CAPENA: I PRIMI SINDACI DOPO L’ANNESSIONE DEL LAZIO AL REGNO D’ITALIA

Nei primi anni successivi alla “debellatio” dello Stato Pontificio nel 1870 e alla conseguente annessione del Lazio al Regno d’Italia la carica di Sindaco a Leprignano fu ripetutamente rivestita dalla famiglia Laudi. Quando il 14 giugno 1873 nel “Palazzo dei Monaci” fu stipulata la “Transazione tra il Venerabile Monastero di S. Paolo e l’Ill.mo Comune di Leprignano”, ultima delle transazioni tra l’Abbazia benedettina sulla via Ostiense e la Comunità capenate, a 256 anni di distanza dalla prima risalente al 1617, Sindaco di Leprignano era Luigi Laudi e Assessori della Giunta da lui presieduta erano Angelo Barbetti, avo paterno di “Sor Vincè”, e Francesco Marotti (quello della “salita di Morotti” o, a seconda della prospettiva, “scesa di Morotti”, all’epoca proprietario di quello che poi divenne il “palazzo dei Raggi”, il cui nonno e omonimo, nativo di Rocca Sinibalda, avvocato, era stato nel 1763 Governatore di Leprignano e quindi si era stabilito a Leprignano avendo sposato un’ereditiera del posto, proprietaria di quello che poi divenne il “palazzo dei Raggi”: cfr. “Spigolature capenati”, Roma 2003, pagg. 23-24). Quando il 15 dicembre 1879, per gli atti di un notaio castelnovese, il Comune di Leprignano divise con Giovanni Valgi i beni già spettanti alla cappellanìa della Madonna degli Angeli, della quale il Comune, sulla base delle disposizioni dettate nel testamento del 1701 con il quale era stata fondata la cappellanìa, era compatrono insieme con Domenico Antonio Pezza, che cedette la propria quota di diritti sui beni della stessa a Giovanni Valgi, Sindaco era Francesco Laudi, figlio del fu Luigi. Luigi Laudi aveva rivestito cariche municipali a Leprignano anche in epoca preunitaria: nel 1844-1845 era stato Priore, quindi a capo della Giunta dell’epoca; era stato anziano nella Giunta nominata il 1° aprile 1849 durante l’effimero periodo della seconda Repubblica Romana; fece anche parte della commissione municipale provvisoria che si riunì a Leprignano il 30 agosto 1849 dopo la restaurazione del potere temporale pontificio in seguito alla fine della seconda Repubblica Romana; fu nuovamente eletto Priore nel 1851, prendendo possesso dell’ufficio il 3 agosto di quell’anno e rimanendo nella carica fino al 1854, quando fu eletto nel novero dei Consiglieri; fu Anziano nella Giunta che s’insediò il 12 gennaio 1862 (per queste informazioni sulle cariche municipali, cfr. “Spigolature capenati”, Roma 2003, pagg. 114-116) Quando il 18 giugno 1874 fu rogato l’atto di svincolo dei beni della predetta cappellanìa, della quale il Comune di Leprignano era compatrono, l’ente locale era rappresentato da Serafino Cola come Assessore facente funzione di Sindaco (i Cola cui apparteneva il predetto Serafino, originari di Roma, discendenti da un Carlo nato a Roma nel 1766, che ai primi dell’800 fu affittuario generale dei feudi del Monastero di San Paolo, non devono essere confusi con i Cola proprietari di terre in Santa Marta, originari di Acquasanta Terme: cfr. “Studi capenati”, Capena 1998, pagg. 157-158; di Acquasanta erano originari anche i Laudi, il capostipite del cui ramo capenate, Francesco Antonio, padre del Luigi che divenne Sindaco di Leprignano in epoca postunitaria, si ammogliò con una leprignanese: cfr. “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 168; si trattava di una famiglia di pastori benestanti, un cui membro, Orazio, aveva nella seconda metà del ‘700 preso in affitto vaste estensioni di terreni a pascolo nel territorio di Leprignano: cfr. “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 168). Francesco e Giuseppe Laudi, figli del suddetto Luigi, erano, tra l’altro, proprietari dell’accasamento che oggi dà su largo Agostino Barbetti, numeri civici 1-2-3-4-5, nonché dell’ampio fondo rustico, con casale, confinante da un lato con la via pubblica oggi denominata via Piave. Dovettero poi avere problemi economici e, per debiti d’imposta, larga parte delle loro proprietà immobiliari fu venduta all’asta pubblica, in seguito alla quale fu aggiudicata, nel maggio 1893, al viterbese Leopoldo Palmerini.

Negli anni ’80 dell’800 divenne Sindaco di Leprignano Giuseppe Barbetti, figlio di quell’Agostino (1816-1884) di cui il Comune di Leprignano onorò la memoria con la lapide a lui dedicata apposta nel 1911 sulla facciata del suo palazzo avito in via IV Novembre.

Annunci
Pubblicato in SINDACI A CAPENA | Lascia un commento

CAPENA: LA QUOTIZZAZIONE DI TERRE DI USO CIVICO DI TERRE DELL’UNIVERSITA’ AGRARIA IN LOCALITA’ “FELCIARELLE” E IN LOCALITA’ “PORTOLUPO” O “FIORETTA”, CON PREMESSA DI CARATTERE GENERALE SULL’ISTITUTO DELLA QUOTIZZAZIONE

Nel contesto di un’economia che all’epoca era ancora prevalentemente rurale, un capitolo di non trascurabile importanza nella storia di Capena dopo gli anni della seconda guerra mondiale è rappresentato dalla quotizzazione delle terre di demanio civico gestite dalla locale Università Agraria. La “quotizzazione” mirava a favorire la formazione di una piccola proprietà contadina, suddividendo ampi comprensori fondiari appartenenti al demanio civico gestito dall’Ente Agrario (o, laddove questo non esisteva, dal Comune) in quote che, se migliorate, potevano diventare di proprietà del concessionario e quindi da “demaniali” mutarsi in “allodiali”, ossia di privata proprietà del concessionario che le avesse migliorate. L’istituto della “quotizzazione”, già previsto nella legislazione preunitaria del Regno delle Due Sicilie o Regno di Napoli, nella quale comportava l’immediata attribuzione della piena proprietà al quotista, salva la corresponsione di un canone qualificato giuridicamente come “censo riservativo”, fu poi ripreso dalla legge nazionale in materia di terre di uso civico n. 1766 del 1927, che la disciplinò negli articoli 13 e seguenti e previde, a differenza dell’immediata attribuzione in proprietà contemplata dalla normativa napoletana, una concessione delle quote in enfiteusi, con possibilità, per l’enfiteuta, di affrancare il canone e diventare pieno proprietario in seguito all’accertamento delle migliorie che egli era tenuto ad apportare alle terre concessegli. Verso la fine del secondo conflitto mondiale, un decreto legislativo luogotenenziale, il n. 284 del 1944, rese più celeri le procedure della quotizzazione, prevedendo la concessione delle quote “in utenza con obbligo di miglioria” e la trasformazione del rapporto di utenza in enfiteusi perpetua dopo l’accertata realizzazione delle migliorie, e a detto decreto si richiamò l’Università Agraria di Capena per due quotizzazioni, che interessarono la prima alcune delle terre gestite dall’U.A. nel comprensorio delle “Macchie” (almeno fino al ‘700 detto “tenuta di Civitucola”, perché faceva in origine parte del territorio del castello di Civitucola, l’antica Capena preromana e romana divenuta in epoca medievale “Civitelluncula”, “Civitellucula”, “Civitatucula” e infine “Civitucula”, andato deserto e diruto nella seconda metà del XIV secolo) e la seconda le terre acquisite dall’Università Agraria in località “Felciarelle” con una permuta e, inoltre, una parte delle terre gestite dall’U.A. in località “Portolupo”, detta poi in tempi recenti “Fioretta” (un’altra parte delle terre gestite dall’U.A. in località “Fioretta” fu, invece, riservata, come è tuttora, all’uso collettivo, per il pascolo).

