LEPRIGNANO (OGGI CAPENA): A PROPOSITO DI MULINI. QUESTIONI SULL’ORIGINE DELLA “MOLA SARACENA”

Di un mulino ubicato nel territorio del castello di Scorano (castello disabitato e diruto fin dal principio del ‘400) e del quale si servivano i residenti nel castello di Leprignano è ripetuta menzione in atti risalenti al XV secolo. Il 29 maggio 1444 il Monastero romano di San Paolo fuori  le Mura acquistava per 800 fiorini dal cardinale Prospero Colonna un terzo di Scorano “ad molendinum construendum”, ossia per costruirvi un mulino (cfr. “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 33 e nota 112 a pag. 51). L’acquisizione di parte di Scorano da parte del Monastero di San Paolo diede la stura ad una serie di controversie con le famiglie aristocratiche romane dei Colonna e degli Orsini (o, per essere precisi, con alcuni dei rami di esse): la compravendita del 1444 fu contestata da uno Stefano di Stefano Colonna e il 15 febbraio 1462 Ludovico, cardinale di San Lorenzo in Damaso, emise sentenza favorevole al Monastero di San Paolo nella causa contro lo stesso intentata dal predetto Colonna, il quale pretendeva che un terzo di Scorano non fosse stato legittimamente alienato al Monastero e voleva quindi far invalidare la vendita (cfr. “Studi capenati”, cit., pagg. 33-34 e nota 119 a pag. 52). Le controversie del Monastero con gli Orsini, che possedevano un’altra parte del territorio del castello diruto di Scorano, la quale fu poi annessa a Fiano, dominio appunto degli Orsini, riguardarono sia i confini tra la porzione del territorio di Scorano spettante al Monastero e quella spettante agli Orsini, sia anche il mulino: appena quattro anni dopo la vendita del 1444, il 29 marzo 1448 due giudici, deputati nelle persone rispettivamente di Alfonso Segura e Guglielmo “de Fondera”, dovettero pronunciare sentenza in una causa insorta “super divisione territorii castri Scurani et molendino dicti monasterii” (sulla divisione del territorio del castello di Scorano e sul mulino del detto Monastero), tra Giacomo e Lorenzo del ramo degli Orsini di Monterotondo, da una parte, e il Monastero di San Paolo, dall’altra, al quale i due giudici diedero ragione (cfr. “Studi capenati”, cit., pag. 33 e nota 116 a pag. 52); la sentenza non bastò a placare le acque, perché nel 1452, il 25 luglio, si addivenne ad un accordo transattivo tra il Monastero e gli Orsini a proposito di Scorano (ivi, pag. 33, e nota 117 a pag. 52). Le controversie con gli Orsini si ravvivarono in seguito alla costruzione di un mulino da parte di questi ultimi, verosimilmente nella parte che, del territorio di Scorano, ad essi spettava: il 1° aprile 1465 Giacomo Mumarelli, canonico di San Pietro, pronunciò sentenza a favore del monastero di San Paolo circa un mulino fatto costruire da Maddalena vedova di Giacomo Orsini nel corso delle acque di Scorano (ivi, pag. 34 e nota 121 a pag. 52); il 16 giugno 1479 fu stipulata una “concordia”, ossia una transazione, tra Rinaldo Orsini, arcivescovo di Firenze, e il Monastero di San Paolo, circa la demolizione del mulino fatto costruire da Maddalena vedova di Giacomo Orsini (ivi, pag. 34 e nota 122 a pag. 52) – mulino che recava pregiudizio a quello del Monastero nel territorio di Leprignano (“in territorio Lipriniani” deve probabilmente intendersi come “nella parte del territorio di Scorano che era stata annessa a Leprignano in seguito all’acquisizione da parte del Monastero di San Paolo”). Che il mulino in questione servisse Leprignano è definitivamente confermato dal fatto che, nel catasto di Leprignano fatto redigere nel 1550 dai Monaci di San Paolo, tra le proprietà dichiarate dal Monastero è indicato, tra l’altro, “unum Molendinum aptum ad macinandum frumentum positum in Territorio, seu tenuta Scorano Castri diruti” (ossia un mulino atto a macinare il frumento e posto nel territorio o tenuta del castello diruto di Scorano); nell’assegna (=dichiarazione) relativa al mulino è specificato che nessun altro poteva edificare e/o tenere un mulino nel territorio di Leprignano “absque licentia ipsius Monasterii”, cioè senza la previa autorizzazione del Monastero (la “privativa”, ossia il monopolio, del mulino a grano era infatti una ennesima fonte di entrate per il Monastero, a carico dei suoi vassalli tenuti a macinare il grano presso il mulino nella disponibilità del Monastero). Era questo mulino nel territorio del castello di Scorano la “Mola Saracena” rimasta fino ad oggi nella toponomastica rurale di Capena e passata anche nella toponomastica ufficiale  contemporanea con la denominazione dell’omonima via? Va segnalato, tuttavia, che lo stesso documento segnala un mulino, sia pure diruto, anche con riguardo a Civitucola: il Monastero, nel catasto del 1550, dichiara infatti appartenergli, tra l’altro, “Tenutam cum lacu, et Molendino diruto dicta la Tenuta de Civitucula Castri diruti” (ossia la tenuta con lago, e mulino andato in rovina, detta la tenuta di Civitucola, castello diruto: la tenuta in questione era estesa 60 rubbia). La “Mola Saracena” poteva in origine essere il mulino che serviva Civitucola, ossia quello menzionato come diruto nel catasto del 1550?

