TAPPE NELLA STORIA DI CAPENA (FINO AL 1933 LEPRIGNANO): DALLA FINE DEL ‘500 FINO AL 1776

Ultimo decennio del ‘500
Nella seconda metà del XVI secolo sorge tra Leprignanesi e monastero di San Paolo una controversia circa i diritti spettanti rispettivamente agli uni e all’altro sulle tre tenute di Vaccareccia, Castiglione e Scorano, già territorio di omonimi castelli andati diruti in epoca tardomedievale, le terre dei quali erano state concesse dal Monastero agli abitanti della limitrofa Leprignano. La prima delle decisioni rotali che definirono la lite fu emessa – relatore
Flaminio Piatti – nel febbraio 1591 e dal suo testo si apprende che in un primo momento venne investito della controversia quale arbitro unico Monte Valenti, morto il quale vennero eletti due arbitri, uno – Matteo Massa – per parte del Monastero – e l’altro – Lucio Sassi – per parte della Comunità di Leprignano, i quali, non avendo trovato l’accordo sulla qualificazione giuridica da dare alla condizione dei Leprignanesi in ordine alle terre concesse loro dal Monastero, deferirono la questione alla Sacra Rota. I Leprignanesi dinanzi al tribunale ecclesiastico sostennero di aver usucapito un diritto di colonia perpetua sulle terre in contestazione; in concreto, essi pretendevano di poter coltivarle anche senza il consenso del Monastero e di
non essere semplici affittuari delle stesse, ma di averne acquisito un perpetuo dominio utile, ossia usufrutto. Questa tesi venne rigettata dai giudici rotali, i quali osservarono, sulla base di una disposizione contenuta in una bolla con la quale nel 1218 Onorio III confermò beni e privilegi del monastero di San Paolo, che l’usucapione di un diritto a sfavore del Monastero conseguiva a un esercizio almeno centenario del diritto stesso da parte dell’usucapiente e che i Leprignanesi non avevano provato di aver esercitato per almeno cento anni le facoltà inerenti al diritto di colonia perpetua sulle terre di Vaccareccia, Castiglione e Scorano; i “patres” rotali
rigettarono anche un altro argomento addotto dai Leprignanesi, quello dell’immemorabile, poiché ritennero termine post quem per la concessione delle terre ai Leprignanesi da parte del Monastero, a titolo di semplice locazione, una sentenza emessa nel 1445 da Eugenio IV per dirimere contrasti insorti tra il Monastero e i Castelnovesi, nella quale si dà atto che i
Monaci dovevano affittare agli abitanti di Leprignano, che non potevano sostentarsi lavorando solo il territorio del loro castello, parte almeno delle terre su cui i Castelnovesi accampavano diritti, tra le quali i territori dei castelli diruti di Vaccareccia, Castiglione e Scorano.
La decisione del 1591, sfavorevole per i Leprignanesi, fu confermata da due successive decisioni rotali, emesse con ogni probabilità anch’esse nell’ultimo decennio del ‘500, relatori in un caso Séraphin Olivier Razali e nell’altro Girolamo Pamphilj. Copia a stampa del testo, limitato al dispositivo, di queste due sentenze è allegata alla “Concordia” del 1617,
dalla quale sono tratte le copie esposte. Con essa i Monaci vennero incontro all’aspirazione dei loro vassalli a poter disporre delle terre loro concesse in base a un titolo che non fosse precario, ma perpetuo e non liberamente revocabile.