Venendo alla seconda quotizzazione, quella, cioè, che interessò le terre acquisite dall’Università Agraria in località “Felciarelle” e parte delle terre gestite dall’Università Agraria in località “Portolupo”, a partire dal ‘900 detta “Fioretta”, i passaggi furono i seguenti.

Con decreto datato 1° aprile 1948 del Commissario per la liquidazione degli usi civici per l’Italia Centrale, l’U.A. di Capena fu autorizzata a quotizzare ha 77.55.50 di terre in località Pantano, Portolupo e Fioretta, previa formazione di un piano di ripartizione in quote costituenti congrue unità colturali. Di questi ha 77.55.50, ha 55.37.50 erano in località “Pantano” e il resto era in località “Portolupo” (denominazione antica), detta anche, a partire dal secolo scorso, “Fioretta”.

Con due permute stipulate rispettivamente il 18 novembre 1948 e in data 17 marzo 1949, l’U.A. di Capena acquistò in tutto quarantasei ettari di terra in località “Felciarelle” in territorio di Fiano Romano, di cui ventisei avuti con la prima permuta dalla “Società Cooperativa Agricola del Mascherone” e venti avuti con la seconda permuta dalla “Immobiliare Tiberina S.r.l.”, alla quale erano stati venduti il 22 novembre 1948 da Leone, Vittorio ed Elisabetta Massimo.

Con decreto datato 3 giugno 1949 il Commissario per la liquidazione degli usi civici per l’Italia Centrale, su istanza del Presidente dell’Università Agraria di Capena, modificò il decreto del 1° aprile 1948: furono esclusi dalla quotizzazione gli ha 55.37.50 di terre in località “Pantano” (anche questo comprensorio, in prosieguo di tempo, come “Portolupo”, è stato denominato “Fioretta”) e in sostituzione di queste furono inclusi tra le terre da quotizzare i quarantasei ettari acquistati con permute dall’U.A. di Capena in località “Felciarelle” in territorio di Fiano Romano tra il 1948 e il 1949.

Intanto, dopo il primo decreto di autorizzazione alla quotizzazione in data 1° aprile 1948, il 24 maggio 1948 il Presidente dell’U.A. di Capena emanò un bando con il quale invitò a concorrere alla ripartizione tutti i cittadini che si ritenessero in possesso dei requisiti previsti dalla legge.

Con decreto in data 2 agosto 1948 il Pretore di Castelnuovo di Porto nominò la commissione che, prevista dall’art. 52 del regolamento per l’esecuzione della legge sugli usi civici approvato con regio decreto n. 332 del 1928, doveva esaminare le domande presentate per concorrere alla ripartizione.

Il piano di ripartizione, che interessava complessivamente 68 ettari di terre, prevedeva 134 quote da assegnare.    

Con proprie deliberazioni in data 10-11-12-17 agosto 1949 la Commissione nominata dal Pretore formò l’elenco degli assegnatari, con 134 ammessi e 222 esclusi.

Contro l’elenco formato dalla Commissione furono proposti 118 reclami, 29 dei quali furono accolti, sicché 29 degli assegnatari previsti nell’elenco originario furono sostituiti con altrettante persone il cui reclamo era stato accolto.

Con decreto in data 1° dicembre 1949 il Commissario per la liquidazione degli usi civici per l’Italia Centrale approvò l’elenco definitivo degli assegnatari.

La concessione in utenza avvenne infine in forza di decreto commissariale datato 20 aprile 1951.

Dal sopra richiamato decreto commissariale del 1° dicembre 1949 ricaviamo che i 134 assegnatari furono i seguenti:

