CRIMINI A LEPRIGNANO

Un omicidio a Leprignano

Parte I – L’omicidio e l’istruttoria

Il 7 maggio 1854 “il Signor Priore Comunale di Leprignano” Luigi Laudi porta a conoscenza del Governo di Castelnuovo di Porto che “Serafino Bernardoni del fu Francesco di questo luogo è passato agli eterni riposi per alcune ferite riportate circa le ore tre italiane della perduta serata” e che “vi sono altri due feriti”. Il Governatore di Castelnuovo di Porto ordina che “senza indugio un ministro di cancelleria acceda in Leprignano per assumere le giudiziali incolpazioni dei due feriti”. I due feriti, dei quali faceva cenno il Priore Luigi Laudi nel suo dispaccio al Governo di Castelnuovo di Porto, sono Francesco Alei e Luigi Alei, “i quali ambedue trovansi in letto nelle rispettive loro abitazioni”, alle quali il funzionario inviato in Leprignano viene accompagnato dal balivo comunale Pietro Pagliuca.
Francesco Alei del fu Marco, di 29 anni circa, libero di stato, nato e domiciliato a Leprignano, abitante in località la Cesata, depone quanto segue: “Sono possidente e faccio il bifolco…ieri sera credo verso la mezza ora di notte (da intendersi come “mezz’ora dopo il tramonto”) i miei compaesani Serafino Bernardoni e Paolo Graziosi, quest’ultimo anche mio parente cioè cugino dal lato materno, collocarono momentaneamente diciannove bestie vaccine, delle quali undici erano mie, quattro del Bernardoni e le altre quattro del Graziosi, entro un terreno ristretto ma assai piccolo, sito a poca distanza da questo paese, denominato Magnalonto, spettante in proprietà a Luigi Alei anche esso mio parente alla lontana, ed ivi le lasciarono per farle riposare un poco, dacché nessun danno potevano cagionare non trovandosi nel medesimo ristretto erba di sorta, e con animo di andarle poi a riprendere e condurle al solito pascolo, durante la notte, nel quarto comunale in vocabolo le Cese. Difatti verso le ore due e mezza di notte, dopo avere noi cenato un poco a casa nostra, ci riunimmo insieme io, Paolo Graziosi, e Serafino Bernardoni, e ci dirigemmo verso il menzionato ristretto per ricondurre al pascolo le suddette nostre bestie, ma strada facendo, e precisamente presso una grotte che sta sulla strada pubblica dirimpetto al cosidetto «muro di Bombelli» (siamo nell’odierna via Eugenio Curiel, nei pressi della confluenza in via Morlupo), le incontrammo che venivano ricondotte alla depositeria dal menzionato Luigi Alei e dal suo parente Lucantonio Barbetti, questo pure mio parente alla lontana, che noi potemmo riconoscere con tutta facilità collo splendore della luna, come pure riconoscemmo le nostre bestie. Essi ci dissero che le avevano trovate a danneggiare nel ristretto Magnalonto, e che perciò volevano portarle carcerate6. In realtà le bestie non potevano aver fatto danno, perché, come ho detto, non vi è erba in quel ristretto. Io, come parente di ambedue, mi avvicinai loro, sperando che ci avessero riconsegnate le bestie previo impegno che loro esibii in un fazzoletto, ma essi, ricusandolo, proseguirono il viaggio colle bestie verso Leprignano, ed io, Paolo Graziosi e Serafino Bernardoni continuammo pure il nostro cammino con animo di andare a prendere un cavallo per poi consegnarlo al depositario in luogo delle bestie vaccine che bramavamo di recuperare, e fin qui le cose passarono pacificamente. Ci eravamo, però, allontanati di pochi passi allorché mi avvidi che il Barbetti, tornando indietro, corse addosso a Serafino Bernardoni che mi precedeva di poco, ed estraendo dalla saccoccia del petto della propria giacchetta un qualche oggetto che allora non potei distinguere, vibrò un colpo o due al ridetto Bernardoni. Domandai io allora a Lucantonio per qual motivo menava a Bernardoni, ed egli in risposta venne addosso anche a me, e con un coltello che in quel mentre gli vidi in mano vibrò varii colpi anche a me, cagionandomi due ferite. Cercai di sottrarmi colla fuga da nuove offese, ma Lucantonio inseguendomi mi raggiunse, e vibrandomi un altro colpo col coltello mi cagionò una terza ferita. Si fece quindi lo stesso Lucantonio addosso al terzo mio compagno Paolo Graziosi per offendere anche lui col coltello, ma non gli riuscì di ferirlo dacché il Graziosi fu sollecito ad afferrargli la mano armata e a stringerlo fra le sue braccia, ed allora intesi che Lucantonio disse al suo compagno Luigi Alei che se egli non menava due passonate a Paolo, lo avrebbe poi ammazzato, per cui vidi che Luigi Alei, quasi obbligato da quelle minacce, con un passone di legno che portava percosse Paolo Graziosi; e poi non osservai altro dacché sentendomi ferito mi affrettai a venirmene qui a casa mia, e strada facendo raggiunsi Serafino Bernardoni, che già se n’era fuggito via dirigendosi verso casa sua, il quale mi disse che dubitava di poterci arrivare perché sentivasi gravemente ferito, e difatti ho inteso che poche ore dopo ha cessato di vivere. Mi feci quindi visitare dal nostro medico delle tre ferite che avevo riportate…”
“…Nessuno, all’infuori di noi cinque, si trovò presente a quel fatto, e nessuno a quell’ora tarda si incontrò a passare per la pubblica strada, ma appena io mi ricoverai qui a casa, a stento, raccontai tutto l’accaduto alle mie vicine Rosa Visca, Margherita Degli Effetti, e Giovanna Camponeschi che per le prime qui accorsero ai miei lamenti. Intendo pertanto di esporre formale querela contro il mio offensore Lucantonio Barbetti e faccio istanza che sia punito con tutto vigore ed io rifatto del danno che soffro. Siccome poi il piccolo ristretto Magnalonto è di proprietà soltanto di Luigi Alei non so comprendere come prendesse parte e la maggiore nel fatto suddetto il Barbetti, ed anzi mi fece meraviglia di trovarli ieri sera accompagnati mentre conosco che passa fra loro due poca armonia, ma posso supporre che vi si immischiasse attesa una qualche parentela che passa fra loro mentre Lucantonio ha per moglie una sorella uterina di Luigi Alei…Siamo stati sempre in perfetta pace…(Il coltello) era di lama bene aguzza e lunga sei buone dita traverse; doveva essere fermo al manico dacché appena lo cavò dalla saccoccia incominciò a menarvi dei colpi al Bernardoni, né si intese rumore, né di molla, né di scrocchi…”
Di questa deposizione un aspetto si raccomanda, a comprovarne la veridicità: lo stupore apertamente manifestato per l’apparente mancanza di un movente per l’aggressione omicida. Va poi notato che, secondo il resoconto del ferito, all’aggressione aveva partecipato anche Luigi Alei, benché non spontaneamente e solo in seguito alle minacce rivoltegli dal Barbetti; anche Luigi Alei, dunque, era stato coinvolto nel delitto.