Fine ‘500 – inizio ‘600

E’ probabilmente da datarsi a cavallo tra XVI e XVII secolo, e risale quindi al periodo della controversia tra Comunità di Leprignano e monastero di San Paolo che porterà alla “Concordia” del 1617, un memoriale che perora la causa dei Leprignanesi rivendicandone l’inconcussa fedeltà ai Monaci. Questo testo attinge in parte a una fonte che dovette essere nota anche al Degli Effetti, il quale, nella sua opera “Memorie di S. Nonnoso abbate del Soratte e de luoghi convicini, e loro Pertinenze, e libro primo De Borghi di Roma” ovvero “De’ borghi di Roma e luoghi convicini al Soratte con la vita di S. Nonnoso abbate e Tevere navigabile”, edita nel 1675, scrive che “Leprignano era composto del Castello di Viccareccia (sic), e di quattro
Colonie, chiamate hoggi Tenute di Civitucula, Fiore, la Pliniana, da cui è derivato Leprignano, com’accenna il Borghino, e i Sassoni”: la prospettazione che ne deriva non mette nel giusto risalto la distinzione – che emerge nettissima nella “Concordia” del 1617 – tra nucleo originario del territorio di Leprignano – nel memoriale e nel testo del Degli Effetti qualificato come “colonia pliniana” – e aggiunte successive, provenienti dai territori dei castelli diruti circostanti; è storicamente inattendibile, inoltre, che il castello di Leprignano sia stato, com’è affermato nel memoriale, fondato dai monaci di San Paolo “per non perdere le iurisditioni del monastero”: ciò presuppone un’origine relativamente recente, ed è probabile che quanto nel memoriale viene presentato come un atto di fondazione sia in realtà da intendersi come un attivo sforzo volto a incrementare la popolazione del “castrum”, per contrastare la pressione esercitata da un lato dagli Orsini di Fiano, dall’altro dai Colonna di Castelnuovo.
I1 memoriale, diretto probabilmente al Papa, si conclude chiedendo al destinatario che “si degni per sua Bonta e misericordia mantenere detta Comunita nelli suj antichi previleggi presi (sic) et emolumenti come li Reverendi et Padri Passati lanno mantenuta e governata dandogli animo di risistere in tutte le miserie e calamita di questa nostra fragil vita”. Interessanti, tra gli altri, sono gli accenni alle locazioni perpetue con le quali il Monastero, dietro pagamento di un censo consistente nella sesta parte dei frutti ovvero in fieno o soldi o pollastri o mosto, aveva ceduto ai Leprignanesi l’usufrutto delle terre comprese nel “Dominio”, ossia nel territorio originario del castello; alla concessione che il medesimo Monastero aveva fatta, dietro pagamento di un censo pari alla quinta parte dei frutti, dei fondi rientranti in tenute già territorio di castelli diruti contigui, come Vaccareccia o Civitucola, e poi aggregate a quello di
Leprignano; alla concessione del diritto di pascolo dietro pagamento di un canone di 130 scudi annui al Monastero; all’obbligo che ai Leprignanesi incombeva di pagare le “Angarie” (cioè i tributi) camerali per i beni ad essi concessi; alle privative (cioè al monopolio) che il Monastero si era riservato in fatto di molitura del grano e di panificazione. Queste condizioni saranno
poi in buona misura riprodotte nella “Concordia” del 1617.
I1 documento è conservato all’Archivio di Stato di Roma, nel fondo “Camerale III – Comuni”.

1617
A Roma nel palazzo di San Calisto, ceduto nel 1608 ai monaci di San Paolo da Paolo V, viene stipulata il 23 dicembre 1617 tra la Comunità di Leprignano e il monastero di San Paolo la cosiddetta “Concordia”, che regolerà i rapporti tra l’una e l’altro sin quando, con l’eversione dell’asse ecclesiastico in epoca postunitaria, non verranno meno gl’interessi patrimoniali del Monastero in Leprignano. Nella premessa dell’atto sono rievocati i contrasti intercorsi “annis praeteritis” tra i Leprignanesi e i Monaci: la causa sul diritto di colonia perpetua vantato dai primi sulle tenute di Vaccareccia, Scorano e Castiglione e le sentenze rotali che l’hanno definita, i successivi ricorsi alla Sacra Consulta da parte dei vassalli soccombenti, l’intervento mediatore del cardinal Belmosto. Da parte sua, con la “Concordia” il Monastero concede in perpetuo ai Leprignanesi il diritto di pascolo sulle tenute di Vaccareccia e Castiglione, Fontana Rotonda e Monti di Scorano, Civitucola fino al fosso di San Martino, Fioretta, Portolupo e, per i buoi aratorii soltanto, la metà del Pantano di Santa Marta; il diritto di far la legna nelle tenute di Vaccareccia e Castiglione, Civitucola fino