CAPENA: TRASFORMAZIONI DEL PAESAGGIO URBANO

Con atto notarile datato 29 gennaio 1879 era consacrato l’acquisto all’asta di un immobile in Leprignano da parte di Domenico Barbetti (dovrebbe trattarsi del padre di “Sor Vincé”) figlio di Angelo. L’immobile, in forza della legislazione sull’eversione dell’asse ecclesiastico, era stato espropriato ad un ente castelnovese, il Canonicato Pierantoni, e consisteva in stalla e fienile, con piccolo terreno annesso, “posti nel comune di Leprignano in via della Conca civico numero 61, descritti in catasto ai numeri 372 e 373 di mappa sezione seconda”. I mappali 372 e 373 della sezione seconda del cessato catasto di Capena sono quelli che, dal lato che si affaccia sull’odierna via San Luca, occupano lo spazio sul quale attualmente sorgono gli edifici i cui ingressi da detta via sono marcati con i numeri civici 20, 22, 24 e 24/a. La stalla e il fienile esistenti nel 1879 furono poi ampliati, con la costruzione delle case di abitazione che oggi si possono vedere (ingressi ai numeri civici 22 e 24/a). Una di esse, precisamente quella con entrata dal numero civico 24/a, ospitava anche, prima che si trasferissero nella sede della scuola materna con entrata da via Piave (edificata negli anni ’60 del ‘900 e funestata da un crollo in fase di costruzione), le suore cui era affidata l’istruzione nella fase prescolare; di una di queste suore si dice che, negli anni ’30 del secolo scorso, portasse a spasso un tacchino (?) passeggiando in direzione di via Piave, di un’altra (forse la stessa che portava a spasso il tacchino?) che prestasse all’epoca alcune migliaia di lire che sarebbero servite a porre le fondamenta di una brillante carriera. Dall’atto notarile sopra richiamato si ricava anche che via della Conca originariamente si estendeva dal palazzo dei Raggi fino all’odierna piazza San Luca, prendendo via Fausto Cecconi, largo Agostino Barbetti, via IV Novembre e via San Luca.

Annunci
Pubblicato in VIA SAN LUCA | Lascia un commento

CAPENA: ORIGINI E PRECEDENTI DEL TOPONIMO RURALE “SANTO SPIRITO”

Sulla destra della Provinciale Capena-Morlupo, usciti dal centro abitato di Capena in direzione di Morlupo, si trova una traversa che porta la denominazione di “via Santo Spirito”, la quale porta a una zona che nella campagna di Capena è contraddistinta appunto dal toponimo “Santo Spirito”, che nel linguaggio parlato locale suona talora “San Spirito”. Questo toponimo rurale capenate si spiega con i possessi che nel territorio di Leprignano aveva il “Venerabile Arciospedale di Santo Spirito in Sassia”, grande proprietario fondiario, e in particolare con uno dei fondi rustici che gli apparteneva nell’odierna Capena. Da un certificato che il 5 ottobre 1797 rilasciò il pro-segretario di Leprignano Giovanni Battista Vannelli del fu Antonio, da Collestatte diocesi di Spoleto, e che è conservato nell’archivio storico dell’ente ospedaliero in questione, risulta che nel “Catastro de Beni Rustici formato per ordine della gloriosa memoria dell’Immortal Papa Pio Sesto felicemente regnante” erano intestati all’Ospedale di cui si tratta i seguenti fondi siti in Leprignano:

– terreno in vocabolo Lombo dell’Asino, esteso un rubbio, tre stari e tre starelli, di cui un rubbio sodivo, due stari vignato e uno staro cannetato, confinante da un lato Rinaldo Savini, da un altro lato Tommaso Grassi e Marzia Mattoli;

– terreno in vocabolo Le Cese, esteso due quarte, due stari e uno starello, confinante da un lato Giustina Alei, da un altro lato Carlo Gualderini e la strada pubblica;

– terreno in vocabolo Fontana Rotonda, esteso tre quarte, due stari e tre starelli, confinante da un lato Francesco Moretti, da un altro lato gli eredi di Bernardo Barbetti;

– terreno in vocabolo Grotta Ponga, esteso un rubbio e una quarta, seminativo, confinante da un lato Niccola Bassani, Francesco Marotti e il fosso di Morlupo;

– terreno in vocabolo Monte San Lorenzo, esteso una quarta, di cui due stari vignati, uno cannetato e uno di sodo, confinante con gli eredi del fu Domenico Ramelli e con Roberto Savini;

– terreno in vocabolo Costa Fornace, esteso una quarta, vignato, confinante da un lato Pietro Barbetti, da un altro lato Sebastiano Santini, Cipriano Rossi e la strada.