Terminata la deposizione di Francesco Alei, il “ministro di cancelleria” si reca subito nell’abitazione del trentunenne Luigi Alei del fu Tommaso, coniugato con due figli, nato e domiciliato a Leprignano, campagnolo possidente, il quale fornisce la seguente versione dei fatti: “Me ne stava io ieri sera qui a casa mia quando verso un’ora e mezza circa di notte venne a chiamarmi Lucantonio Barbetti, marito di una mia sorella uterina, e mi disse che su nel mio vignale, denominato Magnalonto, che è un terreno ristretto con olivi ed erba da falce…vi erano delle bestie vaccine a far danno. Al sentir ciò io uscii da casa, e invitando Lucantonio a venire in mia compagnia, ci recammo ambedue nel menzionato ristretto, e trovai che, essendo stata sfasciata porzione della fratta, vi erano state introdotte a far danno sedici o diciassette bestie vaccine, che subito, mediante la luce della luna, riconobbi di proprietà in parte di Francesco Alei mio fratello cugino, in parte di Serafino Bernardoni e in parte di Paolo Graziosi…”
“…Strada facendo poco lontano dalle mura del paese, e precisamente avanti la grotte denominata di Tardetti, vicino al cosiddetto muro di Bombelli, incontrammo che venivano verso di noi i tre proprietari delle bestie, ciascuno dei quali portava sulle spalle la sterratora ossia cerrata, che è un bastone ad uso di bifolchi avente all’estremità un ferro. Io dissi a Serafino Bernardoni – Sempre tu porti le bestie nel mio vignale – ed egli mi rispose – Come ho da fare? Ci siamo incontrati quassù stasera – proseguiva io a toccare le bestie verso la depositeria, quando mi avvidi che quei tre andarono addosso a Lucantonio, e cominciarono ad appallottarsi tutti e quattro insieme; ma io non mi fermai affatto, supponendo ancora che, essendo loro parenti, nulla sarebbe fra loro accaduto di sinistro, anzi cercai di affrettare il passo appresso alle bestie, e siccome nel correre mi cadde dalle spalle la cappottella, dissi a Lucantonio che me l’avesse ripresa e portata, ed egli mi rispose di sì. Giunto alla depositeria aspettai un poco il depositario Francesco Antonazzi, e consegnate che gli ebbi le bestie catturate me ne andai su al casale di Lucantonio per vedere se vi fosse tornato…Quando fui poco sotto la chiesa intitolata di Sant’Antonio, nella pubblica strada denominata la Conca, mi imbattei col suindicato Paolo Graziosi e con Carlo Alei fratello carnale del nominato Francesco Alei: Paolo portava un passone di legno, e Carlo un’accetta…” Luigi Alei, perciò, nella notte stessa del delitto viene aggredito e percosso da Carlo Alei e Paolo Graziosi, riuscendo poi tuttavia a rifugiarsi nella vicina casa di Antonio Tardetti.
Si noterà l’inverosimiglianza della deposizione di Luigi Alei laddove egli dice di essersi rivolto al Barbetti – già impegnato in una colluttazione con tre persone – pregandolo di riportargli la cappottella, “ed egli mi rispose di sì”.
Viene quindi riportata anche la diagnosi che, dopo aver visitato Serafino Bernardoni, aveva emesso Domenico Bastianini, medico condotto interino in Leprignano: egli dichiara di aver alle ore tre di notte visitato e medicato Serafino Bernardoni per due ferite, delle quali una situata nella parte posteriore del tronco a destra tre dita trasverse distante dalla colonna vertebrale al di sopra della regione lombare negli spazi intercostali, estesa quattro quinti di pollice, di figura lineare, diretta un poco dal basso all’alto, penetrante in cavità con lesione del sottoposto fegato; l’altra, invece, situata nella regione addominale destra, di figura lineare, circa tre dita trasverse al di sopra dell’arcata crurale, quattro dita distante dalla linea alba, della stessa dimensione della prima e anch’essa penetrante in cavità con esito dell’intestino digiuno e di porzione di omento. Il Bastianini aveva giudicato le ferite di grave entità e con pericolo di vita. L’8 maggio viene compiuta l’autopsia sul cadavere di Serafino Bernardoni, alla presenza di Giuseppe Antonini governatore supplente di Castelnuovo di Porto, di Giuseppe Suarez, chirurgo condotto in Castelnuovo di Porto, e del medico condotto di Leprignano Domenico Bastianini. Il cadavere del Bernardoni viene trasportato dalla casa di abitazione della sua famiglia in contrada le Scalette n. 10 in un luogo appartato e aperto, precisamente in un prato in località Palombara, ove si svolge l’esame autoptico, su “un cadavere di sesso maschile, dell’apparente età di anni 35 (in realtà aveva ventisei anni), di statura giusta, corporatura media, capelli lunghi neri, fronte spaziosa, ciglia bionde, occhi chiusi, naso regolare, bocca media”, che Domenico Bizzarri e Luigi Socci riconoscono come Serafino Bernardoni; a esito del quale i periti affermano concordemente che causa unica ed esclusiva della morte è stata la ferita nel lobo destro del fegato, che, apertasi a seguito di coltellata entrata dalla regione dorsale destra, ha causato una considerevole fuoriuscita di sangue ed era per se stessa assolutamente mortale, mentre la lacerazione riscontrata nell’omento non sarebbe stata per sé sola sufficiente a cagionare la morte.
