TAPPE NELLA STORIA DI CAPENA (FINO AL 1933 LEPRIGNANO): DAL 1777 AL 1812

1777

I1 territorio di Capena, nella sua configurazione attuale, risulta dell’aggregazione di parte delle terre di castelli contigui andati diruti in epoca tardomedievale al nucleo territoriale originario del castrum di Leprignano. Ciò emerge con chiarezza considerando lo “Specchio di tutti i terreni, e tenute, da quali vien composto il territorio, che ora dicesi di Leprignano”, datato 1777, che venne prodotto dal Monastero nel corso della lite che, pendente in Sacra Rota con alcuni Leprignanesi sulla validità dei catasti monastici, venne definita con sentenza nel 1779.
Le tenute non rientranti nel nucleo originario del territorio di Leprignano sono anzitutto quelle per le cui terre, ove siano seminative, i Leprignanesi sono ai sensi della “Concordia” del 1617 obbligati a corrispondere la quinta parte del prodotto al Monastero come titolare del dominio diretto o nuda proprietà: si tratta della tenuta di Vaccareccia e Castiglione, derivante dalla fusione di parte dei territori dei due omonimi castelli, della tenuta di Civitucola, parte del territorio del castello omonimo, delle tenute di Monti di Scorano, parte del territorio del castello di Scorano così come forse anche quella di Fontana Rotonda, la tenuta di Santa Cristina, già parte del territorio del castello di Vaccareccia, la tenuta della Fioretta, già parte del territorio del castello di Montefiore così come le tenute di Pantano e di
Portolupo.
Le terre rientranti nel nucleo originario del territorio di Leprignano si distinguono in terre locate in perpetuo con la “Concordia” del 1617, per le quali era dovuto al Monastero un canone pari alla sesta parte del prodotto, e terre spettanti ai Leprignanesi già antecedentemente alla “Concordia”, per le quali era dovuta una risposta determinata forfettariamente in mosto o soldi o polli o galline: tra le prime vi sono la tenuta di Rosetoli e Pantanelle, la tenuta di Monte Rose, Piani Macchioni e Monte Cento Miole (poi Montecentoviole), la tenuta delle Cese, la tenuta di Manciano e Monte Cornazzano e in parte la tenuta delle Piane e di Monte Cellarino; tra le seconde vi sono parte della tenuta delle Piane e di Monte Cellarino e 370 rubbia comprendenti le 250 dei “Ristretti di Leprignano” – espressione denominante quella parte della campagna che era prossima al centro abitato – responsivi a soldi o a mosto, e le 120 di vari terreni “priviti”, secondo il Monastero responsivi anch’essi a soldi o a mosto.
Nello “Specchio” la tenuta di Maleranca è indicata come responsiva alla sesta, ma altrove essa fa corpo unico con la tenuta di Fontana Rotonda e come questa risulta gravata da un canone in ragione della quinta parte del prodotto.
La tenuta di Pian Falceti fu acquistata dal Monastero nel 1600 in seguito a una permuta con il castelnovese Settimio Moronti.
La mancanza ovvero la perdita di mappe che indicassero con certezza i confini tra le diverse parti del territorio generò controversie, alimentate soprattutto dal sospetto dei Leprignanesi che il Monastero, il quale di propria iniziativa faceva redigere catasti, nel corso del tempo avesse modificato la categoria cui appartenevano talune terre per renderle soggette a un canone più gravoso – ad esempio, considerando responsive alla sesta terre in precedenza responsive a soldi o a mosto -, o addirittura avesse considerato gravate da canoni terre in realtà libere da qualsiasi risposta.
I1 conflitto sfociò in una lunga contesa giudiziaria, che vide nel 1779 la vittoria di quei Leprignanesi che avevano scelto di portare sino in fondo la contestazione delle pretese monastiche, senza accettare soluzioni transattive.
E’ significativo che nello “Specchio”, che è un documento di parte del Monastero, delle 1316 rubbia del territorio di Leprignano ne risultano concesse ai Leprignanesi ben 946, che si devono supporre di originaria proprietà del Monastero, mentre ben diversi erano i calcoli dei Leprignanesi, i quali sostenevano che, fatta eccezione per le 547 rubbia provenienti dai castelli diruti, comprese le macchie di Civitucola e di Vaccareccia, “il di più, che è sopra la metà, spetta al popolo di pieno e libero dominio”, ma trascuravano così di prendere in considerazione che tra le terre gravate non provenienti dai castelli diruti vi erano non solo le
terre responsive a forfait in mosto o soldi o polli o galline, ove in effetti era sostenibile un arbitrio da parte del Monastero, ma anche le terre soggette al canone della sesta, esplicitamente menzionato nella “Concordia” del 1617 per quella parte del territorio originario di Leprignano che venne concessa in locazione perpetua dal Monastero ai Leprignanesi.
La documentazione cui si è fatto riferimento è conservata presso l’Archivio di Stato di Roma, nella serie I1 dell’archivio della Sacra Congregazione del Buon Governo.