Di questi sei fondi rustici, è il primo, cioè quello in località “Lombo dell’Asino” (toponimo oggi scomparso), che è all’origine del toponimo rurale capenate “Santo Spirito” o “San Spirito” (gli altri cinque terreni sono ubicati, come si evince dai toponimi, in altre parti del territorio capenate).

Se ne trova tra l’altro conferma in un atto notarile datato 25 novembre 1879, contenente “Inventario dei beni e delle passività del fu Giovanni Bernardoni”, nel quale, tra i fondi rustici di proprietà del defunto, che era passato agli eterni riposi il 31 agosto di quell’anno senza fare testamento, è annoverato un “terreno seminativo olivato e seminativo nudo, in vocabolo Santo Spirito, detto anche l’Olmo dell’Asino, di are trentotto”. Nel toponimo “l’Olmo dell’Asino” si riconosce una storpiatura dell’originario “Lombo dell’Asino” e il rogito notarile in questione registra una fase di passaggio, in cui al nuovo toponimo (“Santo Spirito”) ancora si accompagna la memoria del vecchio, sia pure storpiato (“Lombo dell’Asino”, diventato “l’Olmo dell’Asino”).

Pubblicato in TOPONIMO RURALE "SANTO SPIRITO" | Lascia un commento

CAPENA: LE VICENDE DI UNA STALLA IN LOCALITA’ “LE VASCHETTE” (OSSIA LA ZONA DELL’ODIERNA VIA DEL LAVATOIO)

Come risulta da documentazione conservata nell’archivio del Governo preunitario di Castelnuovo di Porto, il 15 settembre 1818 il pubblico notaio ed archivista di Fiano Girolamo Nardi rilasciò copia di un “istromento di retrovendita di una stalla” rogato in Leprignano il 12 novembre 1794, testi Francesco Valletti del fu Silvestro e Domenico Pieri del fu Luca, “ambobus de terra Leprignani” (cioè entrambi originari di Leprignano), ed esibito per la registrazione il 25 dello stesso mese ed anno al notaio ed archivista Giacomo Bartoli. 

La travagliata vicenda della stalla in questione può, sulla base della documentazione notarile, essere riassunta come segue. “Da molti anni a questa parte”, cioè molti anni prima (rispetto alla “retrovendita” del 1794), Innocenza Betti coniugata Azzimati aveva venduto a Francesco Antonazzi una stalla in vocabolo (=località) “Le Vaschette”, con il patto “semper et quandocumque redimendi” (cioè il venditore aveva il diritto di poter ricomprarsi la stalla). Il diritto di poter sempre e in ogni tempo (“semper et quandocumque”) “redimere” la stalla, ovvero riscattarla (cioè ricomprarsela), era stato poi dalla predetta Innocenza trasmesso a titolo di dote alla di lei figlia Marta Azzimati, in occasione delle nozze di costei con Arcangelo Calici; il diritto di proprietà sulla stalla, nel frattempo, era stato trasmesso per via di eredità da Francesco Antonazzi al di lui fratello Filippo Antonazzi, il quale, a sua volta, aveva poi venduto la stalla ad Antonio Pasqua, sicché la stalla, defunto il Pasqua, venne ad essere posseduta da Camilla Cozzardi, figlia del fu Bernardino Cozzardi, vedova di detto Antonio Pasqua, moglie in seconde nozze di Bernardino Amici del fu Giovanni e altresì madre, tutrice e curatrice di Domenica e Francesca Pasqua, di lei figlie, nonché figlie ed eredi del fu Antonio Pasqua. Infine, Marta Azzimati, trascorsi alcuni decenni dalla vendita della stalla da parte della di lei madre Innocenza Betti, nel 1794 riscatta (cioè ricompra) la stalla in località “Vaschette” dagli eredi di Antonio Pasqua: la stalla tornò così all’ovile.