Un mese dopo, 1’8 giugno, viene esaminato Giovanni Bernardoni del fu Francesco, di anni 39, campagnolo possidente, con il quale l’ucciso conviveva. Egli depone che alle ore due di notte della sera di sabato 6 maggio, il fratello venne chiamato da Francesco Alei e da Paolo Graziosi: dovevano andare a riprendere le bestie vaccine che tenevano in località Monte Scorano; quindi – prosegue il Bernardoni – “poco tempo dopo stavo io per andarmene a letto quando sentii chiamarmi alla porta di casa da mio fratello Serafino, il quale a voce molto fioca, appena gli ebbi aperta la porta, mi disse – Fratello aiutami, chiamami un prete – Chiamami mia sorella che io moro -; io non potendo immaginare cosa fosse successo supposi che gli fosse sopraggiunta qualche malattia, per cui, onde compiacere il desiderio di mio fratello, andai a chiamare la nostra sorella, nel mentre taluno dei miei vicini andò a chiamare il prete e il medico, lasciando lo stesso mio fratello in custodia a mia moglie, e tornato che fui a casa abbracciai lo stesso mio fratello e lo portai a letto, e nello spogliarlo conobbi che era ferito e tutto insanguinato nella schiena e nella pancia. Gli domandai allora chi lo avesse ferito in quel modo, mi rispose che era stato Lucantonio Barbetti, e lo stesso ripeté poco dopo a Francesco Antonazzi…Non poté mio fratello raccontare come fosse avvenuto il fatto né perché fosse stato ferito da Lucantonio Barbetti dacché era già mezzo morto, e non poteva parlare che a gran stento…in tale incontro il Barbetti aveva aggredito alle spalle con un coltello mio fratello e Francesco Alei, e li aveva ambedue feriti…”. Il fratello dell’ucciso aggiunge che “nel dicembre del 1853 quattro bestie vaccine scapparono da loro stesse da un nostro ristretto, come verificò la mattina dopo il nostro buttaro Emidio…e andarono a far danno nella biada di Lucantonio, che suppose vi fossero state portate a bella posta, del che io lo dissuasi e lo ricompensai del danno col far pascere le sue capre nei miei ristretti”. Serafino Bernardoni, secondo quanto riferisce ancora il fratello, aveva cessato di vivere verso le ore otto del 7 maggio 1854.
Giovanni Bernardoni precisa altresì che l’erba del “terreno o vignale denominato Magnalonto” gli era stata ceduta dal proprietario Luigi Alei “in compenso di avergli io tenute a pascolo nell’inverno scorso alcune sue bestie vaccine in un terreno che tengo in affitto, come ne sono bene informati Angelo Cecaloni e Gioacchino Polidori…e perciò niun diritto avevano Luigi Alei e molto meno Barbetti di catturare dette bestie”, e cioè quelle che Serafino Bernardoni e Paolo Graziosi avevano lasciato nel terreno di Luigi Alei in località Magnalonto. Deve notarsi che la testimonianza del Bernardoni contrasta su un punto con quella di Francesco Alei: quest’ultimo, infatti, aveva asserito che le bestie vaccine nel vignale di Luigi Alei “nessun danno potevano cagionare non trovandosi nel medesimo ristretto erba di sorta”. Il 28 settembre Angelo di Pacifico Cicaloni, trentenne, nato in Monteleone di Fermo e domiciliato in Leprignano, depone quanto segue: “Un giorno del mese di febbraio Luigi Alei mi disse che teneva un bove ammalato nel ristretto di Serafino e Giovanni fratelli Bernardoni in vocabolo la Palazzina, e dopo qualche altro giorno il sudetto Alei mi disse che nel medesimo ristretto dei Bernardoni vi teneva ancora a pascere una vacca con un vitello”. Il giorno successivo, il quarantenne Gioacchino del fu Giovanni Battista Polidori, di Leprignano, conferma che “nel mese di gennaio o febbraio Luigi Alei teneva un suo bove malato nel ristretto dei Bernardoni in vocabolo la Palazzina”. Per parte sua, Luigi Alei, sentito nuovamente il 25 ottobre, smentirà quanto asserito da Giovanni Bernardoni sulla cessione dell’erba del terreno di Magnalonto: “Io non ho mai detto al Bernardoni che avesse portato i suoi bovi al ristretto Magnalonto; ed in compenso di avermi il suddetto fatto pascolare nell’inverno passato una vacca con una vitella nel ristretto la Palazzina, gli ho dato quattro some di fieno”; circa la notte del delitto, precisa ancora che “consegnate le bestie al pubblico depositario Francesco Antonazzi, tornai indietro a riprendere la mia cappottina, e quando fui in cima la via della Conca avendo trovato tal Tirinfo marchegiano, mandai questi a prendermi la cappottella, ma tornato poco dopo mi disse di non averla potuta trovare. Pensai allora di tornare in paese, e quando fui in giù per la via della Conca trovai il già nominato Paolo Graziosi…”, e prosegue narrando l’aggressione subita da parte del Graziosi e di Carlo Alei. Il 19 ottobre, tuttavia, Tommaso del fu Francesco Betti, vetturale, di 38 anni, aveva deposto essergli stato detto da Luigi Alei che “in compenso di tal favore che il Bernardoni gli faceva di fargli pascolare una vacca nel suo terreno, aveva detto al di lui fratello Serafino che avesse portato a pascere i loro bovi nel suo ristretto vocabolo Magnalonto”; il Betti aveva altresì affermato che “circa due giorni prima dell’omicidio del Bernardoni, precisamente appena tornato da Roma, avendo veduto sulla pubblica piazza di Leprignano Lucantonio suddetto mi disse che una quantità di bovi di più persone fra le quali nominò me, i fratello Giovanni e Serafino Bernardoni, Francesco