LEPRIGNANO (OGGI CAPENA): UNA STORIA DI ALCOL E DI DOTE

Il 7 marzo 1870 perviene nella Cancelleria del Governo di Castelnuovo di Porto una relazione del medico condotto di Leprignano Vincenzo Turòli, in merito al ferimento subìto, con colpi di coltello, dal giovane G.C., campagnolo, nato e domiciliato a Leprignano, il 6 marzo verso le ore 22 (nel fascicolo l’orario del ferimento è indicato anche come “pomeridiano”, nel senso verosimilmente di tardo pomeriggio). Al Governo di Castelnuovo di Porto perviene anche una relazione, inviata dal Comando della Brigata di Castelnuovo di Porto dei Gendarmi Pontifici, nella quale sono precisate le identità del feritore, il castelnovese F.C., soprannominato “Colonna”, di anni ventotto, domiciliato a Leprignano, e del ferito, il predetto G.C., di anni ventisette, nato e domiciliato a Leprignano. Si ascoltano i testimoni: il 9 marzo viene sentito Francesco Saraceni del fu Paolo, di anni 53, campagnolo possidente domiciliato in Leprignano, e dalla sua deposizione apprendiamo che feritore e ferito hanno sposato due sorelle, figlie appunto del Saraceni: il feritore F.C. ha sposato Geltrude Saraceni, il ferito G.C. ha sposato Annunziata Saraceni, sorella di Geltrude. Già la testimonianza del suocero comincia a proiettare ombre sulla figura del ferito: riferisce infatti Francesco Saraceni che nel dicembre dell’anno precedente (1869) G.C. si era rivolto ai suoceri con insulti e minacce. Dalla deposizione, resa il 14 marzo, del ventenne Marino Bizzarri, caffettiere, figlio di Tommaso, si apprende che feritore e ferito “non erano ventiquattro ore, che erano diventati cognati, perché C. (cioè F.C., il feritore) il sabato innanzi aveva sposato la sorella carnale della moglie del C. (cioè di G.C., il ferito)” (il Bizzarri menziona “la farmacia del mio genitore Tommaso, che è situata nella Piazza del Popolo di Leprignano”). Il cinquantatreenne campagnolo leprignanese Girolamo Moriconi del fu Francesco, il 31 marzo 1870, depone che G.C. aveva preso in moglie una figlia di Francesco Saraceni e che gli sponsali erano avvenuti nel mese di ottobre dell’anno precedente, aggiungendo che erano insorte questioni tra suocero e genero a causa della “biancheria”, cioè dei beni mobili portati in dote dalla moglie e che G.C., ossia il genero, “è un pessimo soggetto, e va cimentando tutti, specialmente quando sta ubriaco”; lo stesso giorno viene sentita anche la moglie cinquantaseienne del Moriconi, Camilla, la quale ricorda che lo sposalizio tra G.C. e Annunziata Saraceni era avvenuto “prima dell’ottavario dei morti” e ricorda anche che lo stesso G.C. aveva aggredito il suocero facendo mostra di esplodergli contro un colpo di pistola, tanto che “stavano mettendo l’aceto al naso del Saraceni, per la paura concepita” a causa dello sparo; il 4 aprile 1870 depone il sessantatreenne Tommaso Bizzarri del fu Natale, speziale, nato e domiciliato a Leprignano, nella sua casa di abitazione in Piazza del Popolo al numero civico 9, al secondo piano, il quale riferisce che “la voce pubblica dice, che [G.C.] quando si è ubriacato è una bestia, che non conosce se stesso” e aggiunge, quanto all’arma con la quale G.C. era stato ferito: “non potei vedere se (il coltello) era serratore, a scrocchio, o da tavola”; il 25 aprile 1870 Fermina Belmonte, campagnola, nata e domiciliata a Leprignano, moglie di Antonio Marini, depone che il feritore “è un buonissimo giovane” e che il ferito “è un susurrone, ed ogni volta, che va per le bettole, sempre litiga”; il 23 maggio 1870 viene sentito il quarantasettenne campagnolo Francesco Baiocchi del fu Tancredi, il quale ricorda che “era un giorno di festa quello in cui il C. (ossia F.C.) accoltellò il C. (ossia G.C.)”; il 24 maggio 1870 viene interrogato G.C., il quale afferma che il suocero, Francesco Saraceni, voleva “legittimare” (dotare) solo la figlia data in sposa a F.C., e tal fine si era ripreso alcuni beni mobili lasciati in custodia al Parroco di Leprignano, che, secondo G.C., voleva poi dare tutti alla sola moglie di F.C., trascurando l’altra figlia, andata in sposa a G.C.; il 27 agosto 1870 viene sentito il Reverendo Sig. Don Matteo Sebastiani, fu Domenico, da Ponzano, di anni 66, già Parroco di Leprignano, al tempo della deposizione domiciliato provvisoriamente a Roma in via S. Maria in Monticelli n. 64, quarto piano, il quale ricorda che nell’aprile 1869 “fu convenuto il matrimonio fra G.C., ed Annunziata Saraceni […] e ne fu stesa la relativa carta dotale alla mia presenza, dell’altro sacerdote, Don Carlo Baiocchi, e di altra persona, che non ricordo, nella quale furono descritti alcuni mobili, ed un pezzetto di terreno, che il Saraceni assegnava in dote alla di lui figlia Annunziata. Firmata tal carta da me, dal Bajocchi, e dall’altro individuo, di cui come ho detto non ricordo nome, e cognome, il che avvenne in mia casa, fu consegnata subito al Saraceni stesso. Dopo circa cinque, o sei mesi si eseguì il matrimonio in faciem Ecclesiae, e G.C., che già conviveva nella medesima casa col suocero, seguitò pure a convivervi dopo seguito il matrimonio, senza, che si facesse formale consegna degli oggetti stabiliti per la dote della figlia dal Saraceni al C. Conviveva pure insieme al Saraceni il detto F. (cioè l’altro genero del Saraceni: nota mia) […] avendo ancora in comune degli interessi; e con esso si trattò, e si eseguì il matrimonio con l’altra figlia del Saraceni, di nome Geltrude, circa tre mesi dopo l’altro […] né vi fu promessa affatto di dote, almeno in iscritto, per quanto io sappia […]”.

Tra le altre persone che furono sentite durante l’istruttoria del caso vi furono: il 14 marzo 1870 Maria moglie di Raffaele Genuini, di anni trenta circa, spacciatrice di sali e tabacchi, detta “Mariuccia la salara” (per un appellativo simile, cfr., in tempi più recenti, “Serafina la lattara”), nata e domiciliata a Leprignano; lo stesso giorno Angela moglie di Tommaso Spaccatrosi, di anni trentasei circa, campagnola, nata e domiciliata a Leprignano; il 26 marzo Maria Luisa moglie di Girolamo Vecchiotti, di anni ventisette circa, campagnola, nata e domiciliata a Leprignano, che nella sua deposizione menziona la sorella Margherita, moglie di Sebastiano Barbetti, e Attilio, fratello di G.C.; lo stesso giorno Rosa, moglie di Carlo Saraceni, di anni ventisette circa, campagnola, nata e domiciliata a Leprignano; il 31 marzo 1870 Antonio Cozzardi del fu Giovanni Battista, di anni ventinove circa, campagnolo, nato e domiciliato a Leprignano, cognato di G.C., avendone sposato la sorella Tecla; lo stesso giorno Luca Pietronzini del fu Bartolomeo, di anni trentatré circa, campagnolo possidente, nato e domiciliato a Leprignano; il 4 aprile 1870 Tommaso Barbetti del fu Innocenzo, soprannominato “Ganassone”, di anni trentacinque circa, nato e domiciliato a Leprignano; lo stesso giorno Francesco Benigni del fu Marco, di anni trentadue circa, campagnolo, nato e domiciliato a Leprignano; Domenico Sestili del fu Filippo, di anni quarantacinque circa, campagnolo, nato e domiciliato a Leprignano; Luigi Sestili del vivente Domenico, di anni ventuno circa, campagnolo, nato e domiciliato a Leprignano, il quale nella sua deposizione riferisce che, insieme con il padre Domenico, sta “a giornata con Giovanni Battista Lauri”; l’11 aprile 1870 Pietro Brasili figlio del vivente Giovanni, di anni venti circa, campagnolo, nato e domiciliato a Leprignano; Vincenzo Giuliani, soprannominato “Mazzamorte”, figlio del vivente Luigi e nativo di Sant’Elpidio (Morìco?), domiciliato a Leprignano, di condizione campagnolo; il 12 aprile 1870 Giovanni Battista Barbetti del vivente Angelo, di trent’anni circa, spacciatore di vino al minuto; Giuseppe Degli Effetti del fu Pietro, di anni trentacinque circa, possidente, nato e domiciliato a Leprignano; il 20 aprile 1870 Niccola Valletti del fu Pietro, di anni cinquanta circa, campagnolo, nato e domiciliato a Leprignano; ancora Luca Pietronzini, soprannominato “Lucchese”, figlio del fu Bartolomeo, di anni trentasei circa, nato e domiciliato a Leprignano; Girolamo Egidi, detto il civitellese (è il capostipite degli Egidi capenati), figlio del fu Francesco, di anni trenta circa, nato a Civitella San Paolo e domiciliato a Leprignano; il 25 aprile 1870 Maria moglie di Giovanni Battista Lauri, di anni ventisette circa, nata e domiciliata a Leprignano; lo stesso giorno Stefano Barbetti del fu Niccola, di anni trenta circa, campagnolo, nato e domiciliato a Leprignano; il 26 aprile 1870 Domenico Capotomboli del fu Pietro, di anni cinquantatré circa, campagnolo possidente, nato e domiciliato a Leprignano; lo stesso giorno Andrea Berardi, soprannominato “Ciacià”, figlio del fu Agostino, di anni trentatré circa, nato e domiciliato a Leprignano; Giovanni Battista Laura del fu Lucantonio, di anni trentacinque circa, campagnolo, nato e domiciliato a Leprignano; il 6 maggio 1870 Francesco Benigni, soprannominato “Scasciotta”, figlio del fu Antonio, di anni trenta circa, campagnolo, nato e domiciliato a Leprignano; lo stesso giorno Niccola Benigni, soprannominato anche lui “Scasciotta”, figlio del fu Antonio, di anni trentasette circa, nato e domiciliato a Leprignano; il 13 maggio 1870 un altro Francesco Benigni, soprannominato “Lepore”, figlio del fu Marco, di anni trentadue circa, campagnolo, nato e domiciliato a Leprignano; il 16 maggio 1870 Sante De Viti, figlio del fu Silvestro, di anni trentatré circa, possidente, nato e domiciliato a Leprignano; il 27 maggio 1870 Pietro Felici, di anni trentasette circa, campagnolo, nato e domiciliato in Leprignano, figlio del fu Giuseppe e fratello della spacciatrice di sali e tabacchi a Leprignano, ossia di “Mariuccia la salara”.  

I bollenti spiriti, tuttavia, si erano andati via via calmando: il 20 febbraio 1871 Francesco Saraceni del fu Paolo, di anni 56, nativo di Leprignano, contadini, dichiarava di desistere dalla denuncia presentata contro G.C., che gli aveva esploso contro un colpo di pistola, e di perdonarlo “con tutto il cuore”, prestando il proprio consenso affinché fosse benignamente assolto da ogni pena, e a tale dichiarazione fece riferimento l’avvocato difensore di G.C. nella discussione, tenutasi quel giorno stesso, della causa; e già il 23 marzo 1870, il giorno dopo l’interrogatorio del detenuto F.C., G.C., il ferito, aveva, alla presenza dell’arciprete Matteo canonico Sebastiani, Parroco di Leprignano, sottoscritto una dichiarazione con la quale prestava il proprio consenso affinché a F.C. fosse rimessa o diminuita la pena.  

Il Tribunale Civile e Criminale di Roma, nell’udienza del 20 febbraio 1871, pronuncia sentenza con la quale condanna F.C. per “ferite portanti seco anche pericolo di vita”, riconoscendogli tuttavia l’attenuante della provocazione grave, avendo egli agito nell’impeto dell’ira in seguito alle percosse ricevute, ovvero per l’“ira veemente concetta contro un ingiusto e manesco procedere”, contro, cioè, le ripetute “ingiurie reali” infertegli da G.C., dapprima in uno spaccio di tabacchi nel quale F.C. aveva offerto un sigaro a G.C., e poi nella pubblica piazza. Quanto al movente, o meglio ai precedenti dell’azione criminosa, la sentenza parla di “malumori per causa d’interessi”, di “ingiurie, minacce e dispetti”, di “cozzi più o meno iracondi”. La pena irrogata è piuttosto lieve, perché F.C. se la cava con due mesi di carcere, grazie anche all’applicazione del codice penale vigente nel Regno d’Italia, dalla quale risulta una pena più mite di quella che avrebbe dovuto essere inflitta ove si fosse applicato, invece, il Regolamento sui delitti e sulle pene del 20 settembre 1832, ovvero il codice penale dello Stato Pontificio. G.C., invece, ossia il ferito, viene assolto per insufficienza di prove dall’accusa di tentato omicidio “mediante esplosione di pistola” ai danni del suocero Francesco Saraceni, e quindi rimesso in libertà in forza dell’art. 440, seconda parte, del regolamento di procedura criminale del 5 novembre 1831, confermato provvisoriamente dal regio decreto 21 ottobre 1870, n. 5938. Circa poi un’altra imputazione a carico di G.C., e cioè quella di ingiurie, reali e non solo reali, il Tribunale dichiara non esservi luogo ad ulteriormente procedere, in forza del disposto dell’art. 586 del codice penale allora vigente. La sentenza datata 20 febbraio 1871 viene notificata il 1° aprile 1871 a F.C. e a G.C. da Giovenale Pierlorenzi, usciere presso la Pretura del Mandamento di Castelnuovo di Porto, che potrebbe essere un parente (il padre?) della Amalia Pierlorenzi, sepolta nel Cimitero di San Leone a Capena, la quale s’imparentò con un ramo dei Barbetti. Con missiva sottoscritta dal Presidente del Tribunale Civile e Criminale di Roma Liverani e indirizzata al Governo di Castelnuovo di Porto, presso la cui Cancelleria è recapitata, si ordina che siano dimessi dal carcere, ove erano stati fino allora ristretti, tanto G.C., assolto dall’accusa di tentato omicidio ai danni del suocero, mentre per l’accusa di ingiurie “anco reali” a danno di F.C. non vi è luogo a procedere ulteriormente, quanto F.C. che ha già trascorso in carcere un periodo sufficiente per l’espiazione della mite pena detentiva (due mesi) inflittagli con la sentenza di condanna.   

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CAPENA: SPESE PER LA RIPARAZIONE DI UN EDIFICIO DI CULTO E DI SUOI ACCESSORI NEGLI ULTIMI DECENNI DEL POTERE TEMPORALE PONTIFICIO

Nel corso della storia di Leprignano il problema delle spese per la manutenzione degli edifici di culto, e anzitutto della chiesa parrocchiale, si pose ripetutamente, e la questione tornò più volte anche negli ultimi decenni del potere temporale pontificio. Da un documento datato 14 maggio 1840 si ricava che il Parroco di Leprignano, l’arciprete Don Giuseppe Bernardini, chiese a Monsignor Presidente della Comarca di ordinare al Comune che rimborsasse al Parroco stesso i dieci scudi, da lui anticipati, perché fosse riattata (restaurata) la campana della chiesa parrocchiale, che si era rotta nel 1836. Al fascicoletto della pratica è acclusa anche copia della deliberazione consiliare, datata 29 giugno 1836, con la quale era stata approvata la spesa da farsi per il restauro della campana [all’adunanza in cui fu adottata la deliberazione di cui si tratta erano presenti il Reverendo Don Luca Senepa per i Monaci di San Paolo, i consiglieri Gregorio Sinibaldi, Giuseppe Alei, Marcello Betti, Luca Bizzarri, Francesco Bizzarri, Alessandro Rossi, Francesco Marotti, Luigi Laudi, Antonio Tardetti, con Domenico Briglia priore e Tommaso (Tomasso) Falconi anziano; assenti all’adunanza furono l’anziano Antonio Pasqualoni e i consiglieri Don Pietro Moretti, Francesco Bernardoni, Matteo Pagliuca, Luigi Barbetti, Angelo Moretti, Bernardino Corradini; la deliberazione consiliare fu approvata dalla Presidenza della Comarca, organismo che si potrebbe avvicinare grosso modo alla Città Metropolitana di Roma o ex Provincia di Roma, con dispaccio datato 26 agosto 1836 e diretto al Governatore, che aveva sede in Castelnuovo di Porto ed esercitava le proprie funzioni con riguardo ad una circoscrizione territoriale nella quale rientrava anche Leprignano; per il restauro era stata acquisita una perizia datata 10 giugno 1836 del muratore Matteo Tagliaferri].