1777

Nel 1777, essendo pervenuti alla Congregazione del Buon Governo “vari ricorsi sulla cattiva amministrazione della pubblica Economia della Comunità … e sopra alcuni pretesi aggravj, a cui si supponeva soggiacere quella Popolazione”, a Leprignano giunse per una “visita”, cioè per un’ispezione, monsignor Claudio Todeschi, prelato appartenente alla detta
Congregazione. Il punto di vista del “visitatore” appare chiaro fin dalla parte introduttiva della sua relazione, laddove scrive: “Non si può lodare abbastanza l’attuale Barone, il quale … tutto si è ora applicato all’oggetto di promuovere il vantaggio dei suoi Vassalli”. Ben si comprende, perciò, come il Todeschi non riconosca fondato neppure uno dei motivi di lagnanza dei “Vassalli” contro il “Barone”, e cioè contro il monastero di San Paolo.
I1 prelato nega che la “Concordia” del 1617 tra Comunità e Monastero sia iniqua e addossi alla prima pesi sproporzionati alle concessioni fattele dal secondo; protestando i Leprignanesi contro il fatto che i Monaci annualmente riscuotono “alcune risposte a titolo di soldi, polli, galline, mosto da tutti quei beni , che non corrispondono la quinta o la sesta”,
replica che il diritto del Monastero a percepire tali canoni “è appoggiato.. .ad una osservanza che oltrepassa i due secoli, a pubblici istrumenti, e a confessioni giurate della Comunità e degli Uomini di Leprignano avanti il Notaro e i Testimonj nelle assegne date nel
1550.1660.1703 e 1746”; i Leprignanesi protestano per il forno tenuto aperto dai Monaci a Santa Marta, ma il Todeschi eccepisce che questo forno risulta esistente già verso la fine del Cinquecento, allorché, precisamente in data 8 gennaio 1588, viene affittato al ponzanese Giovanni de Dominicis, e ricorda che nel corso del Settecento una pronuncia del Segretario della Congregazione del Buon Governo, il cardinal Conti, aveva statuito che non
constava di un preteso diritto della Comunità di Leprignano d’interdire al Monastero l’apertura di un forno a Santa Marta.
Ancora, il diritto del Monastero a percepire un canone per il Macello si fonda su un rogito del 1484, con il quale il Macello veniva affittato alla Comunità dal Monastero; l’obbligo incombente ai Leprignanesi “di trasportare i generi del Monastero alla barca del Tevere” si fonda sulla “Concordia” del 1617 e comunque preesisteva ad essa, derivando “da una
immemorabile consuetudine”; la privativa del mulino a grano, cioè il monopolio che se ne riservava il Monastero, ha la sua base in una “osservanza immemorabile”, che può desumersi da affitti stipulati negli anni 1577, 1583 e 1690, mentre i cinquantatré baiocchi che devono essere pagati per ogni molitura sono giudicati dal Todeschi un prezzo “gravoso”; la “gabella dell’uscitura” trova fondamento nella “solita immemorabile osservanza”, comprovata da rogiti d’affitto del 1577, 1602 e 1641, e d’altronde non colpisce i Leprignanesi, ma solo “i Forestieri estraenti”; un rogito del 1596 prova che il provento del pubblico forno, ceduto alla Comunità con la “Concordia” del 1617, spettava al Monastero già precedentemente; la privativa del mulino a olio “nasce da un tempo immemorabile” ed è per la prima volta consacrata per iscritto in un catasto monastico risalente al settimo decennio del Seicento, né può ritenersi gravosa “la risposta di un mezzo bocale per molata” che si paga a Leprignano come negli altri feudi del Monastero; vi sono poi alcune
disposizioni contenute nella “Concordia” del 1617 che, stando al visitatore, non costituiscono aggravi, poiché in realtà “sono di vantaggio alla intera popolazione di Leprignano”, come il divieto di alienare ai forestieri e a persone potenti i beni ceduti nella predetta “Concordia”, stabilito al fine di “conservare i beni nelle famiglie”, e come l’altro divieto di “estrarre li naturali prodotti senza l’espressa licenza del Barone”, avente il fine
“d’impedire i monopolj, ed evitare le carestie”.
L’invito che il Todeschi implicitamente rivolge ai Leprignanesi nella sua relazione è quello di vivere quieti all’ombra di un benevolo paternalismo baronale, ma i “malcontenti”, come li definisce il visitatore, non lo raccoglieranno e le controversie con il feudatario proseguiranno.
La relazione del Todeschi è conservata nell’Archivio di Stato di Roma, nella serie IV dell’archivio della Congregazione del Buon Governo.