Alei Danilo di Domenico

Alei Tommaso di Luigi

Alessandrini Francesco di Marino

Alessandrini Ippolito di Icilio

Antonazzi Giacomina di Luca

Antonazzi Elvio fu Antonio

Antonelli Nicola di Francesco

Archetti Sofia fu Candeloro

Antimi Luca fu Giacomo

Barbetti Angelo fu Carlo

Barbetti Luigi fu Luca

Barbetti Divio fu Bernardino

Barbetti Domenico di Marco

Barbetti Resmaldo di Marco

Barbetti Innocenzo fu Gesualdo

Barchesi Giacomo fu Tommaso

Benedetti Valerio di Giovanni

Benigni Ilio di Luca

Benigni Angelo fu Luigi

Betti Marcello fu Silvio

Betti Adriano fu Nicola

Betti Flaviano fu Nicola

Betti Francesco fu Marcello

Bizzarri Adelio di Giuseppe

Bizzarri Tommaso fu Camillo

Bizzarri Natalina fu Camillo

Bernardoni Giovanni fu Giuliano

Bernardoni Bernardo fu Giuliano

Brasili Adornino di Augusto

Brasili Rubaldo fu Americo

Bucci Mario fu Michele

Casati Virgilio fu Giuseppe

Cozzardi Lorenzo fu Giacomo

Carderi Francesco fu Luca

Ciarletta Francesco fu Antonio

Cacciatori Cesidio fu Emidio

Carratoni Alverio fu Angelo

D’Innocenti Aurelio di Orlando

D’Innocenti Armando di Costantino

D’Innocenti Ernesto fu Costantino

Di Maurizio Florido di Francesco

Di Marco Amedeo di Domenico

Di Giammichele Natale di Giuseppe

D’Alberti Artefio fu Zefferino

Di Giammichele Giuseppe fu Natale

Di Giovanni Pietro di Giovanni

D’Innocenti Agapito fu Benedetto

Di Stefano Domenico fu Gennaro

D’Ubaldi Vincenzo fu Benedetto

D’Ubaldi Duilio di Antonio

De Viti Giuseppe fu Silvestro

De Santis Sante fu Sabatino

De Mattia Ulderico fu Ulderico

Egidi Tommaso fu Raimondo

Felici Paolo fu Giovanni Battista

Forti Serafino di Vivenzio

Forti Lavinio fu Felice

Forti Massimo fu Felice

Forti Vivenzio fu Felice

Guidotti Francesco fu Antonio

Graziosi Romolo fu Guerrino

Galdenzi Alberto di Fortunato

Giancamilli Teresa vedova Prosperi

Gioacchini Domenico fu Silvano

Iena Giovanni di Antonio

Ilari Oreste fu Francesco

Laudi Francesco fu Enrico

Laudi Giovanni Battista fu Giuseppe

Laura Francesco fu Angelo

Laudi Arduino fu Giuseppe

Malatesta Alessandro di Giacomo

Malatesta Sergio di Serafino

Marconi Camilla di Cesare

Maurizi Augusto fu Pasquale

Maurizi Gino di Francesco

Maurizi Francesco fu Pasquale

Mercuri Simeone di Giuseppe

Marini Orizzonte fu Filippo

Moretti Lilio di Mariano

Manelli Pasqua ved. Casati

Malatesta Serafino fu Bernardino

Montereali Giuseppe fu Arcangelo

Montereali Romelia ved. D’Innocenti

Nanni Nando di Pio

Notari Giuseppe fu Domenico

Pagliuca Aristide fu Giuseppe

Pagliuca Leonardo fu Andrea

Pagliuca Salvatore di Matteo

Pagliuca Giuseppe fu Omero

Parucci Adolfo di Marino

Petrongari Sabino fu Agostino

Panunzi Francesco fu Nazzareno

Pompei Secondo fu Gualtiero

Piermarini Tito fu Giuseppe

Pietronzini Bartolomeo di Felice

Pelliccia Antonio fu Domenico

Propersi Gismondo di Roberto

Propersi Roberto fu Cesare

Pagliuca Matteo fu Matteo

Rossi Angelo fu Francesco

Rossi Giovanni di Ruggero

Rossi Guglielmo fu Antonio

Rossi Giovanni Battista di Ottavio

Rossi Ida fu Giovanni

Renzi Annibale fu Raffaele

Sacripanti Cesare fu Luigi

Sanguigni Olindo fu Domenico

Sestili Assirto fu Giovanni

Sestili Elio fu Totilio

Sinibaldi Carlo fu Nicola

Sebastiani Celeste fu Pietro

Sebastiani Carlo fu Pietro

Sebastiani Livio fu Pietro

Settimi Venanzio fu Serafino

Spaccatrosi Attila fu Augusto

Speranza Gaetano fu Nicola

Sanguigni Ilario fu Domenico

Santomo Francesco fu Luigi

Scacchioli Raffaele fu Ferdinando

Sestili Giovanni fu Primerio

Tamanti Antonio fu David

Tamanti Giuseppe fu David

Visca Pietro fu Andrea

Visca Giulio fu Orlando

Vecchiotti Girolamo fu Antonio

Venezia Lucantonio fu Basilio

Zaccardini Armando fu Francesco

Zuccherini Mariano fu Angelo

Zuccherini Pietro fu Angelo

Zerbini Augusta vedova D’Ubaldi

Pubblicato in QUOTIZZAZIONE DELLE TERRE DI USO CIVICO, TERRE DELL'UNIVERSITA' AGRARIA A PORTOLUPO, TERRE DELL'UNIVERSITA' AGRARIA ALLA FIORETTA, TERRE DELL'UNIVERSITA' AGRARIA IN LOCALITA' FELCIARELLE OSSIA "ALLE FELCIARELLE" | Lascia un commento

CAPENA: LA QUOTIZZAZIONE DELLE TERRE DI USO CIVICO DELL’UNIVERSITA’ AGRARIA ALLE MACCHIE

 

Con decreto datato 14 febbraio 1948 del Commissario per la liquidazione degli usi civici per il Lazio, furono concessi in utenza a migliorìa, sulla base di un piano di quotizzazione redatto con data 14 maggio 1946 dal Geom. Francesco Galli, 160 ettari di terre dell’Università Agraria in località “Macchie” [precedentemente detta anche “Lago” o “tenuta del Lago” o “tenuta di Civitucola”, facente parte del territorio del castello di Civitucola, l’antica Capena preromana e romana, abbandonato nella seconda metà del ‘300, tra il 1361 e il 1391: il territorio del castello andato deserto fu suddiviso tra Leprignano, Civitella San Paolo e Sant’Oreste (v. il documento trascritto in “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 23) e quindi la parte assegnata agli uomini di Sant’Oreste fu attribuita anch’essa a Leprignano (ibidem)]. Con decreto commissariale datato 7 luglio 1947 fu approvato l’elenco definitivo degli assegnatari delle quote; con altro decreto del 10 luglio dello stesso anno fu corretto un errore materiale contenuto nel decreto di tre giorni prima (ad uno stesso nominativo erano state attribuite due quote). Il 7 settembre 1947 si svolsero le operazioni di sorteggio per l’assegnazione delle quote. Questo l’elenco degli assegnatari delle quote come riportato nel decreto di assegnazione del 14 febbraio 1948:

1) Alessandrini Candido di Marino

2) Alessandrini Coriolano di Agostino

3) Alessandrini Attilio fu Luigi

4) Alessandrini Armando fu Luigi

5) Alei Tommaso fu Giovanni

6) Alessandrini Giuseppe fu Luigi

7) Alessandrini Augusto fu Luigi

8) Alessandrini Icilio fu Francesco

9) Antoniozzi Tranquillo fu Gaetano

10) Alei Giovanni Battista fu Agostino

11) Antonazzi Francesco di Luca

12) Bizzarri Giuseppe fu Vincenzo

13) Benigni Nicola fu Domenico

14) Barbetti Ettore fu Riccardo

15) Benigni Sante di Luca

16) Betti Enrico fu Benedetto

17) Benigni Natale fu Domenico

18) Betti Giuseppe fu Silvio

19) Betti Francesco fu Serafino

20) Barbetti Matteo di Girolamo

21) Barbetti Benigno fu Giovanni

22) Baioni Vincenzo fu Domenico

23) Barbetti Bernardo di Girolamo

24) Balducci Giacinta vedova Antimi

25) Benigni Luca fu Luigi

26) Betti Regina fu Filippo

27) Benigni Giuseppe fu Domenico

28) Barbetti Enzo fu Bernardino

29) Bucci Angelo fu Michele

30) Bernardoni Isaia di Giovanni

31) Brasili Luca fu Pietro

32) Cecaloni Egidio fu Paolo

33) Carratoni Fedele di Antonio

34) Corradini Gioacchino fu Domenico

35) Corradini Giovanni fu Giuseppe

36) Cozzardi Paolo fu Giacomo

37) Carratoni Nicola fu Giuseppe

38) Carratoni Ferdinando di Antonio

39) Cozzardi Antonio di Felice

40) Carratoni Adelmo fu Angelo

41) Cecchitelli Cecilia fu Marco (erroneamente il cognome è “Cacchitelli” nel testo del decreto)

