttora esistenti”.
L’atto è conservato all’Archivio di Stato di Roma, nei protocolli del rogatario,il notaio capitolino Antonio Sartori.

La normativa concernente l’amministrazione locale subì ripetute modifiche negli ultimi sei decenni di vita dello Stato della Chiesa. Fondamentale è il motuproprio con il quale, in data 6 luglio 1816, venne riformato il sistema amministrativo e che, tra l’altro, abrogò (art. 102) tutti gli statuti locali, imponendo una disciplina uniforme per quanto riguarda la struttura e il funzionamento degli organi comunitativi. Per i comuni con mille anime o meno (754 erano gli abitanti attribuiti a Leprignano nella tabella del riparto territoriale annessa al motuproprio), il motuproprio prevedeva un Consiglio formato da 18 persone, mentre la “magistratura”, cioè la giunta comunale, venne ad essere costituita da un gonfaloniere e da due anziani; il gonfaloniere doveva rimanere in carica per un biennio, mentre gli anziani dovevano rinnovarsi per metà ogni biennio. Il motuproprio del 5 ottobre 1824, mirante alla “riforma del sistema dell’amministrazione pubblica”, ridusse (art. 1) le delegazioni in cui era ripartito lo Stato della Chiesa da 17 a 13, più Roma e dintorni, che formavano la Comarca, per la quale era previsto (art. 17) che i governatori corrispondessero direttamente con la Segreteria di Stato e con i dicasteri romani. Le disposizioni dettate in tema di organizzazione municipale non portarono a cambiamenti per Leprignano: rimasero il Consiglio di 18 membri e la magistratura con il gonfaloniere e due anziani (artt. 154 e 161 del motuproprio). Era inoltre prevista I’ereditarietà della carica di consigliere (art 158), mentre il gonfaloniere e gli anziani dovevano rimanere in carica per un anno, al termine del quale gli anziani dovevano essere rinnovati per metà (art. 163).
Con motuproprio datato 21 dicembre 1827 si procedette a un’ulteriore riforma del sistema amministrativo dei Comuni nello Stato della Chiesa. I1 capo della magistratura ebbe la denominazione di gonfaloniere per le Comunità aventi il titolo di città e di priore per le altre, mentre gli componenti la magistratura (cioè la giunta) erano detti anziani nelle città e aggiunti nelle altre Comunità (art. CLXXIV); gli aggiunti erano due (art. CLXXV); il capo della magistratura – gonfaloniere o priore – rimaneva in carica per un triennio, mentre gli altri membri – anziani o aggiunti – dovevano essere rinnovati per metà ogni triennio con estrazione a sorte (art. CLXXIX); per le Comunità dai 500 a 1000 abitanti i consiglieri previsti erano dodici (art. CLXVI).
Con editto della Segreteria di Stato datato 5 luglio 1831 venne effettuata l’ennesima riforma dell’amministrazione locale nello Stato della Chiesa. Nel sistema allora introdotto, Leprignano fu compresa tra le Comunità di quarta classe (con popolazione sotto i mille abitanti); i membri della magistratura rimasero tre, mentre i consiglieri, che nell’ambito della Comarca dovevano a tenore dell’editto essere cooptati dal Presidente della Comarca, erano previsti in numero di sedici; il gonfaloniere o priore durava in carica due anni e la magistratura si rinnovava in parte ogni biennio, cosicché ogni sessennio il ricambio era totale.