1778

I1 15 dicembre 1777, a cura del Prefetto della Congregazione degli Sgravi e Buon Governo cardinal Antonio Casali, viene pubblicato l'”Editto sopra la formazione del catasto o allibrazione universale del terratico nelle cinque Provincie dello Stato Ecclesiastico”, simultaneamente a una minuziosa
“Istruzione per formare i catastri”. La catastazione così ordinata per l’intero Stato Pontificio è destinata a realizzarsi con il sistema tradizionale delle “assegne”, consistenti in dichiarazioni giurate rese dai possessori degl’immobili, e non prevede una rappresentazione cartografica del territorio; le operazioni di redazione del catasto sono poi affidate alle cancellerie, ossia alle segreterie, di ciascuna Comunità. I1 catasto di cui si tratta viene detto “piano” dal nome – Pio VI – del Pontefice in carica quando se ne ordinò la formazione.
In non poche delle assegne del catasto rustico di Leprignano, gli assegnanti dichiarano di non voler con le proprie dichiarazioni implicitamente riconoscere la fondatezza dei pesi imposti dal Monastero sopra molti terreni, sulla base di catasti redatti a cura del Monastero stesso; il riferimento è alla lite allora pendente in Sacra Rota sulla validità dei catasti
monastici e nel 1779 definita con sentenza.
Particolarmente significativa è l’assegna di Francesco Marotti, una tra le più
“polemiche”. Francesco Marotti, avvocato, nativo di Rocca Sinibalda, fu il principale artefice della vittoria giudiziaria riportata dai Leprignanesi sul monastero di San Paolo con la sentenza rotale del 1779 che negò la validità dei catasti monastici. I1 Marotti aveva sposato un’ereditiera leprignanese, Angela Maria Controversi, che gli portò in dote numerose terre, nonché diversi immobili urbani, tra i quali un edificio sito nell’area dove alla fine de11’800, previa demolizione della precedente costruzione, sorse il “palazzo dei Raggi”. E’ significativo che il figlio di Francesco, Vincenzo, sia stato pretore del cantone di Morlupo al tempo della prima Repubblica Romana (1798- 1799); che il nipote e omonimo di Francesco sia poi stato eletto priore di Leprignano al tempo della seconda Repubblica Romana (1849); che il bisnipote di Francesco, altro Vincenzo, sia stato il primo segretario
comunale di Leprignano in epoca postunitaria. In una nota inviata nel 1876 dal parroco di Leprignano Sebastiano Felici all’abate di San Paolo, il Marotti padre e figlio (Francesco e Vincenzo) sono segnalati tra coloro che non hanno soddisfatto al precetto pasquale.
La famiglia Marotti occupa dunque un posto di rilievo nella storia dell’anticlericalismo leprignanese, dell’opposizione al monastero di San Paolo e al potere temporale pontificio.
Nell’assegna dei propri beni, che sono in buona parte i beni dotali della moglie, Francesco Marotti afferma, circa i beni responsivi al Monastero in ragione della quinta o della sesta parte del prodotto, che “smarritasi, o involata la Pianta del Territorio, dicesi comunemente, che molti Terreni si fanno in oggi rispondere, quando erano liberi” e definisce i catasti monastici “pretesi” e i canoni da essi imposti sui terreni “ingiusti, ed
arbitrarij”, precisando di non voler con la propria assegna, datata 30 giugno 1778, nella quale fa menzione di questi canoni, “irrogare alcun pregiudizio alla libertà de’ Beni, ed alle Liti pendenti”.
I1 catasto rustico piano di Leprignano è conservato all’Archivio di Stato di Roma, nel fondo degli antichi catasti comunali.