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LEPRIGNANO (OGGI CAPENA): DAL “CASTRUM” ALLA “COMMUNITAS”. DUE ANNIVERSARI

Mentre la prima menzione del castello di Leprignano è contenuta nel noto “privilegium” gregoriano risalente all’XI secolo, ove si legge di un “Castrum Lepronianum”, risale esattamente a sei secoli fa la prima menzione di una “Communitas” con riferimento a Leprignano: il 28 ottobre 1420 il Pontefice Martino V concedeva un salvacondotto “Communitati et hominibus nec non singularibus quibuscumque personis Castri liprignani spectantis ad monasterium Sancti Pauli extra muros Urbis ut possint […] tute libere impune venire ad almam Urbem et ad quascumque Communitates et Terras etc.”,  ossia alla Comunità e agli uomini del castello di Leprignano, nonché ad ogni singola persona di detto castello, spettante al Monastero di San Paolo fuori le mura di Roma, affinché potessero venire sicuramente, liberamente e impunemente a Roma e in qualunque Comunità e terra eccetera (cfr. “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 9 e nota 63 a pag. 19). Ancora con riferimento all’arco cronologico rappresentato dal XV secolo, troviamo  menzione della Comunità di Leprignano altresì nella registrazione del pagamento dell’imposta del sale per conto di detta Comunità alla “Camera Urbis” da parte di Paolo Petracca (cfr. “Studi capenati”, cit., pagg. 8-9 e nota 61 a pag. 19) e nell’atto, datato aprile 1484, con il quale l’Abate di San Paolo Gregorio di Manfredonia locò, ossia affittò, a detta Comunità un macello posto tra le due porte del castello, con atto che fu rogato nel borgo del castello stesso e precisamente nella casa dei figli di tale Sparapane (cfr. “Studi capenati”, cit., pag. 11 e nota 86 a pag. 21). Ci riporta esattamente a cinque secoli fa, invece, l’attestazione del funzionamento di una struttura municipale vera e propria, ossia di quello che oggi chiameremmo un ente locale, persona giuridica pubblica con soggettività giuridica autonoma, distinta rispetto a quella della comunità intesa come insieme dei residenti nel castello: da un inventario secentesco dei registri che componevano l’archivio comunale e che è contenuto in uno dei registri stessi, ricaviamo che già all’epoca tali registri avevano inizio nel 1520. Al riguardo può trovarsi una forse significativa corrispondenza nel fatto che anche per l’archivio storico comunale di Ponzano Romano il 1520 è la data da cui hanno inizio le scritture relative all’amministrazione locale (è da notare che anche Ponzano Romano, fino al 1546, era, come Leprignano, un castello soggetto “in temporalibus” al Monastero romano di San Paolo fuori le Mura: in quell’anno, come riportato in “Studi capenati”, cit., pag. 26 e nota 15 a pag. 42, Ponzano e Sant’Oreste furono assegnati ad un’altra Abbazia, quella delle Tre Fontane, nepotisticamente data in commenda da Paolo III ad Alessandro Farnese, che da lui era stato creato cardinale a quattordici anni nel 1534). Quindi nel 2020 ricorrono il secentesimo anniversario della prima menzione della “Communitas” del castello di Leprignano e il cinquecentesimo anniversario della prima registrazione di cui si abbia notizia di un’attività di amministrazione svolta dall’ente locale.

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LEPRIGNANO (OGGI CAPENA): UNA COMPRAVENDITA PAGLIUCA-ALESSANDRINI DEL 1879 NELLA QUALE COMPARE IL TOPONIMO URBANO “VIA SAN LUCA”

Con atto rogato da un notaio castelnovese il 14 settembre 1879 Francesco Pagliuca fu Sante, in nome proprio e dei nipoti Andrea e Luigi, Vincenzo Pagliuca fu Sante e Sante Pagliuca fu Giacomo, campagnoli e proprietari, nati e domiciliati in Leprignano, vendono a Gaetano Alessandrini del fu Vincenzo, campagnolo, nato a Monteleone di Fermo e domiciliato a Leprignano, un vano per uso di abitazione, posto in Leprignano nella via detta di San Luca e marcato con il numero 59, confinante con Francesco Betti, con Francesco Barbetti e con Vincenzo Gualtieri. Nell’atto si dice che il vano compravenduto appartiene in assoluta proprietà ai venditori, poiché proviene dall’eredità della loro rispettiva madre ed ava (=nonna) Angela Laudi, defunta da circa trent’anni.

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UNA VOCE DI ENTRATA NEL BILANCIO DEL COMUNE DI LEPRIGNANO (OGGI CAPENA): L’AFFITTO DEL MACELLO

Con atto datato 17 marzo 1617 e finito nell’Archivio Notarile Mandamentale di Ronciglione, i tre massari di Leprignano (cioè la “Giunta Comunale” dell’epoca, mentre un Sindaco allora non esisteva, essendo questa figura monocratica stata introdotta solo nel XIX secolo sull’esempio del “maire” francese) Michele Silvi, Alberino Pezza e Paolo Graziosi (nel latino originale dell’atto “Michael Silvius, Arberinus Pezza, et Paulus Gratiosus”) stipulano un istrumento (=rogito) con il quale per 180 scudi locano e affittano per tre anni il macello a Clemente Sinibaldo. Nell’atto è menzionato anche un Aleo Alei come “camerarius” (tesoriere) della Comunità di Leprignano, destinatario dei pagamenti delle rate del canone da parte dell’affittuario del macello.  

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LEPRIGNANO (OGGI CAPENA): UNA VIGNA ALLE FOSSE

Con atto rogato da un notaio castelnovese il 9 novembre 1881 Domenica Antimi del fu Giacomo, vedova di Pietro Salvesi, donna di casa e proprietaria, nata e domiciliata a Leprignano, vende ad Anselmo Venezia del fu Savino, proprietario e muratore, nato a Monteleone di Fermo e domiciliato a Leprignano, un appezzamento di terreno vignato, con poco canneto, in vocabolo (=località) “le Fosse”, esteso mezza quarta di antica misura, corrispondente a decare due, are tre e centiare otto, confinante da capo e da piedi con i beni di Agostino Barbetti, da un lato con Agata Antimi, sorella della venditrice, e dall’altro lato con il di lei fratello Felice Antimi.