Alei, Paolo Graziosi, e Domenico Benigni, gli avevano recato danno in detto suo ristretto, e perciò se non lo pagavo avrebbe proceduto agli atti giudiziari. Io gli risposi che non ne sapevo niente, ma appena avrei inteso il mio buttero, e fratello, se realmente i miei bovi avevano fatto danno, lo avrei pagato subito. Il medesimo non volle però aspettare , e si portò in questo Governo (cioè a Castelnuovo di Porto) per esporre accusa di danno dato, e la sera di detto giorno, avendomi chiamato Francesco Cherubini, mi disse che in Castelnuovo si era incontrato col Barbetti, il quale voleva esporre la detta accusa contro di me, e di vari altri, e che gli era riuscito di non farla più dare, ma però lo stesso Lucantonio Barbetti aveva detto che si sarebbe fatta la giustizia da sé, per cui mi soggiunse che non avessi la notte mandato in campagna il mio fratello Carlo, affinché non avesse dal Barbetti ricevuto qualche affronto”.
Il 31 luglio 1854 sono esaminati Francesco del fu Giovanni Antonazzi, di anni 40, il quale depone che nella notte del delitto Francesco Alei, ricoveratosi ferito nella propria casa, gli aveva detto di “essere stato ferito da Lucantonio Barbetti con un coltello in vicinanza del muro Bombelli sulla pubblica via” e che nella stessa notte “nella via della Conca (l’odierna via IV Novembre) era nata altra lite fra Carlo Alei, Paolo Graziosi e Luigi Alei”; quindi Clementina, ventottenne figlia di Antonio Tardetti e moglie di Giovanni Sinibaldi, ostetrice, dichiara di aver osservato verso le ore tre della notte fatale “Paolo Graziosi con un bastone nelle mani” che “correva appresso a Luigi Alei intorno ad una barrozza. Alla distanza di circa trenta passi vi era Carlo Alei, il quale gridava – di tre fratelli siamo rimasti a due, mi hanno ammazzato quel fratello, e tu Giggi mi hai da dire chi è stato -…Fermammo il Graziosi, che teneva nelle mani il bastone non molto grosso, come fu veduto perché luceva la luna…”: l’episodio cui ha assistito la Tardetti è successivo all’aggressione in cui erano rimasti feriti Serafino Bernardoni e Francesco Alei ed è quello in cui Luigi Alei viene a sua volta aggredito e percosso da Paolo Graziosi, compagno dei due feriti, e da Carlo Alei, fratello di Francesco. Nello stesso giorno viene sentito anche il padre di Clementina, Antonio del fu Giuseppe Tardetti, di anni cinquantotto, possidente campagnolo, il quale dichiara che “circa le ore tre della notte” aveva “inteso delle grida in via della Conca, precisamente sotto la mia abitazione” e che “nella mattina successiva alla notte del delitto, intesi che il nominato Serafino Bernardoni, per le riportate ferite, cessò di vivere”.
L’inchiesta procede piuttosto a rilento. Solo il 23 agosto 1854 sono esaminate le tre donne alle quali Francesco Alei, sentito il giorno dopo il delitto, aveva detto di aver raccontato nell’immediatezza dei fatti tutto l’accaduto, essendo accorse per prime all’udire i suoi lamenti mentre tornava a casa: la cinquantenne Margarita del fu Giovanni Antimi, vedova di Pietro Degli Effetti e possidente, la quale dichiara che “verso le ore tre di notte, vidi nella casa di Francesco Alei quest’ultimo tutto lordo di sangue e sua madre Benedetta che stava a piangere”; Giovanna del fu Giuseppe Marteggiani, moglie di Giuliano Camponeschi, nata in Civitella San Paolo e domiciliata in Leprignano, di anni trentadue circa, campagnola, ala quale risulta “che la lite avvenisse per la riconduzione di certe bestie”; la sessantenne Rosa del fu Antonio Capi, nata e domiciliata in Leprignano, possidente, vedova di Andrea Visca, la quale pure depone che, stando alla pubblica voce, la lite avvenne “perché certe bestie avevano recato danno in un vignale”. Solo il 26 settembre, poi, sono sentite alcune vicine di casa dei Bernardoni: Domenica del fu Domenico Saraceni, da Leprignano, di anni cinquanta circa, campagnola, moglie di Michele Pappatà, dichiara che “dopo le ore tre della notte, trovandomi in letto nella mia casa posta in Leprignano in contrada li Monti, intesi da gridare per la strada molte persone, e dalla voce riconobbi bene per la pratica che ne ho, che una era Chiara Bernardoni sorella di Serafino maritata a Luca Alei, la quale andava dicendo – Fratello mio, Serafino mio -…” e quindi, recatasi nella casa dei Bernardoni, di aver sentito che “rispose Serafino essere stato ferito da Lucantonio Barbetti, senza aggiungere altro”; Francesca del fu Giuseppe Martegiani, moglie di Giuseppe Pappatà, nata in Civitella San Paolo e domiciliata in Leprignano, di trent’anni circa, campagnola, dichiara, in relazione alla notte del delitto: “Circa le ore tre della notte trovandomi in Leprignano in casa con una piccola figlia, intesi per la strada in vicinanza di detta mia casa in contrada il Monte un uomo il quale con voce molto fioca andava dicendo – Oh Dio
mio, oh Dio mio che non ci arrivo – e quindi potei conoscere dalla voce per la pratica che ne ho, che il suddetto era Serafino Bernardoni. Mi trattenni per poco in casa, e poi essendomi portata in quella dei Bernardoni, rinvenni il nominato Serafino in letto ferito per la vita e tutto lordo di sangue…Avendogli più volte Francesco Antonazzi dimandato chi gli aveva menato, il Bernardoni rispose essere stato ferito da Lucantonio Barbetti, senza aggiungere altro.”