al fosso di San Martino, Fontana Rotonda e Monti di Scorano e nella quarta parte del Pantano di Santa Marta più vicina al fiume Tevere; il diritto di semina nelle tenute di Vaccareccia e Castiglione, Civitucola fino al fosso di San Martino, Fontana Rotonda e Monti di Scorano, Pian Falceti e Fioretta, con l’onere tuttavia di ridurre a prato 24 rubbia (1 rubbio=18484,38 mq.) di quest’ultima tenuta; il diritto di semina sulle terre spettanti al Monastero nell’ambito del cosiddetto “Dominio”, cioè del nucleo territoriale originario di Leprignano; “a tutti i frutti” la tenuta di Selvotta e Santa Cristina. Si specifica poi nell’atto che tutte le tenute e terre assegnate ai Leprignanesi debbono intendersi concesse “a tutti i frutti”. Viene altresì ceduto alla Comunità il forno che è nella piazza del Castello. I Leprignanesi sono obbligati a corrispondere al Monastero la quinta parte del prodotto delle tenute loro concesse e la sesta parte per le terre rientranti nel cosiddetto “Dominio”, cioè nel territorio originario di Leprignano; a farsi per i beni concessi carico di tutti i tributi camerali, da pagarsi cioè alla Sede Apostolica, ovvero all’amministrazione centrale dello Stato Pontificio; a versare al Monastero un canone anuo di 158 scudi per la cessione del diritto di pascolo; a portare a macinare il grano e i legumi alla mola di San Paolo; a trasportare gratis sino al Tevere il grano, la biada e il vino del Monastero; a prestare servizio per le opere che si rendessero necessarie per la mola e in genere per gl’interessi del Monastero nel territorio; a purgare a proprie spese il fosso maggiore del pantano. E’ richiesto il consenso scritto dell’Abate o del Cellerario per poter prendere in sòccida bestie da forestieri e farle pascolare sulle terre concesse nella “Concordia”, così come per alienare i beni concessi con la stessa, che non possono inoltre essere ipotecati o impegnati né andar soggetti ad esecuzione forzata. Assoluto è il divieto di alienazione dei beni concessi ove l’acquirente sia una persona potente o un ente ecclesiastico. La pena della confisca dei beni può essere applicata solo a favore della Camera Abbaziale, cioè del Monastero. E’ fatto divieto di usurpare le strade pubbliche nel lavorare i terreni o nella pulitura dei fossi.
I1 Monastero si riserva la giurisdizione in campo sia spirituale che temporale, in prima, seconda e terza istanza, e viene comminata per la ribellione o per qualsiasi altra cosa venisse perpetrata dai Leprignanesi in danno della giurisdizione (oggi diremmo potere) del Monastero l’immediata decadenza dalle concessioni loro fatte con la “Concordia”. L’atto è conservato nell’Archivio di Stato di Roma, nei protocolli del notaio capitolino Michelangelo Cesi, in solido con il quale figura rogatario della “Concordia” Antonio Locatelli.

1630
La bolla “Pro commissa”, emanata il 15 agosto 1592 da Clemente VIII e composta di 31 articoli, costituì la carta fondamentale dell’amministrazione locale pontificia per due secoli e mezzo. La Congregazione del Buon Governo nacque allorché il 30 ottobre 1592 Clemente VI11 deputò tre cardinali per l’osservanza della “Pro commissa”; l’organico era destinato ad aumentare notevolmente in seguito. Le competenze della Congregazione dovevano ben presto ampliarsi in virtù di una bolla emanata da Paolo V in data 4 giugno 1605 e comprendere la revisione e l’approvazione dei bilanci comunali e l’esame di tutte le cause in cui fossero attrici o convenute le Comunità dello Stato Pontificio. Problematica, tuttavia, fu l’estensione dell’autorità della Congregazione del Buon Governo alle terre cosiddette “baronali”. Nello Stato della Chiesa si distinguevano infatti Comunità mediate subiectae, o “baronali”, e Comunità immediate subiectae. Le seconde dipendevano direttamente dalla Santa Sede, mentre le prime erano soggette a un feudatario, o “barone”, che s’interponeva tra la Comunità e lo Stato centrale. Leprignano era terra “mediatamente soggetta”, poiché sottostava all’autorità feudale del monastero di San Paolo e del suo abate; anche in Leprignano, come nelle terre “baronali” in genere, il feudatario oppose resistenza allo stabilirsi dell’autorità della Congregazione di cui si tratta, che per lui comportava necessariamente una diininuzione di potere. Vi è di questo testimonianza diretta in una supplica inviata nel 1630 da alcuni Leprignanesi al Prefetto della Congregazione del Buon Governo cardinal Francesco Barberini, nella