L’editto emanato il 22 novembre 1850 dal cardinal Giacomo Antonelli riformò ancora l’amministrazione locale e rimase in vigore sino alla debellatio dello Stato Pontificio nel 1870. Esso sottrasse al potere esecutivo la nomina dei consiglieri e l’attribuì agli stessi cittadini costituiti in corpo elettorale. Leprignano rientrò, in base al nuovo ordinamento, tra i comuni di quinta classe (mille o meno di mille abitanti), con dieci consiglieri. Questo era l’assetto amministrativo in vigore quando, con dispaccio num. 7420 del 23 luglio 1858, diretto al governatore di Castelnuovo di Porto, il Presidente della Comarca, cardinal Roberti, scioglie il consiglio municipale di Leprignano, che viene sostituito da una commissione municipale provvisoria composta da tre persone. Solo nel 1861 si tornerà alla normalità: con dispaccio num. 12500, il Delegato Apostolico di Roma e Comarca nomina i nuovi consiglieri – dieci, con tre supplenti – la cui lista ha ricevuto il 30 novembre 1861 l’approvazione pontificia. Sui retroscena dello scioglimento del 1858, un episodio tra i più sconcertanti nella storia di Leprignano, c’intratteniamo nella prossima tappa del nostro cammino. I1 fascicolo relativo allo scioglimento del Consiglio comunale di Leprignano nel 1858 e alle successive vicende della commissione municipale provvisoria è conservato presso l’Archivio di Stato di Roma, nel fondo “Presidenza di Roma e Comarca”.

L'”informativo” datato 20 ottobre 1859 e diretto a “Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Pila Ministro dell’Interno”, è una denuncia vibrante, anche se di stile prolisso e ampolloso, della situazione che si era venuta allora a creare a Leprignano. Figura centrale è quella di Serafino Cola, di cui sono ricordati il passato di “agitatore mazziniano” e “la vita antipolitica”, nonché la subitanea “conversione prodigiosamente avvenuta”, che gli vale l’autorevole sostegno dell’abate di San Paolo e la nomina a segretario comunale nel luglio 1858, dopo la destituzione del precedente giovanissimo segretario Pietro Pasqualoni a febbraio dello stesso anno e un periodo immediatamente successivo in cui segretario provvisorio era stato don Carlo Barbetti, il quale, secondo un esposto anonimo del 25 maggio 1858, “per essere sfornito di ogni cognizione se ne sta nella camera di sotto fingendo di far la scuola” (il Barbetti era anche maestro di scuola), mentre il Cola “sta di sopra ad imbrogliare le carte, e l’amministrazione Comunale”. I1 Cola – sostiene gode della disistima generale della popolazione e sarebbe certo ricusato dal Consiglio comunale, che viene però sciolto dalla Presidenza di Roma e Comarca pressochè in contemporanea con la nomina del Cola e sostituito da una commissione municipale provvisoria, che s’insedia 1’8 agosto 1858 ed è formata da tre membri: Luca Tardetti, presidente, Antonio Sinibaldi (cognato del Cola) e don Carlo Barbetti. E’ bene notare che la scelta dei membri della commissione provvisoria da parte della Presidenza di Roma e Comarca avviene sulla base di un parere reso in data 10 luglio 1858 dall’abate di San Paolo e a sua volta fondato su un’informativa diretta il 9 luglio 1858 all’abate da don Barbetti: il cerchio così si chiude.
Nel giugno 1859, sedici leprignanesi presentano un esposto contro il segretario comunale, che “niuna fiducia…ispira…sotto tutti i rapporti, qualunque cosa ne dica in contrario il Reverendissimo Abbate”, nonché contro “la Provisoria Commissione intenta solo a favorire gli interessi del Sagro Monastero di San Paolo…inetta a conoscere, e sostenere i nostri interessi, specialmente contro il Monastero sudetto”. Un’altra protesta, a firma di Domenico Briglia, Francesco Luigi Laudi, Domenico Antonio Sacripanti, Nicola Barbetti e Giuseppe Sinibaldi, definisce la commissione provvisoria “serva devota” del Monastero, individuando “l’anima, ed il direttore” di essa nel Cola, qualificato anche “dittatore”.
