UNIVERSITA’ AGRARIA DI CAPENA, GIA’ UNIVERSITA’ DEI PADRONALI DI BESTIAME O DEI BOATTIERI DI LEPRIGNANO – APPUNTI PER UNA STORIA (PARTE PRIMA)

Le origini dell’Università Agraria 

 

 

Paragrafo I

I Bovattieri: caratterizzazione sociale e interessi di un ceto

 

In un memoriale inviato nel 1709 alla Sacra Congregazione del Buon Governo (d’ora in poi SCBG) è detto che “il popolo della terra di Leprignano” consiste “in due classi, che costituiscono la Communità, una cioè di persone più commode che possiedono animali grossi come bovi, vaccine, e cavalle, quali godono tutto il pascolo dell’erbe provento magiore di detta Communità, e l’altra di persone più povere che non hanno possibilità di fare animali grossi, e non possono tenere li minuti come porci, pecore e simili, che più facilmente potrebero fare per esser stati prohibiti etiam ne proprij terreni a causa che li medesimi possessori de bestiami grossi siano tenuti, et obligati pagare per l’erbaggio e pascolo sudetto tutti li datij, gabelle, e pesi camerali presenti e futuri, imposti, e da imponersi pro tempore come costa dalle resolutioni fatte ne publici generali concilij e particolarmente sin sotto li 24 Febraro 1691”: si chiede, perciò, che la nuova imposta “delli due quatrini sopra la carne” non gravi su tutto il popolo, ma solo sui “possessori di bestie grosse”, cioè su coloro che vedremo poi denominati “bovattieri”. Con rescritto datato 12 aprile 1710 la Sacra Congregazione del Buon Governo ordinerà che la gabella sopra la carne sia ripartita a Leprignano sopra i padroni del bestiame; tale rescritto sarà revocato il 13 aprile 1715.

Emerge qui uno dei punti nodali nella storia della “lobby” dei proprietari di bestiame grosso, e cioè l’entità del peso che deve essere loro addossato in sede di ripartizione del carico tributario. Nel 1651, in una protesta inviata a nome della Comunità e dei “Poveri” di Leprignano alla SCBG, tra i motivi di reclamo vi è il fatto che, pur avendo il Consiglio, per estinguere i debiti della Comunità, deciso d’imporre una colletta o data per metà sopra i bestiami e per l’altra metà “per aes et libram” sopra “l’avere” di ciascheduno, i massari, d’accordo con i ricchi, “hanno esatta la sudetta data dall’havere di ciascheduno, havendosi affrancato quello dovevano pagare li bestiami”.

Nel 1688 i proprietari dei bestiami protestano perché sono collettati per una somma superiore a quella dei pesi camerali: su di essi vengono indebitamente a ricadere anche parte dei pesi comunitativi.

Il già ricordato consiglio del 24 febbraio 1691 è preceduto da un ricorso da parte dei proprietari di bestiame, cioè Marcantonio Rossi, Domenico Ferrari, Cosimo e Ridolfo de Leonij, Giovanni Sinibaldi, Tomasso Corsi, Tomasso Betti, Luca Barbetti, Girolamo Sacripante, Giuseppe Martini, Antonio Ciancarini e altri, “per un certo lor preteso aggravio sopra il collettarli”: Giovanni Sinibaldi nella sua arringa propone che “la Communità e suoi priori presenti e pro tempore siano tenuti bonificare e sgravare tutti gli affitti et anche tutte le affide che si doveranno fare con il consenzo (sic) de Padroni delli sudetti bestiami e bonificati e sgravati si facci la colletta di quello che restarà sopra tutti li bestiami de sudetti padroni tanto presenti quanto in avvenire”; si decide che l’onere complessivo gravante sulle casse comunali – consistente nei pesi camerali, nei 158 scudi dovuti al monastero di San Paolo a tenore della Concordia del 1617 per la cessione del “jus pascendi”, nei 25 scudi per le spese straordinarie e nelle retribuzioni dovute ai salariati eccetto quella del medico – sia affrontato “con ammassare tutti l’affitti della medesima Communità, et anche l’affide le quali si faranno con il consenzo (sic) de padroni delle bestie, quale si doveranno defalcare sopra dette bestie” e che a carico dei proprietari di bestiame debbano essere le spese “per acconcimi de fontanili, e per riscalzatura della forma del Pantano”.

Nel 1711 i proprietari di bestiame ricorrono alla SCBG perché la somma collettata sopra il bestiame sia ragguagliata alla differenza tra pesi camerali e comunitativi da una parte, e somme riscosse dalla Comunità per l’affitto del macello, dell’osteria, della pizzicheria, del forno e per altre rendite ad essa spettanti dall’altra: negli ultimi anni, sostengono i bovattieri, da affitti e colletta sopra i bestiami  si è ricavata una somma sopravanzante “in duplicate centinara” i pesi.

Analogo contenuto ha un altro ricorso presentato alla SCBG nel secondo decennio del ‘700 da “Bernardino de Rossi, et altri Padroni de Bestie Cavalline, e Vaccine di Leprignano”, i quali, “humilissimi oranti dell’Eminenze Vostre humilmente espongono come le cavalle, e vacche soggiacciono al pagamento de pesi camerali, salariati et acconcimi…et…ogni cosa …ripartendosi sopra alle dette bestie” e che in Consiglio è stato deciso di destinare al medico un salario di 100 scudi, di cui 60 da ricavarsi “dalli Particolari di Leprignano” e 40 dal sovrappiù “dell’affitto del macello e del denaro calato agl’esattori di loro salario”, mentre i ricorrenti sono di opinione “che il soprapiù di detto affitto di macello, et altro si erogassi in sgravio di detti bestiami che in ogni tempo suppliscono al bisogno di essa Communità benché tal supplemento sia contro gli ordini del Nardino già Commissario del Buon Governo di non gravare li detti bestiami se non ad una quantità di denaro per pagare li pesi camerali” e ricordano che fu “il detto medico sempre pagato o a foco, o a testa, né mai dalla Communità, né dalle dette Bestie, benché altre volte habbiano suplicato l’Eminenze Vostre di voler pigliar denaro del ritratto della legnia per impiegarlo al pagamento di detto medico; la S. C. non ha voluto mai condescendere di gravar detta Communità di questo novo peso che la medesima né le dette bestie non hanno mai inteso, né pagato, e ne meno è stato mai descritto in Tabella. Pertanto supplicano l’Eminenze Vostre a volersi degnare che il detto sopravanzo di detto affitto di macello, e del salario dell’esattore sia erogato in sgravio di dette bestie angariate, e gravate tanto in altri tempi, quanto presentemente e che il medico sia pagato conforme è stato solito di pagarsi o a foco, o a testa…”.