42) Cecaloni Arcangelo

43) Corradini Nicodemo fu Domenico

44) Carratoni Arideo fu Angelo

45) Cozzardi Remo fu Andrea

46) Casati Giovanni fu Nazzareno

47) Cozzardi Serafino fu Mattia

48) Cesi Francesco di Riccardo

49) Cecaloni Angelo fu Paolo

50) Cecaloni Antonio fu Paolo

51) Caverni Giulio

52) Ceccarelli Gerlando di Giuseppe

53) Corradini Ernesto fu Domenico

54) Carratoni Amelio fu Angelo

55) Darini Terzo fu Luigi

56) D’Ubaldi Pietro fu Bernardo

57) Di Maurizio Vitellio fu Carlo

58) De Santis Ricciardetto di Domenico

59) Di Marco Alfredo fu Domenico

60) Di Giovanni Liborio di Giovanni

61) D’Innocenti Enrico fu Benedetto

62) D’Ubaldi Teresa fu Bernardo

63) D’Ubaldi Angelo fu Pietro

64) D’Innocenti Domenico di Francesco

65) D’Ubaldi Antonio fu Bernardo

66) Di Giammichele Rinaldo fu Natale

67) De Santis Domenico fu Antonio

68) Di Giovanni Giovanni fu Pietro

69) D’Ubaldi Arcangelo fu Pietro

70) De Santis Elena fu Bartolomeo

71) Di Stefano Gregorio fu Germano

72) D’Angelo Serafino fu Angelo

73) Degli Effetti Armando fu Gregorio

74) Di Giovanni Romano di Giovanni

75) Ercolani Dionigi di Domenico

76) Ercolani Ludovico di Domenico

77) Fidanza Giovanni fu Antonio

78) Foderoni Raffaele di Nicola

79) Foderoni Nicola fu Ezio Pio

80) Giancamilli Giulio di Mariano

81) Giuliani Domenico fu Vincenzo

82) Guidotti Francesco fu Nicola

83) Giovannetti Gino fu Anaio

84) Guidotti Celso di Francesco

85) Giovacchini Olimpio fu Silvano

86) Lanari David di Francesco

87) Monti Costantino fu Domenico

88) Manelli David fu Domenicantonio

89) Manelli Assunta fu Domenico

90) Mosconi Pietro di Andrea

91) Marconi Circea vedova Betti

92) Mozzetti Pietro fu Domenico

93) Mosconi Francesco di Andrea

94) Moretti Mariano fu Luigi

95) Montelisciani Pietro fu Giovanni (nel decreto il cognome erroneamente è “Monteliscioni”)

96) Manelli Livio di David

97) Mignucci Pietro fu Casimiro

98) Montilli Vincenzo di Pietro

99) Mozzetti Francesco di Domenico

100) Orlandi Evaristo fu Salvatore

101) Parucci Domenico di Marino

102) Pennacchini Filippo fu Enrico

103) Piermarini Pasquale fu Giuseppe

104) Pietronzini Francesco fu Domenico

105) Pietronzini Antonio fu Domenico

106) Properzi Cesare fu Luigi

107) Pelliccia Domenico di Antonio

108) Paris Nello fu Egidio

109) Pulcini Giovanni fu Costantino

110) Pagliuca Angelo fu Andrea

111) Pietronzini Primo fu Antonio

112) Petrongari Elia fu Agostino

113) Paris Pietro fu Egidio

114) Pesciarelli Angelo fu Enrico

115) Pennacchini Rosa vedova Pappatà

116) Pietronzini Umberto fu Domenico

117) Rutili Domenica fu Domenico

118) Ripavecchia Giovanni fu Pietro

119) Ruggeri Riziero fu Eusebio

120) Ripavecchia Flaminio fu Pietro

121) Ripavecchia Remo fu Pietro

122) Ruggeri Raniero fu Domenico

123) Rossi Arturo fu Francesco

124) Riccardi Filippo fu Giuseppe

125) Rossi Giuseppe di Ottavio

126) Riccardi Giovanni fu Angelo

127) Rosini Filippo fu Angelo

128) Rossi Arcangelo di Luigi

129) Sestili Zeffiro di Tommaso

130) Sinibaldi Francesca di Colombo

131) Sinibaldi Carlo fu Gabriele

132) Sinibaldi Attilio fu Vincenzo

133) Sanguigni Virgilio di Olinto

134) Sinibaldi Lorenzo di Giovanni

135) Savini Amedeo fu Emidio

136) Speranza Vittorio fu Biagio

137) Settimi Giuseppe di Serafino

138) Sinibaldi Giuseppe fu Vincenzo

139) Savini Flaminio di Luigi

140) Sinibaldi Giovanni fu Vincenzo

141) Sestili Giovanni di Francesco

142) Sestili Natale fu Giovanni

143) Salvesi Pietro di Giovanni

144) Sestili Luca di Augusto

145) Tamanti Amerigo fu Filippo

146) Tosti Salvatore fu Matteo

147) Tamanti Angelo fu Filippo

148) Tamanti Aristide fu David

149) Visca Augusto di Paolo

150) Vecchiotti Costantino fu Giuseppe

151) Venezia Guido di Adriano

152) Vecchiotti Pietro fu Giuseppe

153) Velino Stefano

154) Vecchiotti Olivio fu Giuseppe

155) Zaccardini Umberto fu Angelo

156) Zaccardini Pietro fu Angelo

157) Zaccardini Armando fu Nicola

158) Zaccardini Carlo fu Angelo

159) Zuccherini Ennio di Pietro

160) Zuccherini Finistao di Pietro

Pubblicato in QUOTIZZAZIONE DELLE TERRE DI USO CIVICO, TERRE DELL'UNIVERSITA' AGRARIA DI CAPENA ALLE MACCHIE, TERRE DELLA TENUTA DI CIVITUCOLA A CAPENA | Lascia un commento

CAPENA: I CADUTI NELLE DUE GUERRE MONDIALI.