Con lettera datata 26 gennaio 1870 e diretta al Delegato Apostolico della Presidenza di Roma e Comarca Vincenzo Cola, Segretario Comunale a Leprignano, espone di aver anticipato diciotto scudi per il restauro dell’organo nella chiesa parrocchiale – organo che peraltro era di proprietà del Comune di Leprignano – e chiede quindi che si ordini al Comune di rimborsarlo. Nel fascicolo della pratica è presente anche la dichiarazione scritta resa in data 13 dicembre 1869 dai falegnami Francesco Bucci e Natale Bizzarri, che avevano prestato la propria opera per il restauro “delle scale dell’organo di proprietà dell’Illustrissima Comunità di Leprignano, esistente nella parrocchia sotto il titolo di San Michele Arcangelo”; nella stessa data Don Carlo Baiocchi, Don Carlo Barbetti, Domenico Antonio Sacripanti e il sagrestano Gaspare Pagliuca attestano per iscritto che l’organo, unitamente all’orchestra, è sempre stato di proprietà del Municipio di Leprignano e che anni addietro Vincenzo Pasqualoni, cumulante in sé gli incarichi di Segretario Comunale e di Organista, ne ha commesso (=affidato) il restauro ad un organista di cognome Ercoli, del quale i dichiaranti non ricordano se sia originario di Carbognano o di Vallerano.

Proprio sul finire del potere temporale pontificio il problema tornò a porsi, con una discussione in Consiglio Comunale sull’obbligo o meno di farsi carico delle spese di manutenzione della chiesa parrocchiale. Con lettera datata 19 dicembre 1868 il Parroco di Leprignano Don Matteo Sebastiani chiese al Comune di finanziare i 40 scudi di spese per il restauro dell’organo e dell’orchestra; nel fascicolo della pratica è presente una lettera nella quale il Parroco, rivolgendosi al “Signor Priore”, e cioè alla massima autorità comunale, espone che “essendo questa chiesa parocchiale ridotta non solo senza decoro che conviene alla casa di Dio, ma anco deforme e vergognosa, da che volli sobarcarmi al peso di arciprete e curato, il principal pensiero si fu, di troncar ciò che offendeva il buonsenso , e di renderle una possibile convenienza. Ha veduto Ella Signor Priore i restauri per parte dei muratori, ed altri artisti, ed è testimonio della soddisfazione di tutta questa popolazione: e sente i voti di essa per il compimento. Il Sacro Monastero di San Paolo ha dato mano e concorre, vari devoti hanno partecipato ai mezzi”. Con dispaccio datato 4 gennaio 1869 il priore Luca Tardetti partecipò al Delegato Apostolico di Roma e Comarca la richiesta del Parroco. Essendo stato disposto che sulla materia si tenesse un Consiglio Comunale, nell’adunanza consiliare del del 14 febbraio 1869 Francesco Marotti affermò che “tutti sanno che a quanto riguarda spesa di manutenzione di culto di questa popolazione è tenuto strettamente l’Abate del Venerabile Monastero di San Paolo, al quale, ed a tale scopo, il Pontefice Martino V, colla sua bolla in data 22 febbraio 1426 approvava le concessioni dei suoi venerabili antecessori sopra le terre dei castelli diruti di Civitucola e Castiglione posti in questo territorio = diligentiori divini cultus et devotionis ordinatione = [sono parole della bolla stessa (parentesi nell’originale del testo citato)]. Questi terreni danno di fruttato al Reverendissimo Abate circa 3.000 scudi” e – aggiunse il Marotti – “è la prima volta che con sorpresa di tutti si fa appello alle finanze abbastanza deplorevoli della nostra Comune, pel restauro della chiesa parrocchiale”. Nella stessa adunanza si oppose anche Luigi Laudi, il quale sostenne che, perché le spese relative ai lavori di manutenzione dell’organo e dell’orchestra, di proprietà del Comune, potessero legittimamente essere poste a carico del Comune stesso, avrebbe dovuto essere preventivamente redatta una perizia da sottoporsi all’approvazione del Consiglio Comunale. Non avendo il Consiglio Comunale approvato la proposta tendente ad ottenere che il Comune  si facesse carico delle spese in questione, il Parroco Don Matteo Sebastiani se ne lamentò con lettera datata 18 febbraio 1869, nella quale scrisse che “ab immemorabili” il mantenimento dell’organo, dell’orchestra e del campanile spettava al Comune, che però aveva ricusato ogni partecipazione alle spese, “col pretesto che tal lavorazione spetta al Monastero” e con decisione di “una vergognosa durezza” (riferimento alla deliberazione consiliare adottata il 14 febbraio precedente). Della questione tornò a dibattersi in Consiglio Comunale alcuni mesi dopo, nell’adunanza svoltasi domenica 12 settembre 1869, e nell’occasione Francesco Marotti affermò che “si sa per certo che i Reverendissimi Monaci abbiano fatto eseguire dall’Architetto Signor Commendatore Conte Vespignani gli studj sulla chiesa di San Luca, per ridurla a parocchia”; all’adunanza sono presenti il priore Luca Tardetti, l’anziano Luigi Moretti e i consiglieri Luigi Laudi, Giovanni Tardetti, Giovanni Sinibaldi e Sabatino Remedia, mentre sono assenti i consiglieri Giovanni Battista Rossi e Antonio Sinibaldi). Con dispaccio datato 2 dicembre 1869, Vincenzo Cola espone al Delegato Apostolico di Roma e Comarca di aver somministrato gratuitamente, sin dal 1868, calce, pozzolana, ferramenti e legname per il restauro della chiesa parrocchiale sotto il titolo di San Michele Arcangelo e di aver anticipato diciotto scudi per il restauro dell’organo di proprietà e dominio diretto del Comune. Quest’ultima spese sostenuta dal Cola è attestata dal Parroco, il canonico e arciprete Don Matteo Sebastiani, con dichiarazione scritta datata 27 novembre 1869, munita di visto apposto il 30 novembre 1869 per certificare la conformità della copia all’originale dal Vicario Foraneo Don Carlo Barbetti, della Curia Foranea di Leprignano.

Un intervento radicale, con la costruzione di una nuova chiesa parrocchiale, fu effettuato solo quando si rese necessario, e cioè soltanto dopo che, ai primi del ‘900, la vecchia parrocchiale alla Rocca, colpita da un fulmine, divenne inidonea al culto perché pericolante. Costruita tra il 1905 e il 1908, la nuova parrocchiale, che, sorta dinanzi al Comune, si affaccia su una piazza che negli anni ’30 del ‘900 fu intitolata al Santo Patrono di Capena, San Luca Evangelista, assorbì cospicue risorse umane e finanziarie, sicché può dirsi che siano indirettamente legate alla costruzione della nuova parrocchiale la rovina della chiesa condedicata a San Sebastiano e a San Luca, costruita dopo la peste del 1456, demolita probabilmente nella seconda metà degli anni ’30 del ‘900, la rovina della chiesetta rurale di Santa Maria degli Angeli, demolita intorno al 1960, l’oblìo e la rovina della vecchia parrocchiale alla Rocca, l’asportazione, in circostanze allo stato ignote, delle reliquie di un San Felice Martire dalla Chiesa di S. Antonio Abate. Quanto ai Consiglieri Francesco Marotti (il cui figlio Vincenzo, che aveva intrapreso come da tradizione familiare la carriera forense, fu tra i primi Segretari Comunali di Leprignano in epoca postunitaria) e Luigi Laudi (che fu il primo Sindaco di Leprignano in epoca postunitaria), esponenti di punta del partito anticlericale locale, i quali nel 1869 si opposero a che il Comune si facesse carico delle spese per il restauro della parrocchiale alla Rocca, la sorte non fu benevola con loro: il Marotti l’8 agosto 1878, in seguito a un rovescio economico non specificato, dovette vendere pressoché tutta la sua proprietà immobiliare in Leprignano, compreso il palazzo che fu poi detto “dei Raggi” e di cui era proprietario (nella toponomastica dell’uso locale era infatti un tempo indicata come “salita de Morotti” o “scesa de Morotti” l’odierna via Fausto Cecconi, dove “Morotti” è una forma alterata di “Marotti”), al possidente residente in Castelnuovo di Porto Francesco Pagnani; agli eredi di Luigi Laudi fu per debiti insoddisfatti espropriata per esecuzione forzata gran parte delle loro proprietà immobiliare in Leprignano, che fu quindi acquistata all’asta nel 1893 dal viterbese Leopoldo Palmerini.        

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SCENE DI VITA QUOTIDIANA A LEPRIGNANO (OGGI CAPENA) DUE SECOLI FA: UN CANCELLIERE MALVISTO

Il 25 agosto 1821 il chirurgo condotto di Leprignano Tancredi Baiocchi (il capostipite dei Baiocchi capenati, originario di Gavignano in provincia di Roma), sporge querela contro G.A. e il di lui figlio F. per un’aggressione ai danni di Carlo Baiocchi, figlio di Tancredi. G.A. svolge funzioni di segretario/cancelliere per il vicegovernatore di Leprignano Pietro Sacripanti, ma, a quanto pare, si prende, nell’esercitare le sue funzioni, notevoli e inaccettabili licenze: secondo la querela del Baiocchi, l’A. fa “il despoda (sic) e l’arbitro di qualunque giudiziale interesse attesa la poca prattica del vice governatore scrivendo egli tutti gli atti civili e criminali faccendo (sic) decredi (sic) a suo talento e dando qualunque altro ordine anche di aresto (sic), commettendo impunemente estorsioni di somme, e mangiarìe, come è pronto provare esso orante. L’A. di cui sopra è una persona non solo inquieta di sua natura ma sporca e di tutte le pessime qualità. Egli ha sempre esercitato il vile officio di pizzicarolo oste bottecante e macellaio publico e per le sue pessime qualità è in odio a tutto il popolo per le sue scieleratezze (sic) bene note al popolo tutto e ai vicini e lontani paesi. A buon conto egli è quello che a (sic) in potere il comando della giustizia e che per ciò scompiglia ogni affare tiene sossopra ed agita tutta la popolazione, che per timore di sì empio mostro il tutto soffre e tace; il ricorrente supplica per tanto l’E.V. […] di allontanarlo dalli publici affari della residenza del vice governatore dietro verificazione dell’esposto […]”. La citata querela del Baiocchi si aggiunge ad un memoriale datato 14 giugno 1821 già da lui presentato sull’argomento; contro lo stesso personaggio presentava querela anche Francesco Antonio Laudi. L’inchiesta avviata sulla condotta dell’A. vede numerose e pressoché univoche testimonianze. Il 31 agosto 1821 la cinquantottenne Camilla, vedova del fu Giuseppe Bizzarri e abitante in Leprignano con le figlie, dichiara che, dopo l’udienza di una causa civile tra essa Camilla e G.A., la moglie dell’A. “prese per i capelli nella pubblica piazza una figlia giovanetta e zitella” di detta Camilla “e la tacciò in pubblico di m….tta , e p….na”, “con scandalo di tutti, essendo la mia povera figlia una giovane onesta”, e “dicendo ancora ad alta voce, che aveva mandato via dei bastardi, che quantunque ne dasse querela di questo insulto avanti il sig. Vicegovernatore di Leprignano non ne ha dato alcuno sfogo come aderente all’A.”. Lo stesso giorno testimonia la quarantenne Cleria, moglie di Luigi Graziosi, secondo la quale G.A. è “uomo di cattiva qualità per aver esercitato anche la vile arte di pizzicarolo, macellaro e oste […] l’A. minaccia a tutti la carcerazione […] mi voleva far stare nelle carceri formali venti giorni”; ancora lo stesso 31 agosto depongono anche il quarantacinquenne Lucantonio Moretti del fu Marcello, il quale riferisce che “il Signor Pietro Sagripanti Vice Governatore uomo addetto alla campagna, e […] poco capace degli affari giudiziali, si serve dell’opera di un tal G.A. che gli fa da cancelliere, e guida tutti gli affari a suo capriccio, e talento, come si sente pubblicamente dalla gente”; il trentacinquenne Giuseppe Agostini fu Nicola, secondo il quale “la giustizia resta malamente amministrata per causa di questo A., mentre il Signor Sagripanti Vice Governatore è un galantuomo, ma poco ci puole attendere, perché ha degli affari di campagna di sua casa”; il settantenne Luca Pezza fu Sesino (Sisinnio), alberghiere in Leprignano, il quale riferisce che l’A. in contrada Porta Nuova “tiene una piccola bottega d’arte bianca”, la quale “serve di Tribunale, lì si scrivono querele, si esaminano testimoni, si spediscono precetti come ho inteso dire”; il sessantenne Sperandio Bizzarri del fu Moderato afferma che “il detto Signor Vice Governatore gli ha dato il braccio libero, ed insuperbito di una tal carica guida la giustizia a suo capriccio, bestemmia strapazza le persone”; depongono anche Giuseppe Pagliuca fu Matteo, di sessant’anni circa; il venticinquenne Francesco figlio di Cesare Santini; il cinquantacinquenne Cesare Santini del fu Sebastiano, di professione vetturale; il rianese Antonio Galiena del fu Carlo, quarantenne, conciatore di grano; il giorno dopo, è la volta, come testimone, di Filippo Narducci, affittuario della tenuta di Scorano spettante all’Eccellentissima Casa Borghese. La fama dell’A., quindi, aveva decisamente varcato i confini di Leprignano. Il 30 agosto 1821 avevano deposto la sessantenne Virginia vedova di Agostino Barbetti; la ventinovenne Susanna Cozzardi, campagnola, che di sé dice “vado a conciare anche il grano” e vive in Leprignano con la madre; la trentacinquenne Aurelia moglie di Filippo Picconi; il trentasettenne Bernardino Renzi fu Luigi, detto lo scorzaro, che fornisce una sorta di attenuante all’A., perché afferma che “il figlio del Baiocco” (ossia Carlo, figlio di Tancredi Baiocchi) aveva bastonato un figlio di G.A. e fratello del già menzionato F., altro figlio di G.A.  

Oltre un anno dopo, altri testimoni sono sentiti sul conto dell’A. e di lui ha motivo di lamentarsi anzitutto il quarantenne Sebastiano Polenta del fu Giovanni Battista, di Urbino, residente a Leprignano, il quale il 17 dicembre 1822 testimonia che “il primo del corrente mese mi recai nella bottega di G.A. per comprare un poco di sale, ed avendogli dato un papetto sul quale dovevami restituire quattro quattrini, nel vedere che mi restituiva solo un quattrino e mezzo, gli domandai per qual motivo mi dava di meno, ed esso A. rispose, che potevo portare la moneta sciolta (cioè gli spicci: nota mia). Nel discorrere così col detto Sig. A., mi vidi improvvisamente assalito da un fianco dal di lui figlio F., che presomi per il petto, mi diede diversi pugni e sgarrommi il corpetto dalla parte di mano manca, e mi cagionò nella mano manca una leggera ferita, ed una contusione mediante un pugno nella fronte”. Lo stesso giorno sono sentiti anche il trentasettenne Giovanni Bizzarri, il trentaquattrenne Domenico Mattei fu Giovanni, il ventenne Francesco Marotti fu Vincenzo, il cinquantenne Vincenzo Cozzardi fu Giovanni; il 28 gennaio 1823 è sentito Alessandro Rossi fu Cipriano, fattore della vedova Cola nella tenuta di Santa Marta e abitante a Leprignano in contrada le Mandre, cioè nell’odierna via dei Mille; il 30 gennaio 1823 depone il quarantenne Tommaso Falconi fu Zefferino, abitante a Leprignano in contrada le Mandre, dispensiere nella tenuta di Santa Marta al servizio di Mariangela vedova Cola. Il Parroco di Leprignano, Don Giuseppe Bernardini, rilascia un certificato di buona condotta tanto per l’aggredito che per l’aggressore: il 9 novembre 1822 attesta che Sebastiano Polenta, da circa cinque anni domiciliato ed ammogliato in Leprignano, “ha sempre dato saggio di se medesimo colla sua buona condotta, frequentando i santissimi sagramenti, e funzioni parrocchiali, oltre le altre buone qualità morali” e il 23 giugno 1823, sul conto di F.A., figlio di G.A., attesta di non aver mai ricevuto “alcun reclamo contro la di lui onestà” e di vederlo frequentare i santissimi sacramenti e le funzioni parrocchiali.

Per l’A. erano finiti i tempi belli: dal Tribunale Criminale della Comarca era giunta una nota datata 29 settembre 1822 con la quale si disponeva che l’A. fosse chiamato nel capoluogo “e gli si dovrà ingiungere formale precetto di astenersi da qualunque ingerenza in affari di giustizia, e da qualunque comunicazione con quel Vice Governatore in cose del suo officio sotto pena dell’opera publica per anni cinque da incorrere irremissibilmente in caso di qualunque benché prima ed anche minima contravvenzione”.   

