CAPENA: L’ASSOCIAZIONISMO DI QUALCHE SECOLO FA.

Il fenomeno associazionistico trovava, in epoca preunitaria, modo di esprimersi soprattutto in campo religioso, con le confraternite laicali, la cui esistenza è documentalmente attestata a Leprignano almeno fin dal ‘500. Tracce dell’esistenza di queste associazioni si trovano soprattutto nei cosiddetti “libri actorum civilium” (libri degli atti civili), che altro non sono che libri nei quali erano trascritti verbali di udienze relative a cause civili: si tratta di archivi giudiziari che, per il periodo preunitario, non di rado sono confluiti negli archivi degli enti locali. Poiché queste confraternite possedevano terre, che concedevano a singoli coltivatori, spesso esse dovevano adire le vie legali per farsi pagare i canoni o “censi” ad esse dovuti da concessionari morosi, così come spesso le feste che organizzavano avevano come strascico il ricorso alla sede giudiziaria, sia per costringere gli associati a versare la quota da loro dovuta per le spese legate alla festa, sia perché la confraternite stesse fossero costrette a pagare eventuali “fornitori” il cui credito era rimasto insoddisfatto. Frequentemente, dunque, nei “libri degli atti civili”, cioè nei verbali dei processi civili dell’epoca, troviamo citata come parte una confraternita. Richiameremo di seguito alcuni casi di menzione di confraternite leprignanesi del ‘500-‘600, con la data dell’atto in cui la menzione compare. In alcuni casi, l’associazione sembra essere finalizzata pressoché esclusivamente all’organizzazione di una festa, tanto che i “camerari” (=cassieri) sono menzionati come camerari della festa, e non della “società” (associazione), ossia di una confraternita.

SS.MO SACRAMENTO

A questa confraternita, benché debba essere una delle più antiche, si trovano meno riferimenti che alle altre. Se ne fa menzione, ad esempio, in un verbale di udienza del 5 novembre 1614 (Pro Societate Corporis Christi”, dove il Corpus Christi è appunto il SS.mo Sacramento)

SAN LUCA

3 novembre 1531: Giacomo di Antonio Cianca e Antonio di Andrea di Filippo “camerarii Sancti Lucae” (=camerlenghi o cassieri della festa di San Luca)

Novembre 1541: Antonio Panazzi e Girolamo Consoli “camerarii” della festività di San Luca

1546: Bernardino “Coppula” e Renzo (Lorenzo) Marchetti “camerarii festivitatis Sancti Lucae”

(La devozione a San Luca Evangelista a Capena ha radici molto più antiche dell’elezione del Santo in questione a Patrono locale nel 1710)

1567: Matteo Capecchia camerario della Società di San Luca

Dicembre 1588: Paolo Cardaro (forma antiquata per “Carderi”) e Giovanni Palombo (=Colombo) camerari della festività di San Luca

SAN SEBASTIANO

19 marzo 1561: ser Giampaolo e Paolo Pezza camerari della festività di San Sebastiano

30 agosto 1670: Simeone Carapella e Lorenzo Borbona ufficiali della Venerabile Società di San Sebastiano

SANT’ANTONIO

14 giugno 1573: Menico (Domenico) Palladino priore “fraternitatis Sancti Antonii”, Menico (Domenico) Capecchia e Amadio guardiani e Caterbo “camerario” di detta confraternita

8 agosto 1607: Simeone Pagliuca camerario della Venerabile Confraternita di Sant’Antonio

SANTA MARIA

1535: Angelo Zii camerario della Società di Santa Maria

3 dicembre 1560-28 gennaio 1561: Sebastiano Sinibaldi e Silvestro di mastro Aloisio camerari della festività di Santa Maria

1567: Girolamo Consoli camerario della festa di Santa Maria

SS.MO ROSARIO

6 febbraio 1607: :Luca Ciancaretto camerario della Venerabile Società del SS.mo Rosario

6 luglio 1611: Antonio Gemma priore della Società del SS.mo Rosario e Giovanni Battista Pezza camerario della medesima

9 marzo 1615: Paolo Grazioso “camerario” della Società del SS.mo Rosario

22 gennaio 1620: Rev. Don Francesco Colombo cappellano della Società del SS.mo Rosario