Nel 1720 i priori della Comunità chiedono di poter far pagare, per le “bestie grosse cioè vaccine, e cavalline de forastieri ritenute in soccita da molti particolari” di Leprignano una tassa maggiore che per le bestie grosse possedute dai conterranei, i quali sottostanno “a tutti li pesi, et incommodi communitativi, e camerali reali e personali a’ quali non sogiacciono li forastieri padroni delle bestie sudette che pascolano in detto territorio”.

Nel 1727, un ricorso alla SCBG lamenta, circa le collette del bestiame per il jus pascendi, che “gli esattori con difficoltà et a forza di gravatorie rendano conto, e che tengano in mano il denaro per tre o quattro anni senza sindicarli e se pure si sindicano si fa senza l’assistenza del Governatore e contro i decreti di questa S. Congregazione, come pure…si tengono altri modi fraudolenti per procrastinare il pagamento del loro debito, e tra gli altri di non porre in colletta al novo esattore il debito dell’antecessore”.

Il 25 luglio 1729, con 51 voti contro 6, il Consiglio Generale approva la proposta di Nicola Consoli, secondo la quale l’entrata camerale e l’entrata comunitativa non devono essere tenute separate, ma vanno unite per pagare i pesi camerali, i tributi dovuti al Monastero e i salariati della Comunità, “e quando si vedrà, che l’uscita sia più del entrata si cresca sopra li bestiami, e quando sia magiore la entrata, che la uscita allora si cali la data alle bestie di modo, che non si faccino sopravanzi, e facendo sopravanzi non passi la somma di scudi cento”, mentre, ove occorra denaro alla Comunità “per far ponti condottar acque fabricar case, e pagar qualsivoglia altra necessaria per servitio della Communità, et utile del Publico, si servi del denaro del entrate di Portolupo, e Pantano, e quando si seminaranno, e non occorrendo far dette cose, allora, et in tal caso le sudette entrate si derogano in benefitio commune, e si cali la data alle bestie in conformità della risolutione de Consegli altre volte fatto, e servirsi de sopravanzi del entrate camerali per le dette spese”. L'”arringo” del Consoli è chiaramente ispirato dalla volontà che il carico impositivo gravante sui proprietari di bestiame non ecceda lo stretto necessario per la Comunità.

Il problema fiscale non è l’unico per il quale gl’interessi dei “bovattieri” si contrappongono a quelli degli altri membri della Comunita: i proprietari di bestiame ostacolano l’affitto delle terre spettanti alla Comunità, che essi vogliono sfruttare per il pascolo. Così per decisione di Mattia Nardino, commissario inviato dalla SCBG, a partire dal 1629 viene affittata l’erba della tenuta di Portolupo, ma nel 1631 la Comunità, in questo caso portavoce degl’interessi dei bovattieri, supplica alla SCBG di ordinare che non si venda l’erba della tenuta di Portolupo, necessaria per il pascolo dei bovi, i quali “avanti la lite” pascevano nella tenuta di Fiore, cioè di Santa Marta; nelle stesso anno, alla SCBG viene inviato un memoriale di tenore opposto, nel quale si attaccano i proprietari di bestiame in quanto vogliono pascolare nella tenuta di Portolupo la cui erba è destinata a vendersi a beneficio della Comunità e in quanto sono contrari alla messa a coltura della tenuta di Civitucola “sotto pretesto non habbiano il pascolo”, con la conseguenza che per le parecchie decine di rubbia di terreno lavorativo della tenuta in questione la Comunità si vedrà addossare il peso della risposta da pagare ai Monaci; forse ispirata dai bovattieri è la richiesta, anch’essa avanzata nel 1631 alla SCBG, di poter, “non trovandosi ad affittare la tenuta di Civitucola”, darla agli agricoltori del posto nonostante l’ordine di affittarla dato dal commissario Nardini; nel 1635 alla SCBG perviene una protesta perché la Comunità “non ha cavato un quattrino di frutto” dalla tenuta di Civitucola; da una scrittura datata 1636 apprendiamo che, prima che si decidesse – per consentire alla Comunità di pagare i pesi camerali – di vendere l’erba di Portolupo o in alternativa di ripartire previa denuncia delle bestie al vicario il pagamento dell’erba tra tutti coloro che le facessero pascolare a Portolupo, il Consiglio aveva deciso di riservare la tenuta al pascolo dei bovi aratori; nella succitata protesta del 1651 a nome della Comunità e dei “Poveri” di Leprignano, uno dei motivi di reclamo consiste nel fatto che non viene venduta l’erba delle tenute di Civitucola e Portolupo, lasciate al pascolo dei bestiami locali, cosicché ai “poverelli” “l’impongono grosse date, con mandare tutto il giorno alle case delle povere donne li sbirri, a sfasciarli le porte, e levarli il fiato, che l’hanno ridotti in estrema desertione”.

Nel 1691 i proprietari di bestiame protestano perché con bando i priori hanno riservato il pascolo nella tenuta della Fioretta ai bovi aratorii, vietandolo a vacche e a cavalle.

Ancora nel 1731 alcuni agricoltori di Leprignano protestano contro l’affitto delle tenute di Pantano e di Portolupo, che – essi sostengono – a tenore di risoluzioni consiliari del 18 novembre 1635 e dell’8 gennaio 1636 approvate con lettera della SCBG datata 29 aprile 1637, dovrebbero essere riservate al pascolo dei bovi aratorii.