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LEPRIGNANO (OGGI CAPENA): UN GRANAIO IN PORTA NUOVA E UN  TERRENO AL LAGO

Con atto rogato da un notaio castelnovese il 26 maggio 1881 Giuseppe Bizzarri del fu Luca, proprietario, nato e domiciliato a Leprignano, vende ad Anselmo Venezia un vano terreno utilizzabile come granaio, senza porta esterna (sic) e con finestra sporgente sulla contrada Le Vaschette (oggi via del Lavatoio), posto in contrada detta Porta Nuova, confinante di sotto con vani sotterranei di proprietà degli eredi del fu Sabatino Remedia e di sopra con un’abitazione di proprietà del venditore Bizzarri. Con lo stesso atto il Bizzarri vende al Venezia anche un terreno seminativo camporile gravato dal pascolo comunale in vocabolo (=località) il Lago, esteso circa un rubbio, o metri quadri 18.400, confinante con la macchia e con i terreni seminativi della Comunità di Leprignano, goduti dalla locale Università Agraria. Questa vendita è omologata il 6 novembre 1881 con atto del medesimo notaio da Elisabetta Bizzarri del fu Luca, proprietaria, nata e domiciliata a Leprignano, coniugata con Oreste Graziosi fu Lorenzo, comproprietaria pro indiviso dei due fondi venduti con il fratello Giuseppe.

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LA FORMAZIONE DEL TERRITORIO COMUNALE DI CAPENA

La circoscrizione amministrativa territoriale del Comune di Capena è ben più estesa del territorio originario del “castrum Lepriniani”, al quale furono, nel corso del tempo, aggregati parte dei territori di castelli contigui abbandonati e andati “diruti” in epoca tardomedievale, nonché terre acquistate dal Monastero di San Paolo e dallo stesso concesse ai suoi sudditi in Leprignano. Di un territorio comunale determinato con una cartografia “ufficiale” può parlarsi a partire dal primo catasto geometrico-particellare generale dello Stato della Chiesa, detto “pio-gregoriano” perché la sua formazione, che avvenne negli anni 1818-’20, fu disposta sotto il pontificato di Pio VI, mentre la procedura che portò alla sua attivazione si compì sotto il pontificato di Gregorio XVI. Nel catasto pio-gregoriano la mappa di Leprignano era suddivisa in due sezioni, delle quali la prima relativa a Santa Marta, ossia alla frazione, e la seconda al capoluogo.

I castelli andati abbandonati, parte del cui territorio fu aggregato a quello di Leprignano, erano quelli di Civitucola, Vaccareccia, Castiglione e Scorano. Diversamente da quanto sostenuto in “Studi capenati” (Capena 1998, pag. 28 e pag. 37), va riconosciuto che il territorio del castello diruto di Montefiore, probabilmente, non fu aggregato neppure in parte al territorio di Leprignano: divenne poi la tenuta di Ripalta, che, oggi, è sostanzialmente la frazione Girardi-Bellavista del comune di Castelnuovo di Porto (v. su Ripalta la nota 11 alle pagg. 41-42 di “Studi capenati”). Ancora nella prima metà del ‘700 fu impiegata l’espressione “tenuta di Montefiore” per indicare la tenuta di Ripalta (v. l’indicazione dei confini della tenuta leprignanese di Pantano a pag. 39 di “Studi capenati”), di proprietà allora di tale Capocaccia, che nel 1729 la vendette a un Giraud (ivi, pag. 41, nota 11), da cui probabilmente “Girardi”. Le tenute venute a far parte del territorio leprignanese nella cui denominazione ricorre il nome “Fiore”, come la tenuta che poi divenne la tenuta di Santa Marta e la tenuta che divenne poi “la Fioretta”, probabilmente provenivano, come meglio si vedrà infra, dal territorio del castello diruto di Scorano.

Va ricordato, tra i comprensori fondiari riuniti al territorio del castello di Leprignano, anzitutto il territorio di Civitucola, che dal Monastero di San Paolo fu suddiviso in tre parti, delle quali una assegnata a Civitella, un’altra a Leprignano e un’altra ancora a Sant’Oreste; la parte assegnata a Sant’Oreste fu poi assegnata anch’essa a Leprignano, per indennizzare i Leprignanesi della cessione, da parte del Monastero, della tenuta di Ripalta, alienata insieme con Riano nel 1530 dai Monaci al nobile savonese Francesco Spinola, nella quale i Leprignanesi avevano terre loro concesse dal Monastero e da essi coltivate (v. “Studi capenati”, Capena 1998, pagg. 23 e 25). La parte che del territorio di Civitucola pervenne ai Leprignanesi risultava nel 1778 (ivi, pag. 32) estesa circa 124 rubbia (un rubbio=18.484,38 metri quadri).

Quindi va ricordato, a confine con Castelnuovo e con Riano, il territorio dei castelli diruti di Vaccareccia e Castiglione, menzionati insieme (“tenuta di Vaccareccia e Castiglione”) a partire almeno dalla “Concordia” del 23 dicembre 1617 tra Comunità di Leprignano e Monastero di San Paolo, con un’estensione di circa 198 rubbia (ivi, pagg. 28-30; nel catasto monastico del 1550 alla tenuta di Vaccareccia era attribuita l’estensione di 340 rubbia, essendo la stessa considerata in unione con possessi del Monastero in Riano e con la tenuta di Piani Macchioni).