25 gennaio 1636: Bartolomeo Laura “camerarius” della Società del SS.mo Rosario

Gennaio 1710: Ascenzio Fattori camerario della Venerabile Società del SS.mo Rosario

9 gennaio 1731: Crescenzio Cozzardi priore e Simeone Berardi camerlengo della Venerabile Società del SS.mo Rosario

1778: Biagio Azzimati “ufficiale” della Venerabile Compagnia del SS.mo Rosario

B.V.M. DEL MONTE CARMELO

[Nota: questo aspetto della devozione mariana sorge in relazione al fatto che, all’incirca verso la fine del XII secolo, in Galilea, sul monte Carmelo legato da una antichissima tradizione all’operato del profeta veterotestamentario Elìa, si stabilì, in seguito alla prima crociata, una comunità di eremiti, la cui chiesa era dedicata alla Madonna. Da questa comunità si sviluppò, in una vicenda plurisecolare che giunse a maturazione nell’Occidente latino, l’ordine dei Carmelitani, od Ordine della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo (detta anche “del Carmine”, per il tramite del termine spagnolo “Carmen”, che, traslitterato in “Carmine” in italiano, è un equivalente di “Carmelo”), la quale divenne una delle denominazioni sotto le quali era venerata la Madre di Gesù (come, ad esempio, la Madonna delle Grazie o Santa Maria delle Grazie, la devozione alla quale che riveste un ruolo importante nella storia religiosa di Capena]

26 aprile 1635: Domenico Pezza e “Dominicus Gratiosus” “ufficiali” della Società del SS.mo Rosario e della Società della Beata Maria del Monte Carmelo

14 luglio 1635: Pasquale Gentile e “Ludovicus Scontritus” camerari della Società “Sanctae Mariae in Monte Carmelo”

Giugno 1669: Clemente Sinibaldi “camerario” della venerabile Società “Sanctissimae Mariae Montis Carmeli”

12 maggio 1741: Nicola Sacripanti del fu Giuseppe camerario della Venerabile Società della Madonna SS.ma del Carmine

 

Il 28 agosto 1663 il sacerdote di origine siciliana Antonino Mancuso fu confermato cappellano delle Confraternite del SS.mo Rosario e della Beata Maria del Monte Carmelo, nonché maestro di scuola a Leprignano

 

Un considerevole cumulo d’incarichi si verificò negli ultimi decenni del ‘700 in capo al sacerdote leprignanese Don Giovanni Picconi, che il 7 agosto 1773, nella sua qualità di procuratore delle Società (=Confraternite) del SS.mo Rosario, di Santa Maria degli Angeli, di Sant’Antonio e del SS.mo Sacramento agì in esecuzione forzata contro Pietro Pagliarini e il figlio Felice

 

  

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CAPENA: LA FESTA DI SANT’ANTONIO ABATE TRA LA CONFRATERNITA DI SANT’ANTONIO ABATE E L’UNIVERSITA’ AGRARIA

La festa di Sant’Antonio Abate, che cade il 17 gennaio, era un tempo organizzata dalla omonima Confraternita. Come avvenne che la sua organizzazione passò all’Università Agraria?

Quest’ultima sorse a Capena nel 1763 ed era originariamente denominata “Università dei Bovattieri” o “Università dei Padronali di bestiame”. Si costituì l’11 novembre di quell’anno e il giorno dopo stipulò un accordo con la Comunità (=Comune) di Leprignano, con il quale le furono ceduti in perpetuo i pascoli nel territorio comunale per la somma di 690 scudi annui, da corrispondersi appunto al Comune. La nascita dell’associazione avvenne durante la “visita” di un ispettore, l’abate Giacomo Massi, che era stato inviato per cercare di eliminare i “disordini della Azienda della Communità di Leprignano”: la costituzione dell’Università serviva a garantire al Comune, con l’affitto perpetuo dei pascoli, un’entrata certa e sufficientemente cospicua per quella che allora era tra le maggiori ricchezze di un paese. Con la legge 4 agosto 1894, n. 397, intitolata “Ordinamento dei dominii collettivi nelle Province dell’ex Stato Pontificio”, fu conferita personalità giuridica alle “Università agrarie, comunanze, partecipanze e le associazioni istituite a profitto della generalità degli abitanti di un Comune, o di una frazione di un Comune, o di una determinata classe di cittadini per la coltivazione e il godimento collettivo dei fondi, o l’amministrazione sociale di mandre di bestiame”. La legge in questione imponeva alle Università Agrarie di dotarsi entro un anno di un regolamento organizzativo (art. 2).