Altro motivo di attrito tra il ceto dei bovattieri e gl’interessi della Comunità sta nella questione del “danno dato”, ossia delle multe che debbono pagare i responsabili di danni arrecati nei fondi altrui, quasi sempre proprietari di bestiame che materialmente ha causato il danno: l’appalto della riscossione del danno dato costituisce una delle entrate del bilancio della Comunità. Nell’aprile 1630 Francesco Aleo, affittuario del danno dato della Comunità di Leprignano, si rivolge alla SCBG: per ordine del commissario Nardini si è cominciato ad affittare il danno dato, “che per prima per molte diligenze fatte non si era affittato per la poca cura di quelli, che hanno bestie, e non vorrebbono esser sottoposti all’accuse, e pene”, ma “con occasione che Andrea Gemma è uno delli massari, e che possiede la maggior parte delle bestie tra lui et Antonio suo fratello, con il sigillo della Communità, che detto Andrea ritiene, tacendo malitiosamente il tenore dell’istrumento fatto dalla Communità al detto orante, ha supplicato a nome pubblico cotesta Sacra Congregatione, che si ordinasse a detto affittuario del danno dato, che non potesse accusare se non con il pegno o testimonii”, il che è “tutto per lor mero interesse, e de diretto contrario alli capitoli, con li quali l’orante ha pigliato in affitto il detto danno dato dalla Communità”.

 

Paragrafo II

Lo sfruttamento dei pascoli e delle terre comunitative

 

Nel corso del XVIII secolo vengono al pettine i nodi della gestione dello “jus pascendi” e delle terre seminative spettanti alla Comunità: in relazione a tali problemi, il ceto dei bovattieri si darà un’organizzazione formale in associazione, con una propria organizzazione e un proprio statuto, e stipulerà con la Comunità due istromenti destinato a regolare i rapporti tra i due enti.

Nel Consiglio Generale della Comunità il 25 settembre 1720 si delibera a proposito dell’affitto dei terreni spettanti alla Comunità stessa nelle tenute di Civitucola e di Vaccareccia. Dandosi conto dell’ordine del giorno del consiglio, si dice quanto segue:

“Essendo stato esposto memoriale in Sagra Congregatione dalli Signori Agricoltori e Bovattieri il tenore del quale, è

 

Eminentissimi, e Reverendissimi Signori

 

Li sottoscritti Agricoltori Bovattieri, e particolari della Terra di Leprignano Oranti humilissimi delle Eminenze Vostre con ogni ossequio gli rapresentano come la Communità di detto luogo possiede in detto Territorio cioè nelli quarti e del Lago, e Vaccareccia alcunj terreni riconcessi dal Sagro Monastero di San Paolo in vigore di Concordia tra esso Monastero, e detta Communità et homini rogato li 23 Decembre 1617 per li atti del Cesi notaro del Vicario confermata per Breve della Santita di Paolo V li 11 Giugno 1618…questi terreni a suo tempo debito la Communità li accende a Candela li quali secondo l’offerte si deliberano, e per lo più tali delibrationi (sic) restano a forastieri con grave pregiuditio, e danno del Popolo di detto luogo, e delli oranti Bovatieri (sic) ancora i quali stanno sogetti, e sottoposti a tutti li pesi che impone la Communità come anche ogni volta, che d. d. terreni remanessero sono obligati d. d. Bovattieri a pagare la risposta al Sacro Monastero come per obligo in sudetta Concordia, e cosi hanno deliberato quando all’E. V. piaccia fissare, e stabilire l’entrature certe per ogni rubbio di terreno alla ragione di quello, che la Communità ne ha ritratto la stagione passata accioche li poveri oratori possino haer (sic) campo di potersi lavorare con fare la distributione fra di loro ad un tanto per arato con pagare l’entratura alla Communità per quello toccarà, et anche quello si deve al S. Monastero per la risposta essendo li sudetti bovatieri sottoposti a tanti pesi, et incomodi per detta riconcessione de terreni…come per Concordia come sopra per tanto suppliano (sic) l’E. V. di volere ordinare alli Priori che ne faccino sopra di ciò Conseglio, e riconoscono i pagamenti fatti nella stagione passata si per avantaggio della Communità si per utile del Popolo, e Comodo dell’oratori…”(seguono 29 firme); nella lettera con la quale il cardinal Imperiale risponde all’esposto dei Bovattieri, datata da Roma il 31 agosto 1720 e diretta al governatore di Leprignano, s’ingiunge a quest’ultimo di convocare il Consiglio generale della Comunità perché vi si discuta della proposta dei Bovattieri “di fissare, e stabilire la rendita certa sopra ciaschedun rubio di terreno, in ragione del prezzo, che detta Communità ne ha ritratto nella stagione passata”. E’ chiaro, tuttavia, che ciò che in primo luogo interessa ai Bovattieri è che a loro sia riservato l’affitto dei terreni suddetti, come appare dall’arringo di Antonio Tubilio, che verrà approvato con 40 voti favorevoli e 20 contrari, nel quale si propone “che si dia esecutione al ordine della S. Congregatione secondo, che dice il memoriale esposto dalli Signori Bovatieri, e particolari, ma, che sia prohibito il far cese, e che detti Aratori non possino arare altro che quelli terreni soliti, ma che, non streppare ne arare le Machie, e detti Agricoltori Bovattieri spartendosi, e dividendosi detti terreni tanto per arato siano obligati loro stessi di pagare detta entratura, di modo che il popolo non sia tenuto a cosa nisuna ne di risposte ne di entrature, e che restino in cio obbligati uti singoli, e in solidum talmente che chi non riceve terreni non sia tenuto a cosa nesuna e come di sopra si e detto contravenendo a ciocare, e arare le machie siano tenuti, et obligati pagar di pena scudi tre…da applicarsi una parte al Signor Governatore una parte alla Communita, et una parte al accusatore, e di pagare per entratura di detti terreni doppo (che) fra di loro haveranno fatta la distributione, cioe li terreni del Lago scudi dui per ciascheduno rubio, e li terreni di vaccareccia giulij quindici per rubio”; la proposta, come si è detto, viene approvata: “si e risoluto che si dispenzano detti terreni tanto per arato, e che si paghi per li terreni del Lago scudi dui moneta per rubio, e li terreni di vaccareccia giulii quindici moneta per rubio”.