CAPENA: I CADUTI NELLE DUE GUERRE MONDIALI. Su due facce della base del “Monumento ai Caduti”, detto anche “Monumento” tout court, che, sorto lungo quel tratto di via della Conca ribattezzato “largo Agostino Barbetti” nel corso del ‘900, fu inaugurato il 27 agosto 1922 (cfr. “Capena e il suo territorio”, Roma/Bari 1995, pag. 166, fig. 101), sono riportati i nominativi dei caduti capenati nella Grande Guerra:

TEN.         CORRADINI ANTONIO

S. TEN.   ALEI GIUSEPPE

                   BARBETTI AGOSTINO

                  CIMICA GIOACCHINO

                   LAURI MATTIA

SERG.       VENEZIA SAVINO

CAP.M.     CACCIATORI DOMENICO

CAP.           PICCIONI LORENZO

SOLD.       ARCHETTI NICOLA

                   BETTI MARCELLO

                   BUCCI GIOVANNI

                  CARRATONI GIUSEPPE

                   CICALONI DOMENICO

                   CICALONI PACIFICO

                   CORRADINI LUIGI

                   D’ANGELO FRANCESCO

                   EGIDI RAIMONDO

                   ERCOLANI ISAIA

                  PAGLIUCA SALVATORE

                   PAPPATA’ OLIVIO

                   ROZZI EDOARDO

                   SESTILI ANGELO

                   SESTILI PRIMERIO

                   SESTILI SAVERIO

                   SPERANZA ADELINO

                  SPERANZA NICOLA

                   VESPASIANI ALESSANDRO

                   VISCA GINO

                   ZACCARDINI AMERICO

Sulle altre due facce della base si leggono le seguenti scritte, di cui la prima, che termina con gli estremi temporali della guerra, sul lato che dà verso la pubblica via, l’altra sul lato opposto:

CAPENA

AI SUOI FIGLI

CHE

PER LA SALUTE IL BENE

DI NOSTRA GENTE

I CAMPI DEI PADRI

LA FAMIGLIA

LASCIANDO

HANNO DATO LA VITA

MCMXV       MCMXVIII

 

 

 

I MORTI

ETERNAMENTE

AMMONISCONO

CHE

LIBERTA’ GERMOGLIA

NEL SACRIFICIO

 

Un’altra lapide, posta dinanzi al Monumento, in forma di libro aperto, ricorda i caduti durante la seconda Guerra Mondiale:

 

CADUTI GUERRA 1940-1945

AV.          BETTI CLAUDIO

SERG.     CECCARELLI PRIMO

SOLD.     DI MAURIZIO ALBERTO

                 DI SARRA NELLO

                 D’UBALDI CLETO

                 EGIDI SANTE

                 FEDERICI NELLO

                 MANELLI MARIO

                 MARIANI PIETRO

                 ORTENZI ANGELO

                 ORTENZI RUGGERO

                 ROSSI ARTEMIO

                 SANGUIGNI COMIVIO

               SCOSCINA MARIO

               SETTIMI GIOVANNI

               TOCCHI PIETRO-SANTE

               VECCHIOTTI GIUSEPPE

 

                   CADUTI CIVILI

 

                  EGIDI EMILIO

                   GIOVACCHINI SILVANO

 

Un’altra lapide, sempre dinanzi al fronte del Monumento, fu apposta nel 1986, con la seguente scritta:

 

2 GIUGNO 1946-1986

40° ANNIVERSARIO

FONDAZIONE

DELLA REPUBBLICA

CAPENA

RICORDA I CADUTI

DI TUTTE LE GUERRE

 

Un cippo, inoltre, ricorda i nomi dei caduti italiani a Nassiriya il 12 novembre 2003: Marco Beci, Massimiliano Bruno, Alessandro Carrisi, Giovanni Cavallaro, Giuseppe Coletta, Emanuele Ferraro, Massimo Ficucello, Andrea Filippa, Enzo Fregosi, Daniele Ghione, Ivan Ghitti, Domenico Intravia, Orazio Maiorana, Filippo Merlino, Silvio Olla, Pietro Pietrucci, Alfio Ragazzi, Stefano Rolla, Alfonso Trincone.

 

Pubblicato in CADUTI NELLE DUE GUERRE MONDIALI, MONUMENTO AI CADUTI | Lascia un commento