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IL RIPARTO DEL PRINCIPALE TRIBUTO COMUNALE A LEPRIGNANO (OGGI CAPENA) NEL 1834

L’imposta comunale del “fuocatico” o “focatico”, che colpiva i “fuochi”, ossia i nuclei familiari, è l’oggetto di un “riparto”, una sorta di ruolo, in cui sono iscritti i contribuenti (ossia i capifamiglia dei nuclei residenti: le donne menzionate sono pressoché tutte vedove), risalente al 1834 e relativo a Leprignano. Questo “riparto” è organizzato per “gradi”, che sono dieci, e che dovrebbero contrassegnare livelli di reddito (o di patrimonio?) via via discendenti, dal primo grado sino al decimo grado (si noti come nel decimo grado siano iscritte in maggioranza vedove). Di seguito l’elenco dei capifamiglia per ciascun grado (nota: nel secondo grado non risulta alcun iscritto). Poiché, probabilmente, l’essere iscritto  nei gradi più alti comportava il pagamento di un maggiore tributo, il riparto potrebbe non essere del tutto attendibile in ordine allo situazione economica delle famiglie.

 

Grado 1: Bernardo Sinibaldi, Gregorio Sinibaldi, Ludovico Sacripanti, Nicola Sinibaldi, Nicola Sacripanti, Mariangela vedova Cola

 

Grado 3: Arcangelo Coleazza, Alessandro Rossi, Andrea Bucci, Domenica vedova Barbetti, Filippo Antonazzi, Francesco Bernardoni, Luca Bizzarri, Don Pietro Moretti, Tommaso Falconi

 

Grado 4: Andrea Belardi, Antonio Pasqualoni, Angelo Alei, Domenico Scialini, Domenico Briglia, Evangelista vedova Laudi, Francesco Marotti, Giovanni Battista D’Antimi, Giovanni Lauri , Giovanni Salvesi, Giacomo Antimi, Luigi Barbetti, Nicola Visca, Odoardo Biondi, Vincenzo Pasqualoni

 

Grado 5: Giuseppe Alei, Lazzaro Oldani, Matteo Alei, Nicola Montilli, Pietro Degli Effetti, Paola vedova Rossi, Stefano Felici

 

Grado 6: Angelo Santini, Antonio Gualdarini, Carlo Rossi, Domenico Mattei, Francesco Sambuchini, Francesco Laura, Giuseppe Foscarini, Giovanni Girardi, Luigi Renzi, Laura vedova Barbetti, Luca Sinibaldi, Natale Bizzarri, Nicola Carratoni, Orsola vedova Betti, Pietro Giovanni Maria Di Carlo, Cecilia Visca, Bernardino Foglio (?)

 

Grado 7: Antonio Benigni, Andrea D’Innocenti, Arcangelo Rossi, Angelo Saraceni, Angiola vedova Alei, Angiola vedova Moretti, Anna Maria vedova Moretti, Angiola Pagliuca, Antonio Buzi, Biagio Zannelli, Bernardino Corradini, Biagio Antonio Mandolesi, Cesare Grandi, Domenico Visca, Domenico Azzimati, Domenico Picconi, Elena vedova Graziosi, Eufemia vedova Bizzarri, Francesco Moriconi, Filippo Sestili, Francesco Giovanucci, Fortunato Polidori, Francesco Pelliccia, Francesco Bizzarri, Francesco Amici, Faustina vedova Baiocchi, Giuseppe Saraceni, Giovanni Brasili, Giuseppe Vecchietti (Vecchiotti?), Giuseppe Felici, Giuseppe Pagliuca, Giuseppe Possenti, Giovanni Battista Cozzardi, Innocenza vedova Remedia, Lucia eredi Belardi (sic), Luca Pagliuca, Luigi Rossi, Lucia Barbetti, Marco Rossi, Marco Alei, Matteo Pagliuca, Matteo Tagliaferri, Maria Vincenza Antonazzi, Pasquale Moschi (?), Porzia vedova Valletti, Salvatore Frattini, Virginia vedova Barbetti, Vincenzo Gualdarini, Cecilia vedova Morelli, Francesco Pezza, Lucantonio Lauri

 

Grado 8: Antonio Tardetti, Agata Alei, Antonio Rinaldi, Bartolomeo Pietronzini, Camillo Corradini, Domenico Antonio Vespasiani, Domenico Alei, Domenico Guardarini (sic), Francesco Di Giovanni, Francesco Martini, Francesca vedova Tardetti, Giovanni Bardelli, Giovanfelice Graziosi, Giovanni Rossi, Giovanna Novelli, Giovanni Renzi, Liberato Nicolai, Marcello Betti, Maddalena vedova Mattonelli, Maria vedova Sileri, Maria Grazia vedova Grassi, Maria vedova Renzi, Maddalena Gualdarini, Nicola Vespasiani, Nicola Valgi, Nicola Zaccardini, Orsola vedova D’Innocenti, Pietro Betti, Paolo Saraceni, Pietro Valletti, Pietro Zampana, Pietro Sebastiani, Pasquale Rossi, Paola (?) vedova Rossi, Regina vedova Rossi, Rosa Maria vedova Graziosi, Rosa Cicchi, Salvatore Saraceni, Vincenzo Cozzardi, Vincenzo Vallati, Vincenzo Montilli, Vito Rinaldi, Biagio Speranza, Domenico Quinzi, Giovanni Giardini

 

Grado 9: Antonio Betti, Domenica vedova De Angelis, Francesco Cozzardi, Francesco Cherubini, Geltrude vedova Barbetti, Giovanni Visca, Innocenzo Barbetti, Marco Benigni, Michele Pappatà, Nicola Barbetti, Tommaso Pezza

 

Grado 10: Anastasia vedova Sacripanti, Anna Pagliuca, Anna vedova Polidori, Annunziata vedova Felici, Annunziata vedova Cozzardi, Cecilia vedova Felici, Caterina vedova Camponeschi, Clelia vedova Scialini, Domenico Sinibaldi, Marco Toni, Nicola Pallotta, Pancrazio Graziosi, Silvestro Di Vito, Teresa vedova Alei, Rosa Nunzi

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LEPRIGNANO PRIMA E DOPO GREGORIO VII: IL CONTESTO STORICO TRA XI E XII SECOLO, CON UN ACCENNO FINALE ALL’INTITOLAZIONE DELLA CHIESA PARROCCHIALE A SAN MICHELE ARCANGELO

Vi sono aspetti della storia di Leprignano che per carenze documentarie non è finora stato possibile illuminare: ad esempio, tempi e modi della nascita di una struttura comunale (l’esistenza e l’attività di un ente locale sono attestate direttamente a partire dal terzo decennio del ‘500, come riportato in “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 59, anche se la generica menzione di una “Communitas”, con riguardo a Leprignano, si ritrova comunque già nel XV secolo, a partire dal 1420: sui riferimenti a Leprignano in atti quattrocenteschi v. la documentazione richiamata alle pagg. 8-11 di “Studi capenati”, cit.); l’incastellamento del luogo abitato (ossia la nascita del “castrum Lepronianum”, la quale trova un termine “ante quem” nella data, peraltro incerta, del “privilegium” con il quale Papa Gregorio VII, al secolo Ildebrando di Soana, elencò i beni da lui confermati o concessi o donati al Monastero romano di San Paolo fuori le Mura, tra i quali appunto il “castrum Lepronianum”) solo approssimativamente può essere datato al X-XI secolo e nulla di preciso si sa circa la genesi.

Un punto che finora non è stato possibile chiarire con certezza è quello relativo all’appartenenza del castello di Leprignano antecedentemente al “privilegium” nel quale Gregorio VII elencò i beni di spettanza del Monastero di San Paolo fuori le Mura. Per poter formulare al riguardo alcune ipotesi occorre, come di consueto, inquadrare il punto specifico in un contesto che possa fornire spunti di riflessione.

Il primo punto da notare è che, nel “privilegium” gregoriano, il castello di Leprignano rientra in un insieme di beni per i quali l’attribuzione al Monastero da parte del Pontefice è qualificata come donazione (per altri beni i verbi usati sono “concedere” o “confirmare”) – ciò che implicitamente esclude che in precedenza il “castrum” fosse già del Monastero, che, ove già proprietario, non avrebbe avuto senso presentare come donatario: “Quin, et donamus tibi Egregio Doctori Gentium Castrum Flaiani, cum suis pertinentijs intus, vel foris; atque Castellum Vaccariciae, cum omnibus suis pertinentijs. Itemque Castrum Morilupo, cum suis pertinentijs. Castrum vero Lepronianum, cum omnibus suis pertinentijs. Tertiam partem civitatis Scapranatae, cum omnibus suis pertinentijs. Civitatem vero de Collinis, cum omnibus suis pertinentijs. Castrum quoque Formelli, cuo omnibus suis pertinentijs. Fundum quoque Maceranum, positum iuxta Ecclesiam Sancti Cornelij. Monasterium Sancti Benedicti de Nepe positum in Pentoma. Massa, quae vocatur Ulmetum, positam in Teritorio Nepesino. Similiter Massam, quae vocatur Meiana, posita iuxta Nepesinam Civitatem. Atque Lacum, qui vocatur Ianula. Itemque concedimus tibi etc.” (cfr. Cornelio Margarini, “Bullarium Casinense”, tomo II, Todi 1670, Constitutio CXII, pag. 108).

Quindi, Leprignano faceva parte di un complesso di beni donati, nel quale ritroviamo anche il castello di Fiano, il castello di Vaccareccia, il castello di Morlupo, la terza parte della “civitas Scapranata”, ossia di quella che sarà poi denominata Civitucola, la “civitas de Collinis” (o “de Colonis”), ossia quella che poi sarà denominata Civitella (San Paolo), il castello di Formello, il fondo Macerano, posto vicino alla chiesa di San Cornelio, il monastero nepesino di San Benedetto in Pentoma, la massa detta “Olmeto” (“Ulmetum”), posta nel territorio di Nepi, e la massa detta “Meana” (“Meiana”), posta nel territorio di Nepi. Per quanto concerne la chiesa di San Cornelio, vicino alla quale era ubicato il “fondo Macerano”, si trovava tra Formello e Isola Farnese (cfr. L. Gili, “La chiesa di S. Maria del Prato nelle carte dei SS. Cosma e Damiano in Mica Aurea”, in AA.VV., “Santa Maria del Prato in Campagnano”, Roma 2009, pag. 6, nota 27, dove si legge altresì quanto segue: “La storia di San Cornelio si lega imprescindibilmente a quella dell’antica costituzione della domusculta Capracorum, sorta per volere di papa Adriano I, nell’VIII secolo d.C.”).

Un documento posteriore (pubblicato da Pierluigi Galletti nella sua opera “Capena municipio de Romani”, Roma 1756, pagg. 59-62, doc. I), che va messo in relazione con il succitato passaggio del “privilegium” di Gregorio VII, risale al pontificato di Pasquale II (è quindi databile tra il 1099 e il 1118) ed è rilevante, perché sembra possa inferirsene l’esistenza di una controversia tra il Monastero di San Paolo e i discendenti di un Teobaldo di Cencio di Stefano. Con l’atto in questione due fratelli di nome Cencio e Stefano, “filii domini Theobaldi Cencii de Stephano”, rinunciano, restituendoli al Monastero di San Paolo, rappresentato dal priore e rettore Anastasio, a “omnia illa castella que Theobaldus pater noster per vim tibi abstulit scilicet castellum quod vocatur Flajanum […] castrum quod vocatur Baccaricie […] castrum quod vocatur Liprinianum […] ambas Civitatuculas scilicet civitatem de Colonis, et civitatem Strictilianam […]”. Sono dunque menzionati tre “castra” (Fiano, Vaccareccia e Leprignano) e due “civitates” (Civitucola, ossia la “civitas Strictiliana”, e Civitella San Paolo, ossia la “civitas de Colonis”) oggetto di donazione da parte di Gregorio VII nel “privilegium”. Mette conto notare che i due fratelli nell’atto precisano di restituire “ea castella […] cum omnibus etiam illis instrumentis cartarum que nos habemus […] et numquam a nobis nec ab heredibus et successoribus nostris nec etiam ab aliqua persona nobis summissa habeatis exinde aliquam requisitionem aut contrarietatem nec litis calumpnia […]”. Dal fatto che i due fratelli si obbligano per sé e per i loro eredi a non avanzare alcuna pretesa – fondata verosimilmente su quegli “instrumenta” che s’impegnano pure a lasciare nelle mani del Monastero – su castelli e città elencati, appare evidente che siamo di fronte ad un atto con il quale s’intende porre fine ad una controversia, nella quale le controparti del Monastero fondavano le proprie pretese su una base legale, che non viene specificata, ma consisteva di documenti scritti. Il padre dei due fratelli, Teobaldo, aveva fatto ricorso alla forza (“per vim”) – oggi diremmo che aveva esercitato arbitrariamente le proprie ragioni. Che si tratti dell’atto conclusivo di una controversia legale è reso chiaro anche dal contesto: la rinuncia dei due fratelli è fatta “ante presentiam domini Paschalis pape et Leonis primi defensoris, et advocatorum Cencii et Petri”, dove “Petrus” è Pietro di Raniero, curatore assegnato da Leone, giudice del sacro palazzo, a Stefano, per la giovane età di quest’ultimo. Che la conclusione della controversia abbia avuto natura transattiva si comprende dal fatto che, a quanto pare contestualmente alla rinuncia da parte dei fratelli Cencio e Stefano a castelli e terre suddetti, il Monastero di San Paolo, in persona del priore Anastasio, loca (v. “Capena municipio de Romani”, cit., pagg. 62-65, docc. II: l’atto è qualificato dal Galletti come concessione in enfiteusi, anche se quest’ultimo termine non sembra ricorrere nel testo dell’atto) i castelli di Fiano, Vaccareccia e Leprignano e la “Civitella Strictiniana” (Civitucola) agli stessi Cencio e Stefano, che dunque, appena dopo avervi rinunciato, se li vedono riconsegnare (con l’eccezione di Civitella, indicata come “Civitellam Collinensem”). In questo atto, da ritenersi con ogni probabilità contemporaneo e anzi contestuale alla rinuncia di Cencio e Stefano, si legge, a proposito di Leprignano, che “adhuc minime vos prefatum Liprinianum tenuistis”: con ciò sembra si dica che Cencio e Stefano non occupassero Leprignano, a differenza di Fiano e Vaccareccia, anche se, come si ricava dall’atto precedente e sopra citato (doc. I dell’appendice documentaria all’opera citata del Galletti, pag. 61), Leprignano era tra i castelli di cui il loro padre Teobaldo si era impossessato con la forza (“Nec non et castrum quod vocatur Liprinianum […] sicut tu beate Paule apostole detinuisti antequam pater noster tibi abstulisset”) e sui quali lo stesso e i suoi figli avevano avanzato pretese (ossia Fiano, Vaccareccia, Leprignano, Civitella e Civitucola).

E che tali pretese dovessero fondarsi su qualche documento avente valore legale si ricava, oltre che dal riferimento agli “instrumenta” nell’atto di rinuncia dei fratelli Cencio e Stefano, anche dalla considerazione che segue. Il “privilegium” gregoriano  comminava pene gravissime a quanti avessero attentato ai beni e/o ai diritti del Monastero di San Paolo, come riconosciuti da Gregorio VII – sanzioni sia spirituali (la scomunica) sia materiali (versamento di una enorme quantità d’oro): “Quod si quisquam temerarius, parvipendens Dei tremendum Iudicium, hoc nostrae auctoritatis, ac dilectionis, et devotionis erga te Privilegium, vel antiquorum nostrorum praedecessorum decreta minuerit, vel immutare ad dampnum Coenobij tui praesumerit; omnibus modis, quod contra egerit […] sit a consortio omnium Fidelium perenniter exclusus; Insuper, et nostro Palatio, et tuo Monasterio centum libras pretiosi auri componere cogatur” (cfr. “Bullarium Casinense”, tomo II, cit., Constitutio CXII, pag. 110).  In altre parole, a fronte di un rischio così grave come quello d’incorrere in una scomunica e in una pesantissima pena pecuniaria, sembra poco probabile che Tebaldo o Teobaldo si azzardasse, in assenza di un anche solamente preteso fondamento legale, a prendersi, in spregio del “privilegium” gregoriano, castelli e “città”, poi restituiti dai suoi figli al Monastero di San Paolo; sembra altresì logico supporre che la rivendicazione esercitata per vie di fatto da Tebaldo o Teobaldo tendesse a ripristinare uno stato di fatto precedente la donazione di quei castelli e di quelle “città” al Monastero di San Paolo con il “privilegium” di Gregorio VII.  