Il governatore di Leprignano Lorenzo Celletti, in una informativa datata 1° febbraio 1721 diretta alla Sacra Congregazione del Buon Governo, scrive, relativamente a un consiglio generale della Comunità tenutosi il 25 settembre 1720, che “fu risoluto in esso, che si dovessero conceder li Terreni si del Lago, come anche quelli della Tenuta di Vaccareccia, con espressa proibitione di non far Cese nelle Selve della Communità…contigue, ma solo arare li Terreni che al presente sono lavorativi, quali si debbano dividere, e spartirsi fra detti Bovattieri, et obligarsi a favore della Communità uti singuli, et in solidum si al pagamento delli Terreni del Lago alla raggione di scudi due il rubbio, e quelli di Vaccareccia a raggione di giulij quindici parimente per rubbio, come anche per la risposta tanto in maese, quanto in colto, che si deve al Sacro Monastero di San Paolo, e fattosi da me riflessione all’affitto antecedente mediante l’accensione della Candela, dove che furono affittati li sudetti Terreni del Lago in quantità di rubbia trenta quattro in circa scudi novanta, che secondo la resolutione di esso Conseglio al presente si affittarebbero scudi sessanta otto, e quelli di Vaccareccia di rubbia diecidotto in circa che si affittorno come sopra all’affitto antecedente scudi diecidotto, et al presente si affittarebbero scudi ventisette, si che restarebbe scoperta la sudetta Communità in scudi tredici, ma havendo anche io veduto li altri antecedenti affitti delli sudetti Terreni, sono stati assai minori dell’ultimo etc.”.

Nel consiglio generale del 24 gennaio 1723, convocato per ordine “del molto Illustre, e molto Eccellente Signore Gregorio Antonio Paris del una, e l’altra leggie (sic) Dottore, et al presente Governatore della Terra di Leprignano”, avendo “li Signori Priori fatta istanza in Sagra Congregatione per la licenza di potere accendere a Candela li Terreni del Ago (sic), e di Vaccareccia a causa che li Bovattieri non anno (sic) lavoratte (sic) tutte le dette Terre, e la Communità ne viene astretta dal Sagro Monastero per il pagamento delle risposte” e avendo il cardinal Giuseppe Renato Imperiale, con lettera datata 9 gennaio 1723, ordinato che si discutesse in consiglio “l’istanza fatta da Cotesta Communità perche si accenda la Candela per l’affitto de suoi Terreni come si praticava per il passato in vece di distribuirli alli Bovattieri”, si decide, con 41 voti contro 9, “che le terre del Lago, e di Vaccareccia si accendono a Candela in conformità di prima”. Si torna, dunque, dopo poco più di due anni, al sistema vigente sino alla decisione consiliare del 25 settembre 1720.

Il governatore di Civita Castellana Pietro Francesco Gregorini, nella visita della Comunità di Leprignano compiuta nel 1759 su incarico della SCBG, si accorse che le tenute di Portolupo e di Pantano, solitamente affittate ad accensione di candela dalla Comunità, “a riserva di qualche anno, che vi erano competitori, la maggior parte degli anni si affittavano però in pregiudizio della Communità, atteso il monopolio, che facevano i bovattieri, i quali allontanando i forestieri, facevano dare ad uso una tenue offerta, e poi si dividevano  i terreni tra di loro”, con conseguenze assai negative per la cassa communitativa, che il Gregorini volle rimuovere, a tal scopo unendo alla tenuta di Portolupo i terreni di Vaccareccia e alla tenuta di Pantano i terreni del Lago e stabilendo che si seminassero in quarteria, cioè due anni l’una in maggese e in colto, e due anni l’altra in maggese e in colto, e quindi disponendo in concreto che nel 1762 si seminassero in maggese e nel 1763 in colto la tenuta di Portolupo e i terreni di Vaccareccia, poi nel 1764 in maggese e nel 1765 in colto la tenuta di Pantano e i terreni del Lago, “e così continuaranno in appresso”, e che, ove non si trovasse un oblatore per almeno 400 scudi, la Comunità dovesse assegnare a ciascuno dei bovattieri una quota del terreno da seminarsi, ripartendo sopra di essi i 400 scudi, i quali dovevano rappresentare l’entrata che annualmente doveva essere garantita dall’affitto di Pantano-Lago o di Portolupo-Vaccareccia (in concreto, le due “coppie” dovevano essere affittate a bienni alternati per non meno di 800 scudi ciascuna, 400 scudi all’anno per Pantano-Lago o per Portolupo-Vaccareccia).

Nel 1761, in un ricorso alla SCBG, “i poveri” di Leprignano contestano la decisione dei priori di ripristinare la colletta del chirurgo e chiedono che il salario del chirurgo sia pagato tramite una colletta sui bestiami, richiamandosi ai decreti emessi durante la visita apostolica compiuta dal Gregorini nel 1759, nella quale fu ordinata una colletta sui bestiami fino alla somma di scudi 200 per rimborso della cassa comunitativa finché le tenute di Pantano e Portolupo non fossero messe in quarteria.

 

Paragrafo III

Il costituirsi dell’Università dei Padronali di bestiame e la locazione perpetua dei pascoli

 