Metà circa della “tenuta di Vaccareccia” passò a Castelnuovo di Porto in seguito alla risistemazione territoriale attuata con r.d.l. 7 marzo 1935, n. 264. Con questa risistemazione passò a Castelnuovo di Porto, oltre a parte della tenuta di Vaccareccia e Castiglione, anche un appezzamento di terreno in località “Monte l’Aceto”, che aveva in origine fatto parte del territorio di Leprignano e passò al territorio di Castelnuovo di Porto dopo essere stato ceduto dal Monastero di San Paolo al castelnovese Settimio Moronti in forza di una permuta stipulata il 1° dicembre 1600 (ivi, pag. 37, e note 164-165-166 alle pagg. 55-56), con la quale il Monastero, in cambio della cessione di Monte l’Aceto, acquistò la tenuta di Pian Falceti, detta anche di Pian Falceti e Monte Travicelli, la quale, estesa circa 18 rubbia (ivi, pagg. 36-37), fu aggregata al territorio di Leprignano, tornando a far parte del territorio di Castelnuovo intorno al 1830, per poi passare  di nuovo a quello di Capena nel 1935 (cfr. “Capena – “Le Risorse””, a cura dell’Assessorato alle Attività Produttive del Comune di Capena, s.d., ma 1998, pag. 23), mentre Monte l’Aceto tornò a Leprignano allorquando fu impiantato nel 1818-‘20 il primo catasto geometrico-particellare generale, detto “pio-gregoriano”, dello Stato Pontificio, passando poi di nuovo a Castelnuovo di Porto con la predetta risistemazione territoriale del 1935 (ibidem).

La tenuta di Santa Marta, che costituisce il nucleo principale di quella che poi diventò la frazione del comune di Leprignano e rimase sempre di piena proprietà del Monastero, senza essere concessa ai Leprignanesi (cfr. “Studi capenati”, cit., pag. 37), era detta originariamente tenuta di Fiore o di Fiora e fu denominata poi “Santa Marta” perché a Santa Marta era intitolata una chiesetta sita nella tenuta (ibidem). Il Monastero di San Paolo la acquistò nel quinto decennio del XV secolo dai fratelli Antonio, Odoardo e Prospero Colonna, figli di Lorenzo Onofrio Colonna e di Sveva Caetani: al 1441 risale il mandato di procura (ibidem) rilasciato per la vendita del casale di Fiore “prope territorium Lipriniani” da Antonio, principe di Salerno, e da Odoardo, duca di Marsia, a Prospero, che era diventato a cardinale a sedici anni nel 1426 per volontà dello zio “ex latere patris” Martino V, Oddone Colonna, Papa dal 1417 al 1431.  

Un’altra “tenuta di Fiore”, estesa circa 52 rubbia, pervenne al Monastero di San Paolo nel 1599 in forza di una permuta con Tiberio Ceoli, con la quale il Monastero acquisì anche una parte della tenuta di Scorano detta “li monti”, estesa circa 28 rubbia, cedendo al Ceoli la tenuta di Sassi, estesa 99 rubbia e mezzo, in precedenza coltivata dai Leprignanesi e confinante con la tenuta di Cascina e con i beni dei particolari (=privati) della terra di Fiano (cfr. “Studi capenati”, cit., pag. 35). Questa ulteriore “tenuta di Fiore” deve probabilmente identificarsi con quella successivamente denominata “tenuta della Fioretta”, la quale, parte del territorio di Leprignano, in documentazione del 1778-’79 risulta estesa 51 rubbia, 2 quarte e 2 scorzi (ivi, pag. 40). Il toponimo “Fioretta”, nel corso del XX secolo, è stato poi utilizzato per indicare anche due altri comprensori fondiari facenti parte del territorio di Leprignano, la tenuta di Portolupo e quella di Pantano, mentre questi due ultimi toponimi sono caduti in disuso: le tenute di Portolupo e Pantano erano “comunitative”, cioè spettavano alla Comunità di Leprignano, mentre la tenuta della Fioretta, ossia quella originariamente, già prima del XX secolo, così denominata, era suddivisa in appezzamenti, alcuni seminativi, altri prativi, che furono ripartiti tra Leprignanesi, cui furono assegnati dopo la “Concordia” del 1617. Le 28 rubbia della tenuta di Scorano, in luogo detto “i monti”, acquistate dal Monastero con la permuta del 1599, furono aggregate al territorio di Leprignano, diventando la tenuta detta dei “Monti di Scorano” (ivi, pag. 34), da cui anche il toponimo “Montescorano”.  

