UN’ARCHITETTURA URBANA A CAPENA E LA SUA STORIA: IL PALAZZO DEI RAGGI

E’ conosciuto come “palazzo dei Raggi” l’edificio la cui entrata è in via Fausto Cecconi, al numero civico 2: ripercorrerne le vicende sarà anche l’occasione per parlare di personaggi che non sono tra i meno importanti della storia leprignanese.

Il 24 novembre 1721 Giacomo Filippo Stazi, sostituto del notaio capitolino Francesco Floridi, rogava l’atto relativo alla presa di possesso, da parte della leprignanese Angela Tobili, dell’eredità pervenuta a lei come figlia ed erede ab intestato del fu Ubaldo Tobili, nonché come nipote ed erede testamentaria fidecommissaria dell’avo paterno Marco Tobili: nel cospicuo patrimonio immobiliare inventariato nell’atto, si fa menzione anche “unius domus magnae hereditariae dicti quondam Marci positae extra dictam terram in vocabulo Conca”, composta di tre appartamenti “una cum tribus cellariis subtus…iuxta ab uno bona heredum quondam Petri Mocci, et ab alio viam publicam”; nel medesimo protocollo notarile, in data 5 dicembre 1721, vi è la “adhitio hereditatis quondam Ubaldi Tubilii” da parte della figlia Angela, rappresentata dal procuratore Pietro Badini e citata con un doppio cognome (Tobili Antonetti), aggiungendosi a quello di origine il cognome del marito; il 9 gennaio 1722, “pro Domina Angela Tubilia de Antonettis”, viene redatto il vero e proprio “inventarium bonorum hereditariorum quondam Marci, et Ubaldi Tubilii“, tra i quali vi è anche “una casa posta fuori di Leprignano in vocabolo le Mandre di tre appartamenti, soffitte, longia (sic), dui granari, e con tre cantine di sotto, e sua grotta, e nella cantina, dove sta la grotta…numero dieci botti romanesche cerchiate di legno di barili ventiquattro l’una piene di vino, che si dice esser stato ritratto dalla vigna ereditaria di detto quondam Marco posta nel territorio di Leprignano in vocabolo Martolana ritenuta a mezzo dal quondam Giovanni Francesco Ricci, che perciò detto vino dovrà dividersi con Maria Diana Gentili vedova relitta, et erede testamentaria del medesimo”: si tratta, come si evince dalla descrizione, della medesima “casa grande ereditaria” menzionata nel rogito di presa di possesso; nella successiva elencazione dei beni mobili contenuti nella casa, spiccano anche non pochi quadri.

Angela Felice Tubili, figlio di Baldo, o Ubaldo, e della castelnovese Margherita Caproli, era nata a Leprignano il 3 marzo 1688 ed era stata battezzata nella chiesa di San Michele Arcangelo il 7 di quello stesso mese, essendo padrino e madrina i coniugi Antonio e Camilla Ciancarini; il suo atto di morte è datato 13 ottobre 1754, e in esso risulta essere stata sposata tre volte, in seconde nozze con un Filippo Antonetti e in terze nozze con Lucio Domenico Controversi, nativo di Valentano, che le sopravvisse. In alcuni atti notarili tra 1650 e 1660 troviamo menzionato il nonno paterno Marco, nativo di Sant’Angelo di Pesaro, da identificarsi con ogni probabilità con l’odierno Sant’Angelo in Lizzola.