Nel 1763 si costituì formalmente una Università dei Padronali di bestiame, antenata dell’odierna Università Agraria: l’Università venne formata per volontà del visitatore apostolico abate Giacomo Massi, deputato dal prefetto della SCBG cardinal Federico Marcello Lante. I proprietari di bestiami esposero al Massi “diversi pregiudizi, e frodi, che si comettono (sic) da compadronali, con non dare la giusta assegna dei loro bestiami, e col non descriversi ad esiggenza da Priori le assegne degl’altri bestiami de forastieri”, nonché “i monopoli, che si fanno da Priori nelle vendite”; il visitatore ritenne che “venendo regolato il riparto non meno, che la vendita di detto erbaggio da Padronali de bestiami, senza che la Comunità vi si abbia da ingerire, restaranno rimossi i divisati pregiudizj”. L’11 novembre 1763 si tenne la prima adunanza dell’Università, nella quale vennero eletti quattro deputati, dei quali due laici, Nicola Sacripanti e Angelo Moretti, e due ecclesiastici, don Benedetto Gaggini e don Pietro Paolo Sinibaldi, affinché rappresentassero l’Università stessa nella stipula dell’atto destinato a regolarne i rapporti con la Comunità di Leprignano.L’atto fu rogato il giorno successivo, 12 novembre 1763, dal notaio fianese Lorenzo Antonio Belli; il 23 maggio 1792 copia pubblica dell’atto fu estratta dal segretario comunale Giacomo Bartoli, a partire da una copia autentica contenuta “in Libro Instrumentorum in Secretaria Priorali existenti incipienti ab anno 1762=usque ad annum 1765=sub folio 18”. La Comunità cede all’Università “il pascolo, e godimento dell’Erbe di tutto il Territorio di dominio di detta Communità tanto d’Inverno, che d’estate, quale detti Signori Padronali indipendentemente da essa Communità debbano amministrare, e godere, e ritenere”, nonché “la metà della somma da ritraersi ogni novennio dalla Macchia del Lago, che per altra metà come si asserisce spetta, ed appartiene a detto Sagro Monastero di San Paolo di Roma, cedendoli a tale effetto tutte, e singole ragioni che ha, e puole avere detta Communità sopra la predetta Macchia alla riserva del dritto che vi ha il publico per il Jus lignandi” e “l’affitto del Danno dato”, accollandosi “il peso, spesa, e cura di far fare, e ripulire ogn’anno li soliti Fossi del Territorio…in perpetuum, e di mantenere, e conservare tutti li Fontanili del Territorio”, nonché di “pagare la rata dovuta al Guardiano ogn’anno…per la custodia di dette Erbe”, mentre i Bovattieri devono lasciar pascolare gratuitamente “quelli Bovi Aratorij, che lavorano le Tenute della Communità di Pantano, e Lago, e Portolupo, e Vaccareccia”, nonché “duecento Bestie lanute, che pascoleranno, e verranno macellate”. Nell’atto si ricorda come la Comunità “da detto anno 1617 a questa parte in luogo di vendere detto erbaggio ad estinzione di candela ripartisse per il pascolo de medesimi erbaggi a misura de proprj bisogni alcune determinate annue somme sopra tutto il Bestiame esistente nel Territorio di questa Terra comprendendovi anche le spese per lo spurgo de Fossi, e per la provisione dovuta all’Esattore con approvazione anche della Sagra Congregazione del Buon Governo secondo la maggiore, o minor somma, che di tempo in tempo si è creduto doversi ripartire sopra il Bestiame per il pascolo de sudetti Erbaggi”; inoltre si precisa che il Visitatore, secondo quanto viene poi recepito nel contenuto dell’atto, propone di cedere ai “Padronali de Bestiami” “la metà del ritratto del taglio della macchia detta del Lago…che suol vendersi ogni novennio, giache (sic) l’altra metà di detto di detto ritratto appartiene al Sagro Monastero di San Paolo” nonché “il ritratto del Danno dato” in riconoscimento del fatto che “in deminuzione delli scudi seicento trentasei, e baiocchi 28:2: che fin ora si sono ogn’anno esatti per detti Erbaggi, si sono dalla Communità erogati non solamente il ritratto del danno dato, ma ancora il terzo della risposta dell’affitto del Macello per l’erbe, che si pascolano dalle Bestie da macellarsi, erba de’ Stradoni; affide de Bestiami forastieri, ed affitto dell’Archivio, quali Proventi secondo lo stato fatto di un decennio non sono ascesi, che alla somma di scudi venticinque annui circa”. Il già citato cardinal Lante, nei decreti emanati su relazione dell’abate Giacomo Massi, approva al sesto punto l'”Istromento di affitto perpetuo stipolato in atto di Visita fra la Communità, ed i Padronali del Bestiame, che per l’erbe di Estate, e di Inverno, e per il Provento del Danno dato spettante alla Communità si sono obligati corrispondere ad essa Communità annui scudi 690 moneta, approvandosi in tanto da noi li Capitoli, o siano Statuti fatti per il buon regolamento dell’Università di detti Padronali de Bestiami, da quali ne è stata fatta istanza” e al nono punto conferma che, come stabilito dal Gregorini, “le quattro Tenute della Communità si debbano affittare a Colti, ed a Maesi nel modo seguente cioè Quella denominata del Lago unitamente coll’altra di Pantano, e quella chiamata di Porto Lupo assieme coll’altra di Vaccareccia, conforme si è incominciato già a pratticare giusta gli ordini della Sagra Congregazione, e tanto le due prime, quanto le due seconde non si dovranno deliberare di minor quantità di annui scudi 400 per ciaschedun anno, in cui sogliono cadere li colti, e maggesi di detta Tenuta. E qualora non si trovasse oblatore per detta somma, si dovrà in questo caso ripartire le Terre di esse Tenute sopra li Padronali de Bestiami per la somma medesima”.