Pubblicato in DIRITTO DI RISCATTO, RETROVENDITE, STALLE A LEPRIGNANO, VASCHETTE, VIA DEL LAVATOIO | Lascia un commento

CAPENA: LA COSTRUZIONE DELLA NUOVA CHIESA PARROCCHIALE NEL PRIMO DECENNIO DEL XX SECOLO

La costruzione della nuova parrocchiale arrivò dopo che già da due secoli abbondanti la vecchia parrocchiale alla Rocca era stata giudicata “valde angusta”, come si legge in una relazione stilata in seguito ad una visita pastorale straordinaria effettuata nel 1660. Bisognò aspettare, tuttavia, il colpo di grazia che alla vecchia parrocchiale fu assestato nel 1901 da un fulmine (cfr. “Capena e il suo territorio”, Bari 1995, pag. 299) perché se ne facesse una più ampia. In un primo momento il Monastero di San Paolo aveva pensato (ibidem) di trasferire la parrocchiale nella chiesa intitolata a San Sabastiano e a San Luca (questa intenzione vi era già nel 1869 e i Monaci avevano all’uopo contattato l’Architetto Vespignani: cfr. “Spigolature capenati”, Roma 2003, pag. 6), da ristrutturarsi e ampliarsi all’uopo. Assorbite tutte le risorse dalla costruzione “ab imis” della nuova parrocchiale sul terreno ceduto gratuitamente dai Giannotti, la chiesa di San Sebastiano e di San Luca, che sorgeva all’incirca ove oggi si trova la sede del Centro Sociale Anziani lungo via San Luca, finì trascurata e andò in rovina; allo stesso periodo risale la cessazione del culto di San Felice Martire, e probabilmente anche l’asportazione della relativa reliquia dalla chiesa di Sant’Antonio Abate: ancora fino al 1902, infatti, nell’ottava successiva alla festa di San Luca che cade il 18 ottobre, la confraternita di Sant’Antonio Abate faceva celebrare una messa “in ara S. Felicis Martyris”, mentre già nel 1904 tra le messe celebrate a cura della confraternita di Sant’Antonio Abate non figura più quella che nell’ottava successiva alla festa di San Luca Evangelista era celebrata “in ara S. Felicis Martyris”.

Pubblicato in CHIESA DI SAN LUCA, CHIESA DI SAN SEBASTIANO, CHIESA DI SANT'ANTONIO ABATE E DI SAN FELICE MARTIRE A CAPENA, CHIESA PARROCCHIALE DI SAN MICHELE ARCANGELO, CONFRATERNITA DI SANT'ANTONIO ABATE, CULTO DI SAN FELICE MARTIRE A CAPENA | Lascia un commento