1779

I1 16 aprile 1779, a esito di una lunghissima vicenda processuale cominciata nel 1752, la Sacra Rota pronuncia, relatore il prelato fiorentino Ugolino Mannelli, una sentenza con la quale dichiara la nullità dei catasti monastici del territorio di Leprignano compilati nel 1550, 1660, 1703 e 1746. La causa era iniziata allorché il Monastero aveva agito in giudizio innanzi al governatore di Leprignano chiedendo il pagamento del laudemio per alienazioni di beni che si pretendevano enfiteutici, e cioè non di originaria piena proprietà dei Leprignanesi, ma loro concessi in utile dominio dal Monastero, che ne conservava il diretto dominio, ossia la nuda proprietà, la cui titolarità dava ai Monaci il diritto a un canone da pagarsi annualmente da parte degli utilisti e a una somma – il “laudemio” – da corrispondersi in occasione di ogni atto di alienazione del bene enfiteutico. L’enfiteuticità del bene – sicura e comprovata per le terre concesse dal Monastero con la “Concordia” del 1617, soggette a un canone annuo pari alla quinta o alla sesta parte del prodotto in natura – era tuttavia in molti altri casi affermata dal Monastero sulla sola base del fatto che il bene risultava gravato da una corrisposta in denaro o polli o galline o mosto in catasti redatti su iniziativa del Monastero stesso. Si pose così la questione della validità e del valore probatorio di questi catasti. Mentre per molti dei Leprignanesi chiamati in giudizio la causa si chiuse con una transazione stipulata nel 1760 con il Monastero, un numero relativamente esiguo di essi proseguì la causa e andò fino in fondo, con il patrocinio del curiale (=avvocato) Francesco Marotti, nativo di Rocca Sinibalda, marito della leprignanese Angela Controversi. Venne così colta una vittoria giudiziaria che è pressoché unica nella storia delle liti tra Leprignanesi e monastero di San Paolo, la quale vede regolarmente soccombenti i primi.
Nella sua articolata motivazione la sentenza si sofferma, con insistita ironia, sui molteplici e non trascurabili “difetti” da cui sono affetti quelli cui nega il nome e la dignità di catasti, ma che qualifica bensì “privati viziosissimi codici”.
I1 catasto del 1550 fu compilato senza tenere in alcun conto le norme da osservarsi nel ricevere le assegne, le quali vi si riducono a “capricciose, e semplici annotazioni”, scritte “senza alcun segno, o sottoscrizione del Notaro … senza alcuna indicazione di Testimonj, e di documenti, per di cui mezzo fossero giustificate, ma ancora il più delle volte senza la data del giorno, e dell’anno, sotto la quale piacque descriverle”; inoltre, forti sospetti destavano quegli spazi bianchi che “lasciavano libera la facoltà di aggiungervi in ogni intervallo ciò che più fosse piaciuto” e, mentre un notaio al principio del catasto in questione “attestava aver egli scritto ogni cosa”, leggendo il catasto “si rendeva chiarissimo che dalla pagina 188 al fine, cioè fino alla pagina 240 fu scritto per mano di un