Il 28 settembre Bernardina del fu Giuseppe Carderi, moglie di Giovanni Valgi da Leprignano, trentenne campagnola, testimonia quanto segue: “Siccome la detta mia casa, posta nell’interno di Leprignano in contrada il Monte, rimane vicino a quella della famiglia Bernardoni, intesi bene Serafino Bernardoni che con voce molto fioca dal di fuori della porta di casa chiamava il di lui fratello Giovanni, il quale essendo andato subito ad aprire la porta suddetta, chiamò quindi il suddetto Giovanni la di lui sorella, e gli ordinò che fosse corsa a chiamare il medico perché Serafino si moriva”. La Carderi quindi in casa dei Bernardoni osservò “che Serafino era ferito per la vita ed era lordo di sangue, e dopo essere stato posto a letto nella sua camera, essendo venuto il medico, io me ne venni nella prima camera ad uso di cucina dove mi trattenni fino a tardi”.
Il giorno successivo alcune testimonianze cominciano a gettare luce sulla questione del movente.
Il 29 settembre 1854 Giovanfelice Sinibaldi del fu Luca, campagnolo di 28 anni circa, testimonia che circa tre giorni prima della morte di Serafino Bernardoni aveva incontrato Lucantonio Barbetti “per la via di San Luca fuori il paese di Leprignano”; secondo il Sinibaldi, “il medesimo tutto inquieto mi disse che molte bestie di vari possidenti di Leprignano gli avevano fatto danno nel suo ristretto alle Cese, e che se vi trovava qualcuno lo voleva ammazzare”. Lo stesso giorno il ventiquattrenne Domenico di Antonio Benigni rende una deposizione simile: “Pochi giorni prima dell’omicidio, essendomi incontrato con Lucantonio Barbetti in Leprignano nella via della Conca, si lagnò meco per un danno che gli era stato fatto alle erbe del suo ristretto vocabolo le Cese da molte bestie, e precisamente da una sessanta (sic) fra bovi, e vacche di proprietà di sei, o sette persone, fra i quali nominò Francesco Alei, Giovanni Sinibaldi, ed i fratelli Serafino, e Giovanni Bernardoni, del qual danno il Barbetti si lagnò con lo stesso Giovanni Bernardoni, come mi fu riferito da Giuseppe Sinibaldi, ed intesi che lo stesso Barbetti disse pure che se li trovava nel suo ristretto ne voleva ammazzare sei o sette, e così si voleva levare una soddisfazione”.
Il 23 marzo 1855 si costituisce spontaneamente in carcere Lucantonio Barbetti, di 34 anni, coniugato con prole, inquisito per omicidio e ferite senza pericolo prodotte da istrumento incidente e perforante. Nell’interrogatorio cui viene sottoposto il 24 marzo, egli sostiene
di aver dato una coltellata al Bernardoni nella parte destra del corpo, ma per legittima difesa, dopo essere stato da lui pesantemente insultato e poi per giunta aggredito; nega poi di aver ferito Francesco Alei.
Il 30 marzo 1855, il trentaduenne possidente Giovanni figlio di Nicola Sinibaldi dichiara: “Due o tre giorni prima dell’omicidio, Luigi Alei mi disse di avvertire il mio buttero Giuseppe Ciambotti e mio fratello Carlo di non accompagnarsi con Serafino Bernardoni o con i fratelli Alei figli di Marco, perché il Barbetti, ritenendo le loro bestie responsabili di un danno nei suoi terreni ristretti, aveva detto che li voleva ammazzare”.
Nello stesso giorno, il ventiquattrenne Paolo del fu Lucantonio Laura, possidente, dichiara che il Barbetti, poco tempo prima dell’uccisione del Bernardoni, lo aveva messo al corrente delle proprie intenzioni omicide: “Circa sette giorni prima dell’omicidio, essendomi incontrato in campagna con Lucantonio Barbetti, mi disse il medesimo, che i bovi di Serafino Bernardoni gli avevano danneggiato le erbe in un suo ristretto alle Cese, e che se ve lo trovava lo voleva ammazzare, esprimendosi così: esso mi ha fregato l’erba, ed io gli frego la pelle”.
Il 14 aprile 1855 Francesco Cherubini del fu Eraclio così depone: “Mi portai a Castelnuovo di Porto per una causa civile in cui dovevo essere esaminato, e trovatovi Lucantonio Barbetti mi disse che doveva esporre una accusa per un certo danno che gli era stato cagionato da certe bestie vaccine dei fratelli Bernardoni, dei fratelli Sinibaldi e di Carlo Alei, aggiungendomi che voleva castigarli in quel modo”. Il Cherubini aggiunge di essere riuscito a dissuadere il Barbetti dal proporre accusa di danno dato, ma nega di aver mai dichiarato che il Barbetti, persuaso a non presentare querela, avesse tuttavia manifestato l’intenzione di farsi giustizia da sé.