CAPENA: CENNI DI STORIA DI UN FONDO RUSTICO EDIFICATO CON ACCESSO DA VIA PIAVE

L’ampio fondo cui, dal lato del suo confine con via Piave, si accede tramite le entrate di cui ai numeri civici 3, 5, 5/a e 5/b della stessa via – fondo la cui estensione è ora diminuita rispetto a quella originaria, essendone state distaccate alcune parti nel corso del tempo -, faceva parte del patrimonio di una cappellanìa fondata con atto di ultima volontà, ossia con testamento, dal romano Francesco Olivari. Nel catasto del 1703, il fondo in questione risulta proprietà di Luca Barbetta ed era a confine, da un lato, con la vigna di Girolama Gemma maritata Càrderi – vigna (oggi su parte del terreno su cui ai primi del ‘700 sorgeva quella vigna insiste il palazzo municipale) che a sua volta dal lato opposto confinava con il terreno su cui sorgeva la chiesa di San Sebastiano (questa chiesa, che fu condedicata a San Luca dopo che quest’ultimo fu eletto Patrono di Leprignano con deliberazione adottata dal Consiglio Generale della Comunità all’unanimità con 63 voti favorevoli il 19 ottobre 1710, sorgeva in corrispondenza dell’attuale sede dell’Università Agraria in via San Luca). Avendo, come si rileva da fonti notarili, una discendente di Luca Barbetta sposato un patrizio romano della famiglia Olivari, portando in dote, tra l’altro, il suddetto terreno che nel 1703 era proprietà di Luca Barbetta, questo fondo entrò nella disponibilità della famiglia Olivari. Con atto rogato il 29 gennaio 1823, viene aperto il testamento di Francesco Olivari, defunto a 76 anni il 23 dello stesso mese a Roma in una casa in via o vicolo dell’Arancio 88. Il testatore istituisce Margherita Molinari del fu Pietro erede proprietaria della casa di abitazione appartenetegli, sita nel vicolo dell’Arancio al numero 88, e altresì erede usufruttuaria sua vita natural durante di due vigne site nel territorio di Leprignano, una delle quali con casino ed oliveto annessi: una di esse è posta in via di Santa Maria Assunta in vocabolo la Vignola e l’altra poco distante incontro in vocabolo Provignano (la prima di queste due vigne è quella che aveva a confine la via oggi denominata via Piave). Nell’atto di ultima volontà di Francesco Olivari si dispone inoltre che, defunta la Molinari, “con le sudette due vigne, ed oliveto se ne formi una cappellania perpetua laicale, coll’obligo al cappellano della celebrazione di tre messe la settimana da celebrarsi nei giorni di mercoledì, venerdì e sabato nella sudetta chiesa della Madonna Santissima Assunta (quella che oggi chiamiamo chiesa di S. Maria delle Grazie) vicino alla vigna; nominando perciò in primo cappellano di detta cappellania il Sig. Paolo Sagripanti figlio del Signor Ludovico, e non essendo questi a quell’epoca ancora in essere per dire la messa, si facciano queste celebrare dal capo di casa della stessa famiglia, al quale do la facoltà di nominare il cappellano in perpetuo, quante volte non vi sia alcuno della famiglia medesima, che inclini allo stato ecclesiastico, assoggettando strettamente la detta cappellania alla sorveglianza dell’Ordinario pro tempore per l’esecuzione di detta mia pia disposizione”. Estesa all’ex Stato della Chiesa – in particolare a quella parte (in cui ricadeva Leprignano) che fu annessa al Regno d’Italia dopo la presa di Roma nel 1870 – l’applicazione della normativa sull’eversione dell’asse ecclesiastico, i beni delle cappellanìe (che possiamo considerare alla stregua di “fondazioni di culto” e che vanno distinte dalle confraternite, che appartengono al genere delle associazioni), soppresse per legge, furono svincolati e immessi in commercio; così fu anche per il terreno (almeno originariamente vignato) in questione. Il 9 giugno 1874, con atto notarile, Regina Rossi del fu Paolo vedova Sacripanti, nella sua qualità di patrona della soppressa cappellania fondata dal fu Francesco Olivari nella chiesa della Madonna dell’Assunta in Leprignano col titolo di cappellania Olivari di patronato laicale, dichiarò di voler svincolare ai sensi dell’art. 5 della legge 15 agosto 1867 i beni già costituenti la dotazione della suddetta cappellania, i quali consistevano in un terreno in vocabolo la Madonna delle Grazie, olivato, cannetato e sodivo, con casale e corte, confinante gli eredi Carratoni, Domenico Briglia e la strada (l’attuale via Piave), distinto in mappa con i numeri 1910-1911-1912-1913, del valore di lire 2000, e in un terreno in vocabolo Provignano, cannetato e vignato, confinante Lucantonio Pagliuca, Lucantonio Barbetti, Giovanni Alei e la strada, distinto in mappa dai numeri 1848 e 1849, del valore di lire 2500; la tassa dovuta per lo svincolo ammontava a 1428 lire e sui beni svincolati era costituita un’ipoteca a favore del Demanio. In relazione a tale svincolo e agli oneri che comporta, il 18 giugno 1874 Regina Rossi, tanto in nome proprio che come tutrice e curatrice dei figli minori Ludovico, Emilia e Paolina, unitamente a Domenico Antonio Sacripanti del fu Pietro e a Carlo Saraceni del fu Giacomo rispettivamente tutore e protutore del minore Francesco nato dal primo matrimonio di Nicola Sacripanti, riceveva in prestito 681 lire dal possidente Francesco Laudi del fu Luigi, impegnandosi a restituire la somma nel termine di tre anni, con interessi dell’otto per cento annuo, come da rogito notarile. Il terreno distinto in catasto con i mappali 1910-1911-1912-1913 fu, con atto di compravendita rogato da notaio castelnovese il 24 febbraio 1880, acquistato dai fratelli Francesco e Giuseppe Laudi del fu Luigi. I beni di cui si tratta, divenuti oggetto di procedura esecutiva, passarono poco tempo dopo dai fratelli Laudi al viterbese Leopoldo Palmerini per compra all’asta pubblica, con verbale di aggiudicazione datato 3 maggio 1893 del Tribunale Civile di Roma.