L’argomento delle due distinte “tenute di Fiore” acquistate dal Monastero di San Paolo, l’una nel quinto decennio del ‘400 e l’altra nel 1599, e del loro rapporto con il territorio del castello diruto di Scorano è piuttosto intricato. Il Monastero acquistò il 29 maggio 1444 per 800 fiorini dal cardinale Prospero Colonna un terzo di Scorano “ad molendinum construendum”, cioè per costruire un mulino (cfr. “Studi capenati”, cit., pag. 33): è forse questa la compravendita per la cui stipula il cardinal Prospero Colonna aveva ricevuto dai fratelli Antonio e Odoardo, come sopra riportato, mandato di procura nel 1441? Se la risposta a questa domanda è positiva, ciò significa che il territorio di questa “tenuta di Fiore”, cioè di quella che divenne poi la tenuta di Santa Marta, faceva originariamente parte del territorio del castello, andato diruto, di Scorano – già annoverato in un documento del 1416 tra i castelli disabitati (ibidem) – e ciò potrebbe trovare conferma nel fatto che un atto del 1509 menziona un luogo detto Fiore nella tenuta di Scorano (cfr. “Studi capenati”, cit., pag. 54, nota 139) e che, nella decisione rotale resa in data 5 febbraio 1591 (in C. Margarini, “Bullarium Casinense”, tomo II, Todi 1670, pag. 511 segg.) nella causa tra Monastero di San Paolo, da una parte, e Comunità e uomini del castello di Leprignano, dall’altra, sul diritto di colonìa perpetua che quest’ultima rivendicava  “super Terris, et Tenutis existentibus in Territorijs Castrorum Vaccaritiae, et Scurani, et Castiglionis”, si legge (ivi, pag. 512) “Prati vocati del Fiore […] quod Pratum est in Tenutis controversis”, ossia di un prato detto “prato del Fiore” che si trovava nelle tenute controverse, ossia – deve intendersi – in una di esse, probabilmente quella di Scorano (il toponimo “Fiore” non risulta mai in relazione a terre ubicate nella tenuta di Vaccareccia e Castiglione). Al Monastero di San Paolo erano già pervenuti, alcuni mesi prima, tre quinti di un terzo del “tenimentum castri Scurani”, in forza di donazione disposta dal Pontefice Eugenio IV, come indennità per somme date a mutuo dal Monastero alla Sede Apostolica; nel rogito summenzionato del 1444, secondo il Galletti, viene detto che al Monastero di San Paolo, prima della compravendita stipulata quell’anno e relativa a un terzo di Scorano, era già pervenuta una parte che, della tenuta di Scorano, era appartenuta in precedenza a Bertoldo Orsini e agli eredi del fu Rainone di Cristoforo Rainoni  (cfr. “Studi capenati”, cit., pag. 51, nota 112) e che troviamo menzionata, a sua volta, insieme con un’ulteriore parte di Scorano spettante a Simodea Orsini vedova di Giovanni Colonna, in un atto con il quale nel 1427 Antonio Colonna, a nome proprio e dei fratelli Odoardo e Prospero, aveva acquistato un altro terzo di Scorano dal nobiluomo Giacomo del fu Antonio (ivi, pag. 33), discendente da un “Sarto” di Ravenna, cittadino romano della regione dell’Urbe Campitelli, il quale potrebbe essere la stessa persona (Sante di Ravenna, abitante a Roma nella regione Campitelli) alla quale il morlupese Sabba di Cecco di mastro Giovanni (Martelloni) aveva ceduto i propri diritti su metà del castello abbandonato di Civitucola con atto ratificato nel 1409 dall’abate di San Paolo Giovanni Sanguigni (ivi, pag. 31). In un elenco di casali della campagna di Roma risalente ai primi del ‘600 troviamo elencati, tra gli altri, un casale “Scurano” dei monaci di San Paolo e un casale “Scurano” degli Aldobrandini e già di Tiberio Ceoli (ivi, pag. 35, e nota 146 a pag. 54; lo stesso elenco – deve notarsi – annovera separatamente il casale di Santa Marta dei monaci di San Paolo, al quale attribuisce l’estensione di 300 rubbia: ivi, pag. 54, nota 145). Quale sorte abbia avuto il casale “Scurano” dei monaci di San Paolo allo stato non è possibile precisare: certo il contiguo casale omonimo, spettante agli Aldobrandini e poi nel 1683 assegnato ad un principe Borghese figlio e coerede di Olimpia Aldobrandini junior (ivi, pag. 36), nel catasto alessandrino del 1660 si vede attribuire un’estensione di 391 rubbia (ibidem), pari a circa 722 ettari, ben superiore a quella di 300 rubbia riportata nel sopra richiamato elenco protosecentesco dei casali della Campagna Romana, per poi arrivare a 911 ettari alla fine dell’800, divisi tra 560 ettari ricadenti nell’Agro Romano e poi passati al territorio di Capena in forza della risistemazione territoriale del 1935 (qui emergeranno poi, nei primi anni ’50 del ‘900, i resti archeologici di “Lucus Feroniae”), con la quale il territorio di Capena arrivò all’estensione complessiva di 2945 ettari contro le 1316 rubbia (2430 ettari circa) preunitarie, da una parte, e i 351 ettari ricadenti in territorio di Fiano Romano (ibidem), dall’altra.

Per tutte le terre provenienti dai territori dei castelli diruti e aggregate al territorio di Leprignano i Leprignanesi erano tenuti a corrispondere la quinta parte del prodotto, se si trattava di terre seminative (la corrisposta era in “some di fieno” nel caso di terreni prativi). La corrisposta della quinta al Monastero da parte dei Leprignanesi era prevista, nella “Concordia” del 23 dicembre 1617, oltre che per la tenuta di Civitucola (detta anche del Lago), per la tenuta di Vaccareccia e Castiglione, per la tenuta dei Monti di Scorano, per la tenuta della Fioretta, per la tenuta di Pian Falceti, anche per la tenuta “Selvottae S. Cristinae”, ossia della Selvotta di Santa Cristina, poi detta anche di Santa Cristina e Selvotta (i due toponimi sono ancora oggi in uso a Capena, specialmente “Selvotta”), e per la tenuta “fontanae rotundae, seu malaranca”, poi detta anche tenuta di Passo (“guado”) Cavallone (ivi, pag. 26). Per quanto concerne la tenuta della “selvotta di Santa Cristina”, estesa circa 18 rubbia, essa aveva a che vedere con il territorio del castello diruto di Vaccareccia, nel quale era una chiesa intitolata a Santa Cristina (ivi, pagg. 30-31): con provvedimento del 2 luglio 1443, Eugenio IV, per sostenere finanziariamente il Monastero di San Paolo, gli attribuì frutti, redditi e proventi di una serie di chiese, tra cui quella “Sanctae Christinae in Bachareze” della diocesi di Porto (ibidem), potendo quindi ipotizzarsi che la tenuta della “selvotta di Santa Cristina” tragga origine dalle proprietà connesse al beneficio ecclesiastico relativo alla chiesa di Santa Cristina in Vaccareccia. Per quanto concerne la tenuta detta di Fontana Rotonda e/o Maleranca e/o Passo Cavallone, estesa circa 55 rubbia (ivi, pag. 34), diversamente da quanto supposto in “Studi capenati” (ibidem), dove si ipotizza una provenienza anche di questa tenuta dal territorio del castello diruto di Scorano, è più plausibile supporre, atteso che il toponimo “Maleranca” (poi storpiato ripetutamente in tempi recenti) è attestato nella forma “malaranca” nella “Concordia” del 23 dicembre 1617, come nel passaggio testé sopra citato, e in fonti cinquecentesche nella forma “mala branca”, che tale tenuta tragga origine da qualche possedimento della famiglia aristocratica romana dei Malabranca, del resto attestato in un atto del 1393 (ivi, pag. 30), con il quale il Monastero di San Paolo concesse metà del castello e del territorio di Civitucola al notaio romano Antonio di maestro Paolo, il quale, tra l’altro, si impegnava a restituire al Monastero alcuni terreni che erano stati concessi a lui e al fratello Giacomo, tra i quali vi era un appezzamento sito “juxta pantanum Comitisse et juxta territorium montis Floris et Castiglione et juxta flumen et juxta terram olim Symei Malabrance” (su questo personaggio della famiglia dei Malabranca, Simone Malabranca, v. la nota 63 a pag. 47 di “Studi capenati”).     