CAPENA: ASPETTI STORICI DEL PROBLEMA DEI “RESIDUI ATTIVI” NEL BILANCIO COMUNALE

Com’è noto, il problema del debito pubblico degli enti locali, divenuto ormai ingovernabile nello Stato della Chiesa, fu risolto drasticamente nel 1801 con un motuproprio pontificio, il quale in buona sostanza prevedeva che di quel debito si facesse carico lo Stato centrale, che, tuttavia, in cambio avocava a sé i beni comunitativi, i quali venivano quindi espropriati per legge agli enti locali al fine di essere venduti all’asta per ripagare la Camera Apostolica degli oneri inerenti al debito pubblico locale che essa si era accollato; i beni rimasti invenduti erano poi riconcessi ai Comuni in enfiteusi, con pagamento quindi di un canone allo Stato, che di quei beni era divenuto proprietario e, dopo la riconcessione in enfiteusi ai Comuni, restava direttario (titolare del cosiddetto “dominio diretto”), i secondi diventando solo “utilisti” (titolari del cosiddetto “dominio utile”), con facoltà di (ri)diventare proprietari affrancando il canone con pagamento (allo Stato) di un oneroso capitale di affrancazione, calcolato appunto capitalizzando il canone annuo. Una delle problematiche che causarono il persistere e l’aggravarsi del debito pubblico dei Comuni nello Stato Pontificio era rappresentata dalla cronica insufficienza nell’attività di riscossione dei crediti del Comune verso i residenti. Ne troviamo ampia testimonianza nelle carte della Sacra Congregazione del Buon Governo (una sorta di Ministero degli Enti Locali dello Stato Pontificio) (v. “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 80 segg.). Per quanto riguarda la futura Capena, allora Leprignano, un primo “redde rationem” si ebbe quando, intorno al 1660, il Governatore (designato dal feudatario, che per Leprignano era l’Abate di San Paolo), allora Giovanni Paolo Laurentii (Giampaolo Lorenzi), intraprese un’opera di revisione della situazione creditoria della Comunità e cominciò a iscrivere a bilancio somme di denaro rappresentanti crediti comunali non riscossi. L’operato del Governatore suscitò proteste, che i Leprignanesi elevarono indirizzandole alla Sacra Congregazione del Buon Governo, ma mal ne incolse loro. La Sacra Congregazione del Buon Governo nominò, per rivedere l’operato del Governatore, un Commissario nella persona del castelnovese Antonio Degli Effetti (che nel 1675 avrebbe pubblicato l’opera “Memorie di S. Nonnoso Abbate del Soratte e de Luoghi convicini e loro Pertinenze, e Libro Primo de Borghi di Roma”, nella quale, tra l’altro, parla anche di Leprignano e di altri centri dell’area flaminio-tiberina, con non poche approssimazioni e inesattezze), il quale svolse le sue funzioni nel 1661-’62 e, a quanto pare, agì con severità draconiana (ricordiamo che all’epoca esisteva ancora la carcerazione per debiti, la cosiddetta “esecuzione personale”, che fu poi abrogata solo trascorsi circa altri due secoli). Finì ad esempio in carcere un Domenico Alei, per 106 scudi di debito verso la Comunità, e nel 1665 fu prodotto un certificato medico per attestare che il perdurare della carcerazione avrebbe per lui comportato incombente pericolo di vita; nel 1667 una supplica implora compassione per il “povero vecchio” settantenne (come un ottantacinquenne di oggi, almeno) Paolo Savino, incarcerato per 66 scudi dei quali era stato, così come era accaduto per Domenico Alei, accertato debitore verso il Comune dal Commissario Antonio Degli Effetti. I debitori potevano mettere in atto diverse strategie legali per sottrarsi alle conseguenze del debito insoluto: ad esempio, se il debitore passava a miglior vita e lasciava eredi, questi rifiutavano l’eredità paterna (i debitori erano pressoché sempre capifamiglia maschi), oppure la moglie o la vedova intraprendeva azioni a tutela del proprio credito dotale (la dote che la moglie portava “ad sustinenda onera matrimonii” diventava, nei confronti del marito, un credito privilegiato nei confronti di ogni altro, prevalendo persino sui debiti verso l’erario). Così non pochi dei debiti liquidati a favore del Comune di Leprignano dal Degli Effetti andarono in sofferenza: in una carta del 1672 si legge la riscossione dei crediti da lui accertati era diventata in diversi casi impossibile. Ad esempio, gli eredi di Giuseppe Gemma, debitori per 157 scudi e 36 baiocchi, “ritengono tutti li beni per causa di dote materna hauta in contanti sin a scudi 600, e scudi 600 in paesi (cioè in pezzi di terra)”, sicché fino a 1200 scudi (somma abbastanza stratosferica) erano “coperti” dalla dote (ma sarà stato vero che il valore complessivo della dote ammontava a tanto?); Giovanni Crisostomo Soldani, debitore di 30 scudi, “ha ricusato l’eredità paterna né possiede cosa alcuna”, cioè aveva rinunciato all’eredità del padre e si diceva nullatenente; Giovanni Battista Zii, debitore di 50 scudi, aveva rinunciato all’eredità paterna; gli eredi di Francesco Oldano, debitori di 70 scudi, avevano rinunciato all’eredità paterna e si dicevano nullatenenti; Bartolomeo Laura e il “povero vecchio” Paolo Savina avevano ottenuto sgravi, cioè avevano ottenuto un abbattimento o parziale condono del debito dalla Sacra Congregazione del Buon Governo.

Ulteriore fonte di problemi era rappresentata dal fatto che la riscossione delle “collette”, ossia di tasse e imposte locali, era ordinariamente affidata a un esattore scelto tra la gente del posto (alcune volte la scelta è attribuita ad una deliberazione del Consiglio Comunale, altre volte ad una scelta compiuta dai priori, che in numero di tre componevano un organo che può essere assimilato alla Giunta Comunale, o anche solo da uno di essi) e ciò dava luogo a sospetti che invariabilmente si manifestavano circa l’onestà dell’incaricato e che possiamo riscontrare in assai numerosi esposti, denunce, lamentele, querimonie, delazioni. Nel 1780, ad esempio, viene presentato un reclamo contro l’esattore comunitativo, A.A., il quale secondo i reclamanti, aveva commesso peculato, servendosi (appropriandosi indebitamente) del denaro riscosso in qualità di esattore per comprare capre, castrati e grano per la famiglia. Del resto, l’operato degli esattori era sottoposto a “sindacato” al termine della loro carica e la “sentenza di sindacato” poteva condannarli a pagare alla Comunità le somme di denaro che si riteneva avessero riscosso o avrebbero dovuto riscuotere e non avevano versato nelle casse della Comunità. Da un documento del 1766 apprendiamo che la Comunità (=il Comune) vantava un credito di ben 974 scudi verso coloro che avevano esercitato l’esattorato tra il 1760 e il 1764 e chiedeva il permesso di poter carcerarli (l’“esecuzione personale”, che si distingueva dalla “esecuzione reale”, cioè sulle “res”, sulle cose, e quindi mobiliare o immobiliare a seconda dei casi) anche in giorno di festa o in orario notturno: essi, infatti, per sfuggire alla carcerazione non si facevano vedere in giro “se non che il giorno di festa, e la sera sonata l’Ave Maria”. Nel 1768 è un esattore comunitativo, Giovanni Rossi, che, lamentando il fatto che i debitori descritti in colletta (cioè nel ruolo d’imposta) “si rendono morosi nelle paghe” e sfuggono all’esecuzione personale, cioè all’incarcerazione, facendosi vedere in giro solo nei giorni festivi o la sera dopo l’avemaria e chiede dunque il permesso di poter carcerare i debitori insolventi anche in orario notturno o nei giorni festivi.

Nel 1784, circa centoventi anni dopo il Commissario Antonio Degli Effetti, che aveva fatto carcerare (probabilmente in qualche angusto locale del “Palazzo dei Monaci”) anche poveri vecchi, arriva un altro castigamatti, nella persona dell’autoctono e a quanto pare incorruttibile Carlo Alei, il quale nel febbraio 1784 riceve dalla Sacra Congregazione del Buon Governo, e quindi direttamente dall’equivalente di un odierno Ministero, l’incarico di esigere i debiti arretrati della Comunità – oggi potremmo dire i “residui attivi” -, che ammontavano a 1303 scudi e 50 baiocchi. Da un’informativa datata 2 ottobre 1786 e redatta dai priori di Leprignano apprendiamo che aveva riscosso fino allora 416 scudi e che contro i debitori “ritrovati difficili” aveva comunque inflessibilmente “fatto atti giudiziali […] con spedizione di mandati, e subasta” (la “subasta” è la vendita all’asta); già a dicembre del 1784 – ricordano i priori – avevano indirizzato un esposto alla Sacra Congregazione del Buon Governo “li poveri debbitori arretrati della Communità di Leprignano”, lamentando la “oppressione, che ricevono dal nuovo esattore Carlo Alei”, il quale aveva ottenuto la facoltà di poter incarcerare i debitori anche nei giorni di festa e di notte, sicché non rimaneva che l’asilo negli edifici di culto: “per non marcire nelle carceri li conviene andar fugiaschi, e ritirati nelle chiese, giaché non lo suffraga più né le domeniche, né feste, e quel che è peggio neppur la notte”.