 

Pubblicato in CAPPELLANIA OLIVARI, CHIESA DELLA MADONNA DELL'ASSUNTA, CHIESA DI SANTA MARIA ASSUNTA, CHIESA DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE, EVERSIONE ASSE ECCLESIASTICO, VIA PIAVE, VOCABOLO MADONNA DELLE GRAZIE | Lascia un commento

CAPENA: L’ASSOCIAZIONISMO DI QUALCHE SECOLO FA

Il fenomeno associazionistico trovava, in epoca preunitaria, modo di esprimersi soprattutto in campo religioso, con le confraternite laicali, la cui esistenza è documentalmente attestata a Leprignano almeno fin dal ‘500. Tracce dell’esistenza di queste associazioni si trovano soprattutto nei cosiddetti “libri actorum civilium” (libri degli atti civili), che altro non sono che libri nei quali erano trascritti verbali di udienze relative a cause civili: si tratta di archivi giudiziari che, per il periodo preunitario, non di rado sono confluiti negli archivi degli enti locali. Poiché queste confraternite possedevano terre, che concedevano a singoli coltivatori, spesso esse dovevano adire le vie legali per farsi pagare i canoni o “censi” ad esse dovuti da concessionari morosi, così come spesso le feste che organizzavano avevano come strascico il ricorso alla sede giudiziaria, sia per costringere gli associati a versare la quota da loro dovuta per le spese legate alla festa, sia perché la confraternite stesse fossero costrette a pagare eventuali “fornitori” il cui credito era rimasto insoddisfatto. Frequentemente, dunque, nei “libri degli atti civili”, cioè nei verbali dei processi civili dell’epoca, troviamo citata come parte una confraternita. Richiameremo di seguito alcuni casi di menzione di confraternite leprignanesi del ‘500-‘600, con la data dell’atto in cui la menzione compare. In alcuni casi, l’associazione sembra essere finalizzata pressoché esclusivamente all’organizzazione di una festa, tanto che i “camerari” (=cassieri) sono menzionati come camerari della festa, e non della “società” (associazione), ossia di una confraternita.

SS.MO SACRAMENTO

A questa confraternita, benché debba essere una delle più antiche, si trovano meno riferimenti che alle altre. Se ne fa menzione, ad esempio, in un verbale di udienza del 5 novembre 1614 (“Pro Societate Corporis Christi”, dove il Corpus Christi è appunto il SS.mo Sacramento)

SAN LUCA

3 novembre 1531: Giacomo di Antonio Cianca e Antonio di Andrea di Filippo “camerarii Sancti Lucae” (=camerlenghi o cassieri della festa di San Luca)

Novembre 1541: Antonio Panazzi e Girolamo Consoli “camerarii” della festività di San Luca

1546: Bernardino “Coppula” e Renzo (Lorenzo) Marchetti “camerarii festivitatis Sancti Lucae”

1567: Matteo Capecchia camerario della Società di San Luca

Dicembre 1588: Paolo Cardaro (forma antiquata per “Carderi”) e Giovanni Palombo (=Colombo) camerari della festività di San Luca