Un documento, dal quale si ricava, con riguardo a uno dei castelli sopra nominati, che era, almeno in parte, appartenuto alla famiglia dei due suddetti fratelli prima di pervenire al Monastero di San Paolo fuori le Mura, è riportato nel secondo tomo del “Bullarium Casinense” di Cornelio Margarini (Constitutio XXI, pagg. 18-19), con l’errata datazione 774. Si tratta di un atto con il quale la nobildonna Rogata figlia di Cencio, con ogni probabilità zia dei fratelli Cencio e Stefano perché sorella del loro padre Teobaldo, rinuncia a metà del castello di Vaccareccia a favore del Monastero di San Paolo: “Ego quidem Domna Rogata nobilissima Foemina Domini Cencij, qui de Crescentio vocitatur filia […] renuntio, et refuto […] dictum Castrum nomine Baccaricciae, quod mihi pertinet per cartulam donationis a quodam bonae memoriae Rainerius de Theuzo, propter arra de filio suo Belizo, et olim viro meo fuit […] refuto, ac renuntio in praefato Venerabili Monasterio Sancto Paulo ipsa medietas dicti Castri […]”. Circa l’antefatto della donazione di Rogata al Monastero di San Paolo, cfr. “Studi capenati”, cit., pag. 29: con un rogito databile tra il 1059 e il 1066, Raniero del fu Teuzo donò a titolo di arra a Rogata, promessa sposa del di lui figlio Berizo, metà del castello di Vaccareccia – con ogni probabilità la stessa metà alla quale Rogata qualche anno dopo, rimasta vedova del figlio di Raniero, rinunciò a favore del Monastero di San Paolo. Se ne evince che questa metà del castello di Vaccareccia apparteneva in origine a Raniero del fu Teuzo, che la donò alla nuora Rogata titolo di “arra”, cioè come garanzia per la dote conferenda da Rogata nel matrimonio con Berizo o Belizone, figlio di Raniero. Con atto datato 15 aprile 1074 Berizo o Belizone, il figlio di Raniero del fu Teuzo e marito di Rogata, cedette a tre presbiteri ogni suo diritto sulla chiesa di San Biagio in Fiano (cfr. “Studi capenati”, cit., pag. 46, nota 48); il Galletti datò al 1077 la donazione di Rogata, rimasta vedova di Berizo o Belizone, al Monastero di San Paolo (ibidem).

Le controversie tra il Monastero di San Paolo fuori le Mura e i discendenti di Teobaldo di Cencio proseguirono tuttavia anche dopo l’accordo raggiunto sotto gli auspici del Pontefice Pasquale II. Nella sede del decimo concilio ecumenico della Chiesa Cattolica, il Concilio Lateranense II, che si tenne dal 4 all’11 aprile 1139, Azzone, abate del Monastero di San Paolo, protestò (ivi, doc. III, pagg. 65-69)  per l’usurpazione dei castelli di Vaccareccia e Castelnuovo: “feci querimoniam contra Stephanum Theobaldi et Theoballum et Petrum nepotes ejus de castro Baccarice et de Castello novo” (ivi, pag. 65, e di nuovo a pag. 67, dove si legge “adversus Stephanum Theobaldi et Petrum et Theobaldum nepotes ejus querimoniam facit de Baccaricia et de Castello Novo”), non solo al cospetto del Papa, Innocenzo II, ma anche dinanzi a Pietro Prefetto dell’Urbe e a tutto il Popolo romano. Nella parte conclusiva dell’atto (ivi, pag. 69) sembra che la rivendicazione del Monastero di San Paolo vada oltre Vaccareccia e Castelnuovo e investa anche Fiano e Civitucola (qui indicata come “Civitellam Strictiniani”), poiché si dice che i monaci “petebant a Petro de Ponte et a Stephano Theobaldi et Florio fratre suo et a Cencio Roizi curatore Centii Stephani Theobaldi filii […] scilicet has res castrum Flajanum Civitellam Strictiniani et castrum Baccaricie et castrum Novum cum omnibus pertinentiis eorum”. La contestazione elevata dall’Abate di San Paolo nel 1139 fu poi replicata nel 1162 dinanzi al Tribunale del Senato, sempre a causa dell’abusivo possesso dei suddetti castelli: in questo caso, gli usurpatori, contro cui agiva il Monastero di San Paolo, erano Stefano e Florio figli di Teobaldo, già menzionati nell’atto del 1139, nonché Cencio di Stefano di Teobaldo, anch’egli menzionato, con l’assistenza del curatore Cencio “Roizi”, nell’atto del 1139 (v. Cesare Fraschetti, op. cit., pag. 43, testo e note 2, 3 e 4, il quale aggiunge – ibidem – che “l’Abate stesso poco dopo poté venire a transazione e chiudere finalmente l’annosa controversia”: un’ulteriore transazione, dopo quella già conclusa ai tempi del pontificato di Pasquale II). E non era ancora finita, perché Enrico VI, nella sua qualità di “re dei Romani”, nel 1186-1187, confermò la sentenza che, a favore del Monastero di San Paolo nella sua lite contro Stefano, Tebaldo (Teobaldo) suo figlio e Pietro e Tebaldo suoi nipoti, aveva pronunciato, forse nel 1155 o nel 1167, Federico detto il Barbarossa (v. “Studi capenati”, cit., pag. 6).

Il Cencio, figlio di uno Stefano e padre di quel Tebaldo o Teobaldo che si prese con la forza (“per vim”) Fiano, Vaccareccia, Leprignano, Civitella e Civitucola, sottraendoli al Monastero di San Paolo, nonché nonno paterno dei fratelli Cencio e Stefano che li restituirono allo stesso Monastero insieme con tutti gli “instrumenta” in loro possesso, è con ogni probabilità da identificarsi con il Cencio figlio dello Stefano che fu “Praefectus Urbis”, ossia Prefetto di Roma (v. l’albero genealogico riportato dal Galletti in un suo manoscritto, cui si fa riferimento in “Studi capenati”, cit., pag. 15, nota 12), ed era entrato in aspro conflitto con Gregorio VII, rendendosi protagonista di un clamoroso atto di violenza ai danni del Pontefice, nel più ampio contesto della lotta per le investiture (si trattava del potere di nomina dei vescovi) tra l’autorità laica, ossia il re tedesco Enrico IV, e l’autorità ecclesiastica, rappresentata dal Pontefice romano. Così ne narra Agostino Saba, soffermandosi anche sul sequestro di persona perpetrato in danno del Papa da parte di Cencio figlio di uno Stefano e padre del Tebaldo o Teobaldo che occupò Fiano, Leprignano, Vaccareccia, Civitella e Civitucola (“Storia della Chiesa”, vol. II, Torino 1940, pagg. 298-299): “Enrico non era disposto ad obbedire, e già quando il papa gli scriveva, nel dicembre del 1075, egli si era reso odioso, richiamando vescovi simoniaci, e sollevando ad alcune sedi vescovili uomini indegni, come Roberto prevosto di Goslar, compagno suo di vizi, alla cattedrale di Bamberga, e l’indegno canonico Idulfo alla collegiata di Colonia. Il re trattò male i legati pontifici, arrivati a Goslar il Natale del 1075, accusò il papa, rigettò ogni accomodamento […] La resistenza di Enrico era favorita da un movimento romano contro il papa. Anche a Roma il partito contrario alla riforma gregoriana tentava opporsi. Laici ammogliati, sotto il nome di mansionari, abusavano del loro stato e dell’abito clericale per ingannare il popolo, angariare i pellegrini e commettere altri delitti contro le cose sacre. Gregorio li scacciò dal tempio, arditamente. Di più vi erano gli antichi seguaci di Cadaloo, l’antipapa Onorio II, gli ecclesiastici sospesi dal papa e molti nobili, ai quali sorrideva l’indipendenza delle antiche case patrizie. La corte tedesca soffiava nel fuoco. Il nemico più operoso di Gregorio era Cencio, capo di tutti i malcontenti di Roma […] Quando si conobbe la rottura con Enrico, egli congiurò contro il papa con Guiberto arcivescovo di Ravenna, e il cardinale Ugo Candido sempre ambiguo. La vigilia di Natale (del 1075: nota mia) il papa si era recato, secondo l’uso, a celebrare la Messa in S. Maria Maggiore, sull’Esquilino. Cencio s’era introdotto segretamente nella Città coi suoi complici, ed aveva preso accordi coi suoi amici. Il maltempo agevolò la sua triste impresa perché furon pochi quelli che intervennero alla cerimonia. Gregorio aveva incominciato la Messa della mezzanotte, e dopo un po’, grandi urla e un fragore d’armi si levarono nella chiesa. Tutto era stato preparato dai congiurati, i quali si fecero largo fino all’altare e quivi si gettarono armati contro il pontefice, buttandolo a terra e cercando di trascinarlo fuori della chiesa. Gregorio ferito alla fronte e grondante sangue non tentò di reagire; levò gli occhi al cielo e restò mansueto tra gli sgherri. La folla, presa dal panico, fuggì, ed il papa fu svestito del pallio e della tunica e portato via. Fu una notte d’incubo per Roma, quando la notizia si seppe. Cessato il temporale, il popolo si raccolse in Campidoglio, sollecitato dall’ansia di sapere la sorte del pontefice. Quando lo si seppe vivo in una torre, si recò sdegnato alla liberazione di lui. Il piccolo gruppo di Cencio non poté resistere all’urto di tutto il popolo. Gregorio trovava nella torre qualche pio che lo curò, mentre Cencio e la sorella lo ingiuriavano e gli minacciavano la morte. La torre stava però per cadere in mano dei liberatori, e Cencio cambiò tono. Si gettò ai piedi del papa e chiese perdono. Il magnanimo Gregorio perdonò, imponendogli una penitenza per l’offesa fatta alla Chiesa. Dopo cercò di calmare la folla e di salvare dalla vendetta degli sdegnati popolani i colpevoli. Ritornò in S. Maria Maggiore per terminare la Messa, tragicamente interrotta, mentre Cencio tentò di salvarsi con la fuga. Non mancarono però le vendette del popolo contro i congiurati”. Il “pentimento” di Cencio fu di assai breve durata. Fuggito da Roma, egli, come riporta la voce “Cencio” curata per il Dizionario Biografico degli Italiani (vol. XXIII, 1979) da Lorenzo Baldacchini e consultabile online, “si recò in Germania, presso la corte del re, a Worms, dove giunse in tempo per assistere ai lavori della Dieta che depose Gregorio VII (fine gennaio 1076). Lì si ricongiunse con il cardinale Ugo Candido e, presentandosi come inviato della Chiesa e del popolo romano, chiese la deposizione di Gregorio VII e la elezione di un nuovo papa. Secondo il Liber pontificalis, pesanti furono le sue responsabilità nella rottura, allora consumatasi, fra Sacerdotium e Imperium: molte delle accuse, che compaiono nella lettera inviata a Gregorio VII dai vescovi riuniti a Worms, risalirebbero appunto a lui. E appunto a lui, al termine della Dieta, sembra che Enrico IV abbia affidato una lettera da far pervenire al popolo romano […] Rientrato in Italia, Cencio stabilì la sua base in un castello in diocesi di Palestrina, nei pressi di Roma; iniziò quindi una feroce attività di guerriglia, mettendo a ferro e a fuoco i territori e i beni del Comune e della Chiesa di Roma. Era la risposta alle devastazioni compiute ai danni delle sue proprietà dentro e fuori le mura dalla plebe cittadina, dagli armati della fazione favorevole alla riforma e dalle milizie municipali. Scomunicato, per ordine di Gregorio VII dal vescovo di Palestrina, proseguì “regi per omnia morigerus” nella sua lotta anche dopo la scomunica di Enrico IV, anche dopo Canossa: nel 1077 si spingeva con le sue incursioni fin sotto Roma, dove controllava ancora il Castel Sant’Angelo. Infatti, quando nell’aprile di quell’anno giunse a Pavia per incontrarsi con Enrico IV, che attendeva di esservi incoronato re d’Italia, portava con sé, come prigioniero ed ostaggio, uno dei più fedeli sostenitori di Gregorio VII, il vescovo Rainaldo di Como, che aveva intercettato e catturato a Roma, appunto nei pressi di S. Pietro. Fu, questo, uno degli ultimi atti della sua vita. A Pavia, di lì a qualche tempo, poco prima di essere ricevuto in privata udienza dal re, morì […]”.

Questa, dunque, la figura del padre di quel Tebaldo o Teobaldo che verso la fine dell’undicesimo secolo si prese con la forza Fiano, Vaccareccia, Leprignano, Civitella e Civitucola, sottraendoli al Monastero di San Paolo e basando le proprie pretese su “instrumenta” che, come sopra si è visto, i figli di Tebaldo o Teobaldo, ossia Cencio (chiamato come il nonno paterno) e Stefano, consegnarono poi ai monaci di San Paolo, nel contesto dell’accordo transattivo raggiunto con gli stessi durante il pontificato di Pasquale II.

Quanto ad uno Stefano, fratello del predetto Cencio e omonimo del padre, “nell’estate del 1077, rientrato nascostamente con alcuni seguaci in città, uccise il prefetto Cencio, figlio di Giovanni Tiniosi” (cfr. Cesare Fraschetti, “I Cenci”, Modena 1935, pag. 37). Poi, “quando l’imperatore Enrico IV, ripresa la lotta col pontefice Gregorio VII, scese nuovamente in Italia, accompagnato dall’antipapa Clemente III (il noto arcivescovo di Ravenna, Guiberto, l’amico fedele di Cencio) portandosi questa volta contro Roma con un forte esercito, col quale occupò la città e costrinse il pontefice Gregorio a rinchiudersi entro Castel S. Angelo, essi doverono rientrare. E’ in questa epoca, infatti, in mezzo ai partigiani dell’antipapa Guiberto, che appare per la prima volta Tebaldo, ai fianchi di quello stesso partito, col quale aveva combattuto Cencio” (ibidem), ossia il padre di Tebaldo o Teobaldo; quest’ultimo “viene ricordato tra i capi delle milizie che, nel giugno del 1089, combatterono presso Velletri, in favore di Clemente, contro quelle del pontefice Urbano II; e dieci anni più tardi parimenti, sempre unito allo stesso partito, tra i più eminenti cittadini, che, nell’agosto del 1098, approvarono le deliberazioni del Concilio scismatico, tenutosi in Roma dal clero di parte clementista” (ivi, pag. 40).

Circa la famiglia di appartenenza di Cencio, figlio di Stefano e padre di Tebaldo o Teobaldo, Cesare Fraschetti, nella sua già citata opera “I Cenci” (pagg. 27-28), ipotizza che il Cencio, che rapì Gregorio VII, s’identifichi con un Cencio “filius quondam Stephani de Johanne de Atria” menzionato come nobile cittadino romano in un atto notarile del 1073, nel quale figura come testimone. Nota il Fraschetti che “una famiglia molto ricca e potente per vasti possessi, posti nel Nepesino, che ebbe per capo il predetto Giovanni “de Atria” (dal nome della madre) risulta da vari documenti realmente vissuta nella prima metà del secolo XI” (ibidem). Si noti che, tra i fratelli di Stefano “de Johanne de Atria” e quindi supposti zii paterni del Cencio sequestratore di Gregorio VII, rientrano un Pietro, un Durante e un Crescenzio, e che quest’ultimo ebbe una figlia, Delia, che, detta “Nobilissima filia Crescentii de Johanne de Atria”, abitava in Nepi e aveva vasti possessi nel territorio Collinense, parte dei quali fu ceduta al Monastero del Monte Soratte (ivi, pag. 28, nota 1). Si ricorderà che nel succitato passo del “privilegium” gregoriano oggetto di donazione sono, oltre a Fiano, Vaccareccia, Morlupo, Leprignano, Civitella e la terza parte di Civitucola, anche beni nel territorio nepesino, in particolare il monastero di San Benedetto in Pentoma, la “massa” denominata “Ulmetum” e la “massa” chiamata “Meiana”: proprio il Fraschetti, nel passaggio citato, ricorda che la famiglia di Giovanni “de Atria” aveva “vasti possessi, posti nel Nepesino”, alcuni dei quali, dopo la caduta in disgrazia di Cencio (supponendo che costui appartenesse a questo gruppo familiare), potrebbero essere stati confiscati e attribuiti ad un ente ecclesiastico, ossia, nella fattispecie, al Monastero di San Paolo. Inoltre, la stessa famiglia, come riportato specificamente a proposito di Delia, figlia di Crescenzio e cugina carnale del Cencio (nell’ipotesi che quest’ultimo appartenesse a tale gruppo familiare) rapitore di Gregorio VII, aveva anche (come, secondo quanto è plausibile ipotizzare, anche i suoi familiari) vasti possedimenti nel “territorio Collinense”, e proprio come site “territorio Collinense” sono qualificate le terre restituite al Monastero di San Paolo dai fratelli Cencio e Stefano figli di Tebaldo o Teobaldo durante il pontificato di Pasquale II (v. Galletti, “Capena municipio de Romani”, cit., doc. I in appendice, pag. 62).