La svolta del 1763 non fu tuttavia del tutto gradita ai proprietari di bestiame: in un memoriale che esprime il loro punto di vista si dice, partendo dalla visita della Comunità di Leprignano effettuata nel 1759 dal Gregorini, che “tutto il suo (cioè del Gregorini) maggior impegno fu quello di gravar nuovamente i poveri bovattieri, e padronali di bestiami obbligandoli coattivamente a seminare le due tenutelle di Pantano, e Portolupo soggettissime alle inondazioni per ritrovarsi su la sponda del fiume Tevere”; quindi nel 1763 il visitatore Massi, “vedendo, che le spese ordinarie, e straordinarie, pesi camerali, collette, e tasse privilegiate erano molto maggiori dell’entrate, e che le casse tanto camerale, che privilegiata ritrovavansi affatto vuote, pensò ancor esso in vece di collettar la libra aggiunger nuovi aggravi a quei disgraziati Padronali con averli tirati ad obligarsi ad un affitto perpetuo sopra i pascoli coll’annua risposta di scudi 690, ai quali aggiunti scudi venti per l’esattore, altri scudi dodici per il procuratore, e sei per il segretario, e cinquanta per il guardiano, compongono in tutto la gravosissima annual risposta di scudi 758; a quali uniti li scudi 400 per le suddette due tenute costretti sono stati i disgraziati pagare dall’anno 1763 l’annua somma di scudi 1158, e di qui incominciò lo scarso, e ruina dell’agricoltura, e agricoltori”, sicché prima delle visite vi erano nel paese 116 aratri tirati da 4 bovi, mentre ora ve ne sono solo 36, “e non già tirati tutti da quattro bovi, ma da due solamente, ed alcuni da un bue, ed una vacca”. Con il sistema adottato dal Masi, afferma il memoriale, si ebbe una “colletta sopra i bestiami ridotta in affitto” e si trovarono gravate “sole quindici, e venti persone per mille”, mentre vanno esenti il monastero di San Paolo e tanti forastieri che nel territorio di Leprignano “ritrovansi a godere non picciole possidenze”; a partire dal 1764 vennero introdotte “l’annue imprestanze, dalla cassa comunitativa resa…opulenta col sangue de poveri Padronali de Bestiami alla camerale, e privilegiata”. Nel 1780 i bovattieri di Leprignano ricorrono alla SCBG affinché sia data esecuzione a un rescritto della SC stessa datato 29 luglio di quell’anno, con il quale si ordinava l’imposizione di “una colletta provisionale di scudi 400 super aes et libram” per riparare agli sbilanci delle casse camerale e privilegiata, conformemente al parere del fiscale della SC, secondo il quale “altrimenti li pesi delle casse cammerale, e privilegiata, che afficiunt anche gli ecclesiastici, e possidenti forastieri restarebbero perpetuamente a carico della cassa comunitativa”: i bovattieri, in particolare, denunciano alla SC le manovre con le quali cerca d’impedire l’esecuzione del rescritto il sacerdote locale don Picconi, il quale “ben capisce, che della colletta di scudi 400 spettar ne possa una buona parte al Monastero per la sua non picciola possidenza in quel feudo, e specialmente per la sua rispettabil tenuta di Santa Marta”, per la quale il Monastero “per secoli non ha pagato mai un soldo, a differenza di tanti rispettabilissimi Signori Baroni Romani, che pagano puntualmente per le loro possidenze ne’ feudi, e segnatamente il Macinato”, mentre nulla pagano anche i bestiami del Barone, “che si fanno pascere nella tenuta di Santa Marta, la quale sebbene esista nel territorio di Leprignano, non è permesso ai Leprignanesi andare in essa a pascere”; dopo l’editto dato il 26 settembre 1703 dal cardinal Imperiali prefetto del Buon Governo, a tenore del quale i Baroni dovevano dare l’assegna dei beni da essi posseduti per pagare i relativi pesi camerali, vi fu a Leprignano nel 1704 la visita apostolica di monsignor Lecce, il quale, visto che i Monaci non pagavano le imposte del macinato e del sale, ordinò che fossero collettati, e con essi anche gli ecclesiastici, ma, dopo che erano state “date le partite per esiggere al camerlengo, o sia esattore”, il Cellerario, nel veder tassato il Monastero, fece “subito cassare le partite delle collette non meno del Monastero, che per meglio colorire il non indifferente attentato, ancor l’altre de preti”; nel già citato consiglio del 24 febbraio 1691, convocato su richiesta dei proprietari di bestiame, sull’arringo del Sinibaldi, di cui si è già sopra descritto il contenuto, prevalse dapprima quello di Gregorio Cozzardi, il quale rilevò che ingiustamente tutti i pesi, dazi e collette “si facevano cader sempre sopra i bestiami, onde prender si dovesse altro sistema, che era quello di collettare la libra”, ma il R. P. Cellerario, il quale non gradì poiché se si fosse tassata la “Libra” (cioè i beni immobili posseduti) avrebbe pagato anche il Monastero, fece riconvocare il Consiglio il giorno stesso, facendo mettere ai voti solo la proposta del Sinibaldi. Un attacco all'”esenzione fiscale” di cui godeva il Monastero venne mosso nel 1776, allorché venne introdotta “per parte della Communità…avanti Monsignor Mastrozzi allora segretario della Sagra Congregazione del Buon Governo…contro il Sagro Monastero la Causa sopra il pagamento dei pesi Cammerali, e della Tassa privilegiata, qual Causa fosse tolta indecisa dal giudizio di detto Monsignore Mastrozzi, e dal Eminentissimo Signore Cardinale Giraud allora Pro Uditore di sua Santità rimessa alla piena Sagra Congregazione”, la quale il 24 luglio 1779 rescrisse che il Monastero era tenuto al pagamento degli oneri privilegiati, nonché al pagamento dei pesi camerali per i beni non compresi nella “Concordia” del 1617; risoluzioni poi confermate nella Congregazione del 17 marzo 1780.

Va aggiunto che, se i bovattieri protestavano per l'”esenzione fiscale” di cui godevano i possidenti, anche questi ultimi, tuttavia, protesteranno: con memoriale inviato nel 1787 alla SCBG, si dolgono del fatto che l’ultima tassa per le strade sia stata caricata sui soli possidenti, e non a testatico o a focatico, come già ai soli possidenti si erano fatte pagare le tasse per il terremoto di Cagli e per il viaggio del Papa a Vienna. Essi ricordano ancora che nel 1782 o 1783 venne fatta gravare sui soli possidenti una colletta di 477 scudi per il rimborso della cassa comunitativa la quale “aveva fatto delle prestanze alla privilegiata”; analogamente fu imposta sui possidenti una successiva tassa di 259 scudi. Inoltre, la spesa per il salario del chirurgo, ammontante a 70 scudi, si ripartiva a testatico fino al 1750; trovandosi poi il bilancio della Comunità gravato per l’ultimo passaggio delle truppe estere, per il chirurgo fu posta una colletta di 30 scudi sui seminati, gravante sui soli possidenti, e una colletta a focatico di 60 scudi, quest’ultima soppressa nel 1777 dal visitatore Monsignor Todeschi in considerazione dei sopravanzi del bilancio della Comunità.