Quanto alla tenuta di Pantano (ivi, pagg. 39-40), cui nel catasto di Leprignano del 1778 è attribuita un’estensione di circa 26 rubbia, essa confinava all’epoca con la tenuta di Santa Marta, con la tenuta di Portolupo, con i prati della Fioretta e con la “Strada Romana” (la Tiberina odierna). Nella “Concordia” del 23 dicembre 1617 è indicata come “pantano di Santa Marta” ed era concessa per metà alla Comunità di Leprignano per il pascolo dei buoi aratori e per un quarto, nella parte più vicina al Tevere, alla stessa Comunità per l’esercizio del diritto di legnare (ivi, pag. 26). Il riferimento a Santa Marta fa pensare che la tenuta di Pantano facesse originariamente parte della “tenuta di Fiore”, venduta al Monastero di San Paolo dai fratelli Prospero, Antonio e Odoardo Colonna nel quinto decennio del ‘400, e che, quindi, provenisse dal territorio del castello diruto di Scorano. La tenuta di Pantano in Leprignano, ossia il “pantano di Santa Marta”, non va confusa con un’altra tenuta di Pantano, che fu venduta nel 1594 dalla Comunità di Fiano a Tiberio Ceoli e confinava con il territorio di Fiano e con la tenuta di Cascina (ivi, pag. 35) e che pervenne in proprietà nel 1605 ai figli ed eredi del fu Giovanni Francesco Aldobrandini (ibidem). Allo stato non è possibile dire se il “pantano di Santa Marta”, poi diventato “tenuta di Pantano”, abbia a che vedere con un altro “pantano”, detto “della Contessa”, menzionato in un atto del 1393 (ivi, pag. 30), con il quale, come si è già detto, il Monastero di San Paolo concesse metà del castello e del territorio di Civitucola al notaio romano Antonio di maestro Paolo, il quale, tra l’altro, si impegnava a restituire al Monastero alcuni terreni che erano stati concessi a lui e al fratello Giacomo, tra i quali vi era un appezzamento sito “juxta pantanum Comitisse et juxta territorium montis Floris et Castiglione et juxta flumen et juxta terram olim Symei Malabrance”.  

La provenienza dal territorio di Scorano è l’ipotesi più probabile anche per la tenuta di Portolupo, che la “Concordia” del 23 dicembre 1617 concesse alla Comunità di Leprignano per pascolare con ogni genere di bestie tranne i porci, nonché “ad omnes fructus” (ivi, pag. 26): nella “Concordia” del 1617 la tenuta di Portolupo è detta confinare con la tenuta della Fioretta, con il pantano di Santa Marta (cioè con la tenuta di Pantano), con Castelnuovo e con il fiume Tevere (ibidem).

L’ipotesi di una comune provenienza di tenuta di Fiore (poi denominata tenuta di Santa Marta), tenuta di Portolupo, tenuta di Pantano e tenuta della Fioretta sembra rafforzata da un documento risalente alla fine del ‘500 o ai primi del ‘600, nel quale,  elencandosi le varie tenute che erano venute aggregandosi nel territorio di Leprignano, menziona anche al terzo punto insieme “La tenuta di fiore con la tenuta di porto lupo il Pantano di S. Marta il Piano di fiore” (ivi, pag. 24). La comune provenienza, per quanto sopra osservato, è probabilmente rappresentata dal territorio del castello di Scorano, andato diruto in epoca tardomedievale.

Il territorio originario del castello di Leprignano è indicato nella “Concordia” stipulata il 23 dicembre 1617 tra il Monastero di San Paolo e la Comunità di Leprignano come “dominio” (o anche “Dominio” con la lettera iniziale maiuscola) del castello di Leprignano (v. “Studi capenati”, cit., pag. 26). Nell’atto datato 2 agosto 1618 che consacrò la presa di possesso, da parte della Comunità di Leprignano, delle terre ad essa concesse con la “Concordia” del 23 dicembre 1617, i confini del “Dominio” di Leprignano, cioè del territorio originario del castello, sono così indicati: “dalli confini et termini di Morlupo et tenuta di Civitucula dalla parte di sopra, et venendo per il rivo Maggiore da basso sino alla Mola Saracina dove sta una Imagine della Gloriosissima Vergine Maria, et seguitando di lì per stradone o vero come vogliamo dire vialone sempre contiguo alli sopradetti Monti di Scorano, et descendendo per la detta tenuta di Fontana Rotonda sino al guado detto di Malaranca, donde segue uno stradone simile fino al guado della sponga et confini et termini di Morlupo”. Al suo interno si distinguevano quattro tenute e, inoltre, i cosiddetti “Ristretti di Leprignano”, i quali costituivano la parte di campagna più vicina al centro abitato. Le quattro tenute erano (ivi, pagg. 27-28): la tenuta delle Cese, estesa circa 55 rubbia; la tenuta di Rosetoli, detta anche di Rosetoli e Pantanelle, estesa circa 125 rubbia; la tenuta di Monterose, estesa circa 125 rubbia, che comprendeva anche Piani Macchioni e Monte Cento Viole (nel catasto monastico di Leprignano del 1550 Piani Macchioni era aggregata al territorio di Vaccareccia); la tenuta di Manciano e Monte Cornazzano, la cui estensione è indicata ora in 77, ora in 107 rubbia, probabilmente secondo che includesse o meno la zona di Monte Cellarino, talora indicata come “tenuta” a parte (ivi, pag. 28). Nelle quattro tenute in questione si distinguevano terre seminative per le quali i Leprignanesi dovevano versare la sesta parte del prodotto al Monastero, terre per le quali la corrisposta doveva essere data in denaro e altre, pochissime, per le quali il canone era rappresentato da polli.