Il 22 aprile Teresa del fu Andrea Rossi, vedova di Domenico Azzimati, donna di casa, di 59 anni circa, così depone: “Celeste (di 48 anni, figlia del fu Giuseppe degli Effetti, poi sentita il 31 maggio) moglie di Leonardo Santelli due mesi fa mi disse che Paolo Mandolesi e un altro che non ricordo se me lo nominasse avevano assistito al fatto da un vignale in cui si trovavano”. Il 20 giugno viene sentita Maria Felice del fu Alberto Venturini, vedova di Biagio Antonio Mandolesi, donna di casa, di 62 anni circa, la quale testimonia: “Nella sera in cui si verificò l’omicidio del Bernardoni, mio figlio Paolo non so se fosse prima di tre ore di notte, si recava alla nostra vigna alla Madonna degli Angeli insieme a Giuseppe Degli Effetti…e giunti in vicinanza del nominato muro Bombelli avendo i medesimi inteso da litigare, entrarono in un vicino terreno ristretto, e quindi se ne tornarono subito a casa, come mi raccontò mio figlio Paolo, il quale mi disse di non aver conosciuto alcuno…”. Paolo Mandolesi, figlio del fu Biagio Antonio e di Venturini Maria Felice, si terrà tuttavia a una distanza ancora maggiore dal fatto, ammettendo solo di aver udito qualcosa, ma non di aver visto, secondo quanto depose il 22 giugno: “…partimmo (il Mandolesi e Giuseppe Degli Effetti) la sera circa un’ora e mezza di notte da Leprignano, e battendo la via detta di San Marco ci recassimo primieramente nel mio vignale in vocabolo la Madonnella distante dal paese meno di un miglio, quindi tornammo indietro tenendo la medesima via per portarci nell’altro vignale di Giuseppe Degli Effetti, e pervenuti nel cosiddetto ponticello che forma due strade, una detta di San Leo e l’altra di San Marco che avevamo tenuta…per condurci al terreno di Degli Effetti dovevamo prendere la via di San Leo, ma siccome per la medesima si sentiva un tumulto, e per quello si poté capire sembrava che molta gente litigasse precisamente in vicinanza del muro Bombelli…così ce ne tornammo ambedue a casa”; lo stesso giorno la versione del Mandolesi è confermata dal diciottenne Giuseppe Degli Effetti, figlio del fu Pietro: “…sentimmo da litigare della gente per la via di San Leo in vicinanza del muro Bombelli…solo potei capire che dicevano – para, para – siccome per andare al nominato mio vignale si deve passare per detta via di San Leo, così pensammo meglio di tornare a casa”.
Il 2 maggio 1855, dopo una lunga latitanza, viene interrogato Paolo Graziosi, che, compagno di Serafino Bernardoni e di Francesco Alei nella notte del delitto, era scampato all’aggressione del Barbetti e quella notte stessa, insieme con il fratello di Francesco Alei, Carlo, aveva a sua volta aggredito Luigi Alei. Il Graziosi, che conferma la versione data da Francesco Alei nell’immediatezza dei fatti, descrive la scena dell’accoltellamento con precisione anche maggiore: dopo il colpo assestato a tradimento dal Barbetti alle spalle del Bernardoni, “nell’atto medesimo che il Bernardoni si voltò indietro dicendo Madonna mia perché mi menate, Lucantonio gli replicò un secondo colpo che lo ebbe a prendere nella pancia”. Si noterà come la versione data dall’Alei e precisata dal Graziosi trovi riscontro nelle risultanze dell’esame autoptico. Il Graziosi, il quale vuole anche cercare per quanto possibile di discolparsi per la successiva aggressione da lui perpetrata a danno di Luigi Alei, cerca di coinvolgere anche quest’ultimo nel fattaccio: dopo che il Barbetti aveva ferito il Bernardoni e Francesco Alei, Luigi Alei avrebbe colpito con una bastonata il Graziosi – asserisce quest’ultimo – e avrebbe anzi esortato il Barbetti a ucciderlo per eliminare così anche l’ultimo testimone (in realtà Francesco Alei, ferito seriamente ma senza pericolo di vita, sopravvisse e poté così testimoniare, mentre lo stesso Bernardoni, pur ferito a morte, riuscì a indicare l’identità dell’assalitore).
Il 14 maggio viene sentito nuovamente Angelo di Pacifico Cicaloni, trentunenne campagnolo di Monteleone di Fermo: in un giorno del mese di settembre od ottobre 1854, il Cicaloni (o Cecaloni), discorrendo con Nicola Guidotti, “disse di aver inteso da Luigi Barbetti padre di Lucantonio che questi fin da qualche anno indietro in cui Serafino Bernardoni mediante scaglio di sasso aveva rotto una gamba ad una sua vitella…Lucantonio medesimo non lo aveva potuto più vedere, e gli aveva sempre conservato l’odio”, per la vitella morta dopo essere stata azzoppata da Serafino Bernardoni con una sassata. Il 30 marzo era tuttavia già stato sentito sul punto Nicola del fu Domenico Guidotti, pastore quarantenne di Leprignano, il quale aveva negato che il Cicaloni, buttaro dei bovi al servizio di Luigi Barbetti, nel corso di un colloquio avuto con il Guidotti stesso nel mese di settembre od ottobre 1854 verso sera in vicinanza del fosso di Gramiccia, gli avesse riferito “che Luigi e Lucantonio avessero detto che Lucantonio stesso spesso mangiava e beveva insieme a Serafino Bernardoni con animo sempre di ammazzarlo”.
