UN TOPONIMO URBANO A CAPENA: BOMBELLI

La zona del centro abitato capenate attraversata da via Eugenio Curiel è tradizionalmente denominata “Bombelli” o “Bommelli”. Tale toponimo trae origine dal cognome di una famiglia romana che, nel corso del ‘700, acquistò cospicui possedimenti nel territorio leprignanese. Uno di essi, in particolare, è alla base del toponimo in questione: nel catasto di Leprignano del 1778, un Giacomo Bombelli dichiara di possedere, tra gli altri beni, “un rubbio, et una quarta e tre scorzi e mezzo di terreno…in vocabolo San Leo…confinante da capo coll’eremitorio di detta Venerabile Chiesa di San Leo da un lato gli eredi Barbetti, e da piedi, e dall’altro lato la strada pubblica”; si tratta di un fondo esteso oltre 27000 metri quadri e situato proprio laddove oggi si trova la zona detta “Bombelli” (o anche “Bommelli”), come si deduce dal confine con il terreno dell’eremitorio della chiesa di San Leo, allora non ancora circondata dal cimitero, che sarà costruito verso il 1880; va inoltre ricordato che è relativamente recente il tratto rettilineo di via Morlupo, tra Piazza della Libertà e il cimitero vecchio, mentre il tracciato di via Eugenio Curiel corrisponde a quello di una strada esistente “ab antiquo” e una volta denominata via o strada di San Leo. Nel citato catasto del 1778, si trova sia l’assegna di Giacomo Bombelli (carte da 59r a 62r), comprendente ben ventidue fondi, sia quella del di lui fratello Luigi (carte da 111r a 112v), entrambi romani, figli del fu Pietrantonio. Ulteriori notizie possiamo trarre dal testamento di Pietrantonio Bombelli, redatto e consegnato chiuso e sigillato al notaio di Borgo Giovanni Antonio Antoniani il 12 luglio 1770, quindi aperto e pubblicato il 15 gennaio 1771 per gli atti del medesimo notaio e ad istanza di Luigi, figlio del defunto, dopo che, “nocte praeterita hora sexta noctis circiter”, è defunto il testatore, romano, residente nella parrocchia di San Giacomo a Scossacavalli e figlio del fu Marcantonio. Nell’atto sono menzionati in tutto otto figli del testatore, di cui cinque sono femmine e tre maschi. Delle prime, tre sono monache professe: suor Maria Gabriele e suor Amante Maria in un monastero perugino, suor Maria Angelica in un monastero romano; delle due non monacate, una, Elisabetta detta Isabella, è sposata con Lorenzo Baretti, mentre l’altra, Agata, è “zitella” e le viene lasciata una dote di trecento scudi. I tre figli maschi sono Carlo, Luigi e Giacomo: Carlo è predefunto al padre; Luigi è istituito erede universale; a Giacomo sono lasciati a titolo di legittima mille scudi, per la quasi totalità in fondi siti nel territorio di Leprignano (ben diciassette, acquistati tra il 1751 e il 1765). Vi sono tuttavia quattro fondi, anch’essi siti nel territorio di Leprignano e dal testatore lasciati a titolo di “prelegato, o sia fidecommisso particolare” a Luigi e a Giacomo in solido; tra questi quattro fondi, vi è l’esteso terreno in località San Leo, così descritto: “Due vigne unite insieme con diversi altri pezzi di terreni olivati parimente uniti insieme con casino di quattro stanze, cantina, e grotta, tinello, forno, e stalla; un altro appartamento principiato con altra stanza per il vignarolo a parte, il tutto unito a dette due vigne, ed in buona parte recinto di muro, posti nel territorio di Leprignano confinanti da due lati colle due strade di San Leo, e strada maestra, da capo coll’Eremitorio, e da un’altra parte colli beni di Barbetta…valutato il tutto, compresovi li piantoni di olivi, e sopraterra scudi ottocento in circa”. Questo esteso possedimento è all’origine del toponimo “Bombelli” (del quale è forma corrotta “Bommelli”). Circa gli altri tre fondi assegnati in fedecommesso a entrambi i figli, si tratta di tre pezzetti di terreno che “devono servire ad uso di canneti per le sudette vigne”, cioè per il grande possedimento di San Leo, forse risultante dall’unione di più fondi minori. All’origine, tuttavia, dev’esserci in gran parte un fondo menzionato in una deposizione giurata rilasciata il 7 gennaio 1717 da Giuseppe Sacripanti e da Domenico Antonio Cardari, i quali attestano che “il signor Marc’Antonio de Rossi da Leprignano tra gl’altri beni ha, e possiede fuori delle mura della detta terra un casino nuovo di due appartamenti di quattro stanze oltre la sala per appartamento, con una vigna, oliveto, e canneto, circondato di muro verso la strada, et altri comodi, et annessi in vocabolo la Folta”; lo stesso fondo in un catasto del 1703 è descritto come “una vigna nella quale vi è unito l’oliveto in loco detto la Folta continente in se tinello, grotta, forno, et olivi”. Bisogna tener presente che il toponimo “la Folta” designava la zona a monte della chiesa si Sant’Antonio: siamo, dunque, nello stesso posto in cui si estendeva qualche decennio dopo il grande possedimento dei Bombelli, toponomasticamente rientrante in “San Leo” per la vicinanza anche di quest’ultima chiesa. E’ probabile che il fondo del Rossi sia passato in proprietà dei Bombelli già con il padre di Pietrantonio: mentre, infatti, in una nota inserita nel testamento del 1770 sono indicati gli estremi degli atti notarili relativi all’acquisto dei diciassette fondi lasciati a titolo di legittima al figlio Giacomo, nessuna indicazione del genere vi è per il fondo di San Leo. Il regime fedecommissario cui quest’ultimo viene assoggettato è così descritto nel testamento stesso: “(Nomino) primieramente in quello ambedue li sudetti miei figlioli in commune e doppo la di loro morte sostituisco tutti li figli maschi de medesimi, e figli de figli maschi, e loro successori, e descendenti sempre di linea mascolina in infinitum, escluse sempre le femmine, a quali tutti proibisco espressamente qualunque alienazione, e detrazzione…ed estinta che fosse la linea mascolina di uno de sudetti miei figlioli sostituisco li figli maschi, e figli de figli maschi dell’altro, e loro successori, e descendenti maschi in infinitum. Estinta poi, che sarà la linea mascolina di ambedue sostituisco le figliole femine”. Già ai primi dell’Ottocento, tuttavia, viene meno ogni riferimento ai Bombelli in qualsiasi tipo di documentazione concernente Leprignano (un figlio di Giacomo, Carlo, sposato con la leprignanese Faustina Coleazza, era morto poco tempo dopo il matrimonio), sia che si fosse estinta la discendenza per linea maschile, sia che il cospicuo patrimonio fondiario della famiglia fosse stato venduto, incluso il grande possedimento in località San Leo, dopo – si dovrà supporre – il riscatto dal regime d’inalienabilità cui era stato sottoposto da Pietrantonio Bombelli nel suo testamento.

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