Anche secondo l’ipotesi, che, circa l’appartenenza del castello di Leprignano in epoca antecedente alla donazione che Gregorio VII ne fece al Monastero di San Paolo, è stata avanzata dal Silvestrelli ed è riportata in “Studi capenati”, cit., pag. 5 e nota 7 a pag. 14, il “castrum” sarebbe, prima della donazione all’Abbazia, appartenuto a una famiglia dell’aristocrazia romana contraria al “partito riformatore” capeggiato da Ildebrando, divenuto poi papa nel 1073 assumendo il nome di Gregorio, ma diverse sarebbero state le circostanze in conseguenza delle quali Leprignano e altri “castra” dell’area flaminio-tiberina sarebbero stati tolti ai precedenti possessori. In particolare, il Silvestrelli porta l’attenzione sulle lotte che seguirono all’elezione dell’antipapa Benedetto X nel 1058 e alla sconfitta dei suoi sostenitori – conti di Tuscolo, conti di Galeria e Crescenzi di Sabina – da parte dei Normanni di Roberto il Guiscardo, i quali, venuti in ausilio di Nicolò II, s’impadronirono di Galera e Nomento, sottraendoli al partito avverso (e Galeria, in precedenza spettante alla stirpe comitale che da essa riprendeva il nome, rientra tra i beni attribuiti al Monastero di San Paolo nel “privilegium” di Gregorio VII): quindi, anche Fiano, Morlupo, Leprignano e Vaccareccia, Civitella e in parte Civitucola sarebbero appartenuti ad uno dei predetti gruppi familiari aristocratici, che sostennero l’antipapa Benedetto X. Si legge nella “Storia della Chiesa” di Agostino Saba (vol. II, Torino 1940, pag. 277): “Roberto (il Guiscardo: nota mia) porse al papa (Nicolò o Niccolò II: nota mia) giuramento di vassallaggio, e promessa di difendere la Sede romana, i suoi domini e la libertà della elezione pontificia […] Nell’agosto (del 1059: nota mia) il papa raccolse anche un concilio a Benevento e poi ritornò a Roma con un esercito normanno, col quale riuscì a ricondurre in potere della Chiesa romana Palestrina, Tuscolo, Nomentana: fece distruggere vari castelli della nobiltà prepotente, in particolare del conte di Galeria”. In particolare, è provato che i conti di Galeria avevano possedimenti a Fiano: con atto a rogato a Galeria nell’aprile del 1058, il conte di Galeria Gerardo, di stirpe tedesca, e la consorte contessa Teodora, per la salvezza della loro anima e di quella del loro figlio Raniero, concessero a Berardo abate farfense due chiese fianesi, quella di San Biagio e quella di Santa Maria al ponte (cfr. “Studi capenati”, cit., pag. 14, nota 6; si noti che una delle due chiese concesse nel 1058 all’Abbazia di Farfa dal conte di Galeria e dalla moglie, quella di San Biagio, è la stessa sulla quale Berizo o Belizone cedette, come si è visto sopra, i suoi diritti nel 1074 ai presbiteri Benedetto, Miccino e Ugo; sulla stessa chiesa risulta una donazione anche da parte di un certo “Joannes de Nicto”: cfr. AA.VV., “Terra di Fiano”, Roma 1997, pag. 72). 

Sempre per Fiano sono attestati anche possedimenti della famiglia dei conti di Tuscolo: il 2 giugno 1013 Benedetto VIII concesse all’Abbazia di Farfa alcuni suoi beni siti “territorio collinensi, in fundo flaiano” (ibidem) e Benedetto VIII, al secolo Teofilatto, romano, era figlio di Gregorio, conte di Tuscolo, ed era altresì fratello del proprio successore Giovanni XIX (v. A. Saba, op. cit., vol. II, Torino 1940, pag. 251).  Era il padre di Benedetto VIII il Gregorio senatore dei Romani che figura come proprietario di beni a confine con il terreno posto “territorio Collinense in Scurano, loco qui ponitur Triviale”, che nel giugno 986 fu concesso a terza generazione dalla badessa del Monastero di Santa Bibiana e dalla badessa del Monastero di S. Maria e di S. Gregorio Nazianzeno ai due fratelli Gentile e Giovanni (v. “Studi capenati”, cit., pag. 32 e cfr. G. Savio, “Monumenta Onomastica Romana Medii Aevi (X-XII sec.)”, vol. II, Roma 1999, pag. 694, n. 048671; v. anche la voce dedicata ai Conti di Tuscolo nell’enciclopedia online Wikipedia). Alla stirpe dei conti di Tuscolo riporta anche l’iscrizione funebre della quale ci dà notizia il Galletti (cfr. “Studi capenati”, cit., pag. 29), da lui rinvenuta nelle rovine della chiesa di Santa Cristina, la quale risulta tra i beni concessi al Monastero di San Paolo nel “privilegium” gregoriano (“Et duas Ecclesias in Collina, iuxta Vaccariciam, cum Omnibus villis suis, idest S. Christina, et S. Lucia”: v. C. Margarini, “Bullarium Casinense”, cit., tomo II, Constitutio CXII, pag. 109): l’iscrizione fu composta in memoria di un infante di nome Giovanni, morto all’età di appena dieci giorni, figlio di Gregorio e nipote di Alberico, che devono con tutta probabilità identificarsi, con riguardo ai personaggi collocati nell’albero genealogico dei Conti di Tuscolo riportato nella voce ad essi dedicata nell’enciclopedia online Wikipedia, con Gregorio II, il padre, e Alberico III, il nonno. Quell’infante, dunque, ebbe per zii paterni un papa (Benedetto IX) e un antipapa (Benedetto X); ebbe due prozii “ex latere avi paterni” papi (Benedetto VIII e Giovanni XIX, fratelli di Alberico III); papa (Giovanni XII) fu altresì un fratello del bisnonno (Gregorio I, padre di Alberico III) dell’infante “ex latere avi paterni”.

In conclusione, una suggestiva ipotesi. Supponendo che, prima di essere donato da Gregorio VII al Monastero di San Paolo, il “castrum Lepronianum” appartenesse a quel Cencio, che la notte di Natale del 1075 sequestrò il predetto Pontefice mentre celebrava messa a S. Maria Maggiore, visto che questo Cencio (v. la voce, consultabile online e già sopra citata, che gli dedica il Dizionario Biografico degli Italiani, curata da Lorenzo Baldacchini) era, nei primi anni ’60 dell’undicesimo secolo, padrone del “castrum Sancti Angeli” (detto anche “Turris Crescentii”), ossia di Castel Sant’Angelo, denominazione che si formò proprio in relazione alla leggenda, esistente forse già a partire dalla metà del X secolo (sul punto v. Cesare D’Onofrio, “Castel S. Angelo e Borgo tra Roma e Papato”, Roma 1978, pag. 158), dell’apparizione dell’Arcangelo Michele in cima alla Mole Adriana o Mausoleo di Adriano (appunto il futuro Castel Sant’Angelo) durante una processione guidata dal futuro Papa Gregorio Magno per implorare la misericordia divina a fronte dell’epidemia di peste che investì l’Urbe nel 590, potrebbe darsi che l’intitolazione della chiesa parrocchiale di Leprignano a San Michele Arcangelo sia un residuo del tempo in cui il “castrum Lepronianum” apparteneva a quel Cencio che a Roma era il “dominus” di Castel Sant’Angelo e che l’incastellamento del luogo abitato avvenisse a quell’epoca? Prescidendo dal tempo in cui sorse la leggenda, la Mole Adriana, dalla quale spadroneggiava Cencio figlio di Stefano nei primi anni ’60 dell’undicesimo secolo, aveva assunto la denominazione di “Castellum S. Angeli” già nell’852 circa al tempo di Leone IV (ivi, pag. 154), con riferimento al culto di San Michele Arcangelo. E, visto che siamo in tempo di pandemia, può anche ipotizzarsi che l’intitolazione della parrocchiale di Leprignano sia stata fatta avendo in vista un’intercessione per la protezione contro morbi epidemici, ricordando quell’apparizione che nel 590 aveva segnato la fine del flagello della peste per Roma, secondo una leggenda che pare trovarsi già nella “Legenda Aurea” di fra Jacopo da Varagine, scritta intorno al 1260 (ivi, pag. 153). Infine, è degno di nota che Fiano, castello anch’esso a lungo conteso al Monastero di San Paolo dai discendenti del suddetto Cencio, aveva già in tempi antichi una parrocchiale intitolata a Santo Stefano, nome ricorrente nella stirpe di Cencio figlio del “Praefectus Urbis” Stefano.  

              

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CAPENA: UNA PISTA SICILIANA PER LE ORIGINI DELLA PROCESSIONE DELL’INCONTRO

Si premettono indicazioni generali, tratte dalla guida di AA.VV. “Capena – “La Storia””, Assessorato alla Cultura del Comune di Capena e Associazione Pro Loco di Capena, s.d., ma 1998. Nel capitolo intitolato “Feste” (ivi, pagg. 43-47) e, in particolare, nel paragrafo “S. Maria Assunta” (ivi, pagg. 44-45), si legge: “E’ la festa principale del paese ed è celebrata tra il 13 e il 15 agosto. E’ imperniata sulle due famose tavole rappresentanti la Madonna e il Salvatore Benedicente, montate su due pesanti macchine […] La processione a Capena si basa sulla credenza popolare che la Madonna abbia perso il Figlio e per tre giorni lo cerchi disperatamente, sinché lo ritrova e gli corre incontro. La notte del 13, ad ora inoltrata, in una atmosfera molto suggestiva, otto uomini portano il baldacchino con l’immagine del SS. Salvatore dalla chiesetta della Madonna delle Grazie fino al portone dell’ex palazzo abbaziale, ove viene lasciato per tutta la notte e per il giorno seguente, allorché è meta di fedeli che, capenati o provenienti da paesi vicini, si recano a venerare l’icona. La notte del 14 agosto due processioni partono dai capi opposti del paese, l’una accompagnando il baldacchino con la bellissima effigie della Madonna delle Grazie, l’altra con il baldacchino del SS. Salvatore. Quando in via IV Novembre la processione del Salvatore arriva in vista di quella della Madre, gli “incollatori” dell’una e dell’altra macchina, vestiti di un particolare saio bianco ornato con una mantellina celeste per coloro che portano la Madonna e rossa per coloro che portano il Salvatore, si slanciano di corsa quasi avessero le ali ai piedi, finché s’incontrano all’altezza della prima rampa della scalinata che porta alla chiesa di Sant’Antonio e si scambiano un bacio in segno di fratellanza. Quindi i due Santi sono portati alla chiesetta della Madonna delle Grazie, ove conviene tutta la gente che ha partecipato alla processione. In antico, i portatori dell’immagine della Vergine erano i confratelli di S. Antonio e del SS. Crocifisso, mentre i confratelli del SS. Sacramento portavano l’immagine del SS. Salvatore. Il giorno dopo, le due “macchine”, ancora processionalmente, sono portate a piazza del Popolo, dove il parroco impartisce la benedizione alle icone e a tutti i Capenati”.    

Ciò premesso, si deve anzitutto prendere in considerazione il primo documento scritto nel quale è menzionata la “Processione dell’Incontro” per Leprignano: si tratta delle “Capitolazioni per la Venerabile Confraternita del Santissimo Crocifisso della Terra di Leprignano dedicate da i fratelli della medesima Confraternita all’Illustrissimo e Reverendissimo P: D: Gregorio Fioravanti Abate del Monastero di San Paolo di Roma e delle Terre di Nazzano Civitella e Leprignano Ordinario e Padrone”, dette anche “Ordini e capitolazioni da osservarsi da i fratelli della Venerabile Compagnia di S. Antonio Abate novamente eretta nella Terra di Leprignano dall’Illustrissimo e Reverendissimo P: D: Gregorio Fioravanti Abate di San Paolo fuor delle mure di Roma nel anno 1752 sotto il titolo del Santissimo Crocifisso, di Maria Vergine Assunta in cielo e del medemo S: Antonio” (cfr. “Spigolature capenati”, Roma 2003, pagg. 140-141 e nota 21 a pag. 162), nelle quali si legge che “per antica consuetudine” a Leprignano si osserva “l’uso dell’incontro della nostra Compagnia con quella del Santissimo Sagramento, nella vigilia dell’Assunzione di Maria Vergine vicino alla nostra chiesa con le due machine”, l’una della Beatissima Vergine portata dalla confraternita di Sant’Antonio e l’altra del Santissimo Salvatore portata dalla confraternita del Santissimo Sacramento (ivi, pag. 141). La datazione di tali “Capitolazioni” (ossia dello Statuto della Confraternita del SS.mo Crocifisso e di Sant’Antonio Abate) alla metà del XVIII secolo deve ritenersi certa, sia per il riferimento che in esse si fa all’Abate di San Paolo in carica, Gregorio Fioravanti, al quale sono “dedicate” dai “fratelli” della Confraternita, sia perché il contesto storico nel quale si inseriscono è quello stesso descritto da una cronaca manoscritta coeva ai fatti, riportata in una “Appendice documentaria” a cura di F. Santarelli in AA.VV., “Capena e il suo territorio”, Regione Lazio 1995, pagg. 209-214 – cronaca dalla quale si evince che le vicende componenti tale contesto, quali la rifondazione della predetta Confraternita e la conseguente redazione di un nuovo Statuto, la traslazione della reliquia consistente nel “Sacro Corpo di S. Felice Martire” a Leprignano e la radicale ristrutturazione della chiesa di Sant’Antonio Abate, si svolsero nella prima metà del sesto decennio del XVIII secolo, tra il 1752 e il 1755. Dal testo delle succitate “Capitolazioni” si ricava, circa la processione, che “al momento dell’incontro, il priore, i guardiani e altri membri investiti di cariche in una confraternita dovevano abbracciarsi e baciarsi con i pari grado dell’altra confraternita, così come il parroco doveva abbracciarsi e baciarsi con il cappellano di Sant’Antonio, dovendo poi, dopo l’incontro, le confraternite scambiarsi le macchine (ivi, pag. 141 e nota 22 a pag. 162).

Utile ai fini dell’inquadramento del problema concernente le origini della “Processione dell’Incontro” a Leprignano è altresì quanto è dato ricavare dalla relazione che fu scritta in seguito a un’ispezione compiuta nel 1660 dal Vescovo Marco Antonio Tomato (sulla quale v. “Spigolature capenati”, Roma 2003, pagg. 4-6 e nota n. 6 a pag. 7), che era stato incaricato come Delegato Apostolico per un’ispezione straordinaria nei luoghi delle diocesi di Ostia, Albano, Velletri e Porto, nonché in quelli (Nazzano, Civitella e Leprignano) soggetti alla giurisdizione “in spiritualibus” dell’Abate di San Paolo. Della relazione in questione deve tenersi conto sia per ciò che dice, sia per ciò che non dice. Nel paragrafo della relazione, nel quale si parla della chiesa di Santa Maria delle Grazie, si legge che “die assumptionis Beatae Mariae”, cioè nella festa dell’assunzione della Madonna, il 15 agosto, “processionaliter defertur parvula imago Beatae Virginis miraculosa in Tabella lignea depicta ibidem asservata in quadam fenestrella cum portulis ligneis laminibus ferreis indutis, et clavibus penes eosdem fratres reservatis”. A questo riferimento ad una processione che aveva luogo il giorno di Ferragosto e nella quale la confraternita che faceva riferimento alla chiesa di Santa Maria delle Grazie portava una “immagine piccoletta della Beata Vergine”, ritenuta miracolosa, dipinta su una “Tabella lignea” (=tavoletta di legno) e conservata “in quadam fenestrella”, dove il termine “fenestrella” dovrebbe indicare una “piccola apertura” nella parete, chiusa con sportelli di legno rivestiti di lamine di ferro (“cum portulis ligneis laminibus ferreis indutis”). L’esistenza di una confraternita di Santa Maria delle Grazie a Leprignano è ben attestata. In un libro relativo all’amministrazione della Compagnia della Madonna Santissima delle Grazie, in data 1° gennaio 1795 si legge (c. 16): “Essendo che fin dall’anno scorso il Signor Giovanni Bernardoni per sua particolar divozione donasse alla Venerabile Compagnia della Madonna Santissima delle Grazie una seccaticcia, e che questa ritenendosi da esso stesso per che non si confondesse colle altre sue bestie vaccine la marcasse col marchio di detta Compagnia; e dedotto tutto ciò a notizia dell’Illustrissimo Signor Vicario Generale, siasi il medesimo degnato ordinare, che il medesimo signore Bernardoni essendosi esibito ritenerla in soccita per anni cinque debba formarne l’obligo per indennità di detta Compagnia. In sequela dunque di tali ordini personalmente costituito il medesimo signor Giovanni Bernardoni qui presente promette e si obliga ritenere in soccita reale la sudetta seccaticcia da esso gratuitamente donata a detta Venerabile Compagnia chiamata Mancinella per anni cinque principiati il primo Ottobre 1794 e da terminare, e felicemente finire li 30 Settembre 1799 colli soliti patti, capitoli, e condizioni apposte nell’apoca di soccita di simili bestie vaccine fatta con il Signor Paolo Mauro Sacripanti”; nel medesimo libro si legge ancora (c. 9r) di due regali “fatti alla Madonna Santissima dalli signori Epifanio Graziosi Signore della festa delli 15 Agosto 1786 che donò scudi 10 e da Filippo Antonazzi Signore della Festa dei 15 Agosto 1787 altri scudi 10 che si ritenevano da don Benedetto Gaggini come per istromento rogato dal signor Raffaele Fioretti” (v. “Spigolature capenati”, cit., pagg. 143-144 e nota 26 a pag. 162). E’ opportuno inoltre ricordare che nella chiesa di S. Maria delle Grazie a Leprignano l’altare maggiore era dedicato all’Assunzione della Madonna (cfr. “Spigolature capenati”, cit., pag. 143; come si legge in L. Russo, “Copie, originali e quadri ospitati in Santa Maria delle Grazie”, cap. III.3.6. in AA.VV., “Capena e il suo territorio”, Regione Lazio 1995, pag. 220, “nel presbiterio, nella parete di fondo, in alto, vi è un dipinto murale raffigurante L’Assunta, ascrivibile al XIX secolo“); lo stesso edificio di culto era indicato come “chiesa della Madonna Santissima Assunta” nel testamento di Francesco Olivari, defunto il 23 gennaio 1823 a Roma all’età di 76 anni (cfr. “Spigolature capenati”, cit., pag. 145), e nella chiesa in questione un Filippo Alei aveva fondato, con testamento datato 28 agosto 1816, una cappellania sotto l’invocazione di Maria Santissima Assunta in Cielo (ivi, pag. 149).  