Il 5 gennaio 1860, prevalendo su quattordici altri concorrenti, Cola viene eletto segretario comunale di Leprignano, con l’unanime voto favorevole dei tre componenti la commissione municipale provvisoria e del deputato ecclesiastico; con dispaccio prot. num. 1564 del 4 febbraio 1860, il Delegato Apostolico di Roma e Comarca approva la nomina. L’abate di San Paolo sostiene il Cola per avere al posto giusto un “sostenitore dei suoi diritti, ragioni, e non ragioni contro quella miserabile Comunità”. L'”informativo” evidenzia una sequenza temporale quanto mai singolare: pur essendo stata da poco tempo stipulata dopo defatiganti trattative una “Concordia”, datata 8 ottobre 1855, tra Comunità e Monastero, quest’ultimo, una volta divenuto segretario comunale il Cola e sostituito il disciolto Consiglio comunale dalla commissione provvisoria, con citazione innanzi al Primo Turno del Tribunale Civile di Roma notificata 23 maggio 1859 al presidente della commissione municipale provvisoria Luca Tardetti, richiede al Comune il rimborso delle somme pagate per i pesi camerali e comunali -cioè per le imposte statali e comunali – relativamente ai fondi di proprieta del Monastero concessi in locazione perpetua “Communitati et hominibus”di Leprignano con la Concordia del 23 dicembre 1617, avanzando con ciò una richiesta di risarcimento valutabile nell’ordine delle decine di migliaia di scudi. L’“informativo” avanza dunque il sospetto che “carte che riguardano siffatta gravissima questione” siano state “prudenzialmente distrutte, per quindi dar luogo pacificamente alle richieste del Venerabile Monastero”, accolte con “immensi plausi ed atti di gioja” dal Cola e da don Barbetti. L’anonimista ironizza sul comportamento del Monastero, che si palesa non rispondente al precetto evangelico “quod superest, date pauperibus”: “…i Monaci invece senza di quest’incasso non altererebbero punto la propria agiatezza”. L’ingerenza dei Monaci nelle vicende interne del Comune e le azioni giudiziarie contro di esso s’inquadrano in una tendenza “revanscista” coltivata dall’ex-feudatario negli anni successivi alla fine della seconda Repubblica Romana; un altro esempio di questo indirizzo è dato dal fatto che i Monaci, che dopo la sentenza rotale del 1779 non avevano più fatto compilare di propria iniziativa un catasto di Leprignano, vi provvidero nuovamente nel 1856, dopo aver diligentemente reperito i rogiti nei quali si menzionavano canoni o risposte gravanti sugl’irnmobili di Leprignano a favore del Monastero. La commissione “provvisoria”, alla quale è legata l’ascesa del Cola, durò in carica più di tre anni, finché il 12 dicembre 1861 si insediò un nuovo Consiglio comunale e il 12 gennaio 1862 una nuova giunta, con Domenico Briglia priore e Laudi e Nicola Barbetti anziani. Approssimandosi la fine dello Stato della Chiesa, l’atmosfera politica era destinata a mutare: Serafino Cola, con lettera in data 17 settembre 1867 diretta al governatore di Castelnuovo di Porto, denuncia “disordini a suo carico”, a causa dei quali era dal giorno 15 costretto a starsene rinchiuso dentro casa, “senza potere più accedere all’officio municipale”; in particolare, la sera del 12 settembre si sarebbe tenuta “nell’orto di Francesco Marotti” una riunione complottarda, cui tra gli altri parteciparono Vincenzo Marotti, Antonio Barbetti, Domenico Barbetti e Luigi Bizzarri, che ne furono “i comprincipali promotori”, e durante la quale sarebbero state espresse intenzioni minacciosamente ostili al Cola, il quale asserisce che in altre occasioni erano stati oggetto d’intimidazioni il consigliere Natale Bizzarri e gli anziani Luca Tardetti e Luigi Moretti, “per essere amici dell’esponente”. L’attuazione delle minacce, beninteso, è rinviata “all’arrivo di Emanuele”. La documentazione cui si è fatto riferimento è contenuta nel fondo “Presidenza di Roma e di Stato di Roma.