diverso notaio, e non solo dell’anno 1550 ma benanche nei remotissimi anni 1586 e 1587”. I1 catasto del 1660 giustamente si riteneva falso rispetto a tutti quegli atti che vi figuravano redatti tra il 27 maggio 1660 e il 5 marzo 1662, poiché “in questo istesso giorno 5 Marzo 1662 la intera Comunità di Leprignano adunata a publico Consiglio …p rese la risoluzione di eleggere i deputati” che assistessero alla compilazione del catasto “e serbassero intatti, nel loro buon’essere i diritti di tutti i possidenti, e dell’istessa Comunità” e quindi è inverosimile che, se realmente avessero assegnati i loro beni nel 1660, “l’intera Comunità, ed i possidenti suddetti … nell’anno poi 1662 si fossero riguardo al Catastro comportati in guisa comecché non fosse ancor principiato”; inoltre, era inverosimile che avessero proceduto “i Ministri del
Monastero alla promulgazione solenne del Catastro in quei giorni, in cui ancora mancava quella rispettabile quantità di beni, che dal detto Catastro apprendevasi data in assegna negli anni posteriori 1664, 1665”. Il catasto del 1703 fu redatto per opera di un notaio “che in conseguenza di delitti commessi nel proprio Officio fu pria carcerato, e quindi sospeso” e,
tra le numerose anomalie che lo contraddistinguono, vi è anche quella per cui due delle assegne “volevansi espressamente ricevute a nome di due donne già morte”, destando perciò meraviglia che “tale fosse la smodata brama ed avidità d’aggrandire il Catastro, che i Trapassati ancora meritassero essere annoverati fra i Possessori assegnanti”. I1 catasto del 1746 fu compilato “con tale assurdo sistema, che presentatisi i Possidenti nella Cancelleria Baronale a denunciare i loro beni, il Notaio leggeva ad essi una piccola Nota già in prima preparata, e terminata la lettura, licenziavali, senza dar loro veruna notizia dei pesi, che ai loro fondi accresceva, senza il giuramento degli assegnanti, ed omesso tuttociò, che
nel caso si doveva osservare”, senza contare, poi, che non esiste “umana possa che valesse a formare nel breve giro di pochi giorni un sì mostruoso Catastro, di due grandi Volumi composto, e che comprendeva duemila cento ventidue assegne”.
Tutti i catasti monastici esaminati si rivelano dunque privi “di quelle solennità, che si richiedono alla legittima loro compilazione” e sono tra l’altro sospetti anche “per il loro occultamento e secreta Custodia nel privato Archivio del Monastero”.
Ammonitrice contro la mai doma prepotenza del potere è la conclusione della sentenza, laddove, nel trentesimo paragrafo, l’argomento dell’incontestata osservanza dei catasti, peraltro smentita dai fatti, è rigettato pei- essere quest’osservanza comunque del tutto irrilevante, dovendo presumersi che essa proceda “ex obsequio, atque etiam ex timore,
quo saepe Vassalli detinentur, ne adversus praepotentes Barones insurgant” . Copia del testo della sentenza è conservata presso l’Archivio di Stato di Roma, nel fondo del Tribunale della Sacra Rota.

