IL TOPONIMO URBANO “PIAZZA BARLETTA” A CAPENA IN UN ATTO DEL XVIII SECOLO

Con atto rogato il 18 dicembre 1730 da un notaio morlupese Magnifica, figlia del fu Domenico Francesco Alei e vedova del fu Nicola Berardi, suo primo marito e debitore della venerabile Società di San Sebastiano della terra di Leprignano per un censo originariamente imposto nel 1652 dal fu Giovanni Battista Dombosi, che lo aveva alienato alla predetta Società, vende, per estinguere il debito lasciato in eredità dal defunto marito in forza del menzionato censo, una casa sita “intus terram Lepriniani” in piazza Barletta, “prope bona Francisci Sinibaldi, ab alio prope vicum […] et ante platea predicta”. L’acquirente è il sacerdote leprignanese Don Dionisio (Dionigi) Ciancarini; la vendita è autorizzata dal governatore Giuseppe De Bonis come giudice ordinario abile e competente a emanare provvedimenti di volontaria giurisdizione, tra i quali rientra l’autorizzazione delle donne (equiparate ai minori per quanto riguarda la capacità di agire giuridicamente) a compiere atti di straordinaria amministrazione, come la vendita di un immobile. La venditrice, oltre che autorizzata dal governatore, è anche assistita, nella stipula della compravendita, da due parenti consanguinei.

Il “censo” di cui si parla in questo atto è un meccanismo assai diffuso nel ‘600-‘700: era detto anche “censo bollare” o “censo consegnativo” e fu escogitato per superare o eludere il divieto canonistico del prestito ad interesse. In sostanza, chi “vende il censo” è colui che riceve il mutuo, la somma data a mutuo è il prezzo di vendita del censo, la somma annualmente versata da chi vende il censo a chi lo acquista rappresenta gl’interessi del prestito.

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UNA DOTE NON INTERAMENTE CORRISPOSTA DOPO MEZZO SECOLO: LA DOTATA NON DIMENTICA, ANZI INTENTA CAUSA PER IL RESIDUO NON VERSATO

Come si apprende dalla serie “Atti civili” dell’archivio del Governo ottocentesco di Castelnuovo di Porto, con giudizio iscritto a ruolo nell’anno 1854 Rosa Bizzarri, vedova di Tommaso Alei, fa causa, insieme con il figlio Luigi Alei, al di lei fratello Luca Bizzarri, per ottenere il pagamento di 80 scudi come residuo della dote che, con atto rogato da notaio leprignanese il 28 ottobre 1806, era stata costituita a favore dell’istante da Rosa Maria Sinibaldi vedova Bizzarri, madre di Rosa Bizzarri e di Luca Bizzarri. Rosa Bizzarri produce in atti copia autentica del rogito del 1806, formata il 7 febbraio 1855 dal notaio di Nazzano Mario Damiani e registrata a Castelnuovo di Porto il 21 febbraio 1855, al vol. 22 degli atti pubblici. La somma complessivamente costituita come dote a Rosa Bizzarri nel 1806 ammontava a 480 scudi, di cui solo 400 erano, a dire della beneficiaria, stati versati. 

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IL TESTAMENTO DI MARCO BARBETTA

Con testamento scritto dall’arciprete e vicario foraneo di Leprignano Don Antonio Sbraca il 2 settembre 1750 e due giorni dopo consegnato negli atti di un notaio morlupese, Marco Barbetta dispone dei propri beni per il tempo successivo alla sua morte. Egli istituisce eredi universali i figli Tommaso Antonio e Pietro, in parti eguali tra loro; ad una figlia monaca conversa nel Monastero di Santa Marta in Roma lascia quattro scudi all’anno vita natural durante; cento scudi una tantum sono lasciati all’altra figlia Maria Felice Barbetti, moglie di Giovanni Mola; venti scudi una tantum al nipote (ex filia, probabilmente) Giuseppe Gaggini.

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UN CASO DI MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA A CAPENA NELLA PRIMA META’ DEL XVIII SECOLO

Con atto rogato da un notaio morlupese il 15 gennaio 1733 Vittoria, figlia del fu Egidio Sinibaldi e moglie in seconde nozze di Francesco Antonio S., dona ad Achille Fiorentini, figlio del suo primo marito, e a Margherita, figlia del nominato suo secondo marito, i propri beni dotali, “cum quotidie, et sepissime sit vexata a prefato eius viro, qui etiam multas ei minas intulit, ut eius desiderium adimpleat“. La donna spera di poter, attraverso la predetta donazione, “ab omnibus molestiis, et perturbationibus se liberare“. La donna è autorizzata alla donazione con decreto emesso da Giovanni Battista Mochetti, arciprete e vicario foraneo di Morlupo, nonché giudice ordinario abile e competente ad emettere i decreti di volontaria giurisdizione per l’autorizzazione al compimento di atti di disposizione dei beni di minori o di donne.