(La devozione a San Luca Evangelista a Capena ha radici molto più antiche dell’elezione del Santo in questione a Patrono locale nel 1710)

SAN SEBASTIANO

19 marzo 1561: ser Giampaolo e Paolo Pezza camerari della festività di San Sebastiano

30 agosto 1670: Simeone Carapella e Lorenzo Borbona ufficiali della Venerabile Società di San Sebastiano

SANT’ANTONIO

14 giugno 1573: Menico (Domenico) Palladino priore “fraternitatis Sancti Antonii”, Menico (Domenico) Capecchia e Amadio guardiani e Caterbo “camerario” di detta confraternita

8 agosto 1607: Simeone Pagliuca camerario della Venerabile Confraternita di Sant’Antonio

SANTA MARIA

1535: Angelo Zii camerario della Società di Santa Maria

3 dicembre 1560-28 gennaio 1561: Sebastiano Sinibaldi e Silvestro di mastro Aloisio camerari della festività di Santa Maria

1567: Girolamo Consoli camerario della festa di Santa Maria

SS.MO ROSARIO

6 febbraio 1607: Luca Ciancaretto camerario della Venerabile Società del SS.mo Rosario

6 luglio 1611: Antonio Gemma priore della Società del SS.mo Rosario e Giovanni Battista Pezza camerario della medesima

9 marzo 1615: Paolo Grazioso “camerario” della Società del SS.mo Rosario

22 gennaio 1620: Rev. Don Francesco Colombo cappellano della Società del SS.mo Rosario

25 gennaio 1636: Bartolomeo Laura “camerarius” della Società del SS.mo Rosario

Gennaio 1710: Ascenzio Fattori camerario della Venerabile Società del SS.mo Rosario

9 gennaio 1731: Crescenzio Cozzardi priore e Simeone Berardi camerlengo della Venerabile Società del SS.mo Rosario

1778: Biagio Azzimati “ufficiale” della Venerabile Compagnia del SS.mo Rosario

B.V.M. DEL MONTE CARMELO

[Nota: questo aspetto della devozione mariana sorge in relazione al fatto che, all’incirca verso la fine del XII secolo, in Galilea, sul monte Carmelo legato da una antichissima tradizione all’operato del profeta veterotestamentario Elìa, si stabilì, in seguito alla prima crociata, una comunità di eremiti, la cui chiesa era dedicata alla Madonna. Da questa comunità si sviluppò, in una vicenda plurisecolare che giunse a maturazione nell’Occidente latino, l’ordine dei Carmelitani, od Ordine della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo (detta anche “del Carmine”, per il tramite del termine spagnolo “Carmen”, che, traslitterato in “Carmine” in italiano, è un equivalente di “Carmelo”), la quale divenne una delle denominazioni sotto le quali era venerata la Madre di Gesù (come, ad esempio, la Madonna delle Grazie o Santa Maria delle Grazie, la devozione alla quale che riveste un ruolo importante nella storia religiosa di Capena]

26 aprile 1635: Domenico Pezza e “Dominicus Gratiosus” “ufficiali” della Società del SS.mo Rosario e della Società della Beata Maria del Monte Carmelo

14 luglio 1635: Pasquale Gentile e “Ludovicus Scontritus” camerari della Società “Sanctae Mariae in Monte Carmelo”

Giugno 1669: Clemente Sinibaldi “camerario” della venerabile Società “Sanctissimae Mariae Montis Carmeli”

12 maggio 1741: Nicola Sacripanti del fu Giuseppe camerario della Venerabile Società della Madonna SS.ma del Carmine

 

Il 28 agosto 1663 il sacerdote di origine siciliana Antonino Mancuso fu confermato cappellano delle Confraternite del SS.mo Rosario e della Beata Maria del Monte Carmelo, nonché maestro di scuola a Leprignano

 