Probabilmente, fu solo dopo il 1894 che l’Università Agraria iniziò ad organizzare la festa di Sant’Antonio Abate, in relazione con il fatto, di cui si trattò in un precedente post, che il Santo in questione nel corso del tempo era diventato santo protettore degli animali domestici. Ancora nel 1884 la festa di Sant’Antonio Abate era organizzata dalla omonima Confraternita: in quell’anno, infatti, scrivendo alla Santa Sede, il Parroco di Leprignano, dovendo giustificare il mancato adempimento degli “oneri di messe” che in forza di disposizioni testamentarie dovevano essere celebrate dinanzi ad altari della chiesa di Sant’Antonio Abate e naturalmente pagate, scrisse che le finanze della confraternita erano in gran parte assorbite dalla celebrazione di tre feste nel corso dell’anno, quella di Sant’Antonio Abate, quella della Santa Croce (14 settembre: l’altare maggiore della chiesa di Sant’Antonio Abate era dedicato al SS.mo Crocifisso: v. “Capena e il suo territorio”, Roma 1995, pag. 202) e quella di San Felice Martire, “il cui corpo ivi (cioè nella chiesa di Sant’Antonio Abate) si conserva”. Già nel 1918, tuttavia, tra le uscite del bilancio della confraternita non figurava più nessuna spesa relativa alle predette tre feste (Sant’Antonio Abate, Santa Croce e San Felice Martire) e rimaneva solo, quanto a feste, una spesa per la partecipazione alla “Processione dell’Incontro”: l’organizzazione della festa di Sant’Antonio Abate doveva quindi nel frattempo essere passata all’Università Agraria, alla quale è rimasta fino ad oggi.

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CAPENA: QUANDO EBBE INIZIO LA TRADIZIONE DELLA “PROCESSIONE DELL’INCONTRO”?

La prima fonte scritta, ad oggi conosciuta, nella quale si fa menzione della “Processione dell’Incontro” a Leprignano risale a poco dopo la metà del ‘700: si tratta delle “Capitolazioni per la Venerabile Confraternita del Santissimo Crocifisso della Terra di Leprignano dedicate da i fratelli della medesima Confraternita all’Illustrissimo e Reverendissimo P: D: Gregorio Fioravanti Abate del Monastero di San Paolo di Roma e delle Terre di Nazzano Civitella e Leprignano Ordinario e Padrone”, dette anche “Ordini e capitolazioni da osservarsi da i fratelli della Venerabile Compagnia di S. Antonio Abate novamente eretta nella Terra di Leprignano dall’Illustrissimo e Reverendissimo P: D: Gregorio Fioravanti Abate di San Paolo fuor delle mure di Roma nel anno 1752 sotto il titolo del Santissimo Crocifisso, di Maria Vergine Assunta in cielo e del medemo S: Antonio” (cfr. “Spigolature capenati”, Roma 2003, pagg. 140-141), nelle quali si legge che “per antica consuetudine” a Leprignano si osserva “l’uso dell’incontro della nostra Compagnia con quella del Santissimo Sagramento, nella vigilia dell’Assunzione di Maria Vergine vicino alla nostra chiesa con le due machine”, l’una della Beatissima Vergine portata dalla confraternita di Sant’Antonio e l’altra del Santissimo Salvatore portata dalla confraternita del Santissimo Sacramento (ivi, pag. 141). Ma quando aveva avuto inizio quella che lo Statuto della Confraternita del SS.mo Crocifisso e di Sant’Antonio Abate qualifica alla metà del ‘700 come una “antica consuetudine”? Qualche indizio può essere ricavato dalla relazione stilata dal visitatore apostolico Marcantonio Tomati in occasione dell’ispezione (allora la si chiamava appunto “visita”) che nel 1660 fece, tra le tante località laziali, anche in Leprignano. Nel paragrafo della relazione nel quale si parla della chiesa di Santa Maria delle Grazie si legge che “die assumptionis Beatae Mariae”, cioè nella festa dell’assunzione della Madonna, il 15 agosto, “processionaliter defertur parvula imago Beatae Virginis miraculosa in Tabella lignea depicta ibidem asservata in quadam fenestrella cum portulis ligneis laminibus ferreis indutis, et clavibus penes eosdem fratres reservatis”.

