ELEMENTI DIALETTALI NEI TOPONIMI RURALI DI LEPRIGNANO

In alcuni casi, il dialetto locale si riflette anche nelle denominazioni di zone di campagna nel territorio di Leprignano. Troviamo un esempio di ciò in un toponimo rurale in disuso da ormai da molto tempo, “Magnalonto”, che individuava una zona poi ricaduta nella denominazione di “Martolana”, la quale è passata anche nella toponomastica urbana attuale (via Martolana, che porta da via Morlupo in zona Pastinacci). “Magnalonto” non è che la versione dialettale di “mangia l’unto” (dialettalmente appunto “magna l’onto”): di questa origine troviamo conferma nella grafia del toponimo quale è attestata in un catasto per assegne (=dichiarazioni giurate) del 1703, in cui troviamo la variante (nella quale il verbo non è fuso con il complemento oggetto) “Magnia Lonto” (assegna di Girolama Alei vedova di Clemente Sinibaldi e assegna di Ambrosio Leonio), insieme con quelle “Magna Lonto” (assegna dei beni dotali di Francesca Corsi), “Magnalonto” (assegna di Cesare Sinibaldi) e “Magnialonto” (assegna di Pietro Barbetti). Troviamo una tendenziale “italianizzazione” del toponimo, con “unto” al posto del dialettale “onto”, nel catasto del 1778: nell’assegna di Odoardo Sinibaldi si trova la variante “italiana” “Mangia Lunto” e in quella di Girolamo Sacripanti la variante “Magnalunto”, mentre la grafia “Magnalonto”, che riflette l’originaria pronuncia dialettale, si trova nelle assegne di Giovanni Alei, Giovanni Amici e Giovanni Bernardoni nel catasto del 1778. Quanto al toponimo rurale “Vignamuru” (“Vignamuro”), esso individua uno specifico fondo nella contrada “Magnalonto”, che troviamo menzionato nell’istromento di divisione rogato nel 1776 da un notaio leprignanese e intercorso tra Giovanni Bernardoni (1752-1801) e il cognato medico Zeffirino Falconi, marchigiano di Montottone, al quale era stata data in sposa Margherita Bernardoni, sorella di Giovanni e, come lui, figlia del poggibonsese Giuliano (1695-1761), trasferitosi a Leprignano per svolgervi l’attività di amministratore delle proprietà fondiarie che in loco aveva il Monastero di S. Paolo: nel rogito con cui Giovanni Bernardoni assegnò al Dott. Falconi i beni dotali che gli spettavano come contributo della sposa Margherita Bernardoni, sorella di Giovanni, “ad sustinenda onera matrimonii” è menzionata anche, tra i beni che rimasero a Giovanni e quindi nella famiglia Bernardoni, una “vigna detta del Muro” – espressione che rimanda al dialettale “Vignamuru” e che individua un fondo che quasi certamente s’identifica con il seguente appezzamento assegnato da Giovanni Bernardoni nel catasto per assegne del 1778: “una vigna posta a Magnalonto di capacità di una quarta e stari due di terreno sodivo confinante da una parte gli eredi di Don Angelo Barbetti, e dall’altra Scolastica Barbetti e la strada vicinale”. Il fondo indicato come “Vignamuro” fu poi identificato nel cessato catasto con i mappali 1225 e 1232 della sezione II della mappa di Leprignano e oggi costituisce zona edificata sita tra via Martolana e via Pastinacci. Un altro esempio di dialetto nella toponomastica locale è dato dalla denominazione “Valle Corbina”, che è l’equivalente di “Valle Volpina” (“corbe”=volpe). Non è chiara, invece, l’origine del toponimo rurale “Valle Merlina”, che, a differenza di “Valle Volpina”, sembra essere caduto in disuso.   