Tenendo conto anche di quanto non detto nella relazione del 1660 e pur nella consapevolezza dei limiti di efficacia probatoria dell’argumentum a silentio, può sinteticamente rilevarsi che in tale relazione:

  • non si fa alcuna menzione della “Processione dell’Incontro”, ma è menzionata un’altra processione, che si teneva non la sera del 14 agosto, ma il 15 agosto, e che vedeva coinvolte non la confraternita del SS.mo Sacramento e quella del SS.mo Crocifisso e di Sant’Antonio Abate, ma la sola confraternita di Santa Maria delle Grazie, essendo peraltro portata in processione solo un’icona mariana, senza alcun riferimento ad un’icona del SS.mo Salvatore;
  • non si fa menzione di macchine processionali;
  • non si fa menzione del Trittico di Antonio da Viterbo.

Si tenga inoltre presente un altro elemento, che potrebbe non essere irrilevante. E’ noto che, dopo la processione della sera del 14 agosto, le due immagini, secondo tradizione, sono riportate nella chiesa di Santa Maria delle Grazie e vi rimangono esposte; in particolare, secondo quanto riportato nell’opera di don Carlo Barbetti “Memoria storica della cappella di S. Marco Evangelista in Leprignano”, Castelnuovo di Porto 1882, pagg. 13-15, richiamata da L. Russo, op. cit., pag. 217, testo e nota 3, “rimanevano esposte notte e giorno prima nella chiesa delle Grazie e poi nella parrocchiale fino alla festa di san Bartolomeo, quando, dopo una solenne benedizione, venivano ricollocate nelle chiese di appartenenza” (la festa di San Bartolomeo Apostolo e Martire cade il 24 agosto). Al tempo della visita del Tomato, nel 1660, la chiesa di Santa Maria delle Grazie era di conformazione ben differente da quella attuale: si legge nella relazione della visita come “facies Ecclesiae tota aperta sit in forma duorum arcuum”, tanto che il visitatore apostolico dispose “circundari ligneis Cancellis cum Ianuis in medio duo arcus Ecclesiae” (negli anni immediatamente successivi alla visita del Tomato dovrebbero dunque essere stati eseguiti lavori, ai quali forse potrebbe far riferimento un mattone recante l’iscrizione D.P. 1662 rinvenuto nel corso degli interventi realizzati nella chiesa di Santa Maria delle Grazie negli anni ’90 del ‘900: cfr. E. Calabri, “La chiesa di S. Maria delle Grazie”, cap. III.3.5. in AA.VV., “Capena e il suo territorio”, Regione Lazio 1995, pag. 216, testo e nota 13).

Va precisato che “le due machine” attestate nelle sopra citate “Capitolazioni” di metà ‘700 non potevano peraltro essere quelle (ancor oggi esistenti e in uso, se chi scrive non s’inganna) la costruzione delle quali risale al XIX secolo e fu opera di Giacomo Clementi, come riportato in L. Russo, op. loc. citt., dove si cita come fonte (v. note nn. 4 e 6 a pag. 217), circa l’identità del costruttore di tali macchine processionali, l’opera di Don Carlo Barbetti “Memoria storica della cappella di S. Marco Evangelista in Leprignano”, Castelnuovo di Porto 1882, pag. 13 e pag. 19. In L. Russo, op. loc. citt., si aggiunge al riguardo: “Intorno alla metà dell’Ottocento, per facilitare il trasporto del Salvatore durante la processione, la parte centrale del trittico venne separata dagli sportelli ed inserita nel baldacchino di forme gotiche […] Anche la seconda macchina processionale, con l’immagine della Vergine, venne costruita da Giacomo Clementi con antichi intagli lignei che facevano parte dell’altar maggiore della chiesa delle Grazie”.

Resta poi aperto il problema se la “parvula imago” dipinta su “tabella lignea” e conservata nella chiesa di Santa Maria delle Grazie al tempo della visita del Tomato (1660) possa identificarsi con la nota icona mariana, che, indicata come “Vergine Avvocata” o “Madonna della Pace” (cfr. L. Russo, op. cit., pag. 217 e pag. 220), o anche come Madonna delle Grazie, a tutt’oggi è portata in processione a Capena insieme con l’icona del SS.mo Salvatore la sera del 14 e del 15 agosto, nonché la prima domenica di settembre. L’originale di tale dipinto (che L. Russo, op. cit., pag. 220, afferma essere “riferibile ad un maestro laziale operante tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento” ed essere collocato “in antico, sull’altar maggiore“), ossia di quello che ritraeva la “Vergine Avvocata” o Madonna delle Grazie, fu, com’è noto, trafugato verso la fine degli anni ’70 del ‘900 e sostituito quindi con una copia eseguita “sulla base di una vecchia fotografia a colori e di una incisione in rame risalente al 1866 conservata presso l’archivio di San Paolo” (cfr. L. Russo, op. cit., pag. 220, nota 7, e pag. 291, testo e nota 5). Fu, come ebbe a ribadire anche in una conversazione con lo scrivente, il monaco benedettino di origine capenate Don Stefano Baiocchi a pretendere che la sostituzione del quadro rubato fosse effettuata con una copia conforme all’originale, pur essendo stata avanzata la proposta di rimpiazzarlo con un dipinto di fattura che il nominato monaco, secondo il ricordo che della sua comunicazione orale ha lo scrivente, definiva “ultramoderna”.

Per quanto concerne il Trittico di Antonio da Viterbo, la cui parte centrale, raffigurante il Cristo benedicente, costituisce una delle icone trasportate nella “Processione dell’Incontro” a Capena, è, come noto, opera firmata da Antonio da Viterbo e datata 1451 o 1452 (sul Trittico, v. L. Russo, “La decorazione di S. Michele Arcangelo ed il trittico di Antonio da Viterbo”, cap. III.3.2. in AA.VV., “Capena e il suo territorio”, cit., pagg. 188-195), non essendovi peraltro, allo stato, riscontro documentale all’affermazione secondo la quale (ivi, pag. 188 e pag. 190) l’opera sarebbe stata commissionata dalla “Confraternita del Salvatore per l’antica parrocchiale di Capena”. Per quanto concerne l’altra affermazione, secondo la quale l’opera “veniva portata in processione il 15 agosto di ogni anno” (ivi, pag. 190), si osserva che, secondo quanto è dato evincere dalla più volte citata relazione concernente la visita compiuta nel 1660 dal Delegato Apostolico Marco Antonio Tomato, all’epoca nella solennità dell’Assunzione, ossia il 15 agosto, era portata in processione “parvula imago Beatae Virginis miraculosa in Tabella lignea depicta”, mentre non è menzionata alcuna icona del Cristo. Rimanendo senza fonte documentale la notizia secondo la quale il trittico di cui si tratta “ancora nei Giubilei del 1650 e del 1675 veniva portato in processione a Roma assieme alla tavola della Vergine di San Biagio a Palombara” (ivi, pag. 190, testo e nota 13, dove si osserva che non si conosce “la fonte delle notizie relative alle processioni del 1650 e del 1675” riportate in un saggio di A. Cavallaro, gli estremi del quale sono indicati a pag. 301), allo stato della ricerca una primo riferimento documentale certo alla connessione tra il Trittico di Antonio da Viterbo (risalente alla metà del ‘400) e Leprignano risale al XIX secolo: “Intorno alla metà dell’Ottocento, per agevolarne il trasporto durante la processione, la parte centrale del trittico venne separata dagli sportelli ed inserita in un baldacchino ligneo disegnato da Pietro Camporese il Giovane (Roma 1792-1873)” [ivi, pag. 190, testo e nota 14; cfr. anche ivi, pag. 217, testo e note 4 e 6; la più antica attestazione scritta allo stato nota, contenuta nell’opera datata 1882 di Don Carlo Barbetti “Memoria storica della cappella di S. Marco Evangelista in Leprignano”, è di natura bibliografica ed è indiretta, in quanto legata al riferimento a Giacomo Clementi come costruttore del baldacchino che doveva servire al trasporto processionale dell’immagine; si congettura (cfr. L. Russo, op. cit., pag. 217, testo e nota 5) che la costruzione del baldacchino sia avvenuta in un anno prossimo al 1823, poiché l’autore del disegno del baldacchino, Pietro Camporese il Giovane, dapprima elaborò, con altri architetti, “un primo progetto relativo alla riedificazione dell’abbazia dopo l’incendio del 1823 che la distrusse quasi totalmente” e poi (su questo ulteriore punto è citato, tuttavia, il fratello Giulio, e non Pietro il Giovane) “non collaborò più con i Monaci dell’Abbazia e il suo nome non compare tra quelli degli architetti presenti nel 1833 quando l’incarico di ricostruire la chiesa venne affidato a Luigi Poletti (Modena 1792-1869)”]. Ancora nel 1913 e nel 1923 l’icona del SS. Salvatore si trovava nella chiesa di S. Maria delle Grazie, nel 1927 era nella chiesa parrocchiale di S. Michele Arcangelo e a partire dal 1936 fu proibito il trasporto dell’originale nella processione, sicché il Parroco Don Francesco Mirra “espresse l’intenzione di far eseguire una copia dell’antica icona per portarla in processione senza dover creare ulteriori danni alla tavola originaria”, che fu restaurata nel 1936 e nuovamente nel 1962-’63 (cfr. L. Russo, op. cit., pagg. 190-191, testo e note nn. 15-16-17-18).    

Sappiamo dunque che alla metà del XVIII secolo la “Processione dell’Incontro” era a Leprignano una “antica consuetudine”: quanto, però, “antica”? Si è visto che non ve n’è traccia nel testo della relazione scritta in occasione della visita compiuta nel 1660 da un Delegato Apostolico – relazione nella quale si menziona una processione con ben diverse caratteristiche, quanto a data (15 agosto e non 14), icone (solo un’icona mariana) e confraternite coinvolte (solo una confraternita, intitolata a Santa Maria delle Grazie). In realtà, l’aggettivo “antica” potrebbe designare anche un passato che risale a circa tre generazioni prima – tempo sufficiente al cancellarsi di gran parte delle notizie trasmesse per via di tradizione orale, allora strumento principe di trasmissione delle informazioni, e al prodursi, quindi, dell’impressione di una lontananza temporale indefinita, di una “antichità”.   

Un altro punto sul quale è opportuno interrogarsi per trovare possibili spunti di risposta al quesito delle origini è il seguente: la “Processione dell’Incontro” a Capena quale oggi, e da molto tempo, la conosciamo, e quale già è descritta nelle “Capitolazioni” della Confraternita del SS.mo Crocifisso e di Sant’Antonio Abate risalenti alla metà circa del XVIII secolo, ha affinità con processioni che si svolgono in altri luoghi, e, se sì, con quali?

Un primo indirizzo della ricerca può essere dato dalle informazioni riportate nell’opera di Giovanni Marangoni, edita a Roma nel 1747, “Istoria dell’antichissimo Oratorio, o Cappella di San Lorenzo nel Patriarchìo Lateranense comunemente appellato Sancta Sanctorum e della Celebre Immagine del SS. Salvatore detta Acheropita, che ivi conservasi; colle notizie del culto, e varj riti praticati anticamente verso la medesima: come anche dell’origine, ed uso di tal sorta d’immagini venerate nella Cattolica Chiesa raccolte da Monumenti antichi, e specialmente dall’Archivio della Nobile Compagnia, che ne ha la Custodia”, in particolare nel capitolo ventiseiesimo, intitolato “Come la Processione annua, coll’Immagine del SS. Salvatore, nella vigilia dell’Assunta della B. Vergine, fu proibita dal Pontefice S. Pio V. E come di essa, in alcune Città, e Terre, ve ne sia rimasta la memoria, col farsi somiglianti Processioni, con altre simili Immagini del Salvatore”.

Alcune premesse storiche sono opportune (fonte: Filippo Caraffa, “La processione del SS. Salvatore a Roma e nel Lazio nella notte dell’Assunta”, in “Lunario Romano 1976 – Feste e cerimonie nella tradizione romana e laziale”, a cura del Gruppo Culturale di Roma e del Lazio, pagg. 127-151). Sergio I, che fu Pontefice dal 687 al 701, stabilì che in occasione delle quattro festività della Beata Vergine Maria (Natività, Presentazione, Annunciazione e Dormizione – quest’ultima in seguito denominata dell’Assunzione) si facesse (in Roma) una processione che partiva dalla chiesa di S. Adriano (si tratta della chiesa sul Foro Romano che Onorio I, Papa dal 625 al 638, aveva dedicato a un soldato romano che portava quel nome e che era morto martire nel 290 a Nicomedia durante le persecuzioni volute dall’imperatore Massimiano) e terminava nella basilica di Santa Maria Maggiore. Sotto il pontificato di Adriano I (772-795) la festa della Dormizione riceve, per la prima volta in Occidente, il titolo di “Assunzione di S. Maria”, come appare dal Sacramentario che il suddetto Papa inviò a Carlo Magno tra il 784 e il 791. Queste feste provenivano dall’Oriente e da Roma si diffusero nell’Occidente. Avevano luogo la mattina prima della messa, salvo quella dell’Assunta, che aveva luogo nella notte del 14-15 agosto e che ben presto superò per importanza le altre feste mariane. Nella processione romana (della Dormizione, detta poi dell’Assunzione già a partire dall’VIII secolo) della notte del 14 agosto era portata l’immagine “Acheropita” (=non dipinta da mano d’uomo). La prima testimonianza dell’esistenza dell’immagine “Acheropita” risale al pontificato di Stefano II (752-757), allorché il Papa, per allontanare il pericolo dell’invasione dell’Urbe da parte del re longobardo Astolfo, portò in processione nel 753 la sacra icona sulle sue spalle. L’immagine “Acheropita” ritrae il Salvatore (Cristo) che con la mano sinistra tiene il rotolo della Legge e con la destra benedice. Si è ipotizzato che essa sia di origine romana e che sia stata realizzata tra il 450 e il 550. Proprio la connessione della processione romana nella notte tra il 14 e il 15 agosto con l’immagine “Acheropita” ha probabilmente contribuito alla crescita d’importanza della festa dell’Assunzione: Niccolò I, a metà del secolo IX, già metteva l’Assunzione alla pari con Natale, Pasqua e Pentecoste. La più antica notizia relativa al fatto che l’immagine “Acheropita”, custodita nella cappella del “Sancta Sanctorum” nel Patriarchìo Lateranense, era portata in processione nella notte tra il 14 e il 15 agosto si ha in relazione al pontificato di Leone IV (847-855). Già al tempo di questo Pontefice, l’immagine in questione era, nella notte tra il 14 e il 15 agosto, portata alla chiesa di S. Adriano nel Foro Romano, vale a dire l’antica Curia del Senato Romano, trasformata in chiesa, e quindi a Santa Maria Maggiore, passando per San Lucia in Orfeo. La processione romana fece questa strada fino alla sua soppressione, al tempo di Pio V (1566-1572).

Processioni simili continuarono tuttavia a svolgersi in comuni del Lazio.

Con riguardo ad Anagni, scrive il Marangoni (op. cit., pag. 142) a proposito di “una antica Immagine del SS. Salvatore dipinta in  tavola”, conservata nella Collegiata di S. Andrea in Anagni (ivi, pag. 140): “Questa devotissima Tavola, col suo tabernacolo, da immemorabile tempo, suole, ogn’anno, nella vigilia dell’Assunta della B.V. con maestosissima pompa, portarsi in Processione dalla predetta Chiesa di S. Andrea fino alla Cattedrale dedicata alla B.V. […] e giunta ch’ella è nella Cattedrale, ivi, nel mezzo sopra ben ornata machina, si espone con copia di lumi di cera alla pubblica divozione, rimanendovi per lo spazio di nove giorni: indi colla medesima pompa riportasi alla sua prima sede nella Festa di S. Bartolomeo Apostolo, e di nuovo si colloca sul proprio Altare”.