Dal passaggio testé citato e dal paragrafo dedicato nella stessa relazione alla chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo ricaviamo che:

– non si fa alcuna menzione della “Processione dell’Incontro”, che si tiene la vigilia della Solennità dell’Assunzione, e quindi il 14 agosto, ma si menziona unicamente una processione, che si tiene il 15 agosto e nella quale viene portata in processione una “parvula imago”, letteralmente una “immagine piccoletta”, della “Beata Vergine” (“Beatae Virginis”), la quale era conservata nella chiesa di Santa Maria delle Grazie, “in quadam fenestrella”; dove il termine “fenestrella” dovrebbe indicare una “piccola apertura” nella parete, chiusa con sportelli di legno rivestiti di lamine di ferro (“cum portulis ligneis laminibus ferreis indutis”), le cui chiavi erano conservate dai membri della confraternita laicale che si occupava della chiesa, che era la confraternita di S. Maria delle Grazie, da non confondersi né con la confraternita del SS.mo Sacramento, né con quella della SS.mo Crocifisso e di Sant’Antonio Abate (da notare che anche oggi la sera del 15 agosto vi è una processione, ma in questa procedono una accanto all’altra l’icona del SS. Salvatore e quella di S. Maria delle Grazie, mentre nel testo succitato si fa menzione solo della “parvula imago” della Madonna – “parvula imago” della quale non è dato comprendere se sia da identificarsi con il dipinto della Madonna delle Grazie trafugato alla fine degli anni ’70 del ‘900, che in “Capena e il suo territorio” è indicato a pag. 217 come “Vergine Avvocata” e quindi come “Madonna della Pace”, senza indicare fonti per queste denominazioni);

– non si fa alcuna menzione del Trittico di Antonio da Viterbo (in “Capena e il suo territorio”, alle pagg. 188 e 190, si legge che l’opera, datata 1451 o 1452 e unica opera conosciuta di Antonio da Viterbo, il quale la firmò, fu “commissionata dalla Confraternita del Salvatore per l’antica parrocchiale di Capena”, ma c’è da osservare che una “Confraternita del Salvatore” non è mai esistita a Capena, a meno che non s’intenda con questa espressione indicare, impropriamente, la confraternita del SS.mo Sacramento, e che comunque per la suddetta notizia non viene indicata alcuna fonte, come pure senza fonte rimane l’altra notizia, data da un’autrice citata a pag. 190 di “Capena e il suo territorio”, secondo la quale il Trittico di Antonio da Viterbo “ancora nei Giubilei del 1650 e del 1675 veniva portato in processione a Roma assieme alla tavola della Vergine di san Biagio a Palombara”, della quale non si comprende che legame avesse con Leprignano);

– non si fa alcuna menzione delle macchine, cioè dei baldacchini processionali, di cui nel testo sopra citato di metà ‘700 si fa espressamente cenno (riportiamo ancora il passo, già sopra citato: “l’uso dell’incontro della nostra Compagnia con quella del Santissimo Sagramento, nella vigilia dell’Assunzione di Maria Vergine vicino alla nostra chiesa con le due machine”).

Il sommarsi di questi silenzi, in una relazione peraltro abbastanza dettagliata, è già di per sé piuttosto significativo. Ad essi deve aggiungersi la conformazione che allora aveva la chiesa di Santa Maria delle Grazie, della quale si legge nella relazione del 1660 come “facies Ecclesiae tota aperta sit in forma duorum arcuum”, tanto che il visitatore apostolico dispose “circundari ligneis Cancellis cum Ianuis in medio duo arcus Ecclesiae”. Poiché, quindi, l’edificio di culto in questione era allora “aperto”, è difficile pensare che potesse ospitare le macchine con l’icona del SS. Salvatore e quella della Madonna delle Grazie, e in particolare, ovviamente, la seconda, destinata ad essere ricollocata nella chiesa di S. Maria delle Grazie, dalla festa di San Bartolomeo (24 agosto), come riportato a pag. 217 in “Capena e il suo territorio” (v. nota 3 nella stessa pagina per l’indicazione delle fonti), fino alla successiva festività dell’Assunzione.