1789

I1 13 febbraio 1789 Francesco Antonio Valenti, come sostituto del notaio Giovanni Vittorio Ilari, roga, in solido con il notaio Cicconi della curia del Cardinal Vicario, la seconda “Concordia” tra Comunità di Leprignano e monastero di San Paolo dopo quella del 1617. Questa nuova articolata transazione è destinata a spegnere i numerosi fomiti di controversia che nel corso del ‘700 si erano accesi tra Comunità e Monastero.
Tra i punti sui quali viene stabilito un accordo vi sono: il canone che la Comunità deve al Monastero per la metà che della tenuta di Pantano era stata concessa con la “Concordia” del 1617 e ridotta a coltura in seguito ad un accordo intercorso nel 1718 con il Monastero; lo scioglimento del condominio tra Comunità e Monastero sulle macchie di Vaccareccia e di
Civitucola, con assegnazione di una delle due in piena proprietà alla Comunità e dell’altra in piena proprietà al Monastero; il risarcimento dei danni preteso dalla Comunità per essersi il Monastero e i suoi affittuari serviti della legna delle macchie di Vaccareccia anche per uso del grocoio e del forno di Santa Marta, in ispregio del divieto posto dalla “Concordia” del
1617; l’essere la tenuta di Santa Marta compresa nel territorio di Leprignano, fatto rilevante al fine di poter addossare taluni carichi tributari anche al Monastero, pieno proprietario della tenuta in questione, il quale voleva che fosse considerata esterna al territorio di Leprignano; il canone dovuto dalla Comunità al Monastero per la cessione del diritto di pascolo
alllUniversità dei Bovattieri; l’entità della prestazione in natura dovuta da chi va a macinare al mulino del Monastero; la sostituzione della corvèe del trasporto di grani e vini del Monastero al “Porto” sul Tevere, imposta dalla “Concordia” del 1617 ai Leprignanesi, con una prestazione in denaro; l’abolizione della gabella dell’uscitura, pagando in cambio la Comunità al Monastero una somma pari alla metà della media del prezzo al quale era stata affittata in passato; la proibizione per il forno di Santa Marta di “vendere il Pane in pregiudizio del forno pubblico di Leprignano”; l’obbligo di corrispondere al Monastero un canone per i terreni prativi della tenuta della Fioretta anche quando non vi viene raccolto il fieno, così come per quelli atti alla coltura anche se non vi è stato raccolto; la detrazione del
“cavallatico” dall’imposta in natura della quinta o della sesta dovuta al Monastero sulle terre concesse con la “Concordia” del 1617; l’obbligo del Monastero di pagare i tributi camerali e privilegiati per i beni non concessi ai Leprignanesi con la “Concordia” del 1617; l’obbligo di pagare la risposta della sesta (parte del prodotto in natura) o di una data quantità di mosto
per quei terreni per i quali tale canone era stato dichiarato nelle “assegne” catastali date dai Leprignanesi, salva da un lato la possibilità dei possessori di terre dichiarate così gravate di dimostrarne la libertà e cioè l’esenzione dal canone e dall’altro la possibilità del Monastero di dimostrare la sussistenza dello stesso anche per terre per le quali non era stato dichiarato nelle assegne; l’obbligo per i Leprignanesi di pagare i canoni in denaro o polli o galline solo per quei terreni per i quali risultassero “da pubblici istromenti”, mentre per gli altri si sancisce per la Comunità l’obbligo di pagare ogni anno la terza parte del valore del complesso dei canoni pagati in passato, con possibilità per la Comunità stessa di rivalersi sui
“particolari” (=privati) debitori del canone; la previsione che dei tre priori due siano nominati ad anni alterni dalla Comunità e dall’abate di San Paolo e il terzo sia nominato dalla Comunità quando gli altri due sono nominati dall’Abate e dall’Abate quando gli altri due sono nominati dalla Comunità, mentre in passato erano tutti nominati dall’Abate.
Con suo rescritto in data 3 agosto 1786 il Pontefice aveva stabilito che coloro dai quali la Comunità doveva essere rappresentata per la stipulazione della “Concordia” dovessero essere scelti non dal locale Consiglio, ma dal Prefetto della Sacra Congregazione del Buon Governo, che il 5 agosto 1786 designò come rappresentanti della Comunità il sacerdote don Domenico Antonio Sacripanti e il curiale (=avvocato) Luigi Bizzarri; il rescritto papale
stabiliva altresì che Ascenzio Pagliuca, che in sede di Consiglio si era opposto alla stipulazione della “Concordia”, dovesse essere esiliato per un periodo di tempo da decidersi ad arbitrio del Prefetto della Sacra Congregazione del Buon Governo. La transazione del 1789, tuttavia, non sopì del tutto i contrasti tra Comunità e Monastero e pose anzi le basi perché ne sorgessero di nuovi, che furono poi oggetto della successiva “Concordia” del 1855. L’atto, stipulato a Roma nel palazzo del Collegio Germanico Ungarico, si conserva presso l’Archivio di Stato di Roma, presso il fondo dei Notai delllAuditor Camerae.