Con riguardo a Tivoli, scrive il Marangoni (ivi, pagg. 143-144): “Nella Chiesa Cattedrale di Tivoli, con somma venerazione, si conserva un’antichissima Tavola coll’Immagine del Salvatore […] Questa Sagra Immagine, per tanto che, ogn’anno, da tempo Immemorabile, sontuosamente adornata, con broccati d’oro, e velluto, suole portarsi in Processione alla Chiesa di S. Maria Maggiore de Minori Osservanti di S. Francesco, nella vigilia dell’Assunta della B.V., in cui v’ha quella della stessa Madre di Dio […] E giunta, ch’ella è su quella gran piazza, quivi si posa nel mezzo, e fra tanto dalla medesima Chiesa esce incontro a quella del Salvatore la Sagra Icona della B.V., e gionta in vicinanza vengono piegate in atto di salutarsi l’una l’altra: indi ambedue s’introducono nella medesima Chiesa, e si lasciano esposte alla Divozione del Popolo”, quindi, il giorno successivo, dopo una solenne funzione, l’Immagine del SS. Salvatore viene ricondotta nella Cattedrale.

Con riguardo a Subiaco, scrive il Marangoni (ivi, pagg. 145-147): “[…] nella chiesa di S. Andrea è un Altare dedicato al SS. Salvatore, con un’antica Tavola, coll’Immagine del medesimo Salvatore […] In oltre in questa Chiesa di S. Maria della Valle serbasi, con eguale venerazione, un’altra immagine  della SS. Vergine, in atto di ascendere al Cielo […] Per la custodia di ambedue queste Immagini è deputata un’antica Confraternita, detta ne secoli scorsi, della Madonna […] nelle sue Regole rinovate l’anno 1540 (poiché le più antiche rimasero perdute nell’Incendio di Subiaco nel 1525) in due Capi separati si ordina, che debbano portarsi le predette Immagini in Processione, secondo l’antico costume […] la maggior parte della Compagnia va a prendere il SS. Salvatore nella Chiesa di S. Andrea, di dove processionalmente dal Clero, e Fratelli viene condotta alla Piazza della Valle: e nello stesso tempo l’Arciprete col Clero, e col rimanente della Compagnia, in simile maniera, partesi dalla Chiesa di S. Maria, verso la stessa Piazza […] e frattanto le due Sagre Immagini […] giunte, che sono l’una in prospetto all’altra, dopo terminata la melodia del canto, e datosi il segno dall’Arciprete, sono portate più da vicino come piegate, in segno di salutarsi, e ciò si fa tre volte, distintamente, mentre più si avvicinano […] Indi, riordinatasi la Processione, con tutto il Corteggio sopra narrato, ambedue le Sagre Immagini sono portate alla Chiesa di Santa Maria, e collocate che sono nel mezzo di essa, si canta il Vespro, ed ivi rimangono sino al giorno seguente, nel quale, collo stesso ordine, ed accompagnamento (toltone i Regolari) ambedue si trasferiscono nella Chiesa di S. Andrea, ed ivi stanno esposte sino alla mattina seguente; e dopo la Messa cantata, collo stesso ordine, e accompagnamento si estraggono nella prossima piazza di S. Andrea, ed ivi esposte l’una in prospetto dell’altra, dopo l’Inno, e dato il segno dall’Arciprete, si fa nuovamente con triplice saluto riverenziale, la stessa Funzione già fatta nella piazza della Valle, implorandosi da tutto il popolo nuovamente misericordia. Poscia l’Immagine del Salvatore si espone in S. Andrea, ed ivi rimane scoperta sino alli 25 del mese, Festa di S. Bartolomeo Apostolo, con Littanie cantate ogni sera. Quella poi della Vergine Santissima si riporta processionalmente da tutto il Clero, e Magistrato, ed altri, come nel giorno antecedente, alla Chiesa di S. Maria, ed ivi esposta rimane sino alla stessa festa di S. Bartolomeo, ed ogni sera vi si cantano le Littanie con qualche discorso in lode della medesima B.V. […]”.

Per Tivoli e Subiaco si parla di “processione dell’Inchinata”, come anche per Cervara di Roma, dove due processioni partono contemporaneamente, una dalla chiesa di S. Maria della Visitazione, l’altra da quella di Santa Maria della Portella, per incontrarsi in una piazzetta situata nel cuore del paese dove la Madonna si inchina dinanzi al Salvatore.

Spesso, nei comuni del Lazio, vi è una processione dell’Assunta, senza incontro tra icone.

La processione capenate mostra, salvo che per la collocazione temporale (Ferragosto), una forte analogia con processioni pasquali, dette appunto dell’Incontro, che hanno luogo nell’ex Regno di Napoli, soprattutto con alcune che si svolgono in Sicilia. Dalla voce “Incontro di Pasqua” dell’enciclopedia online Wikipedia: “L’incontro di Pasqua, diffuso non solo in Abruzzo ma anche in buona parte del Sud Italia e delle isole, rappresenta il festoso incontro tra il Cristo risorto e la Madonna ancora incredula della Resurrezione il giorno di Pasqua, verso mezzogiorno. La parte principale consiste nella corsa della statua della Madonna verso il Cristo risorto (a volte le due statue corrono una verso l’altra per incontrarsi al centro della piazza)”. Di fatto, a Capena è avvenuta una fusione tra elementi propri delle processioni ferragostane dette dell’“Inchinata”, che si ritrovano nel Lazio, e processioni pasquali dette dell’“Incontro”, diffuse in comuni dell’ex Regno di Napoli, anche, se non soprattutto, in Sicilia, nelle quali, in particolare, si ritrova quell’elemento della corsa, che costituisce, in ambito laziale, una particolarità della processione capenate. Le processioni meridionali possono essere comunque molto più elaborate. Un inquadramento generale da http://www.strettoweb.com/foto/2018/04/pasqua-sicilia-foto/390992/: “Tanti e variegati sono i riti della giornata di Pasqua in Sicilia. Cosi come in Calabria con la celebre “affruntata”, anche in Sicilia si celebrano i riti dell’incontro tra Cristo Risorto e la Madonna. La processione dell”Incontro”, U Scontru” a Cassaro, u ‘ncontru a Ribera, “u ‘Ncuontru a Petralia Sottana, “a Giunta” a Aidone, “a Junta” a Caltagirone, “a Paci” a Biancavilla e  Comiso, inizia generalmente molto presto la mattina di Pasqua con la statua della Madonna che “vaga” alla ricerca di Gesù […]  Tra gli “incontri” più tradizionali (vi è) quello di Barrafranca, nell’ennese: intorno a mezzogiorno avviene il tradizionale Incontro tra Maria e Gesù Risorto, popolarmente detto “La Giunta” . La tradizione popolare vuole che la Madonna inviti gli apostoli alla ricerca del figlio e San Pietro e San Tommaso portano la buona notizia a Maria che si spoglia del manto nero. Gli Apostoli, detti “Santuna” , sono undici giganteschi pupazzi in cartapesta, rivestiti con abiti di stoffa, all’ interno di ognuno dei quali vi è una persona. Il Cristo Risorto, con alcuni apostoli, esce di mattina dalla Chiesa di S. Maria la Stella e gira per le vie della città. Dopo la S. Messa di mezzogiorno, esce la Madonna. I due gruppi di simulacri si ritrovano presso la piazza Fratelli Messina dove ha luogo la sacra rappresentazione dell’Incontro. I simulacri si portano in due parti opposte della piazza: da un lato Cristo Risorto e dall’ altro Maria e gli apostoli. Al rullo dei tamburi Maria invia Pietro a cercare il Cristo, il quale correndo per tre volte tra la folla, lo cerca in direzioni diverse e non lo trova se non alla fine, quindi corre a dare l’ annunzio a Maria che però lo rimanda altre due volte per accertarsi ulteriormente. Lo stesso si ripete per San Giovanni che corre con passo svelto, poi è la volta di San Tommaso . Quindi seguono tutti gli altri apostoli che fanno i tre viaggi rituali. Alla fine la Madre e il Figlio Risorto corrono l’una verso l’altro”. A Misilmeri (PA): “Intorno le ore 11 si riempie per incanto fino all’inverosimile tutta la grande piazza principale del Paese dove dovrà avvenire «L’Incontro ». Le grandi gradinate della Chiesa Madre e del Municipio come in un proscenio si riempiono di gente specialmente di donne e bambine che fanno sfoggio delle loro vesti multicolori, per la prima comparsa della moda primaverile. Lentamente esce allora dalla Chiesa di S.Rosalia detta anche di S. Paolino il Cristo Risorto a viso scoperto montato sulla sua leggerissima e bassissima vara tra i suoi quattro mazzuni di fiori, accompagnato dall’Arciprete e parte del Clero con i chierichetti nonché il Consiglio e parte dei confrati della Confraternita del SS.mo Sacramento (che cura i riti della Settimana Santa di Misilmeri). Intanto si comincia a snodare l’altra processione della Madonna coperta da un velo nero sul volto, montata pure su una vara identica con altri quattro mazzuna che sta uscendo dalla Chiesa del Collegio di Maria col resto del clero e confrati, entrambe le processioni sono procedute dal rullo inteso dei tamburi. Quando le due Immagini sono a vista nella piazza accelerando a poco a poco il loro movimento, finalmente finiscono in una impetuosa corsa ad incontrarsi nel bel mezzo della piazza fra la commozione e la felicità degli spettatori. Di qui è venuta la parola classica dell’ Incontro” (fonte: https://pasqualions.wordpress.com/le-tradizioni-nelle-citta-siciliane/misilmeri-pa-lincontro-di-pasqua/).

E’ evidente che la “Processione dell’Incontro” capenate è una sacra rappresentazione che meglio s’inquadrerebbe in uno scenario pasquale: la Madre in cerca del Figlio defunto e scomparso, che, dopo la Resurrezione, va anzitutto a far visita alla Madre, finché i due, ritrovatisi, si corrono l’uno incontro all’altra. Questo è lo spirito delle “Processioni dell’Incontro” siciliane. Molto più tirata è un’interpretazione dell’incontro tra Madre e Figlio come evento che accade in Cielo dopo l’Assunzione della prima.

Nella seconda metà del ‘600 a Leprignano, per un cospicuo periodo di tempo, esercitarono il proprio ministero due sacerdoti di origine siciliana: uno, Don Antonino Mancuso, nativo di Capizzi (ME), fu Parroco per circa un quarto di secolo fino al 1679 (gli successe il civitellese Don Marco Grimaldi); l’altro, Don Placido Castiglione, era nativo di Bronte (CT) e dal suo testamento, datato 23 maggio 1686 e versato negli atti di un notaio morlupese, apprendiamo che  era “cappellanus seu prebendarius Ecclesiae Divi Antonii et Divae Marthae” in Leprignano: il testatore, con la sua disposizione di ultima volontà, condonava i debiti che verso di lui aveva contratto la Confraternita del Santissimo Crocifisso in relazione alle messe da lui celebrate per detta confraternita; si diceva quindi creditore del fu Cesare Tubili per messe celebrate per un periodo di tre anni al ritmo di due la settimana, una nella chiesa di Santa Maria degli Angeli e l’altra nella chiesa di Santa Maria (delle Grazie), avendo ricevuto solo quattro dei trenta scudi che gli sarebbero spettati per le messe da lui celebrate per conto del Tubili. Si aggiunga che nel paese nativo del sacerdote siciliano che nella seconda metà del ‘600 fu per un quarto di secolo parroco a Leprignano, cioè a Capizzi, vi è una processione, quella del locale Santo Patrono, Giacomo Maggiore, caratterizzata dall’elemento della corsa, in forma anche particolarmente accentuata.

Si può quindi ipotizzare che la “Processione dell’Incontro” a Leprignano abbia preso il posto di una precedente “Processione dell’Assunta”, ancora attestata nel 1660 dalla succitata relazione del Delegato Apostolico Tomato, e che il termine post quem di tale trasformazione sia dato appunto dalla “visita” che fu compiuta dal Tomato, mentre il termine ante quem potrebbe essere l’ultimo anno in cui fu parroco Don Antonino Mancuso (1679), cosicché la “Processione dell’Incontro” poteva essere già definita “antica consuetudine” alla metà del ‘700 nelle “Capitolazioni” della Confraternita di Sant’Antonio Abate. Il mutamento potrebbe essere avvenuto sotto l’influsso di qualche manifestazione di devozione popolare siciliana conosciuta da uno dei due sacerdoti siciliani che per molto tempo esercitarono in quel periodo il proprio ministero a Leprignano. Si noti che il Castiglione era cappellano della Confraternita del SS.mo Crocifisso, cioè di una delle confraternite coinvolte nella “Processione dell’Incontro” – confraternita alla quale, nel suo testamento, come sopra si è visto, condonò il debito legato alle messe che per essa celebrò. La nuova processione, prendendo il posto di quella ricordata nella relazione scritta dal Delegato Apostolico Tomato per la sua visita nel 1660, mantenne il dato della contiguità cronologica con la commemorazione dell’Assunzione, pur conservando caratteristiche, di tipo “pasquale”, proprie del modello siciliano che, tramite uno dei due predetti sacerdoti o entrambi, può aver influenzato la “Processione dell’Incontro” capenate.  

Un’ultima osservazione va fatta al riguardo. E’ comunque da escludersi che un’innovazione, come fu l’introduzione della “Processione dell’Incontro” nel panorama di Leprignano, possa essere sorta semplicemente per la “bella pensata” di qualche singolo o di un gruppetto di persone del posto, anche se ispirato da quanto visto o saputo su ciò che altrove si faceva. Un mutamento di tale portata, nel quadro di una piccola comunità di qualche secolo fa, presuppone un impulso “esogeno” rispetto ai “paesani”, che poté provenire appunto dall’autorità ecclesiastica locale. Si ricordi, ad esempio, che, per arrivare a tempi più recenti, il Vendemmiale fu introdotto a Leprignano da un Podestà “forestiero” (Ramoni) e che cospicuo, comunque, fu in più occasioni il ruolo di “forestieri” in vicende rilevanti della storia locale (un avvocato di Rocca Sinibalda, Francesco Marotti, fu in prima fila nel promuovere la controversia con il Monastero di San Paolo sui catasti in base ai quali i Monaci pretendevano il pagamento di canoni da molti Leprignanesi, in esito alla quale la Sacra Rota si pronunciò nel 1779 dichiarando l’invalidità di quei catasti). Troviamo una impressionante testimonianza degli ostacoli, che il conservatorismo proprio di ambienti chiusi quali erano le comunità paesane di qualche secolo fa opponeva a qualsiasi innovazione, proprio nella cronaca, coeva ai fatti, delle vicende che alla metà del ‘700 portarono alla rifondazione della Confraternita del SS.mo Crocifisso e di Sant’Antonio Abate e alla ristrutturazione della chiesa di Sant’Antonio Abate (cfr. “Appendice documentaria” a cura di F. Santarelli in AA.VV., “Capena e il suo territorio”, Regione Lazio 1995, pagg. 209-214). Si partì da lamentele di gente del posto circa lo stato deplorevole in cui versava la chiesa, ma quando si arrivò al dunque sorsero puntuali le opposizioni: allorché il nuovo Statuto della Confraternita fu letto pubblicamente dal Parroco “all’università de fratelli, principiorno manifestamente a ripudiare le nove leggi come molte di queste gravose alla povertà, e seguìti da molti malcontenti, si tumultono non poco per la lacerazione de statuti esclamandosi da alcuni doversi lasciar la Compagnia nello stato nel quale al presente si trovava senza innovazione” (ivi, pag. 210) e solo con l’intervento energico dell’Abate (“incoragiti dalla presenza auttorità, e zelo del Prencipe”), per “aquietar anche la Plebbe, quale, come è solito ne Popoli, narrava pubblicamente molte ideate constituzioni inferte ne novi statuti che non poco poteveno turbare l’animi anche de più senzati”, alfine furono le nuove “constitutioni” della Confraternita “a communi voti senza punto d’opposizione con applauso nemine dissenziente ricevuto” (ibidem), e addirittura, pur dopo questa approvazione unanime, non si estinsero “in tutto nel Animi de meno intelligenti i sospetti anzi che molti di essi credevono esser stati pregiudicati con le nove costituzioni”, arrivandosi addirittura a sospettare “non essere vere molte indulgenze pubblicate per detta Confraternita” e alcuni “pubblicamente” asserendo “che dalle elemosine sì raccolte come da raccogliersi, si sarebbero approfittati molti in loro vantaggio; e che la Confraternita era prima di tal indicazione assai meglio regolata da gente inesperta e ignorante de loro obblighi, di quello sia dopo la riforma. Non mancava chi tentasse di degradare non solo dal officio il novo Priore, ma anche di mandarlo fuori della confraternita” (ibidem). Questo vivido ritratto dell’ambiente chiuso, sospettoso e maldicente di un piccolo paese in un contesto di innovazioni convince della necessità che queste, per realizzarsi, dovessero essere portate energicamente avanti, se non anche anzitutto promosse, da soggetto non autoctono e ovviamente dotato di autorità.