Il complesso di questi indizi porta a ritenere plausibile l’ipotesi secondo la quale la data della visita apostolica di Marcantonio Tomati segna un termine “post quem” per l’inizio della tradizione della “Processione dell’Incontro” a Capena, che sembra presupporre, tra l’altro, una chiesa di S. Maria delle Grazie “chiusa”, quale all’epoca della visita apostolica del 1660 ancora non vi era, dal momento che essa allora era “tota aperta […] in forma duorum arcuum”.      

 

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CAPENA: CONFRATERNITE E CAPPELLANIE NELLA RELAZIONE DEL VISITATORE APOSTOLICO STRAORDINARIO DEL 1660 MARCO ANTONIO TOMATO

Nella relazione del visitatore apostolico Marco Antonio Tomato, concernente l’ispezione che questi effettuò nel 1660 a Leprignano, risultano menzionate le seguenti confraternite:

– la Confraternita del Santissimo Sacramento (“Societas Sanctissimi Sacramenti”), che gestiva l’altare maggiore della chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo e faceva celebrare due volte l’anno (“duo annua aniversaria”) messe in suffragio dei confratelli defunti;

– la Confraternita del Santo Rosario, che gestiva l’altare omonimo eretto anch’esso nella chiesa parrocchiale e faceva celebrare quattro messe a settimana e cinque anniversari all’anno;

– la Confraternita della Madonna del Carmine (o del Carmelo), che gestiva l’altare omonimo eretto nella chiesa parrocchiale e faceva celebrare una messa a settimana;

– la Confraternita (laicale, si specifica nel testo della relazione) legata alla chiesa di Santa Maria delle Grazie e che il 15 agosto portava in processione, nella solennità dell’Assunzione di Maria, “parvula imago Beatae Virginis miraculosa in Tabella lignea depicta”;

– la Confraternita (laicale, si specifica nel testo della relazione) legata alla chiesa di San Sebastiano;

– la Confraternita di Sant’Antonio Abate, i cui confratelli vestivano sacchi neri, aggregata alla Confraternita romana di San Marcello;

– la Confraternita di San Luca Evangelista, legata a un altare allora esistente nella chiesa di San Leone;

– la Confraternita di Santa Maria degli Angeli, legata alla chiesa omonima.

Oltre a queste otto confraternite, si fa menzione di una sola cappellanìa nella relazione del 1660: si tratta della cappellanìa eretta nel 1636 su licenza dell’abate di San Paolo e legata ad un altare della chiesa parrocchiale dedicato alla Santissima Trinità (di qui la denominazione, con la quale sarà indicata, di “cappellanìa della Santissima Trinità”). Era di giuspatronato laicale della famiglia Zii.

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CAPENA: L’OMICIDIO DI CARNEVALE (IL RINVIO A GIUDIZIO)