Dal matrimonio con Filippo Antonetti, Angela Tubili ebbe un figlio che esercitò la professione notarile in Roma, ma è sul terzo matrimonio che dobbiamo portare ora l’attenzione, perche da esso nacque l’erede della “casa grande” tra la Conca e la Mandre. Un memoriale redatto nel 1737 e inviato alla Sacra Congregazione del Buon Governo (S. C.) traccia un profilo della carriera “leprignanese” di Lucio Domenico Controversi Cotta (il cognome è talora semplicemente “Controversi”, talaltra “Controversi Cotta”): egli, mentre esercitava a Roma l’avvocatura, conobbe e sposò Angela Tubili, figlia unica di condizione “riguardevole”, anch’essa residente a Roma; la coppia si trasferì quindi a Leprignano, luogo d’origine della sposa, dove il Controversi fu dal Consiglio Generale della Comunità eletto nel novero dei consiglieri dei Trenta e poi, “crescendo…nell’estimatione appresso quel Publico”, fu eletto esattore e deputato a distribuire il “denaro che in credito della Comunità tenevasi in deposito nel Banco del signor Minucci depositario della Reverenda Camera affinché la Comunità potesse servirsene in reintegrazione, et altre occorrenti spese per il primo Passaggio delle Truppe Spagnole”; “seguìto successivamente il secondo passaggio fu il medesimo Controversi da detto General Conseglio destinato a pieni voti per sopraintendente maggiore per detto passaggio”; in prosieguo di tempo, fu eletto capo priore, e successivamente procuratore dei poveri e paciere, “ne’ quali impieghi…aquistò (sic) un plauso universale”; nel consiglio del 27 marzo 1735 venne eletto ancora esattore delle rendite comunitative (per l’esercizio del 1737), ma qui cominciano i guai, perché, dopo essersi il Controversi già immesso nell’esercizio delle funzioni di esattore, alcuni asseriscono, riuscendo a convincere i priori, che esiste una causa d’incompatibilità per la quale il Controversi deve rinunciare a tale incarico: è infatti pendente una lite tra la Comunità e la moglie del Controversi, Angela Tobili, essendo entrambe creditrici dell’eredità del fu Ubaldo Tobili, con il quale nel 1714 la Comunità aveva iniziato una causa. Nel 1742 si è ai ferri corti: i priori vogliono rimuovere dall’incarico di cancelliere Giuseppe Ottaviani, il quale “ha strettissima amistà con Domenico Controversi col quale la Communità ha alcune liti, e il detto Ottaviani gli ha fatti attestati come Cancelliere ed ha estratte partite da libri della Communità senza farne motto alcuno alli Priori”; inoltre, poiché il cancelliere legge le lettere del procuratore, vi è il rischio che riveli i “segreti della causa” all’avversario, con cui è in combutta. Nel 1743 la Comunità si rivolge alla S. C. perché sia rivista la sentenza sindacatoria emessa dal Controversi e da Leandro Berardi sull’esattorato di Giovanni Battista Gaggini nel 1738: del Controversi è detto che “non è huomo da fidarsi, che per le sue bone qualità sono oggi 43 giorni, che il Padre Abbate lo tiene in segreta carcerato”.

Una tra le liti vertenti tra il Controversi e la Comunità era legata al fatto che il Controversi, con istromento rogato il 13 novembre 1740, aveva preso in affitto la tenuta di Pantano e Scarsicaro per un triennio al prezzo di scudi 1681, che il Controversi non poté pagare non avendo potuto ritrarre alcun raccolto dalla tenuta a causa delle reiterate inondazioni del Tevere: di ciò egli incolpa la Comunità, la quale, secondo lui, non aveva “adempito all’obligo convenuto di spurgar li formoni maestri per lo scolo dell’acque”, i quali sono quelli “detti della Fioretta e della Nocella”; la S. C. nega al Controversi anche solo una riduzione dell’affitto e il Controversi ricorre al papa, Benedetto XII; la causa torna alfine alla S. C.. Non sappiamo come andò a finire la causa sull’affitto della tenuta comunale di Pantano e Scarsicheto, ma sappiamo che la causa iniziata nel 1714 tra la Comunità e Ubaldo (o Baldo) Tobili fu alfine ereditata dal genero del Controversi e della Tobili, Francesco Marotti, che sposò Angela Maria Controversi, omonima della madre e come essa, sembra, figlia unica.