 

    

 

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ANCORA A PROPOSITO DELLE ORIGINI DELLA CHIESA DI SAN LEONE A CAPENA

Già in un articolo pubblicato in questo blog il 16 settembre 2018 era prospettata l’ipotesi di una collocazione storica della costruzione della chiesa capenate di San Leone in un contesto – quello del IX secolo d.C. – segnato dall’incombere della minaccia rappresentata dalle scorrerie dei predoni saraceni (=islamici) nel Lazio. Tale ipotesi può essere ora meglio precisata sulla base di alcune interessanti informazioni fornite dallo storico locale morlupese Sergio Mariani nella sua opera “Morlupo. Notizie storiche e documenti”, 1980, pag. 76 e seguenti. Ivi (pagg. 76-77) si legge: “Il primo documento di Morlupo è del IX secolo e riguarda una lapide in memoria del fondatore della chiesa locale, il conte Giovanni di Leone. L’iscrizione è scolpita su una lastra di travertino molto corroso, di cm. 120x60x10, ed oggi è posta in evidenza all’interno della chiesa parrocchiale di S. Giovanni Battista, tra le due porte d’ingresso. Fu scoperta nel 1592-93 durante i lavori di ampliamento e ricostruzione della facciata della chiesa parrocchiale e affidata dall’allora arciprete Migliacci a suor Caterina Paluzzi”. Nel testo (pag. 77) vi è quindi una riproduzione para-fotografica del testo della lapide, la trascrizione del quale è la seguente:

                                                 + INC REQUIESCIT IN PACE

                                                     IOHANNIS COMI FILIUS

                                                   DE LEO DUX QUI ISTA ECCLE

                                                     SIA EDIFICABIT QUI DEFU

                                                    NTUS FUIT IN MENSE IULIO DIE

                                                    XVI TEMPORIBUS DOMNO IOH

                                            VIIII PAPA INDICTIONE PRIMA EGO PE

                                                     TURNIA NOBILISSIMA FEIMA

                                               MAGNIO MIO AMORE FIERI ROGABIT

Traduzione data dal Mariani (ibidem): “Qui riposa in pace il conte Giovanni figlio di Leone, dux, che costruì questa chiesa e vi fu sepolto il 16 luglio della prima indizione del pontificato di Giovanni IX  (nota: Giovanni IX fu eletto al soglio papale nel dicembre 897 o gennaio 898, si insediò nel gennaio 898 o febbraio 898 e il suo pontificato ebbe termine il 26 marzo 900). Io Peturnia, nobilissima donna, per il mio grande amore ho pregato che fosse fatto” (è evidente che “edificabit” va letto/interpretato “edificavit”; lo stesso dicasi per “rogabit”).  

Chi era questo Giovanni di Leone “dux”? Il Mariani, al riguardo, rinvia ad un saggio di Giulio Buzzi, “Per la storia di Ravenna e di Roma”, pubblicato alle pagg. 107-213 del volume XXXVIII (1915) dell’“Archivio della Società romana di storia patria”. Le vicende storiche che fanno da cornice alla vita del personaggio menzionato nella lapide, l’identificazione del quale deve ritenersi ragionevolmente certa, sono piuttosto complesse. Il contesto generale è costituito dalle lotte che, dopo la fine dell’Impero Romano d’Occidente nel 476, l’invasione dei Longobardi nel 568 e l’entrata in scena dei Franchi verso la metà dell’VIII secolo, sono combattute in Italia. Così Paolo Giudici sintetizza la situazione come si configurava verso la metà del IX secolo (“Storia d’Italia dalla fondazione di Roma ai giorni nostri”, vol. II, Firenze 1957, pag. 164): “Quando fu concluso il famoso trattato di Verdun (843: nota mia), che pose fine all’unità dell’impero carolingio, l’Italia era politicamente divisa in quattro parti: l’Italia franca che comprendeva tutta la parte settentrionale e la Tuscia longobarda; l’Italia papale che constava dell’Esarcato, della Pentapoli e dell’antico ducato romano; l’Italia longobarda formata dai ducati di Spoleto e di Benevento, dei quali il primo vassallo dei Franchi, il secondo indipendente; e infine l’Italia bizantina costituita dal ducato di Calabria (Terra di Otranto e Bruzio) e dai ducati di Venezia, Napoli, Gaeta ed Amalfi sui quali la dominazione bizantina era più nominale che effettiva”. Quanto all’Esarcato e alla Pentapoli, già sotto il dominio bizantino (cioè dell’Impero Romano d’Oriente) e poi passate sotto il dominio temporale pontificio, così il Giudici (op. cit., pag. 93) individua, con riferimento alla fine del VII secolo, quando ancora erano soggette all’Imperatore d’Oriente, le rispettive circoscrizioni territoriali: l’Esarcato “si estendeva a nord fino all’Adige, al Tartaro e alla confluenza del Panaro col Po, ad ovest fino al corso del Panaro e all’Appennino, a sud fino alla Marecchia” (comprendeva le città di Ravenna e di Bologna); il “Ducato della Pentapoli” confinava “a nord con la Marecchia, ad ovest con l’Appennino e a sud con l’Esino”, diviso in Pentapoli marittima, comprendente Rimini, Pesaro, Fano, Sinigaglia, Ancona, e in Pentapoli annonaria, comprendente Urbino, Fossombrone, Jesi, Cagli, Gubbio. Circa l’organizzazione amministrativa dell’Italia bizantina scrive ancora il Giudici (op. cit., pag. 94): “A capo dei domini bizantini della penisola stava l’Esarca, che aveva anche il titolo di patrizio e governava in nome dell’imperatore. Egli aveva il supremo potere militare, civile e giudiziario; da lui dipendevano le finanze, i lavori pubblici e gli affari ecclesiastici. Nominava e revocava i funzionari, giudicava in appello, vigilava sulle elezioni episcopali, sorvegliava ed approvava l’elezione del papa. Risiedeva a Ravenna […] L’amministrazione provinciale dalle mani dei iudices provinciarum, eletti dal vescovo e dagli ottimati, era passata in quelle di capi militari detti duces o magistri militum. Il dux non era solo il capo militare della provincia, ma anche il governatore civile; di solito era eletto dall’Esarca e da questo dipendeva; ma in seguito alcuni duchi si emanciparono dall’Esarca e passarono – come quelli di Venezia, di Napoli, di Roma e della Calabria – alle dirette dipendenze dell’imperatore, da cui vennero anche eletti”. Nel 751 il re longobardo Astolfo invase l’Esarcato, s’impadronì di Ravenna e il ducato di Spoleto fu annesso al regno longobardo, facendosi minacciosa la situazione per lo stesso ducato romano (ivi, pag. 116); essendosi poi spezzato nell’agosto 753 il debole vincolo che univa la Chiesa romana all’Impero Romano d’Oriente, in conseguenza del “concilio costantinopolitano confermante la politica iconoclasta di Leone, seguita da Costantino Copronimo” (ivi, pag. 117), papa Stefano II, non potendo più contare sull’appoggio imperiale, sostituì il protettorato franco a quello bizantino e così “fu il vero iniziatore del principato civile della Chiesa” (così uno storico citato dal Giudici a pag. 118 della sua opera menzionata), sicché, non avendo poi avuto esito i tentativi pacifici d’indurre il re longobardo Astolfo a cedere alla Santa Sede i territori che erano stati dei Bizantini, Pipino scese in Italia e costrinse Astolfo a venire a patti e ad assumersi quindi l’impegno di cedere Ravenna e le altre città occupate alla Santa Sede. Quindi, essendo Pipino tornato in Francia e avendo Astolfo, anziché adempiere ai propri obblighi, invaso il ducato romano, giungendo a minacciare la stessa Roma, Pipino tornò un’altra volta in Italia nel 756 alla testa di un esercito e sconfisse ancora Astolfo, il quale dovette nuovamente cedere, tra l’altro, Ravenna.

Delineate queste premesse storiche, è d’uopo ora considerare gli eventi più direttamente rilevanti per la tematica di cui al titolo. Il contesto storico ravvicinato è costituito dalle frizioni tra l’arcivescovo di Ravenna e il Papa romano, perseguendo il primo un programma “indipendentistico” volto a dare autonomia temporale, sotto la guida di detto arcivescovo, a territori già rientranti sotto la dominazione bizantina nell’Esarcato e nell’Emilia e poi, dopo la conquista longobarda e dopo l’intervento franco, passati sotto il potere temporale della Santa Sede. Scrive Buzzi (op. cit., pag. 108): “Verso la fine dell’850, morto Deusdedit, veniva eletto arcivescovo di Ravenna Giovanni X. Apparteneva alla famiglia dei Duchi Sergi e doveva la sua elezione a quel partito antipapale dalle cui file erano usciti gli arcivescovi Felice e Mauro. Conosciamo il programma politico di questo partito: autonomia dell’Emilia e dell’Esarcato da Roma e loro dipendenza politica ed ecclesiastica da Ravenna sotto il governo degli arcivescovi; la costituzione di un vasto dominio temporale simile a quello dei papi”. Esisteva tuttavia a Ravenna un partito romanofilo, contro il quale l’arcivescovo ravennate si accanì: “Forte della protezione imperiale e del favore della maggioranza della nobiltà ravennate, egli, coadiuvato dal fratello, il Duca Gregorio, cominciò lentamente ma sistematicamente ad accentrare in sé molti dei diritti pontifici su Ravenna: i partigiani del governo papale furono spogliati dei loro beni e delle loro cariche […]” (ivi, pag. 110). Nell’876, mentre le milizie di Lamberto di Spoleto saccheggiano il territorio romano, sono confiscati ancora “i beni dei partigiani del papa” su impulso del partito arcivescovile in Ravenna (ivi, pag. 125); il Mariani (op. cit., pagg. 78-79): “Nell’876 i Saraceni più volte osano mostrarsi alle porte di Roma, mentre il papa cerca di formare una coalizione di forze italiane da impiegare nella difesa di Roma e dell’Italia […] Della precaria situazione approfitta Lamberto di Spoleto, che tra settembre e dicembre dell’876 saccheggia il territorio romano […] Lamberto, alleatosi con i Saraceni, intensifica le rappresaglie in territorio pontificio e chiede ostaggi di fedeltà per l’imperatore. Al netto rifiuto del papa, penetra a Roma e tiene assediato per oltre un mese in S. Pietro Giovanni VIII. Dietro un lauto compenso toglie l’assedio e abbandona la città alla fine di marzo 878. Il papa, non più sicuro nella sua sede, per le insistenti voci di nuove invasioni, decide di riparare in Francia, presso Ludovico il Balbo. Così, via mare, protetto e scortato dai figli di Leone, Giovanni e Deusdedit, raggiunge nell’aprile la Francia”. Morto fra il settembre e l’ottobre dell’878 l’arcivescovo di Ravenna Giovanni X, gli succede nella carica il diacono ravennate Romano (Buzzi, op. cit., pag. 127), che prosegue sostanzialmente la linea politica del suo predecessore. Informato dell’elezione del nuovo arcivescovo di Ravenna, il papa Giovanni VIII, che al soglio pontificio era salito nell’872, rispose ordinando tra l’altro, al clero, al senato dei nobili e al popolo ravennati, oltre che al nuovo arcivescovo, di “reintegrare nei loro beni i duchi Giovanni e Deusdedit ai quali avevano confiscato molti fondi rustici e saccheggiato le case”, nonché di “proteggere i loro coloni e le terre ancora non sottoposte a confisca” (ivi, pagg. 127-128); sullo stesso punto scrive Mariani (op. cit., pag. 79): “Nel settembre dell’878, incoronato Ludovico il Balbo a Troyes, il pontefice fa ritorno in Italia, accompagnato da Bosone e dai fratelli Giovanni e Deusdedit, che ricevono l’incarico di risolvere la questione del ducato di Comacchio e la divergenza sui diritti pontifici nei monasteri di Comacchio e di Montefeltro”. Aggiunge il Buzzi a proposito dei fratelli Giovanni e Deusdedit (=Adeodato): “Johannes dux” e “Deusdedit dux et magister militum, figli di Leone maestro delle milizie, erano, insieme a Pietro e Paolo Traversaridel quale ultimo Deusdedit aveva sposato la figlia Maria, i capi del partito romanofilo in Ravenna. Ambedue avevano seguito Giovanni VIII in Francia e nella prima metà dell’879 erano ancora al suo servizio: Giovanni come ambasciatore pontificio presso Berengario del Friuli; Deusdedit come governatore del ducato di Ravenna e come capo supremo delle milizie pontificie nella spedizione di Comacchio” (ivi, pagg. 128-129). Prosegue Buzzi: “Come avviene sempre nei primi tempi che seguono una nuova elezione, l’arcivescovo Romano cerca, per affermarsi, il favore del partito avversario e permette perciò o riconosce le nozze tra Maria e Deusdedit”, nonostante un legame di parentela sussistente tra i due e suscettibile di essere considerato come impedimento canonico al matrimonio, ma in breve tempo i rapporti del papato e dei suoi seguaci con l’ambiente ravennate si guastano e “Deusdedit fu accusato d’aver contratto nozze incestuose ed ebbe con suo fratello Giovanni confiscati quasi tutti i suoi beni” (ivi, pag. 130). Il Buzzi descrive poi nel dettaglio le tensioni sempre più gravi tra il Pontefice da una parte e l’arcivescovo di Ravenna dall’altra (ivi, pagg. 130-132): si arrivò al punto che l’arcivescovo ravennate Romano lasciò che la moglie di Deusdedit fosse stuprata nel suo episcopio (ivi, pag. 132) e nell’ottobre 881 l’arcivescovo stesso fu colpito da scomunica (ivi, pag. 133), dopo la quale si sottomise formalmente al papa, senza tuttavia poi presentarsi a Roma, come gli era stato richiesto dal papa, cui non fece alcuna concessione, continuando anzi a perseguitare i seguaci del partito filopontificio ravennate (ibidem), mentre il clero ravennate nulla fece per consegnare al papa, e per lui al duca Giovanni suo governatore militare, il diacono Maiorano, che Giovanni VIII riteneva essere l’“anima nera” dell’arcivescovo Romano (ivi, pagg. 134-135). Morendo il 15 dicembre 882 (e non 883, come scrive Mariani a pag. 80 della sua opera succitata), Giovanni VIII, i cui ordini alla chiesa ravennate erano rimasti ineseguiti,  “lasciò la chiesa di Ravenna in pieno dissidio con Roma” (ivi, pag. 135).

Le vicende sopra descritte consentono di precisare l’ipotesi formulata nell’articolo pubblicato online il 16 settembre 2018 circa l’origine della chiesa di San Leone a Capena. I due fratelli Giovanni e Deusdedit, figli di Leone, tra i più importanti sostenitori di papa Giovanni VIII, proprio per tale loro posizione persero gran parte dei loro beni a Ravenna: nulla di più naturale che, per risarcirli delle fortissime perdite patrimoniali subite in seguito all’avversione loro implacabilmente manifestata dal partito antipapale a Ravenna, nonché per compensarli dei preziosi servigi che gli avevano resi, Giovanni VIII abbia concesso loro, o almeno a Giovanni, beni nella Tuscia romana, tra i quali poteva ben esserci non solo Morlupo – dove, a quanto sembra possa evincersi dalla lapide di cui sopra è stato riportato il testo, la chiesa, che divenne la parrocchiale, fu edificata da Giovanni di Leone, cui il territorio di Morlupo secondo Mariani fu assegnato in signoria (op. cit., pag. 76) e che “lottò spesso contro i Saraceni” (op. cit., pag. 80), i quali secondo Mariani arrivarono anche a Morlupo (op. cit., pag. 76) – ma anche il territorio contiguo che divenne poi quello del castrum Lepriniani, la cui chiesa di San Leone, la parte più antica della quale è datata al IX secolo d.C. (cfr. E. Calabri, “La chiesa di S. Leone”, in AA.VV., “Capena e il suo territorio”, Regione Lazio 1995, III.3.7, pag. 241, testo e nota 2), può non implausibilmente ipotizzarsi che sia stata, nel penultimo o ultimo decennio di quel secolo, fondata da quello stesso Giovanni di Leone fondatore della chiesa che sarebbe divenuta la parrocchiale morlupese. Ancora nell’XI secolo, del resto, nel privilegium con il quale Gregorio VII confermò i beni del Monastero di San Paolo, Morlupo e Leprignano risultavano avere lo stesso titolare (il predetto Monastero). Mariani ricorda inoltre che Docibile di Gaeta fu remunerato nell’881 con la donazione del ducato di Fondi per aver lottato contro i Saraceni (op. cit., pag. 80).

Per un curiosa coincidenza, era ravennate anche quel Barone Argelli che nel 1893 acquistò i beni e i diritti i quali, in seguito all’applicazione della legislazione eversiva dell’asse ecclesiastico, erano stati espropriati al Monastero di San Paolo in Leprignano ed avocati al Demanio dello Stato, per essere poi venduti all’asta e in quella sede comprati da Giannuzzi e Del Papa, pervenendo poi all’Argelli.          

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