Ulteriori notizie sul tragico fatto giudicato con la sentenza trascritta nel post immediatamente precedente a questo, utili in particolare a illuminarne il movente, si ricavano dal provvedimento con il quale il responsabile del delitto fu rinviato a giudizio. Si tratta di sentenza emessa il 22 novembre 1878 dalla Sezione d’Accusa della Corte d’Appello di Roma, composta dai Sigg.ri Cav. Francesco Saverio Cajazzo, Consigliere Presidente, Cav. Cesare Buti, Consigliere, Cav. Crescenzo Scaldaferri, Consigliere, con l’intervento del Sostituto Procuratore Generale del Re Sig. Cav. Carlo Biffi.La Sezione d’Accusa, svolgendo una funzione analoga a quella che nel processo penale odierno è svolta dal Giudice per le Indagini Preliminari, rinviò a giudizio “B.P. fu D., detenuto, imputato di omicidio volontario commesso il 5 marzo 1878 in Leprignano in persona di Bizzarri Marino”. Si legge nella sentenza: “Tra i fratelli Ettore e Marino Bizzarri ed i loro cugini L. e P. B., tutti da Leprignano, esistevano gravi rancori, perché Ettore era stato sostituito a L. come maestro del concerto municipale, e perché, per far concorrenza a Ettore e Marino, che da molto tempo aveano in quel Comune una bottega da caffè, P. da alcuni mesi ne avea aperta un’altra. Questi rancori, fomentati da spirito di partito e da reciproche millantazioni ed offese, nell’ultima sera del Carnevale 1878, a motivo di satiriche mascherate fatte dall’uno a scherno dell’altro partito, furono causa di una rissa nella quale fu ucciso Marino Bizzarri per colpo di stilo che perforò il cuore ed il polmone. Quale autore di questo omicidio è imputato P.B. Considerando che il reato in genere è provato dal verbale di autopsia, e che la qualità dell’arma, la violenza e la direzione del colpo in parte essenzialmente vitale, dimostrano la intenzione di uccidere; che la responsabilità di P.B. bastantemente appalesano la diretta incolpazione dell’offeso, la suindicata causa impulsiva al reato, le ripetute minaccie, l’indole sua facinorosa, l’essersi mostrato armato di lungo stilo, dicendo che qualcheduno lo doveva provare, le deposizioni dei testimoni, fra i quali taluno lo vide vibrare a Marino il colpo fatale, l’essersi, dopo il colpo, vantato col fratello L. “vedi come si fa, una (cosa: nota mia) bella e buona”, e la stessa giudiziale sua confessione […] che trattasi di crimine previsto e represso dagli artt. 522 e 534 del c.p., perpetrato nel circolo giurisdizionale della Corte di Assise di questa città […] pronuncia a carico di B.P. fu D., di anni 26, da Leprignano, caffettiere, l’accusa di omicidio volontario, per avere la sera del 5 marzo 1878 in Leprignano tolto volontariamente la vita a Bizzarri Marino mediante un colpo di stilo che gli trapassò il cuore […] rilascia contro dell’accusato medesimo ordinanza di cattura da rimanere inserita alla presente sentenza, e lo rinvia per l’opportuno giudizio innanzi la Corte di Assise di Roma”.

 

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CAPENA: L’OMICIDIO DI CARNEVALE (LA SENTENZA)

Addì 13 maggio 1879

In nome di Sua Maestà Umberto I per grazia di Dio e volontà della Nazione Re d’Italia la Corte Ordinaria di Assise di Roma ha pronunciato la seguente sentenza nella causa del Pubblico Ministero contro B.P. fu D. e di F.V., di anni ventisei, caffettiere, nato e domiciliato in Leprignano, coniugato con prole, nullatenente, alfabeta, detenuto

accusato

di omicidio volontario, per avere la sera del 5 marzo 1878 in Leprignano tolto volontariamente la vita a Bizzarri Marino, mediante un colpo di stile che gli trapassò il cuore

data lettura in pubblica udienza della sentenza di rinvio, dell’atto di accusa e di quant’altro di legge

sentiti il Pubblico Ministero nelle sue requisitorie, il difensore dell’accusato e l’accusato stesso che per ultimo ebbe la parola

letto il verdetto dei giurati col quale si è ritenuto che l’accusato B.P. nel 5 marzo 1878 vibrò a Marino Bizzarri un colpo di stile, il quale penetrando in cavità e trapassandogli il polmone ed il cuore fu causa unica della morte di esso Marino Bizzarri avvenuta quasi istantaneamente, e ciò commesso nell’impeto dell’ira in seguito di provocazione semplice

attesoché il fatto affermato dai giurati costituisce il crimine di omicidio volontario punibile con i lavori forzati a vita

che la detta pena deve diminuirsi di due a tre gradi per la semplice provocazione

p.q.m. (per questi motivi)

letti ed applicati gli art. 522 534 562, 66, 53 cod. pen. 568.569 cod. proc. pen.

condanna

B.P. alla pena dei lavori forzati per la durata di anni dieci, all’emenda dei danni in favore della parte lesa ed alle spese del giudizio

Fatta e pubblicata nella sala di udienza della Corte predetta oggi 13 maggio 1879

 

Seguono le firme dei giudici

 

 

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CAPENA: I PRIMI SINDACI DOPO L’ANNESSIONE DEL LAZIO AL REGNO D’ITALIA