Nel 1765 viene presentato un ricorso alla SCBG contro comportamenti ritenuti arbitrari e illegali di Nicolò Sacripanti, deputato dell’Università dei Bovattieri, il quale, in ispregio dei capitoli fatti dal visitatore abate Massi, gestisce in proprio affitti degli erbaggi ed esazione del relativo prezzo, essendo “omo più destro, ed accorto di tutti gli altri”: egli permette ai pecorari di pascere anche oltre il termine stabilito dell’otto maggio, “supponendosi che sottomano abbia preso delle ricognizioni dall’istessi affidati”.

Nel 1766 i priori si rivolgono alla SCBG per protestare contro il comportamento dell’esattore dell’Università dei padronali dei bestiami, il quale avrebbe impiegato i denari ricavati dalle vendite delle erbe e dal riparto sopra i bestiami “per comprarci tante cavalle, e pagarci i proprij debbiti”.

Nel novembre 1781 Michelangelo Sileri, eletto all’ufficio di esattore dell'”Università de Padronali de Bestiami”, chiede di esserne esentato, in quanto illetterato e quasi sempre assente da Leprignano, “già che ritrovasi da tempo notabile accommodato in qualità di capoccia de bovi aratorj nella Campagna Romana con Andrea Rossetti mercante di grano”.

Nel dicembre 1781 alcuni bovattieri protestano perché uno dei deputati dell’Università, Luca Sacripanti, senza il consenso degli altri deputati, ha venduto le erbe dei prati di Pantano e della Fioretta al pecoraro Matteo Bucchi: quindi, “senza alcuna previa intimazione doppo il breve giro di due soli giorni, riaccesasi inaspettatamente la candela” sopravvenne “l’offerta della vigesima di Giacomo Barbetti interposto da Orazio Laudi altro pecoraro, secondo l’accordo di supplatto seguito, tra Laudi, e Bucchi pecorari”; il Laudi e il Bucchi hanno poi retroceduto “rubbia cinque di erbe in luogo detto lo Scarsicaro a commodo del Barbetti, e Sacripanti senza alcun pagamento” e “in virtù della…collusiva delibera di erbe furono subitamente, benché appena cominciate le sementi…scacciati li bovi dell’altri padronali”. Il Sacripanti è “persona facoltosa, e prepotente per l’aderenze”: i ricorrenti consigliano perciò di interpellare per informazioni non il governatore locale, ma il governatore viciniore o quello di Nazzano.

Nel settembre 1784 i maggiori tra i proprietari di bestiame leprignanesi ricorrono alla SCBG, lamentando che i “padroncelli de bestiami” intervengono alle congregazioni dell’Università dei Bovattieri, nelle quali pretendono di “dominare e comandare facendo continui susurri” e prevalgono, essendo più numerosi; inoltre, “ritrovandosi tutti miserabili non si vergognano di fare impuliti maneggi per affidare i bestiami de forastieri prendendo da questi regali” e “facendo essi stessi da garzoni e da pastori del proprio bestiame permettono che i mercanti e pecorari forastieri introducano nel nostro territorio branchi di pecore e di altra specie di animali”, restando così senza pascoli i bestiami “degli padronali rispettabili che mantengono in vigore e sostengono l’agricoltura nel territorio del proprio paese”.

Nel 1794 arriva a un punto fermo la vicenda relativa alle terre della Comunità.affittate all’Università dei Bovattieri: la stipulazione, il 25 settembre di quell’anno, dell’istrumento di “locatio perpetua” di Pantano e Portolupo all’Università ha tuttavia un lungo antefatto. Nel settembre 1768 viene, da parte dei “Bovattieri, e Popolo della Terra di Leprignano”, indirizzata una supplica alla Sacra Congregazione del Buon Governo in cui, facendo riferimento alle decisioni prese circa dieci anni prima dal visitatore apostolico Pietro Francesco Gregorini, si dice: “Un tal Decreto, EE. Signori, benche (sic) gravante, li poveri Oratori da detto anno 1758 sino al giorno d’oggi l’hanno volentieri sofferto, per il motivo, che in detto Affitto non ci ha offerto verun Forastiere, ma ripartitamente ogn’Anno l’hanno seminate essi Oratori, che anzi due anni sono essendo stati costretti dalla Communità sudetta a seminare la Tenuta di Pantano per non esserci stato oblatore, che abbia voluto offerire, ed arrivare alli detti scudi 400; li poveri Oratori non poterono in essa metterci la falce per essersi tutta la Semenza affogata, ritrovandosi la detta Tenuta situata vicino al Fiume Tevere sogetta (sic) all’Inondazione, e convenne alli medesimi fare negl’atti la rinuncia della sudetta semenza, e sostenere una lite contro la Communità sudetta, e alla fine furono condannati a pagare l’affitto senza averci potuto raccoglier Grano di sorta alcuna.