quale si dice che “se bene da cotesta S. Congregatione vien provisto all’indennità della Communità con giustissimi, e santissimi ordini, nondimeno li Monaci, che non possono sopportare, che la detta S. Congregatione in detto luogo comandi, fanno che dalli lor Vicarij non si esequiscano le littere, che da V. S. Illustrissima sono mandate per detta Communità si come con gran scandalo e vilipendio della S. Congregatione successe giovedì 14 stante per colpa di Don Pietro Romano moderno Cellerario di S. Paolo, quale attendendo a sfogare le passioni particolari senza haver riguardo alle provisioni di cotesta S. Congregatione, et interesse della povera e distrutta Communità de facto al suo arrivo fatte serrare le porte con evidente pericolo di tumultuarsi il Popolo, quale tutto era spaventato e sottosopra al fine seza citatione, o mandato fece carcerare l’oranti, tra i quali ve n’è uno settuagenario, un de massari e gli altri parte sessagenarij e parte infermi senza sapersi la causa, se non che da Andrea Gemma altro massaro favoritissimo delli Monaci, che però non fu messo prigione, passato mezzogiorno li fu detto, che tal prigionia era solo per non haver fatto li fossi conforme al desiderio de Monaci…”; la supplica si chiude con la richiesta che l’esecuzione delle lettere della Congregazione del Buon Governo non sia affidata al governatore o vicario di Leprignano, che è nominato dall’abate di San Paolo e ne è docile strumento, ma al governatore di un paese vicino, “altrimente l’esser venuta la Communità sotto la Congregatione non le suffragarà niente”. La supplica è conservata presso l’Archivio di Stato di Roma, nella serie II – dedicata agli “atti per luoghi” – dell’archivio della Sacra Congregazione del Buon Governo.

1704
Motivo principale per cui i “baroni”, ossia i feudatari, rifiutavano di sottomettersi alla Congregazione del Buon Governo era la volontà di sottrarsi al pagamento dei pesi camerali, cioè dei tributi dovuti all’amministrazione centrale. Già la Congregazione degli Sgravi in data 13 gennaio 1607 aveva decretato che erano tenuti a pagarli anche i baroni, ma tale pronuncia, come quella successiva della Congregazione del Buon Governo in data 24 maggio 1670, restò in larga misura lettera morta, sinché una commissione istituita ad hoc da Clemente XI emise in data 19 dicembre 1702 un decreto a tenore del quale “Barones Status Ecclesiastici teneri ad
solutionem Subsidii Triennalis et aliorum Onerum Cameralium, ut caeteros cives” e Clemente XI stesso, con proprio chirografo in data 1° ottobre 1704, dichiarò espressamente che le Comunità baronali erano poste sotto la giurisdizione della Congregazione del Buon Governo al pari di quelle camerali. Un’altra commissione deputata dal medesimo papa per dare effetto al decreto del 1702 decretò che dovessero essere inviati visitatori apostolici nei luoghi baronali e fu così effettuata una serie d’ispezioni alle Comunità baronali, ossia mediate subiectae.
Leprignano fu “visitata” nel 1704 da monsignor Oronzo Lecce, il quale, nella breve relazione stesa in esito alla sua ispezione, dà atto che la Comunità di Leprignano “soleva già mandar la Tabella in Roma alla Sacra Congregazione” e le attribuisce una popolazione di circa 800 anime. Il Lecce, avendo la Comunità fatto ricorso contro il fatto che “da alcuni anni in qua, per parte del Monastero e Monaci di S. Paolo, Baroni, siasi fatto aprire in detto Territorio un altro forno, detto di Santa Marta” e poiché “ciò ridonda in molto pregiudizio della Communità sudetta”, prefigge “al sudetto Monastero, e Monaci di San Paolo, il termine di due mesi, a dedurre in Sacra Congregazione le loro ragioni”, e stabilisce inoltre che, spirato detto
termine senza che sia stata autorizzata l’apertura del forno, esso debba essere chiuso dai Monaci. La controversia sul forno di Santa Marta, come vedremo, proseguirà sino
alla “Concordia” del 1789, ottantacinque anni dopo.
Il Lecce ordina altresì che siano chiamati a contribuire per la tassa del sale anche gli ecclesiastici e che il Monastero, nelle macchie di Vaccareccia e di Civitucola concesse ai Leprignanesi con la “Concordia” del 1617 perché vi esercitassero il jus lignandi, non possa tagliare la legna per venderla, ma solo per proprio uso. Il testo dei decreti emanati da inonsignor Lecce a seguito della sua ispezione in Leprignano si conserva presso l’Archivio di Stato di Roma, nella serie IV dell’archivio della Congregazione del Buon Governo.