Un considerevole cumulo d’incarichi si verificò negli ultimi decenni del ‘700 in capo al sacerdote leprignanese Don Giovanni Picconi, che il 7 agosto 1773, nella sua qualità di procuratore delle Società (=Confraternite) del SS.mo Rosario, di Santa Maria degli Angeli, di Sant’Antonio e del SS.mo Sacramento agì in esecuzione forzata contro Pietro Pagliarini e il figlio Felice

 

  

Pubblicato in CONFRATERNITE E CAPPELLANIE A CAPENA | Lascia un commento

CAPENA: LA FESTA DI SANT’ANTONIO ABATE TRA LA CONFRATERNITA DI SANT’ANTONIO ABATE E L’UNIVERSITA’ AGRARIA

La festa di Sant’Antonio Abate, che cade il 17 gennaio, era un tempo organizzata dalla omonima Confraternita. Come avvenne che la sua organizzazione passò all’Università Agraria?

Quest’ultima sorse a Capena nel 1763 ed era originariamente denominata “Università dei Bovattieri” o “Università dei Padronali di bestiame”. Si costituì l’11 novembre di quell’anno e il giorno dopo stipulò un accordo con la Comunità (=Comune) di Leprignano, con il quale le furono ceduti in perpetuo i pascoli nel territorio comunale per la somma di 690 scudi annui, da corrispondersi appunto al Comune. La nascita dell’associazione avvenne durante la “visita” di un ispettore, l’abate Giacomo Massi, che era stato inviato per cercare di eliminare i “disordini della Azienda della Communità di Leprignano”: la costituzione dell’Università serviva a garantire al Comune, con l’affitto perpetuo dei pascoli, un’entrata certa e sufficientemente cospicua per quella che allora era tra le maggiori ricchezze di un paese. Con la legge 4 agosto 1894, n. 397, intitolata “Ordinamento dei dominii collettivi nelle Province dell’ex Stato Pontificio”, fu conferita personalità giuridica alle “Università agrarie, comunanze, partecipanze e le associazioni istituite a profitto della generalità degli abitanti di un Comune, o di una frazione di un Comune, o di una determinata classe di cittadini per la coltivazione e il godimento collettivo dei fondi, o l’amministrazione sociale di mandre di bestiame”. La legge in questione imponeva alle Università Agrarie di dotarsi entro un anno di un regolamento organizzativo (art. 2).

Probabilmente, fu solo dopo il 1894 che l’Università Agraria iniziò ad organizzare la festa di Sant’Antonio Abate, in relazione con il fatto, di cui si trattò in un precedente post, che il Santo in questione nel corso del tempo era diventato santo protettore degli animali domestici. Ancora nel 1884 la festa di Sant’Antonio Abate era organizzata dalla omonima Confraternita: in quell’anno, infatti, scrivendo alla Santa Sede, il Parroco di Leprignano, dovendo giustificare il mancato adempimento degli “oneri di messe” che in forza di disposizioni testamentarie dovevano essere celebrate dinanzi ad altari della chiesa di Sant’Antonio Abate e naturalmente pagate, scrisse che le finanze della confraternita erano in gran parte assorbite dalla celebrazione di tre feste nel corso dell’anno, quella di Sant’Antonio Abate, quella della Santa Croce (14 settembre: l’altare maggiore della chiesa di Sant’Antonio Abate era dedicato al SS.mo Crocifisso: v. “Capena e il suo territorio”, Roma 1995, pag. 202) e quella di San Felice Martire, “il cui corpo ivi (cioè nella chiesa di Sant’Antonio Abate) si conserva”. Già nel 1918, tuttavia, tra le uscite del bilancio della confraternita non figurava più nessuna spesa relativa alle predette tre feste (Sant’Antonio Abate, Santa Croce e San Felice Martire) e rimaneva solo, quanto a feste, una spesa per la partecipazione alla “Processione dell’Incontro”: l’organizzazione della festa di Sant’Antonio Abate doveva quindi nel frattempo essere passata all’Università Agraria, alla quale è rimasta fino ad oggi.

Pubblicato in CONFRATERNITA DI SANT'ANTONIO ABATE, FESTA DI SANT'ANTONIO ABATE, UNIVERSITA' AGRARIA DI CAPENA | Lascia un commento