Circa i cosiddetti “Ristretti di Leprignano”, cioè la parte di campagna più vicina al centro abitato, nel catasto monastico di Leprignano datato 1660 viene attribuita loro l’estensione di 250 rubbia (ibidem), con 61 rubbia di terreni lavorativi, cioè seminativi, che secondo il catasto monastico dovevano corrispondere, ossia pagare come canone al Monastero, la sesta parte del prodotto,  e 189 rubbia di vigne, oliveti, selve e sterpeti. In uno “specchio” dei terreni responsivi nel territorio di Leprignano, redatto il 23 novembre 1779 dal Segretario Comunale di allora Domenico Mattioli sulla base di un memoriale stampato nel 1777 e inviato nell’interesse della Comunità e per sua difesa alla Sacra Congregazione del Buon Governo (cfr. ibidem) per la zona dei “Ristretti di Leprignano” non risultano terreni responsivi per la sesta parte del prodotto, ma solo canoni, talora in soldi e talaltra, per le terre vignate, in mosto. Lo stesso “specchio”, per le quattro tenute suddette rientranti nel “dominio”, cioè nella circoscrizione territoriale originaria del castello di Leprignano, indica anche risposte in “mosto”, s’intende per terre vignate. Ancora, questo “specchio” riporta anche 120 rubbia di terreni “priviti”, anch’essi prossimi al centro abitato, indicati come responsivi a mosto, che non sembrerebbero riportati nei catasti monastici. Secondo questo “specchio” del 23 novembre 1779, 547 rubbia del territorio di Leprignano provenivano dai territori di castelli contigui andati diruti, mentre 774 rubbia costituivano il territorio castellano originario, di cui 404 appartenenti alle quattro tenute sopraelencate (Cese, Monterose, Rosetoli, Manciano e Monte Cornazzano) e 370 appartenenti ai “Ristretti di Leprignano” per 250 rubbia, mentre per altre 120 rubbia erano terreni “priviti”.    

            

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LA FORMAZIONE DEI TRE “LAGHI” DEL 1856, 1895 E 1930 A LEPRIGNANO NEI RESOCONTI CITATI O TRAMANDATI IN “CAPENA DOVIZIOSA” DI VINCENZO CONTI, FIGLIO DEL SEGRETARIO COMUNALE DI ALLORA (1933, PAGG. 25-29)

Il primo dei tre predetti  “laghi” apparve (cfr. pagg. 27-28, paragrafo intitolato “IL LAGO PUZZO”) “improvvisamente il 28 ottobre 1856, di forma ovale e di piccolissima estensione. G. Ponzi (“Sulla eruzione solforosa avvenuta nei giorni 28, 29, 30 ottobre sotto il paese di Leprignano nella contrada denominata il Lago Puzzo”) così illustra l’accaduto: “Il 28 ottobre, un’ora prima che annottasse, i contadini che lavoravano nei dintorni di Lago Puzzo intesero forti scosse di terremoto accompagnate da rombi sotterranei, come di scariche d’artiglieria, nel mentre che un tratto di superficie gradatamente sprofonda vasi. Spaventati fuggirono, ma, fatta poca strada, crescendo il fracasso, si voltarono e videro quel tratto di superficie saltare in aria, mista ad acqua e denso fumo nero. La mattina seguente, tornati sul posto, trovarono una voragine di circa 100 metri di diametro, dalle pareti tagliate a picco, ripiena d’acqua, dalla quale svolgevasi con violenza una grande quantità di gas acido-solforico. I rombi, sempre decrescendo, durarono il 29 e il 30. Il Lago Puzzo – forse nominato così dalla fantasia popolare, per la sua caratteristica puzza di acque sulfuree – che aveva una profondità di 25 metri circa, “venne (G. Folgheraiter, “La Geofisica dei pressi di Roma”) coll’andare del tempo a riempirsi quasi completamente di terra, specialmente per le piene del Fosso chiamato Festola, che vi immetteva le sue acque, come anche per le piene del Gramiccia”. Quale causa aveva generato questo Laghetto misterioso? Si trattava di un fenomeno vulcanico, come asseriva il Ponzi?”. Nel paragrafo successivo, intitolato “IL SECONDO LAGO” (pagg. 28-29), si legge: “Nei primi giorni dell’aprile 1895 (P. Moderni: “Il nuovo Lago e gli avvallamenti di suolo nei dintorni di Leprignano”) avveniva nelle vicinanze di Leprignano lo sprofondamento improvviso di una zona di terreno, e conseguente formazione di un lago. A distanza soltanto di 39 anni, la Regione Capenate mostrava nuovamente i segni della sua vitalità, rinnovando un prodigio che aveva già incuriosito profani e studiosi. Attilio Brunialti racconta l’accaduto nell’“Illustrazione Italiana” del 2 giugno 1895. “Fu la sera del Sabato santo – egli scrive – Alcuni agricoltori stavano lavorando per la semina del grano turco presso al Rio, quando i buoi, annusando il terreno (beata sensibilità delle bestie!), cominciarono a dar segno di forte agitazione e si diedero alla fuga. I contadini dicono di aver sentito tremare il terreno e parecchie piccole detonazioni succedersi a distanza”. Continuiamo la narrazione con le parole del Moderni. “La mattina seguente, la gente accorsa dalle vicinanze trovò che un tratto di superficie di forma irregolarmente circolare, avente in media 260 metri di diametro, si era staccata ed abbassata, producendo un avvallamento, che nel punto più depresso misurava una profondità di metri 19,50 entro il quale si rovesciava il torrente Gramiccia il cui letto, per circa 300 metri di lunghezza, era stato travolto nella rovina…..Un mese dopo il fatto, il Lago si presentava come una conca irregolarmente circolare, con sponde a picco ed elevate di parecchi metri sul livello dell’acqua, ed avente 130 metri di raggio medio, una superficie di metri quadrati 53.000 circa, ed uno sviluppo periferico di quasi un chilometro”. Questo secondo Lago era situato nella zona denominata “Quarto del Lago” e più precisamente nella contrada chiamata “Fontana Cioccia”. Nei pressi corrono le collinette del Castellaccio e di fronte si levano le gibbosità del Monte Perazzeto”. Circa il terzo, in ordine cronologico di apparizione, dei tre predetti “laghi”, si legge nel paragrafo “IL LAGO PRODIGIOSO” (pagg. 25-26), che inizia con la frase “Dalla collinetta di M. Cellarino, il Lago appare silenzioso…..”: “Fu in una notte dell’inverno dell’anno 1930. Aveva piovuto per alcuni giorni di seguito. Il mattino del 31 gennaio corse in paese una notizia strana. “Il Fosso di Gramiccia è completamente asciutto!” […] Un’altra notizia, più sbalorditiva della prima, venne a fornire materia di conversazioni e di commenti. “Alle falde del Monte Cellarino s’è formato uno specchio d’acqua, del diametro di 150 metri circa, che il Torrente S. Martino sta riempiendo d’acqua”. Il pellegrinaggio principiò affannoso, e il paese si vuotò come per incanto! Tutti corsero al nuovo Lago! Non si poteva non rimanerne stupiti. La grande fossa che si era formata alle falde della collinetta continuava ancora ad allargarsi, per effetto delle frane che si producevano alle sue sponde tagliate a picco; l’acqua, di color cenere, presentava delle bollicine, come se internamente un grande fuoco la riscaldasse, ed il torrente S. Martino, trasformato in cascatella di non indifferente importanza, portava le sue acque moltiplicate dalla numerosa pioggia caduta nei giorni precedenti”.   