Dovendosi dunque a Marzo futuro rompere le due Tenute di Portolupo, e Vaccareccia come sopra unite, si sono queste accese alla Candela dalli Priori odierni; e siccome sono due Tenute più tosto di buona qualità vi ha offerto un Forastiere per scudi 405 l’anno, e li detti Priori hanno risoluto di deliberarla a favore del detto Forastiere, ed esculdere (sic) li Bovattieri Oratori con grave danno…”. Il danno, secondo i proprietari di bestiame ricorrenti, è triplice: il grano raccolto dal forestiero affittuario verrà trasportato fuori del territorio, cosicché “il Paese” rimarrà “esausto, e privo di Grano”; ai buoi del forestiero da impiegarsi per rompere i terreni occorrerà assegnare del pascolo, e questo diminuirà il pascolo a disposizione del bestiame dei locali; inoltre, la Comunità “dall’Affittuario Forastiere sarà costretta a spese proprie fargli ripulire tutte le Forme, e Fossi che circondano dette Tenute, e spenderci delle Centinaja di scudi”, mentre “le Forme, e Fossi…l’hanno rifatte sempre i Particolari a proprie spese” quando gli affittuari sono stati privati del luogo. I Bovattieri, perciò, chiedono alla Sacra Congregazione del Buon Governo “d’ordinare la moderazione del sudetto Decreto in quella parte, in cui si dà la facoltà di poter concorrere anche il Forastiere all’Affitto delle suddette Tenute, e quelli affatto escluderli, come è stato praticato per tanti secoli prima del sudetto Decreto, o pure, che non trovandosi affittare le sudette Tenute non siano costretti l’Oratori Bovattieri di seminarle, ma restino a carico, e danno della detta Communità, non parendo cosa giusta, che li poveri Oratori abbiano da esser costretti a seminare le dette Tenute quando non si trovano ad affittarle, ed in specie allor quando tocca la Tenuta del Pantano sogetta all’inondazione del Tevere, che allora li Forastieri non ci si affacciano per conto veruno”. Come riassume il 14 dicembre 1768 l’uditore baronale Domenico Calzamiglia nella sua informativa sulla questione alla Sacra Congregazione del Buon Governo, risulta “troppo sensibile alli Bovattieri, ed Agricoltori del Luogo, che sia conferito l’affitto delle due Tenute migliori, cioè di Portolupo, e de Terreni di Vaccareccia ad un Forastiere”: infatti, “comparisce il Forastiere, allorquando si presenta l’affitto delle Tenute migliori, cioè della sola Polppa (sic) /come suol dirsi da Campagnoli/ per escludere li Bovattieri, ed altri del Luogo; ed al contrario non concorre all’affitto delle Tenute inferiori, cioè dell’osso, per lasciarlo alli poveri Terrazzani”; la questione è dunque – sono ancora parole del Calzamiglia – se “li Forastieri, o pure li soli Terrazzani debbano in avvenire concorrere, ed offerire, mercé la solita accensione di Candela alla sementa delle quattro Tenute di Pantano, Vaccareccia, Portolupo, ed il Lago situate nel territorio di Leprignano”. I problemi con la tenuta di Pantano continueranno, come dimostra il fatto che nel giugno 1772 i Bovattieri chiederanno “un onesto, e giusto difalco”, concesso già nel 1767: come affermano i periti Moderato Bizzarri e Nicola Belardi, “seminata in maggese nella passata staggione da tutti i Patronali de Bestiami, abbiamo trovato essersi tutta affocata, e che di ventotto Rubia di sementa, non vi è un Rubio in tutta detta Tenuta…che possa mietersi”. La soluzione sarà l’affitto perpetuo delle tenute all’Università dei Bovattieri, come si evince dalla premessa narrativa dell’istromento stipulato il 25 settembre 1794, con il quale la Comunità di Leprignano affittò in perpetuo le tenute di Pantano e Portolupo all’Università dei Bovattieri: “Gravoso si rendeva agli Agricoltori della Terra di Leprignano l’obbligo che gli correva a tenore della visita Gregorini del 1789 di seminare le Tenute di Pantano e Portolupo spettanti alla detta Terra e corrispondere annui scudi 400 moneta quando la detta Comunità non trovava ad affittarle perché essendo limitrofe al Fiume molti pregiudizi ne risentivano per le frequenti inondazioni ma da tal gravame volle allegerirli la Sagra Congregazione del Buon Governo mentre prese il temperamento di unire all’affitto perpetuo de Pascoli di tutto il Territorio di Leprignano che godeva l’Università de Padronali de Bestiami di detto luogo le dette due Tenute, e perciò sotto il dì 14 Gennaio 1775 ordinò che questo temperamento si proponesse in Congregazione di detta Università…Fu a pieni voti accettato…e fin d’allora la detta Università entrò al possesso del godimento di dette Tenute pagando alla detta Communità scudi 1090 moneta.Nel godimento pacifico di dette Tenute, si mantenne la detta Università fino all’anno 1786, e nel mese di Agosto di detto anno fu posto all’incanto della candela la Colonia di dette Tenute”: la SCBG annullò l’asta  con rescritto del 16 giugno 1787 e prefisse il termine di un mese per riportare l’approvazione della SCBG stessa circa l’unione delle tenute all’affitto perpetuo dei pascoli e stipularne istrumento, ma  così non accadde, anzi pervennero alla SCBG due offerte per prendere in affitto le tenute suddette, onde i Bovattieri s’indussero a ricorrere al Pontefice stesso, il quale, su relazione del Segretario della SCBG, il 6 agosto 1794 rescrisse, “per mezzo dello stesso Monsignor Segretario”, che l’istrumento di locazione perpetua delle due tenute poteva essere stipulato “quibuscumque non obstantibus”.

Nel 1786 Nicola Bizzarri si aggiudicò, con un’offerta di 810 scudi, l’affitto delle due tenute di Pantano e del Lago, a maggese e a colto, da rompersi a marzo 1787: è questa, probabilmente, l’asta che fu annullata dalla SCBG con il rescritto del 16 giugno 1787. In precedenza, l’Università dei Bovattieri aveva già avuto con la medesima persona una lite su una materia affine: nel 1783 il sacerdote don Giovanni Picconi e il cognato Nicola Bizzarri ebbero in enfiteusi perpetua dal monastero di San Paolo “il lago della antica Civitucula per asciugarlo e ridurlo a coltura”: i Bovattieri ricorsero alla SCBG e i due enfiteuti al Papa, il quale deputò come giudice della controversia monsignor Marazzani, che confermò l’enfiteusi.

E’ da notare come nel rogito del 25 settembre 1794 la Comunità, rappresentata da Giovanni Castiglione, segretario della SCBG, affitti in perpetuo all’Università dei Bovattieri, rappresentata dall’avvocato (“curiale”) abate Domenico Palozzi, le tenute di Pantano e di Portolupo “nell’istessa maniera, che l’hanno godute dall’anno 1775 a questa parte non solo in questo, ma in ogni altro miglior modo”, per l’annua risposta di scudi 410.

I due rogiti del 1763 e del 1794 regoleranno il rapporto tra Comunità e Università dei Bovattieri sino in epoca postunitaria, e precisamente sino alla transazione tra Comune e Università Agraria stipulata il 17 gennaio 1901 per gli atti del notaio in Roma Ettore Urbani.

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