Vi sono poi aspetti ancora più sconcertanti, nella storia del recupero dei crediti comunali a Leprignano. Possiamo trovare una famiglia, un cui esponente viene carcerato per un rilevantissimo debito verso il Comune, la quale vede poi un fratello sacerdote del carcerato diventare uno dei personaggi più potenti e controversi del paese negli ultimi lustri del ‘700. Nel 1764 Domenico Picconi si trova carcerato per un debito di 449 scudi verso la Comunità (=il Comune) e l’esattore G.A.A. viene accusato di aver rilasciato al fratello del carcerato “una ricevuta di detto scudi 80 coll’antidata, per far così verificare di averli pagati nel termine prefisso”, poiché il Picconi avrebbe dovuto pagare 80 scudi entro il 17 dicembre 1763 e, in realtà, non è stato neppure versato denaro all’esattore, il quale ha solo avuto “un pagarò”, cioè un pezzo di carta senza valore, dal fratello del carcerato. La Sacra Congregazione del Buon Governo, allertata sul punto, il 4 febbraio 1764 chiede all’esattore G.A.A. di depositare gli 80 scudi presso il Monte di Pietà a Roma, ma l’esattore chiede una dilazione, asserendo di non aver momentaneamente a disposizione la somma “per averla pagata per la Communità”, cioè per averla già impiegata nell’interesse del Comune. Oltre all’esattore, si dice nell’esposto che sia colluso con il Picconi anche il Governatore, che esplicando funzioni giurisdizionali civili anche per le procedure esecutive e dovendo quindi necessariamente intervenire per i “mandati”, cioè per l’avvio delle procedure di esecuzione forzata, ricusa di farlo nei confronti del Picconi. Trent’anni dopo, il fratello sacerdote di quel Domenico Picconi incarcerato nel 1764 è diventato un onnipotente esattore di fatto: come si ricava da una informativa datata 5 maggio 1794 diretta dai priori di Leprignano Cipriano Rossi, Benedetto Betti e Paolo Graziosi alla Sacra Congregazione del Buon Governo, nel 1793 era diventato esattore comunitativo (cioè agente della riscossione delle entrate comunali) Nicola Bizzarri, cognato del sacerdote Picconi (e del Domenico Picconi incarcerato nel 1764 per 449 scudi di debito verso il Comune), ma “lo stesso suo cognato sacerdote Picconi è quello che agisce in tutto, e per tutto riscuotendo le collette, facendo ricevute, e pagamenti, ed ordinando ancora l’esecuzioni sì reali, che personali alle persone morose, talmente che tutta questa popolazione riconosce per esattore il detto sacerdote, e non mai il di lui cognato Bizzarri, che come un pupazzo vestito presta la pura presenza, e nome”. Lo stesso sacerdote – prosegue l’informativa dei priori – era diventato anche “dispotico padrone, e regolatore” dell’Università dei Padronali di bestiame (antenata dell’odierna Università Agraria) e, come se non bastasse, anche “esattore generale di tutti i luoghi pii di questa Terra”, nonché vicario foraneo, sicché – concludono i priori (cioè i componenti la Giunta Comunale di allora) scrivendo alla Sacra Congregazione del Buon Governo – “lui esattore communitativo, esattore dei luoghi pii, vicario foraneo, bovattiere, deputato dell’Università de bovattieri, lui sindaco degli esattori, ripartitore di qualunque sia colletta, in somma lui tutto, lui padrone di Leprignano […] essendo costretti dover essere tutti a lui soggetti, e niuno può parlare, altrimenti la vendetta è pronta”.

Pubblicato in RECUPERO DEI CREDITI COMUNALI NON RISCOSSI, RESIDUI ATTIVI NEL BILANCIO COMUNALE | Lascia un commento

CAPENA SCOMPARSA: LE PORTE DI LEPRIGNANO

Da un documento del 1655 (cfr. “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 79) apprendiamo che un falegname morlupese, di nome Silvestro Rosa, “fece dui porte nella Terra di Leprignano una detta Porta Nova, et l’altra chiamata del Viazillo” (“Viazillo” è il vecchio toponimo dal quale è derivato l’attuale “Vasivo”): i “fusti” delle porte, fatti con tavole di castagno, erano alti rispettivamente per la “Porta Nova” quindici pali e mezzo e per la porta del Viazillo dodici pali e tre quarti, larghi rispettivamente per la “Porta Nova” undici pali e un quarto e per la porta del Viazillo dieci pali e un quarto; ciascuna delle porte aveva tre catenacci e tre serrature. La “Porta Nova” era forse collocata laddove l’attuale via Guglielmo Marconi (ex Borgo Aproniano) sfocia nella cosiddetta “piazzetta della Portanova”, dov’è la fontana, mentre la “porta del Viazillo” era collocata con ogni probabilità laddove l’attuale “Via Silla” (toponimo urbano derivante anch’esso, come il toponimo rurale “Vasivo”, da “Viazillo”) sfocia in piazza del Popolo. Non solo vi erano la “Porta Nova” e la “porta del Viazillo”, ma anche l’arco della Porta Nova e l’arco del “Viazillo”. Quest’ultimo è visibile in una fotografia (n. 81) riportata a pag. 154 di “Capena e il suo territorio”: fu abbattuto, insieme con le abitazioni che vi erano state edificate al di sopra, verso il 1960; l’arco della “Porta Nuova” fu demolito intorno al 1840, insieme con il “muro antico annesso”, perché impediva il passaggio di “carri carichi di grano, stendardi, tronchi ed altri attrezzi nell’occasione delle Processioni” (cfr. “Capena e il suo territorio”, Capena 1998, pag. 152, testo e nota 27). Le porte furono abbattute molto prima che fossero demoliti gli archi: ciò è sicuro per la porta del Viazillo, di cui nessuno, a differenza dell’arco, ha memoria, ma deve ritenersi che così sia stato anche per la “Porta Nova”, benché il fascicolo relativo all’abbattimento dell’arco nel 1840 circa sia intitolato “Sulla demolizione dell’Arco presso la Porta di Leprignano” (ibidem). La “Porta Nova” e la “porta del Viazillo” segnavano i confini della “Terra di Leprignano”, ossia del centro abitato vero e proprio, senza soluzione di continuità; esse segnavano un’espansione di quest’ultimo rispetto all’epoca medievale, dove le porte che “chiudevano” l’ingresso al centro abitato erano verosimilmente situate all’ingresso del Palazzo dei Monaci da piazza del Popolo e in corrispondenza della cosiddetta “caditora”. La “Porta Nova” e la “porta del Viazillo” dovettero essere abbattute quando non furono più sentite le esigenze di sicurezza del centro abitato che avevano portato alla loro costruzione e che risalivano ai tempi insicuri del Medio Evo.