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LEPRIGNANO: UNA RISALENTE RICORRENZA DEL TOPONIMO RURALE “CAMMORATA”

“Cammorata” o “Cammorada”, toponimo rurale ancora vivo nell’uso, è spesso riportato nelle fonti scritte tra ‘700 e ‘800 come “Camerata” o “Cammerata”. Tuttavia, in un atto datato 13 giugno 1685 a rogito di un notaio capitolino, esso figura scritto nella stessa forma che assume nel parlato, ossia con la “o” anziché con la “e”. Con quell’atto, Simeone Alei del fu Girolamo impose un censo sopra una vigna a lui appartenente “posita in Territorio Leprignani in vocabulo Cammorata”, a confine da capo con la via pubblica, da un lato con i beni di Giovanni Battista Zii e da un altro lato con i beni degli eredi del fu Giovanni Alei, e contestualmente Carlo Ambrosio del fu Lorenzo impose un censo sopra una cantina (“cella vinaria”, nel latino del rogito) a lui appartenente posta “intus dictam terram Leprignani”, a confine da due lati con la via pubblica e di sopra con i beni degli eredi del fu Giovanni Leopardi. I due impongono congiuntamente sui due loro beni suddetti un censo annuo, perpetuo e redimibile di due scudi, venduto per venticinque scudi al sacerdote leprignanese Don Teodoro Marconi (appartenente alla famiglia che edificò il palazzo sito tra via Matteotti (con l’iscrizione “DOMUS LIBERA AB OMNI ONERE” sopra l’entrata principale), via Capena e vicolo Vetuleno Procolo e incombe sulla piazzetta della Portanova). Si tratta di un censo “consegnativo” o “bollare”, che mascherava un prestito ad interesse: venticinque scudi è la somma prestata da Don Teodoro Marconi a Simeone Alei e a Carlo Ambrosio, due scudi è l’importo degli interessi annui da pagare al creditore, mentre i beni sui quali viene imposto il censo e i loro frutti rappresentano la garanzia data al creditore per la restituzione del capitale e per il pagamento degli interessi.

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CAPENA: IL TESTAMENTO DI PIETRO DEGLI EFFETTI

Con testamento pubblico rogato il 28 febbraio 1839 per gli atti di un notaio campagnanese, alla presenza dei testimoni Don Giuseppe Moretti fu Egidio, Filippo Antonazzi del fu Giovanni, Luca Bizzarri del fu Andrea, Francesco Cherubini del fu Eraclio, Francesco Bizzarri del fu Sperandio, Giuliano Bernardoni del vivente Francesco e Don Carlo Baiocchi del fu Tancredi, tutti nati e domiciliati in Leprignano, e di Giovanni Lauri del fu Pietro Paolo, nato a Monteleone di Fermo e domiciliato in Leprignano, il possidente Pietro Degli Effetti del fu Giuseppe, nato e domiciliato a Leprignano, mette per iscritto le sue ultime volontà, nominando eredi universali proprietari i figli Giuseppe e Filippo, in pupillare e minorile età, i quali dovranno procedere a divisione giunti alla maggiore età, con condizione che, se uno dei due morisse senza figli, gli succeda l’altro. Il testatore nomina loro tutrice e curatrice la propria consorte Margherita D’Antimi, istituita erede usufruttuaria universale vita natural durante, purché serbi lo stato vedovile, e nomina esecutore testamentario Angelo Alei. Il testatore lascia a titolo di legato quindici baiocchi alla mensa abbaziale di Leprignano e dispone che entro un anno dalla sua morte siano celebrate in suffragio della propria anima cento scudi di messe, con elemosina di venti baiocchi per messa, da parte dei sacerdoti di Leprignano. In calce al rogito compare l’attestazione del medico di Leprignano Dott. Luigi Segarelli, il quale certifica che il testatore, affetto da febbre gastrica reumatica, si trova nei pieni sentimenti, ossia è capace d’intendere e di volere. Il testamento è rogato nella casa del testatore in contrada Porta Nuova, e precisamente nella seconda camera del piano superiore.

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LEPRIGNANO: LA COMPRAVENDITA DI UN TERRENO IN LOCALITA’ “PIAN MACCHIONI” E LA SOLITA STORIA DI DOTE