1811-1812

Con decreto, che Napoleone emanò il 17 maggio 1809 dal campo imperiale di Vienna, vennero riuniti all’Impero Francese territori già facenti parte dello Stato della Chiesa, e con essi anche Leprignano; Roma fu proclamata città imperiale e libera. Il detto decreto istituiva una “Consulta Straordinaria” affinché a partire dal 1 O giugno 1809 prendesse possesso delle terre annesse e si occupasse della loro organizzazione amministrativa, che fu articolata in dipartimenti – i quali furono due: del Tevere e del Trasimeno, approssimativamente corrispondenti a Lazio e Umbria -, prefetture e sottoprefetture, mentre a capo di ciascun comune vi era un “maire” (sindaco), nominato dal Prefetto. Fu introdotta anche la legislazione d’Oltralpe, e con essa la normativa concernente lo stato civile, che è un portato della Rivoluzione francese, allorché per la prima volta si attribuì a ufficiali laici il compito di formare documenti prima riservati esclusivamente alle autorità religiose, come gli atti di nascita (ecclesiasticamente atti di battesimo), di matrimonio (da cui l’introduzione del matrimonio civile accanto a quello canonico) e di morte: con l’art. 7 della Costituzione del 1791, infatti, si dichiarava che il potere legislativo avrebbe provveduto a stabilire per tutti i cittadini indistintamente le modalità di accertamento di nascite, morti e matrimoni e
a designare gli ufficiali pubblici competenti a ricevere e a conservare i relativi atti; quindi, con legge datata 29 settembre 1792, fu affidato l’incarico di redigere gli atti di stato civile alla municipalità e con legge 28 piovoso anno VIII (17 febbraio 1800) le funzioni di ufficiale dello stato civile furono attribuite ai capi delle amministrazioni comunali e agli
aggiunti municipali. Con editto emanato in data 13 maggio 1814 dal delegato pontificio Agostino Rivarola veniva abolito in toto per il Lazio e per 1’Umbria il sistema legislativo e amministrativo napoleonico; in particolare, l’art. 3 dell’editto sanciva la soppressione dello Stato Civile, che sarebbe stato introdotto di nuovo solo dopo l’annessione al Regno d’Italia, nel quale la materia era disciplinata con r. d. 15 novembre 1865, n. 2602. A Leprignano fu nominato “maire” Luigi Bizzarri, che troviamo altresì ufficiale dello stato civile negli atti di nascita, morte e matrimonio che furono redatti a Leprignano nel periodo della dominazione napoleonica e che si sono conservati per il biennio 1811-1812. Luigi Bizzarri, nato a Roma
dal leprignanese Calisto, che nell’Urbe esercitava la professione notarile, era stato uno dei due rappresentanti della Comunità di Leprignano nella “Concordia” stipulata nel 1789 con il monastero di San Paolo e altresì “cittadino edile” al tempo della prima Repubblica Romana (1798); egli fu elemento di spicco del partito antimonastico a Leprignano, mentre dalla
parte opposta era schierato il suo cugino carnale Nicola Bizzarri, cognato e sodale di don Picconi, il più “intraprendente” ecclesiastico leprignanese negli ultimi tre decenni del Settecento. Non è senza significato che un omonimo del “maire” partecipasse, com’è testimoniato da un’attendibile tradizione orale, alla battaglia di Mentana nel 1867 e fosse – come vedremo ancora in seguito – segnalato in quello stesso anno tra i “sediziosi” che a Leprignano anelavano all’”arrivo di Emanuele”, cioè alla fine del potere temporale pontificio e all’annessione di quanto rimaneva dello Stato della Chiesa al Regno d’Italia, retto dalla monarchia sabauda.
Gli atti di stato civile redatti a Leprignano nel 1811-1812 sono conservati presso l’Archivio di Stato di Roma, nel fondo dello stato civile francese.

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