1763
Nel 1763 l’abate Giacomo Massi “visita” Leprignano, ossia compie un’ispezione al fine di “riconoscere, ed esaminare li pregiudizj pur troppo recati all’Azienda di cotesta Communità”; su suggerimento dell’abate visitatore, il cardinal Lante adotta 24 decreti che, destinati a “estirpare l’origine” dei “disordini della Azienda della Communità di Leprignano”, dovranno essere “da tutti li Comunisti, e specialmente dalli Priori … religiosamente osservati”. Con i decreti di cui si tratta viene tra l’altro approvato il rogito di affitto perpetuo del diritto di pascolo stipulato il 12-11-1763 durante la visita dell’abate Massi tra la Comunità ed i “Padronali di Bestiame”, i quali, proprio in vista di tale accordo, 1’11-11- 1763 si costituiscono formalmente in un’università, antenata dell’odierna Università Agraria, che si obbliga a pagare in corrispettivo della locazione perpetua dei pascoli 690 scudi annui, rappresentanti l’entrata più cospicua del bilancio comunale. Altri decreti riguardano il chirurgo condotto, il guardiano, Ie tenute comunitative, le spese per lo spurgo dei fossi e per la manutenzione di fontanili e ponti, il provento del danno dato, la reintegrazione delle somme pagate dalla Comunità al Monastero per le terre lasciate incolte dai “Particolari”, cioè da privati, il Monte Frumentario, la riscossione e l’uso del denaro pagato dai debitori della Comunità “liquidati in Visita”, il pagamento di 164 scudi annui al monastero di San Paolo da parte della Comunità, l’obbligo – che incombe ai Leprignanesi a tenore della “Concordia” del 1617 – di trasportare “nel Porto di Leprignano” grani e vini del Monastero, l’obbligo di rendiconto dell’esattore comunitativo, il divieto ai Priori di effettuare spese straordinarie oltre i 25 scudi all’uopo previsti in bilancio senza espressa licenza della Sacra Congregazione, l’obbligo di tenere mensilmente “la Congregazione detta della Tabella” con la partecipazione di due “Deputati Ecclesiastici”, del Governatore, del Segretario e di “due altri soggetti da eleggersi dal publico Conseglio” allo
scopo di verificare “se il Depositario pro tempore faccia a suo Luogo, e tempo li pagamento alla Dogana di Viterbo, ed i Depositi per l’estinzione de Debiti, e per esaminare tutto altro, che risguarda il buon Regolamento della pubblica azienda”, l’obbligo di avvisare i “Deputati Ecclesiastici” affinché assistano alla revisione dei conti dell’esattore comunale e intervengano alle sedute del Consiglio comunale nelle quali “si dovrà trattare di interessi communi anche agli Ecclesiastici”, l’obbligo di osservare “tutti li Buonifichi, e rilasci accordati alli Debitori in atto di visita”, l’obbligo di leggere i decreti emessi dal cardinal Lante nel primo consiglio comunale di ogni anno e di tenerne affissa “nella publica segretaria” una copia “in foglio aperto”. Di due decreti riportiamo per esteso il testo. Il dodicesimo stabilisce che “in occasione delle Feste si somministrino dalla Communità le sole somme, che si vedono descritte in Tabella, accordandosi, che per l’esposizione del Venerabile nel Carnevale si diano annui scudi 3 non ostante che una tal somministrazione fosse stata abolita, e facendosi lecito li Priori di spendere
somme maggiori per dette Feste con la publica Borsa, restaranno condannati a reintegrarne la Communità senza speranza di essere assoluti”; il diciottesimo che “al publico Segretario si somministri la provisione di annui scudi 40, e sia puntuale in trasmettere ogn’anno alla Sagra
Congregazione la Tabella con li suoi sindacati, nota di spese straordinarie, e stato del Monte Frumentario, avvertendosi che le Tabelle dovranno esser formate secondo l’annesso esemplare, e la scrittura dovrà regolarla giusta il foglio di Istruzione lasciato in atto di visita, ed in caso di qualunque di Lui negligenza si procederà alla rimozione senza speranza di esserne
reintegrato”. I decreti emessi dal cardinal Lante a seguito della visita dell’abate Massi sono conservati nell’Archivio di Stato di Roma, serie IV dell’archivio della Sacra Congregazione del Buon Governo.