Con atto datato 2 luglio 1877 a rogito di un notaio castelnovese, Giuseppe Degli Effetti del fu Pietro, nato e domiciliato a Leprignano, proprietario, vende a Francesco Pagnani del fu Giuseppe, possidente, nato a Nocera Umbra e domiciliato a Castelnuovo di Porto, un terreno seminativo camporile in località “Pian Macchioni”, distinto nella mappa censuaria di Leprignano con il numero 106 della sezione seconda, subalterni 1 e 2, esteso ha 05.61.00, corrispondenti a cinquantasei tavole censuarie e a dieci centesimi, confinante da tre lati con il fosso, nonché con gli eredi Cola, con la cappellanìa detta del Rosario e per un breve tratto con gli eredi Selvaggi. Il terreno è gravato da servitù passiva di pascolo a favore del Comune di Leprignano, e per esso dei locali possidenti di bestiame, negli anni in cui non viene seminato. Nel rogito si ricorda che, con precedente atto notarile datato 8 aprile 1857, era stata costituita in favore di Agnese Sacripanti del fu Nicola, maritata a Giuseppe Degli Effetti, una dote ammontante a quattrocento scudi, pari a duemilacentocinquanta lire, con patto che ne fossero pagati ogni anno per quattro anni cento scudi, pari a lire 537.50: essendo rimasta inadempiuta la promessa di dote a favore di Agnese Sacripanti in Degli Effetti, alfine, con transazione stipulata il 30 luglio 1867 tra Giuseppe Degli Effetti, da una parte, e dall’altra il cognato Paolo Sacripanti, anche come erede del di lui fratello Luca, si stabilì che, per il soddisfacimento del credito dotale di quattrocento scudi, cento di essi fossero corrisposti in moneta e trecento fossero versati tramite cessione “in solutum et pro soluto” di due fondi posti nel territorio di Leprignano, tra i quali il terreno seminativo in loc. Pian Macchioni poi venduto nel 1877 dal Degli Effetti, nel frattempo rimasto vedovo, al Pagnani. A garanzia della dote della moglie di Giuseppe Degli Effetti era stata iscritta ipoteca sopra cinque fondi di proprietà di Giuseppe Degli Effetti: un terreno vignato e olivato in loc. Madonna delle Grazie; un terreno seminativo olivato in loc. Monticelli o Monte Arioso; un terreno olivato pascolivo in lco. Fornello; una casa di due piani posta a Leprignano in contrada la Cesata; una cantina in via delle Vaschette (poi diventata via del Lavatoio).  

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LEPRIGNANO: RICORRENZA DEL TOPONIMO “SAN MARCO” NEI CATASTI PER ASSEGNE DEL 1703 E DEL 1778

Nel catasto per assegne (=dichiarazioni giurate) redatto nel 1778 per il territorio di Leprignano Lorenzo Bizzarri dichiara di possedere mezza quarta di terreno parte vignato, parte cannetato e parte a uso d’orto in vocabolo (=località) “Valle Sterpeto, o sia S. Marco”, confinante da una parte di Sig. Giacomo Bombelli, dall’altra il Sig. Nicolò Sacripanti, con il peso di un canone di quattro quattrini a favore del Monastero di San Paolo; nel catasto per assegne del 1703 Anna Carderi de Cozzardi dichiara di possedere una vigna estesa sei quarte a San Marco, confinante da una parte con Antonio Sacripante, dall’altra con Pietro Paolo Zaghetti e di sopra con la strada comune; nello stesso catasto del 1703 Antonio Sacripante dichiara di possedere esteso sei quarte in vocabolo (=località) “alla cava delle Cese”, responsivo della quinta, confinante con gli eredi di Andrea Cozzardi (ossia Anna Carderi vedova Cozzardi), con il Sig. Don Giovanni Cozzardi (questo terreno assegnato da Antonio Sacripante s’identifica con quello che è menzionato come appartenente ad Antonio Sacripante tra i fondi a confine con la vigna di sei quarte a San Marco assegnata da Anna Carderi de Cozzardi.

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LEPRIGNANO: RICORRENZA DEL TOPONIMO RURALE “VALLE TERMINE” NEL CATASTO DEL 1778

Nel catasto per assegne (=dichiarazioni giurate) redatto nel 1778 per il territorio di Leprignano assegnano terreni in località “Valle Termine”: Tommaso Antonio Barbetti (un rubbio, seminativo, responsivo della sesta, confinante da una parte con Giuseppe Antonio Alei e dall’altra con Pietro Venturini); Giuseppe Antonio Alei (sei quarte, lavorativo montuoso, responsivo della sesta, confinante con i beni di Carlo Alei, con quelli di Tommaso Antonio Barbetti e con lo stradone); Carlo Alei (un rubbio, responsivo della sesta, confinante con Paolo Sacripanti, dall’altra parte con Giuseppe Antonio Alei e da capo con lo stradone); Pietro Venturini (due rubbia e una quarta, montuoso, responsivo della sesta, confinante da capo con Tommaso Antonio Barbetti, su due lati con Domenico Antonio Zaccardini e con lo stradone comunitativo, da piedi con Giovanni Sinibaldi).