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LA LIBERTA’ DI SCELTA MATRIMONIALE A LEPRIGNANO NEL XVII SECOLO

Il 20 aprile 1617, dinanzi a un notaio che esercitava nel castello di Leprignano, si presentano, per stipulare un “istrumento dotale”, i Signori Alberino Pezza e Lorenzo Capecchia, nella loro qualifica di tutori testamentari (ossia nominati con disposizione contenuta in un testamento) degli eredi del defunto Pietro Aquilozza, di Leprignano.  Il fu Pietro Aquilozza ha lasciato due eredi: sono due figlie femmine, chiamate rispettivamente Ludovica e “Panthesilea” (Pentesilea). Nell’atto si dice che “necesse est dictam Ludovicam nubere” (è necessario maritare la detta Ludovica) e che all’uopo “obtulit se Alexander quondam Joannis Pauli Pezzae de Leprignano” (“si è offerto Alessandro del fu Giovanni Paolo Pezza da Leprignano”). Queste brevi frasi già ci dicono come allora si formasse il “consenso” matrimoniale: il pretendente “si offriva” alla famiglia della giovane divenuta “viripotens”, come in qualche caso era scritto, e l’offerta era vagliata dalla famiglia della ragazza, anche alla luce dello “status” sociale dell’aspirante sposo. Nella fattispecie, quest’ultimo apparteneva ad una delle famiglie più in vista della Leprignano cinque-seicentesca, i Pezza, presenti a Leprignano già sicuramente dalla fine del ‘400 (può darsi che fossero una delle famiglie venute da Civitucola nella seconda metà del ‘300: il cognome “Pezza” si riscontra anche a Civitella San Paolo nel corso dell’800 e, se presente già da qualche secolo, potrebbe, se non è stato portato a Civitella da qualche migrante di origine leprignanese, provenire da qualche abitante di Civitucola, l’antica Capena, i cui ultimi residenti, abbandonando la “cittadinetta”, con ogni probabilità si divisero tra Leprignano e Civitella, come fra questi due “castra” fu ripartito anche il territorio di Civitucola). Nell’irrilevanza pratica della volontà della donna, in buona sostanza oggetto di uno scambio, ritroviamo l’espressione di un elemento di lunga durata rappresentato dall’organizzazione patriarcale della famiglia, come si riscontra nell’antica Roma, nella quale era assoluto il predominio del paterfamilias, secondo un modello che risale probabilmente ad ancora più antichi modelli protoindoeuropei, come, nell’ipotesi di Marija Gimbutas, sono quelli della “cultura dei kurgan”; ed è interessante notare come questa struttura di fondo, nella quale non vi è spazio per una libera scelta della donna, sopravviva in un contesto nel quale pure la disciplina dettata per il matrimonio canonico dalla Chiesa tende a salvaguardare la libertà di determinazione di entrambi gli sposi, chiamati a confermarla dinanzi al sacerdote che espressamente li interroga sul punto e considerati essi stessi, su un piede di parità l’uno con l’altra, ministri del matrimonio/sacramento. Un’ultima notazione riserviamo alla sorella minore di Ludovica, menzionata nell’atto: certo doveva essere una bella responsabilità chiamarsi Pentesilea Aquilozza.   

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IL PERFEZIONAMENTO DI UN ATTO DI COMPRAVENDITA RELATIVO AD UNA CANTINA IN VIA DI PORTANUOVA O CONTRADA PORTANUOVA A LEPRIGNANO (OGGI CAPENA)

Con atto rogato il 26 gennaio 1875 da un notaio castelnovese, Elisabetta Bizzarri del fu Luca, coniugata con Oreste Graziosi, donna di famiglia e proprietaria, domiciliata in Leprignano, presta il proprio consenso affinché si perfezioni la vendita stipulata in data 7 dicembre 1874 tra il di lei fratello Giuseppe Bizzarri, venditore, e Nicola Saraceni del fu Giuseppe, acquirente, per gli atti del medesimo notaio. La vendita in questione ha per oggetto un locale ad uso di cantina con grotta, in contrada Porta Nuova, civico numero 32, confinante con i beni di Tomasso (Tommaso) Felici, con quelli di Luigi Guidotti e con la strada pubblica. L’immobile urbano compravenduto proviene dall’eredità di Margherita Alei, madre di Giuseppe ed Elisabetta Bizzarri, ed è indiviso fra i coeredi e intestato ad entrambi in catasto.

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