Nella faccenda s’intromette anche un sacerdote locale, cugino di Lucantonio Barbetti: si tratta di don Carlo Barbetti. Don Carlo Barbetti fu una figura non priva d’importanza nella vita pubblica di Leprignano: resse la parrocchia di San Michele Arcangelo in assenza di un parroco titolare tra il 1855 e il 1857, fu maestro di scuola, fece parte della commissione municipale provvisoria che tra il 1858 e il 1861 sostituì il disciolto Consiglio comunale e di nuovo tra il 1864 e il 1868 resse la parrocchia in assenza di un titolare. Scrisse sulla cappella di San Marco Evangelista in Leprignano un opuscolo pubblicato nel 1882; morì nel 1894. Non è da escludere che sia dovuta a sue sotterranee manovre la mite condanna del colpevole a dieci anni di carcere, irrogata da una sentenza che – come vedremo – recepirà sostanzialmente le prospettazioni difensive dell’accoltellatore, accordandogli l’attenuante della provocazione grave.
Il 19 giugno 1855 Giuseppe di Luigi Pecorini, trentunenne nativo di Ortezzano nelle Marche sotto il governo di Santa Vittoria, dimorante in Leprignano (“sono molti anni che passo la stagione d’inverno e di primavera in Leprignano”, dice di sé), campagnolo, così testimonia: “Circa un mese fa mi trovavo nella cantina di Giovanni Bernardoni fratello dell’ucciso, dove essendosi portato il sacerdote don Carlo Barbetti, il medesimo pregò Giovanni Bernardoni di voler rilasciare il consenso a favore di Lucantonio Barbetti onde gli avesse giovato nella relativa causa, ed il Bernardoni gli rispose – Come dice Lucantonio che non è stato esso che ha ammazzato Serafino, e poi mi manda a dimandare il consenso? lo stesso sacerdote Barbetti rispose – Se Lucantonio non fosse stato, come ti farebbe dimandare il consenso?”. Don Carlo Barbetti avrebbe quindi implicitamente ammesso la colpevolezza del parente, pur cercando di ottenere dal fratello dell’ucciso una sorta di remissione di querela. Lo stesso 19 giugno viene sentito sul medesimo episodio Paolo di Luigi Brasili, diciannovenne di Monteleone di Fermo, soggiornante in Leprignano (“questo è il primo anno in cui mi sono recato in Leprignano per attendere ai lavori campestri”), il quale precisa che “il sacerdote Barbetti aveva con sé una carta scritta, che lesse, e il Bernardoni gli rispose che non gli andava bene”.
Interrogato nuovamente il 27 giugno 1855, Lucantonio Barbetti afferma di ricordare che nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio 1854 bestie vaccine arrecarono danno alle erbe falciative di un suo terreno in vocabolo le Cese, “per il che se ne lagnò con molti di Leprignano che non rammenta”, e che da alcuni che non ricorda gli fu detto che le bestie che avevano abusivamente pascolato nel suo terreno appartenevano ad Antonio Benigni, Filippo Antonazzi, Nicola Sinibaldi, Giovanni e Serafino Bernardoni, Paolo Graziosi ed altri; ammette inoltre di essere stato a Castelnuovo di Porto il 5 maggio 1854 e di avervi incontrato Francesco Cherubini, ma nega di aver avuto intenzione di sporgere querela, poiché non sapeva con certezza di chi fossero le bestie danneggianti.

Parte II – La sentenza

Il lunedì 24 di settembre del 1855 il Primo Turno del Tribunale Criminale di Roma, riunito “nelle solite camere di udienza nel Palazzo della Curia Innocenziana”, per discutere e giudicare la causa di omicidio e ferite contro Lucantonio di Luigi Barbetti di Leprignano di anni 34 possidente coniugato e di contusioni contro Carlo del fu Marco Alei di detto luogo di anni 30 celibe campagnuolo e Paolo del fu Felice Graziosi di anni 30 campagnuolo celibe possidente, previa la recita delle solite preci, aperta la discussione coll’intervento della parte querelante e degli altri due inquisiti, esposta dal Sig. Avv. Carcani la relazione della causa, intesi i prevenuti e la parte querelante intervenuta, udite le conclusioni del pubblico ministero e le difese degli avvocati degl’inquisiti, ricevute le dichiarazioni di non aver altro da dire, ritiratosi in camera di deliberazione, invocato il Nome Santissimo di Dio, emanò la seguente sentenza:
“Nella notte del 6 al 7 Maggio 1854 in un ristretto del territorio di Leprignano, denominato Magnalonto, di pertinenza di Luigi Alei possidente di quella Terra, erano state introdotte a pascere una quantità di bestie vaccine, del che essendosene avveduto l’altro possidente Lucantonio Barbetti parente dell’Alei che soffriva pur esso continuamente danni nelle sue possessioni, non mancò di renderne avvertito 1’Alei stesso, il quale in di lui compagnia andette sulla faccia del luogo, trovò che realmente dentro quel vignale stavano a recar danno 18 o 19 bestie vaccine che al chiaror della luna poté conoscere esser di pertinenza appunto di coloro che erano soliti colle loro bestie danneggiare gli altrui terreni, cioè di Serafino Bernardoni, Paolo Graziosi, ed Alei Francesco. Quindi 1’Alei Luigi ed il Barbetti disponevansi a portare le suaccennate bestie alla pubblica depositaria, quando sopravvenuti i suddetti padroni rispettivi delle bestie sequestrate, o fatti consapevoli, o accortisi da per se dell’apprensione e sorpresa per parte di sudetti, e come è a ritenersi muniti di bastoni, o di altri istrumenti di uso in simili circostanze, è dedotto che procurassero d’impedire la suddetta riconduzione, dal che ne avvenne che intimorito per la improvvisa imponenza (sic) di costoro Luigi Alei procurasse liberarsi partendone, e così rimanesse solo Lucantonio Barbetti, il quale verisimilmente indotto a cimento per