1776
Fin dal 1761 la Sacra Congregazione del Buon Governo aveva prescritto che non dovessero essere ammesse a concorrere persone del posto per la segreteria comunale di Leprignano, ma l’ordine era rimasto lettera morta sin quando la S. C., avendo rimosso d’autorità dalla segreteria comunale l’autoctono Sante Silvi in seguito a “replicati ricorsi” proposto contro le sue “cattive procedure”, non provvide direttamente a nominare il sostituto nella persona di Girolamo Tomassetti Vannucci, che il 28 marzo 1776 si presenta nella “Segretaria Priorale” di Leprignano, esibendo la lettera d’incarico della S. C. datata 25 marzo. Il Vannucci incontrò subito l’ostilità di un gruppo di persone che mal tolleravano la presenza di un segretario non “condizionabile” e in particolare la sua scelta di redigere subito un inventario dell’archivio
comunale, dalla quale emerse che vi erano libri con carte lacerate e libri “mancanti affatto”. Secondo un memoriale prevenuto alla S. C,, il Vannucci ha “rincontrati, e giustificati tutti gl’aggravj insoffribili, che si sono fatti, e si fanno a danno di quella veramente disgraziata Communità dalli Ministri del Venerabile Monastero di San Paolo di Roma” e “ha dovuto dar fuori alcuni documenti, e notizie contra li Ministri Baronali”, che provano “li non
piccioli aggravj tanto fatti, che si fanno continuamente alla disgraziata Communità”, cosicché i Monaci inducono il governatore a “una vera persecuzione per farlo rimovere”: fin da aprile il Vannucci viene “attaccato con un ridicolo processo”, essendo il 28 di quel mese denunciato da Filippo Antonazzi per pretese falsità commesse nel registrare le offerte date quel giorno stesso all’accensione di candela per l’affitto della pizzicheria. (Con rescritto del 25 gennaio 1777, la S. C. assolverà il Vannucci dalle accuse mossegli dall’Antonazzi e ordinerà la rimozione del governatore Diamanti, il quale aveva istruito il processo contro il Vannucci senza riguardo allo status di chierico dell’inquisito). Nel giugno del 1776 – è il Vannucci stesso a rievocare il fatto – il governatore Domenico Diamanti “si avanzò in Publica Piazza a rimproverarmi, e con modi improprij ordinarmi, che gli avessi portati nelle sue stanze tutti li libri esistenti nella Segreteria, che concernono gl’interessi tra la Comunità, ed il Barone, ed avendone io fatto parola con i Priori, questi mi ordinarono, che non glieli avessi dati, perché per il passato si era trovato, che erano state lacerate da detti libri cento quaranta due carte, e rubata la pianta delle Tenute coll’istromento della quietanza tra il detto Barone, e Comunità”. Si arriverà poi sino ad attentare
alla vita del Vannucci, aggredito a bastonate la sera del 19 dicembre 1776 a via delle Scalette da un Carlo Maria Luciani che, aggiudicatario dell’affitto del forno del pan venale, aveva maturato una violenta avversione per il segretario, “colpevole” ai suoi occhi per non aver consentito ad inserire nel contratto d’affitto del forno una clausola contemplante “una privativa che il medesimo (cioè il Luciani) pretendeva volendo obbligare tutti i Possidenti a prendere il pane nel di lui Forno per gli Operarj Campestri”, pretesa “ripugnante ad un antico contrario stile, e consuetudine”. I1 Luciani fu in realtà strumento del partito filomonastico locale, come emerge dalla deposizione di Marcantonio Vespasiani, che indicò anche i mandanti.
Il 4 gennaio 1777, nell’ambito dell’indagine sul fatto, depose anche la vittima stessa, cioè il Vannucci, che di lì a poco, appresa la lezione, rinuncia al posto di segretario comunale a Leprignano, accettando un incarico di governatore in un feudo degli Aldobrandini. Verrà sostituito dall’accumolese Pietro Pasqualoni, sposato con la leprignanese Mariangela Ciancarini e uomo di sicuro affidamento per il partito filomonastico locale. Il fascicolo relativo al periodo in cui il Vannucci fu segretario comunale in Leprignano e in particolare al suo tentato omicidio è conservato nell’Archivio di Stato di Roma, nella serie II dell’archivio della Sacra
Congregazione del Buon Governo.

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