La lite infinita tra Comunità di Leprignano e Monastero di San Paolo ebbe termine solo con la debellatio dello Stato Pontificio e l’estendersi dell’eversione dell’asse ecclesiastico al Lazio annesso al Regno d’Italia. L’ultimo episodio del plurisecolare conflitto è rappresentato dall’ennesima “Concordia”, datata 14 giugno 1873 e stipulata nel palazzo abbaziale in Leprignano tra don Giuseppe Cristofari priore economo rappresentante il Monastero e Luigi Laudi, che in qualità di sindaco di Leprignano rappresenta il Comune insieme con gli assessori Angelo Barbetti e Francesco Marotti. Come per la “Concordia” del 1617, anche qui il presupposto è rappresentato da vittorie riportate in sede giudiziaria dai Monaci, sia in una causa intentata dagli stessi per ottenere che il Comune rimborsasse le somme pagate dal Monastero per i tributi erariali e comunali gravanti i beni locati in perpetuo alla Comunità e agli uomini di Leprignano con la “Concordia” del 1617, sia in altra causa in cui il Comune e alcuni possessori di bestiame erano stati chiamati a risarcire i danni per gli abusi che il Monastero pretendeva fossero stati commessi nell’esercizio del diritto di far la legna nelle macchie di Vaccareccia, di proprietà del Monastero stesso. Tra rimborsi, risarcimenti e spese di giudizio, il Comune di Leprignano deve impegnarsi a restituire al Monastero 21556 lire e 43 centesimi, in rate annuali di 2000 lire; si obbliga altresì a rimborsare ogni anno al Monastero i tributi erariali, provinciali e comunali da pagarsi per le terre locate in perpetuo con la “Concordia” del 1617, per le quali resta comunque in prima battuta obbligato il Monastero, con automatica rivalsa sul Comune, il quale inoltre rinuncia all’esercizio del diritto di legnatico nelle zone macchiose della tenuta di Vaccareccia. Alla stipula della transazione, che preveniva un’esecuzione forzata da parte del Monastero, il Comune acconsentì con delibera consiliare del 1° settembre 1872, con la quale venne approvato l’arringo del consigliere Luigi Moretti, che propose di addivenire all’accordo con il Monastero sulla base delle condizioni specificate nel verbale della Giunta municipale del 19 giugno 1873. L’atto è conservato di Stato di Roma, nei protocolli del notaio capitolino Domenico Monti.

Con la legge 19 giugno 1873, n. 1402, e il successivo regolamento di esecuzione 11 luglio 1873 n. 1461, venne estesa alla provincia di Roma l’applicazione della normativa concernente la cosiddetta “conversione” dei beni ecclesiastici, già regolata nel Regno d’Italia con la legge 15 agosto 1867, n. 3848. Le proprietà immobiliari del monastero romano di San Paolo fuori le mura vennero incamerate dalla Giunta liquidatrice dell’asse ecclesiastico e quindi messe all’asta. I beni posseduti dal Monastero a Leprignano furono suddivisi in due lotti, il primo comprendente essenzialmente la tenuta di Santa Marta e i canoni gravanti sui terreni di dominio diretto del Monastero stesso, il secondo i terreni macchiosi della tenuta di Vaccareccia. Come risulta dall’avviso datato maggio 1877, l’asta fu fissata per il 21 dello stesso mese. I1 primo lotto fu acquistato per persona da nominare, cioè per conto terzi, dall’avvocato romano Ernesto Pratesi, che designò poi effettivi acquirenti due sacerdoti, don Antonio Giannuzzi, di Anagni, e don Francesco Del Papa, di Lecce nei Marsi. (Merita di essere notato che un parente di quest’ultimo, don Giovanni Del Papa, fu abate di San Paolo dal 1904 al 1918). Francesco e Ubaldina Pagnani, possidenti castelnovesi, si aggiudicarono il secondo lotto. Tra abbazia di San Paolo e Giunta liquidatrice dell’asse ecclesiastico sorse nel 1873 una lite, che ebbe termine nel 1885 con una transazione che attribuiva alla Basilica una parte della rendita corrispondente al patrimonio immobiliare venduto. I beni acquistati all’asta da Giannuzzi e Del Papa nel 1877 pervennero poi al possidente ravennate Argelli in virtù di atto rogato il 24 aprile 1893 dal notaio Monti. Defunto Argelli nel 1904, gli succedettero le figlie Gabriella e Amelia Ada. Quest’ultima ereditò tra l’altro i beni leprignanesi del padre e nel 1921-22 vendette la tenuta di Santa Marta alla cooperativa agricola Tocchi-Cola, che poi si sciolse nel 1931; quanto ai canoni che gravavano sui fondi a favore del direttario o nudo proprietario, e cioè dapprima a beneficio del Monastero e dopo la conversione dei beni ecclesiastici a beneficio dei suoi aventi causa, tali canoni, secondo quanto la normativa – art. 1564 del codice civile del 1865 e successiva disciplina speciale, come la legge 29 gennaio 1880 n. 5253 e il relativo regolamento approvato con d. 18 aprile 1880 – permetteva, furono via via affrancati dagli utilisti, che divenivano così pieni proprietari. Nel 1928 infine si estinse la partita catastale intestata ad Amelia Ada Argelli per l’ex-feudo di Leprignano.