parte de’ tre sudetti, nascesse tra i medesimi una mischia, di cui narrandone ciascuno le particolarità a proprio modo ed esonerazione, ne risultasse che il Barbetti dai tre fosse di molto provocato, ed essendone infine emerso che il Bernardoni riportasse due gravi ferite, e 1’Alei Francesco tre offese ma queste di niun pericolo, e dei quali ferimenti tutti ne venne incolpato il Barbetti, coll’ulteriore conseguenza che il Bernardoni nella successiva notte cessò di vivere. E dopo l’accennato fatto si videro nell’interno del paese il Graziosi, ed Alei Carlo pure fratello di detto Francesco, pure armati di bastone e di accetta andare in traccia del Barbetti, ed Alei Luigi il quale incontratosi con essi loro dopo di aver condotto il bestiame in depositeria, venne dai medesimi percosso riportandone alcune ferite e lacerazioni sebbene di niun pericolo. Assunto su tali fatti delittuosi relativo incarto a rispettivo carico dei delinquenti, il Barbetti che si costituì spontaneamente in carcere ammise il fatto procurando di alleviarne le circostanze, allegò di essere stato dai suoi avversari posto nella necessità di reagire, con l’aver dato un sol colpo al Bernardoni, negando di aver ferito 1’Alei Francesco. Il Graziosi ed Alei Carlo furono sentiti a pié libero, e tennero ne’ costituti un contegno evasivo. “Considerando che la prova generica dell’omicidio si ha pel verbale della Forza con cui diedesi notizia del fatto; per la relazione del medico interino di Leprignano, con la quale si annunciò avere il nominato Bernardoni due ferite, una nella parte posteriore del tronco, al di sopra della regione lombare penetrante in cavità con lesione del sottoposto fegato ed altra nella regione addominale destra penetrante pure in cavità, con esito dell’intestino digiuno, e porzione di omento ambedue tali ferite con pericolo di vita; e per l’atto di autopsia cadaverica assunto coll’assistenza ed intervento del medico e chirurgo condotto di Castel Nuovo di Porto, dal qual atto apparisce che la rima di dette ferite pel considerevole estravaso di sangue, essendosi rinvenuto leso il lobo destro del fegato, fu la causa unica ed immediata della morte dell’offeso, mentre l’altra nell’addome si riconobbe pure per sé assolutamente mortale Considerando che da altra relazione dello stesso fisico risulta che Alei Francesco riportò tre ferite, una all’articolazione esterna dell’omero radiale sinistro, altra nel terzo inferiore dell’omero nello stesso lato, ed altra similmente nel medesimo omero prodotte da istrumento contundente e perforante senza pericolo. Altra relazione del sudetto medico riferiva che il ridetto Francesco Alei era per dette ferite rimasto impedito nei liberi movimenti della sinistra mano.
Considerando in specie rapporto all’autore del suddetto omicidio e ferite che rimanendone accusato il nominato Lucantonio Barbetti, ed ammettendo questi di essersi trovato nella sera, e sito del delitto, di aver dato un colpo al Bernardoni, per ciò che può ammettersi presso le incolpazioni dell’Alei Francesco, e del Graziosi, e per la esclusiva di altri che potesse aver causa ad offendere la persona del Bernardoni, ed Alei, conviene ritenere che unicamente il Barbetti ne sia stato l’autore, concorrendo a ciò credere anche il deposto di Carlo Alei
Considerando che Graziosi ed Alei Carlo pei di loro eccessi dopo seguito l’omicidio, comunque abbiano contratto una responsabilità siccome questa sarebbe punibile con lieve condanna e compresa nel sovrano indulto del Dicembre 1854 perciò devono esser dimessi Visto in quanto alla reità dell’omicidio a carico del Barbetti l’art. 282 del Regolamento Penale così concepito. Art. 282 = Se l’omicidio è in seguito di grave provocazione è punito colla pena dai 10 ai 15 anni
Il Tribunale ha dichiarato e dichiara che consta in genere di omicidio in persona di Serafino Bernardoni, e di ferite senza pericolo prodotte da istrumento contundente e perforante in persona di Francesco Alei con risultato di essere questi rimasto impedito nei liberi movimenti della mano sinistra e che consta in specie essere di tali delitti colpevole l’inquisito Lucantonio Barbetti, in seguito di grave provocazione, ritenendo compenetrato nel titolo di omicidio il titolo della ferita, applicando l’art. 282 del Regolamento Penale ha condannato, e condanna il Barbetti colla galera per anni dieci da decorrere dal giorno di sua costituzione in carcere. Di più l’ha condannato alla rifazione delle spese del presente giudizio…non che all’emenda de’ danni a favore di chi di ragione da liquidarsi in giudizio civile, avendo un giudice opinato come non esclusa la provocazione gravissima. Ha ordinato poi la dimissione dei due inquisiti Graziosi ed Alei Carlo per titolo di ferite contuse senza pericolo per essere tal titolo compreso nell’indulto sovrano del 9 Dicembre 1854.”
Il Tribunale non si chiese quanto fosse verisimile che una persona sola, alle prese con tre aggressori, riuscisse a ferirne mortalmente uno, accoltellandolo alle spalle, e a ferirne seriamente un altro, rimanendo illesa; né prese in considerazione le gravi testimonianze, che davano conto del forte rancore maturato dal Barbetti, se non personalmente nei confronti dell’ucciso, certo nei confronti di un gruppo di possidenti di bestiame, tra i quali vi erano anche Serafino Bernardoni e il fratello maggiore Giovanni.
E così venne fatta giustizia.

Questa voce è stata pubblicata in DELITTI CAPENATI e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...