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LEPRIGNANO: RICORRENZA DEL TOPONIMO RURALE “PIANI MACCHIONI” NEL CATASTO DEL 1778

Nel catasto di Leprignano per assegne formato nel 1778 Biagio Azzimati assegna un rubbio e mezzo meno uno staro di terreno seminativo in vocabolo Piani Macchioni, responsivo della sesta, confinante con Giuseppe Antonio Alei, con gli eredi di Domenico Alei e con il fosso (l’assegnante, Biagio Azzimati, afferma di ritenere detto terreno in pegno con patto di riscatto).

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LEPRIGNANO: IL TESTAMENTO DI DON PAOLO SACRIPANTI

Il 7 giugno 1852 un notaio castelnovese, alla presenza dei testimoni Vincenzo Pasqualoni del fu Domenico, Domenico Ruggeri del fu Venanzio, Gioacchino Briglia del vivente Domenico e Biagio Antonio Mandolesi del fu Paolo, redige il testamento del sacerdote leprignanese Don Paolo Sacripanti. A titolo di legato egli lascia ai suoi nipoti figli di Clementina Sacripanti quattro scudi ciascuno; lascia alla sorella carnale Francesca Sacripanti, sposata con Nicola Bizzarri, la porzione che il testatore godeva di una vigna ed oliveto in località Magnalonto, ossia Mancarella, da quella parte che confina con gli eredi Barbetti; lascia due scudi a Nicola Sacripanti suo nipote carnale; dall’eredità del testatore dovranno prelevarsi sessanta scudi promessi nella carta dotale ad Anastasia Sacripanti, nipote carnale del testatore, e altri sessanta scudi promessi nella carta dotale a Maria Sacripanti. Don Paolo Sacripanti vuole essere sepolto nella chiesa di San Luca e nomina esecutore testamentario un altro sacerdote leprignanese, Don Giuseppe Moretti. E’ nominata erede l’anima del testatore: i frutti dell’eredità dovranno servire per la celebrazione di messe in suffragio dell’anima del testatore, dei suoi genitori e del suo zio sacerdote Don Cesare Sacripanti. Il testatore lascia alla cognata Giuseppa Castagnoli l’usufrutto sua vita natural durante di un fondo olivato in località Paluzzi, a confine con i beni del Sig. Pasqualoni, con l’obbligo che la predetta cognata faccia celebrare due messe per settimana, secondo la volontà testamentaria della fu Orsola Castagnoli vedova Bizzarri Sacripanti (sic), cui deve aggiungersi l’ulteriore peso di far celebrare altre quattro messe ogni anno, delle quali una in suffragio del testatore, una in suffragio del di lui padre, una in suffragio della di lui madre e una in suffragio del suo zio sacerdote Don Cesare Sacripanti. Defunta Giuseppa Castagnoli, l’esecutore testamentario, ove sopravviva, dovrà curare che con i frutti del predetto fondo olivato siano fatte celebrare le messe di cui si è detto, il di più del fruttato dovendo essere utilizzato per l’estinzione dei debiti del testatore; defunti la Castagnoli e l’esecutore testamentario Don Giuseppe Moretti, il predetto fondo olivato dovrà passare al nipote del testatore Girolamo Sacripanti e a chi da lui nascerà “in infinitum”, sempre con il peso delle due messe settimanali e delle quattro messe annuali di cui sopra. Infine, i beni ed effetti appartenenti alle cappellanìe di cui era cappellano il testatore, fondate l’una da Paola Santolini e l’altra dal Cav. Olivari, devono spettare a chi sarà di ragione secondo le disposizioni dettate nei rispettivi testamenti da Paola Santolini e dal Cav. Olivari.