Pubblicato in PORTA DEL VIAZILLO, PORTA NUOVA, PORTANOVA, PORTANUOVA, PORTE DI LEPRIGNANO | Lascia un commento

CAPENA: TOPONIMI URBANI DESUETI E LA “RIPA DEI RAGAZZI”

Lo spostarsi dell’asse dell’abitato fuori dal nucleo medievale del centro storico ha avuto un riflesso nella toponomastica urbana di Capena, con la scomparsa della grande maggioranza dei numerosi toponimi che fino almeno al ‘700 contrassegnavano le varie zone in cui si articolava quello che una volta era il cuore pulsante del paese. Oggi, i toponimi urbani sopravvissuti, relativi all’abitato di origine medievale, sono solo tre: Rocca, Cesata e Paraterra. “Rocca” è il toponimo attestato da epoca più antica e fa riferimento al “Palazzo dei Monaci”, di origine altomedievale; “Cesata”, cioè quella parte del nucleo abitato medievale situata oltre l’entrata della “caditora” (in sostanza la contemporanea via Dante Alighieri), è raro nel ‘600 e il suo uso, con la scomparsa di altri toponimi urbani, si è venuto ampliando solo nei secoli successivi (Don Stefano, al secolo, se non andiamo sbagliati, Arnaldo Baiocchi, monaco benedettino di origine capenate, che fu anche priore a Farfa e defunse novantenne alla metà degli anni ’90 del ‘900, prozio “ex latere avae maternae” di una Consigliera Comunale attualmente in carica, ricollegava il toponimo “Cesata” al verbo latino “caedere”, il cui participio passato è “caesum” e che vuol dire “tagliare”: ipotesi che non appare, tuttavia, suffragata da una effettiva particolarità che lo lo sperone tufaceo – su cui sorge il nucleo antico – presenti dal lato appunto della Cesata, dato che pareti per così dire “tagliate” ovvero strapiombi o “ripe” si trovano da tutti i lati dello sperone, tranne ovviamente quello che dà verso Piazza del Popolo); “Paraterra”, invece, è di origine relativamente “recente”, non essendosene finora trovate attestazioni precedenti il ‘700, e, originariamente circoscritto ad una zona ben specifica, è venuto in epoca contemporanea a designare, in via residuale, tutto ciò non è né Rocca, né Cesata.

In un catasto protosecentesco (1611) di Leprignano troviamo, con riferimento al nucleo medievale del centro abitato, i seguenti toponimi:

– “mezza terra” (o “mezza la terra”), che era il più frequente (più volte è specificato “dentro il Castello in loco detto mezza terra”, per indicare che siamo nella parte più antica del nucleo abitato, oltre la porta del Palazzo dei Monaci e oltre l’ingresso della “caditora”, mentre con la “piazza”, odierna Piazza del Popolo, già se ne era fuori: le espressioni “dentro il Castello in loco detto ecc.” o “dentro la terra in loco detto ecc.” intendono dire appunto questo);

– “piedi la terra” (o anche “piedi alla terra”, “piede della terra”, “piede la terra”, “piedi alla terra”), forse toponimo antenato di “Paraterra”;

– “salciata” o “selciata”, dove erano concentrate le case di maggior valore, tra le quali spiccano quella di Giovanni Leonio (=Alei) e quella di Ascanio ed Antonio Ricci, entrambe del valore dichiarato di duecento (da intendersi scudi), nonché quella di Giovanni Cozzardo, del valore di centoventi, e quella dello speziale (=farmacista) di origine anconitana Francesco Dombosio, del valore di novanta;

– “roccha” (rigorosamente con la acca);

– “scale di Santo Paulo” (che sicuramente non sono le scalette dell’attuale “Vicolo delle Scalette” e che compaiono già allora cinque volte come toponimo distinto);

– “coaleo” (raramente “covaleo”), toponimo dal significato misterioso;

– “dentro al Castello”, “dentro la terra” e “nel castello di Leprignano”, toponimi piuttosto generici (“la terra”, cioè, come diremmo oggi, il paese, termine quest’ultimo allora inesistente, e il “Castello” indicavano tutto ciò che stava al di là degli ingressi rappresentati dalla porta del Palazzo dei Monaci e dall’entrata della “caditora”);

– “sotto alla Chiesa” (s’intende la vecchia chiesa parrocchiale, che fu abbandonata ai primi del ‘900 e sostituita con la parrocchiale che sorge sull’odierna piazza San Luca su terreno donato dai fratelli Giannotti);

– “forno”;

– “casa spallata” (cioè “casa diruta”, “casa rovinata”: il toponimo ricorre solo quattro volte e non è specificato, anche se è probabile, che si riferisse a una zona “dentro al Castello”);

– “Cesata”, che ricorre solo due volte, con riferimento ad una casa appartenente per due terzi a Bartholo Perello e ad una casa appartenente per una terza parte a Tranquillo Lucretia;

– “Palombara” (questo toponimo ricorre sei volte e non va confuso con la zona che oggi è chiamata “la Palombara”: ai primi del ‘600 “Palombara” indicava una zona “dentro alla terra”, cioè dentro il castello di Leprignano), con la variante “Pozzo Palombara”;

– “Porticale” o “Porticale della salciata” o “Porticale della selciata”;

e ancora, varianti di qualcuno dei toponimi sopra enumerati: “strada del forno”, “vecino alla Chiesa”, “sotto alle scale di Santo Paulo”, “sotto et appresso la Chiesa”, “al forno”, “appresso al Forno”, “appresso alla chiesa”, “avanti alla Chiesa”.

“Paraterra” ancora non compare.

Infine menzioniamo il più suggestivo di questi toponimi, la “Ripa dei Ragazzi”, con le varianti “Ripa de Ragazzi”, “ripa di Ragazzi”, “Ripa Ragazzi”, “Ripa ragazzo”, “Ripa regazzi”, “Ripe di ragazzi”, “Ripe ragazzo”. Questo toponimo, riferito indubbiamente, come si ricava dalla partita di “Settimio de Calvi” (=nativo di Calvi nell’Umbria), ad una zona “dentro al Castello”, sembra evocare una zona nella quale i fanciulli della Capena di allora giocavano, con giochi che noi oggi, quattro secoli dopo, abbiamo difficoltà anche solo ad immaginare. Sperando che da quella “ripa” nessuno dei “ragazzi” sia mai precipitato…

Pubblicato in TOPONOMASTICA URBANA A CAPENA, TOPONOMASTICA URBANA CAPENATE | Lascia un commento