Francesco Marotti, sposando la Controversi, venne anche in possesso della casa grande tra la Conca e le Mandre, e in questa alloggiò nel 1777 monsignor Todeschi, inviato dalla S. C. in ispezione a Leprignano perché riferisse sulla fondatezza o meno dei reclami avanzati dagli abitanti del luogo contro oneri, che essi supponevano indebiti, imposti del monastero di san Paolo. Il Todeschi, nonostante i positivi apprezzamenti riservati nella sua relazione agli abitanti del luogo e al Marotti in particolare (il quale, come vedremo, era un antimonastico), confuta spietatamente tutte le pretese dei Leprignanesi, facendo per lo più ricorso all’argomento dell’immemorabile.

Il Marotti, avvocato nativo di Rocca Sinibalda, fu principalissimo artefice della vittoria giudiziaria che, da lui e da quegli undici leprignanesi che nel 1777 gli sottoscrissero il mandato di procura, fu riportata sul monastero di San Paolo con decisione rotale emessa il 16 aprile 1779, la quale giudicò “privati viziosissimi codici” i catasti che del territorio di Leprignano erano stati formati a cura del Monastero; a lui, altresì, va in larga parte il merito di due pronunce favorevoli alla Comunità di Leprignano rese dalla S. C., l’una nel 1779, l’altra nel 1780, concernenti la ripartizione dei carichi tributari tra Monastero e Comunità. Non mancavano tuttavia in Leprignano i suoi detrattori, i quali facevano leva anche sulla già citata causa pendente tra la Comunità e gli eredi di Ubaldo Tobili (del quale Angela Maria Controversi, moglie del Marotti, era nipote “ex filia”), per insinuare il sospetto che dietro la sua attività in favore della Comunità ci fosse l’intenzione anche di far “dimenticare” questa lite, in cui erano in gioco somme rilevanti.

E’ significativo che il figlio di Francesco, Vincenzo, sia stato pretore del cantone di Morlupo al tempo della prima Repubblica Romana (1798-1799); che il nipote e omonimo di Francesco sia poi stato eletto priore di Leprignano al tempo della seconda Repubblica Romana (1849); che il bisnipote di Francesco, altro Vincenzo, sia stato il primo segretario comunale di Leprignano in epoca postunitaria. In una nota inviata nel 1876 dal parroco di Leprignano Sebastiano Felici all’abate di San Paolo, il Marotti padre e figlio (Francesco e Vincenzo) sono segnalati tra coloro che non hanno soddisfatto al precetto pasquale. La famiglia Marotti dovette conoscere un dissesto economico, poiché con atto rogato l’8 agosto 1878 dal notaio Antonini di Castelnuovo di Porto, Francesco e il figlio Vincenzo vendettero ben diciotto fondi tra urbani e rustici per complessive dodicimila lire al possidente cavalier Francesco Pagnani, nato a Nocera Umbra e residente in Castelnuovo, e tra essi è annoverato un “accasamento posto in via della Conca, e corrispondente nell’altra via detta delle Mandre, composto di numero trentuno vani, oltre due sterrati scoperti ma recinti da muri, un mignano, una loggia, ed una terrazza sopra il tetto, non che l’annessa cisterna, demarcato dalla parte di via della Conca con i numeri civici 1.91.92=dalla parte della strada delle Mandre con i numeri 1.2.3=nell’assieme distinta nella mappa con il numero 731=confinante dal lato nord con il bivio delle suddette due strade, da quello sud con Sinibaldi Pietrantonio, ed eredi Laudi, da levante con la ridetta via della Conca, e da ponente con l’altra delle Mandre, per il valore attibuitogli con consenso unanime di lire 6432.92″.