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LEPRIGNANO: LA MATEMATICA DEL TESTAMENTO DI MADDALENA SACRIPANTI

Il 20 marzo 1849 sono messe per iscritto le ultime volontà della sessantatreenne leprignanese Maddalena Sacripanti, figlia del fu Luca; la scheda testamentaria è poi consegnata ad un notaio castelnovese il 4 aprile, giorno in cui defunge la predetta. Nell’atto di ultima volontà non sono menzionati né un coniuge, né figli della Sacripanti, la quale detta alcune articolate disposizioni sulla sorte del “credito dotale privilegiato” di quattrocento scudi che le spettano e che non le erano stati corrisposti dalla famiglia di origine (a quanto pare non si era sposata). I debitori della testatrice per i quattrocento scudi dell’insoddisfatto credito dotale sono gli eredi dell’asse ereditario paterno, ossia Pietro Sacripanti e Paolo Sacripanti, fratelli di Maddalena e figli del fu Luca. Nel testamento si specifica che erano state dotate con quattrocento scudi ciascuna anche le tre sorelle di Maddalena, ossia Teodora (che si era fatta suora), Anna e Paola. Alla data in cui fu redatto il testamento, i debitori dei quattrocento scudi di dote non corrisposti a Maddalena Sacripanti erano per metà Paolo, Luca e Agnese Sacripanti, pronipoti della testatrice, in quanto figli del defunto suo nipote Nicola, figlio a sua volta del defunto suo fratello Paolo; per l’altra metà Domenico Antonio Sacripanti, figlio di Pietro Sacripanti, altro defunto fratello della testatrice, la quale condona ai pronipoti Paolo, Luca ed Agnese Sacripanti la somma di cento scudi, “intendendo così fare a favore di ciascuno di essi un legato di eguali porzioni”, con obbligo tuttavia che Agnese consegua il suo terzo in contanti non essendo inclusa nella compensazione; il residuo, ammontante a trecento scudi, del credito dotale della testatrice viene legato a favore del nipote “ex fratre” Domenico Antonio Sacripanti, al quale cento scudi dei trecento legatigli dovranno essere corrisposti dai suoi nipoti e pronipoti della testatrice Paolo, Luca ed Agnese Sacripanti, figli ed eredi del fu Nicola Sacripanti, figlio del fu Paolo Sacripanti, figlio a sua volta del fu Luca Sacripanti. Sono compensati i cento scudi dei quali è debitore verso la testatrice Domenico Antonio Sacripanti, in quanto figlio ed erede del fu Pietro Sacripanti, a sua volta figlio ed erede del fu Luca Sacripanti, che alla figlia Maddalena aveva promesso quattrocento scudi a titolo di dote, come anche alle altre figlie Teodora, Anna e Paola (non è dato intendere perché non si dica che la somma compensata a beneficio di Domenico Antonio Sacripanti è di duecento scudi, anziché cento, dal momento che egli era debitore del 50% dei quattrocento scudi del “credito dotale privilegiato” della testatrice, il cui creditore originario era il padre Luca, al quale erano subentrati per successione e per metà ciascuno i figli Pietro e Paolo, fratelli di Maddalena). Infine, Maddalena Sacripanti nomina erede universale, con riguardo ai beni pervenutile a titolo estradotale con l’eredità materna, il nipote Domenico Antonio Sacripanti, gravato di un legato di messe in suffragio della defunta per una somma complessiva di cinquantaquattro scudi, da erogarsi nel termine di due anni.

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TOPONIMI RURALI OGGI DESUETI NEL TERRITORIO DI LEPRIGNANO: “LOMBO DELL’ASINO”

Con atto rogato il 3 gennaio 1853 da un notaio castelnovese il sessantenne Filippo Sestili del fu Domenico vendette al cinquantottenne Pietro Valletti del fu Francesco un terreno seminativo olivato in vocabolo (=località) “l’Olmo dell’Asino”, a confine da capo con i beni di Francesco Saraceni, da un lato ancora con i beni dello stesso Saraceni e di Pasquale D’Innocenti, da altro lato ancora con il detto D’Innocenti e con Giovanni Bernardoni, da piedi con i beni di Domenico Rossi. La forma originaria di questo toponimo è “Lombo dell’Asino”, come si evince da documentazione anteriore all’atto notarile anzicitato; “l’Olmo dell’Asino” è una storpiatura di “Lombo dell’Asino”.

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