 

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IL TOPONIMO RURALE “MANCIANO” NEL TERRITORIO DI CAPENA

Con atto rogato da un notaio morlupese il 17 dicembre 1729 Bernardino Rossi, romano abitante a Leprignano e figlio della buona memoria di Marco Antonio Rossi, vende alla leprignanese Anna Maria Graziosi del fu Paolo “quoddam petium terreni in parte silvati, et in parte laborativi ad corpus […] positum in territorio Lepriniani in voc. Manciano prope ab uno bona Egidii Moretti pro uxore, ab alio vero lateribus Ascentii Ricciardini, et a pede Benedicti Betti, et Ascentii Pagliarini, et viam publicam” (cioè vende, a corpo e non a misura, un pezzo di terreno in parte boscato e in parte lavorativo sito in località Manciano, confinante da una parte Egidio Moretti per la moglie, cioè i beni dotali della moglie di Egidio Moretti, da altro lato Ascenzio Ricciardini, da piedi Benedetto Betti e Ascenzio Pagliarini, e con una strada pubblica), per il prezzo di 52 scudi e mezzo di moneta romana, a dieci giuli per ogni scudo.

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IL TOPONIMO RURALE “PIANI MACCHIONI” NEL TERRITORIO DI CAPENA

Negli atti di un notaio morlupese, in data 12 febbraio 1737, è inserito l’atto con il quale Giustina, figlia di Giovanni Francesco Alei e moglie di Gregorio Cozzardi, vende a Marco Barbetta “petium terreni laborativi capacitatis quartarum sex positum in territorio Leprignani voc. Piano Macchione prope bona ab uno Hieronymi Alei, ab alio D. Francisci Alei, et foveum salvis etc.”, cioè un pezzo di terreno lavorativo (i.e. seminativo) esteso sei quarte e sito in territorio di Leprignano in vocabolo (cioè località) Piano Macchione, confinante da una parte con Girolamo Alei, dall’altra con Francesco Alei, nonché con un fosso. Trattandosi di atto di straordinaria amministrazione compiuto da una donna, esso deve essere autorizzato, poiché la donna allora aveva minorata capacità di agire rispetto all’uomo: nell’atto di compravendita, infatti, è menzionato il decreto con il quale Don Carlo Sinibaldi, arciprete curato e vicario foraneo della terra di Leprignano, nonché giudice competente a interporre decreti di autorizzazione di minori e donne al compimento di atti per i quali non hanno capacità (giuridicamente parlando), e sono altresì menzionati due parenti consanguinei più prossimi della donna, la presenza e il consenso dei quali era richiesto, oltre al decreto del giudice, perché la donna potesse compiere l’atto. Nel rogito è spiegato anche il motivo per il quale la donna si era indotta a vendere il terreno: il marito, Gregorio Cozzardi, aveva un debito di sedici scudi con tal Camillo Manuci (“exposuit prefatum Gregorium eius virum remansisse debitorem Camilli Manuci in scutis sexdecim”) – motivo che era stato necessario esporre per ottenere l’autorizzazione del giudice alla stipula della compravendita.

Nell’atto si riscontra il toponimo rurale “Piano Macchione”, del quale si registra altrove la forma al plurale “Piani Macchioni”; nel dialetto locale il toponimo assume la forma “Piane Macchiò”, pronunciato, se non andiamo errati, con la “o” chiusa.

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IL TOPONIMO RURALE “FONTANA BORRAGINE” NEL TERRITORIO DI CAPENA

Nel testamento datato 18 giugno 1789 di Domenica Pezza vedova Carratoni, presente negli atti di un notaio morlupese. tra le disposizioni dell’atto di ultima volontà vi è un legato a beneficio rispettivamente di ciascuna di due figlie della testatrice: alla figlia Bernardina Carratoni, sposata con Saverio Vagnetti, viene lasciata a titolo di dote da Domenica Pezza la metà di una vigna con canneto “nel territorio di Leprignano in vocabolo Fontana Borragine” – metà confinante con Bartolomeo Grassi e “da piedi” con gli eredi di Lazzaro Oldani; all’altra figlia Margherita Carratoni viene lasciata ugualmente a titolo di dote l’altra metà della stessa vigna – metà confinante con gli eredi di Giacomo D’Innocenzo e “di sopra” con Michelangelo Sileri. La testatrice, Domenica figlia del fu Antonio Pezza e vedova del fu Domenico Carratoni, nomina suoi eredi universali i figli Antonio Carratoni e Luca Carratoni. Nel testamento sono menzionate anche le nipoti della testatrice Maria Vagnetti e Mariangela Vagnetti.

Il toponimo “Fontana Borragine” è nel corso del tempo stato storpiato dialettalmente in “Fontana Burrò”. “Borragine” deriva forse da un cognome.

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