Nei primi anni successivi alla “debellatio” dello Stato Pontificio nel 1870 e alla conseguente annessione del Lazio al Regno d’Italia la carica di Sindaco a Leprignano fu ripetutamente rivestita dalla famiglia Laudi. Quando il 14 giugno 1873 nel “Palazzo dei Monaci” fu stipulata la “Transazione tra il Venerabile Monastero di S. Paolo e l’Ill.mo Comune di Leprignano”, ultima delle transazioni tra l’Abbazia benedettina sulla via Ostiense e la Comunità capenate, a 256 anni di distanza dalla prima risalente al 1617, Sindaco di Leprignano era Luigi Laudi e Assessori della Giunta da lui presieduta erano Angelo Barbetti, avo paterno di “Sor Vincè”, e Francesco Marotti (quello della “salita di Morotti” o, a seconda della prospettiva, “scesa di Morotti”, all’epoca proprietario di quello che poi divenne il “palazzo dei Raggi”, il cui nonno e omonimo, nativo di Rocca Sinibalda, avvocato, era stato nel 1763 Governatore di Leprignano e quindi si era stabilito a Leprignano avendo sposato un’ereditiera del posto, proprietaria di quello che poi divenne il “palazzo dei Raggi”: cfr. “Spigolature capenati”, Roma 2003, pagg. 23-24). Quando il 15 dicembre 1879, per gli atti di un notaio castelnovese, il Comune di Leprignano divise con Giovanni Valgi i beni già spettanti alla cappellanìa della Madonna degli Angeli, della quale il Comune, sulla base delle disposizioni dettate nel testamento del 1701 con il quale era stata fondata la cappellanìa, era compatrono insieme con Domenico Antonio Pezza, che cedette la propria quota di diritti sui beni della stessa a Giovanni Valgi, Sindaco era Francesco Laudi, figlio del fu Luigi. Luigi Laudi aveva rivestito cariche municipali a Leprignano anche in epoca preunitaria: nel 1844-1845 era stato Priore, quindi a capo della Giunta dell’epoca; era stato anziano nella Giunta nominata il 1° aprile 1849 durante l’effimero periodo della seconda Repubblica Romana; fece anche parte della commissione municipale provvisoria che si riunì a Leprignano il 30 agosto 1849 dopo la restaurazione del potere temporale pontificio in seguito alla fine della seconda Repubblica Romana; fu nuovamente eletto Priore nel 1851, prendendo possesso dell’ufficio il 3 agosto di quell’anno e rimanendo nella carica fino al 1854, quando fu eletto nel novero dei Consiglieri; fu Anziano nella Giunta che s’insediò il 12 gennaio 1862 (per queste informazioni sulle cariche municipali, cfr. “Spigolature capenati”, Roma 2003, pagg. 114-116) Quando il 18 giugno 1874 fu rogato l’atto di svincolo dei beni della predetta cappellanìa, della quale il Comune di Leprignano era compatrono, l’ente locale era rappresentato da Serafino Cola come Assessore facente funzione di Sindaco (i Cola cui apparteneva il predetto Serafino, originari di Roma, discendenti da un Carlo nato a Roma nel 1766, che ai primi dell’800 fu affittuario generale dei feudi del Monastero di San Paolo, non devono essere confusi con i Cola proprietari di terre in Santa Marta, originari di Acquasanta Terme: cfr. “Studi capenati”, Capena 1998, pagg. 157-158; di Acquasanta erano originari anche i Laudi, il capostipite del cui ramo capenate, Francesco Antonio, padre del Luigi che divenne Sindaco di Leprignano in epoca postunitaria, si ammogliò con una leprignanese: cfr. “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 168; si trattava di una famiglia di pastori benestanti, un cui membro, Orazio, aveva nella seconda metà del ‘700 preso in affitto vaste estensioni di terreni a pascolo nel territorio di Leprignano: cfr. “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 168). Francesco e Giuseppe Laudi, figli del suddetto Luigi, erano, tra l’altro, proprietari dell’accasamento che oggi dà su largo Agostino Barbetti, numeri civici 1-2-3-4-5, nonché dell’ampio fondo rustico, con casale, confinante da un lato con la via pubblica oggi denominata via Piave. Dovettero poi avere problemi economici e, per debiti d’imposta, larga parte delle loro proprietà immobiliari fu venduta all’asta pubblica, in seguito alla quale fu aggiudicata, nel maggio 1893, al viterbese Leopoldo Palmerini.

Negli anni ’80 dell’800 divenne Sindaco di Leprignano Giuseppe Barbetti, figlio di quell’Agostino (1816-1884) di cui il Comune di Leprignano onorò la memoria con la lapide a lui dedicata apposta nel 1911 sulla facciata del suo palazzo avito in via IV Novembre.

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