La “casa grande” tra la Conca e le Mandre passò così di mano; morto Francesco Pagnani, la proprietà dell’immobile passò ai figli Giuseppe, Pietro, Maria ed Elena, ai quali fu intestato in seguito a voltura datata primo novembre 1888, come risulta dal primo catasto urbano postunitario; anche i Pagnani dovettero conoscere un dissesto finanziario poiché l’immobile, in seguito a pubblica asta, fu aggiudicato, con sentenza emessa il 19 febbraio 1892 dal Tribunale Civile di Roma, ai fratelli romani Giuseppe e Giovanni Ugolini, menzionati nell’iscrizione posta sopra l’entrata dell’edificio in via Fausto Cecconi 2 come coloro che promossero nel 1894 la ricostruzione dell’immobile: dal già citato primo catasto urbano postunitario di Leprignano risulta, dopo il passaggio della proprietà ai fratelli Ugolini, una demolizione e successiva ricostruzione dell’immobile, per la quale questo passò in consistenza da cinque piani e trentacinque vani a sei piani e quarantotto vani. Defunto celibe e senza prole in Roma Giuseppe Ugolini il 13 maggio 1908, la proprietà della metà che dell’edificio spettava al defunto passò in parti uguali a Raggi Pietro ed Elena (figli di Gioacchino e di Ugolini Luisa), e alle sorelle Mazzetti Maria, Agnese, Pia e Augusta del fu Gustavo, tutti e sei, con ogni probabilità, eredi testamentari di Giuseppe Ugolini, mentre l’altra metà restò di proprietà di Giovanni Ugolini, finché, morto anche questi celibe e senza prole il 24 gennaio 1918, anche la sua metà passò alle sei persone già comproprietarie in parti uguali dell’altra metà. Con l’entrata in scena, novecentesca, di Raggi Pietro ed Elena fratello e sorella, spieghiamo anche la denominazione odierna dell’immobile: si tenga presente che i Raggi possedevano fondi rustici nel territorio di Leprignano fin dalla prima metà dell’Ottocento. L’immobile fu, dopo la morte di Giovanni Ugolini nel 1918, frazionato in undici subalterni e, a partire dagli anni ’20-’30, gli appartamenti di cui si componeva furono venduti a privati di Leprignano. Sicuramente esso aveva conosciuto un ingrandimento già prima della demolizione e ricostruzione di fine ‘800: dagli originari tre appartamenti con tre cantine sottostanti, infatti, esso era passato ai cinque piani con trentacinque vani attestati nel primo catasto urbano postunitario di Leprignano, inglobando probabilmente parte del terreno ortivo che, nel catasto di Leprignano del 1778, risulta essere contiguo all’immobile e anch’esso di proprietà di Francesco Marotti; parte di tale terreno, probabilmente, venne anche a costituire quei “due sterrati scoperti ma recinti da muri” menzionati nella descrizione dell’immobile contenuta nel già citato rogito Antonini dell’8 agosto 1878.

E i Marotti? Francesco morì poco tempo dopo la grande “svendita” del 1878, lasciando un testamento in cui, oltre al figlio unico Vincenzo, istituiva erede Enrichetta Turòli, figlia di Vincenzo Turòli, medico condotto in Leprignano, la quale si era presa cura di lui nella sua vecchiaia; e forse dovette amareggiare il figlio il fatto che il padre, pur rammaricandosi nel testamento di aver dovuto vendere un cospicuo patrimonio immobiliare per sfortunate vicende, lasciasse poi per sovrammercato tanta parte del rimanente (esclusivamente o quasi beni mobili) a un’estranea alla famiglia. Nel giugno del 1880, Vincenzo Marotti trasferì la propria residenza a Castelnuovo di Porto e quivi, ormai prossimo ai cinquant’anni, sposò con rito dapprima solo civile la vedova nazzanese Margherita Sciòmmeri; nel 1882 volle contrarre con la Sciòmmeri anche matrimonio religioso e nello “stato libero” formato il 17 maggio 1882 dal parroco di Leprignano si legge che il Marotti “ha celebrato il matrimonio civile in Castelnuovo di Porto, ove dimora, e non aveva affatto intenzione di celebrare il matrimonio religioso, atteso (sic) le cattive sue massime”.

Una traccia della famiglia Marotti a Capena rimaneva, almeno fino a qualche tempo fa, nella toponomastica popolare: qualche anziano ancora ricorda come l’odierna via Fausto Cecconi fosse un tempo denominata “salita di Morotti”, dove “Morotti” è un’alterazione di “Marotti”, cognome di coloro che lungo quella salita possedettero fino al 1878 la “domus magna” che appartenne in principio all’immigrato di origine marchigiana Marco Tobili. 

 


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