Quanto alle terre in Vaccareccia acquistate all’asta da Francesco e Ubaldina Pagnani nel 1877, esse passarono poi a una famiglia di possidenti castelnovesi di origine frusinate, i Paradisi, sia in seguito ad un’asta svoltasi nel 1893 per un espropriazione immobiliare che subirono gli eredi di Francesco Pagnani e nella quale risultò aggiudicatario Ignazio Paradisi, sia per via di successione, avendo Ubaldina Pagnani sposato Vincenzo Paradisi.

Vincenzo Conti, figlio di un segretario del Comune di Capena, è l’autore di un libro edito nel 1932 a Foligno, dal titolo “Notizie storiche sull’ubicazione di Capena”, dedicato ad Alberto Renato Barbetti, “al cui entusiasmo fattivo di Combattente, di Squadrista e di Podestà, si deve la rinascita spirituale e materiale di Capena Etrusca”. Dal libro apprendiamo quali fatti portarono al cambiamento del nome nel 1933.
Nel 1930-31 gli ex-combattenti di Leprignano s’impegnarono in una campagna di scavi, a dire del Conti regolarmente autorizzati dalla Regia Sovrintendenza alle Antichità per la Provincia di Roma e diretti, sotto la supervisione della Sovrintendenza, da Luca Carratoni e da Ottavio Rossi. Gli scavi furono effettuati anche sul colle di Civitucola e fu rinvenuto, proprio sulla spianata del “Castellaccio”, materiale archeologico di estremo interesse ai fini dell’identificazione dell’antica Capena. Com’è detto in una lettera citata dal Conti, diretta al Comune di Leprignano dal Sovrintendente alle Antichità per la Provincia di Roma, vennero tra l’altro scoperti “sei cippi onorari…nei quali è cenno indubbio dell’antica Capena, che ormai può perciò ritenersi sorgesse su quell’area”. Trovò così definitiva conferma l’ipotesi che per primo avanzò l’erudito benedettino Pierluigi Galletti nella sua opera “Capena municipio de’ Romani”, pubblicata nel 1756: l’antica Capena sorgeva sul colle detto di Civitucola o del Castellaccio. Ancora pochi anni prima, nel 1927, Ettore Pais, nella sua “Storia di Roma”, definiva “intricate” le questioni sulla topografia di Capena (vol. III pag. 468, nota 4).
I risultati della campagna di scavi condotta nel 1930-31 fornirono il necessario supporto conoscitivo per il procedimento che portò nel 1933 al regio decreto di autorizzazione al mutamento del nome. Leprignano, centro abitato evolutosi in Medioevo, venne così ad assumere la denominazione che era stata propria di un altro e distinto centro abitato, il quale, dopo essersi chiamato Capena nell’antichità ed essere forse andato temporaneamente deserto in epoca tardoimperiale, venne nel Medioevo indicato di volta in volta con i toponimi “civitas Scapitinata”, “civitas Strictiniana”, “Civitella Strictiniana”, “civitas Stertiniana”, “Civitelluncula”, “Civitatucula” e infine “Civitucula”, e fu infine abbandonato nella seconda metà del XIV secolo, durante il turbolento periodo del Grande Scisma d’occidente, venendone poi diviso il territorio tra Civitella San Paolo e Leprignano.

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