CONFRATERNITE E PROCESSIONE DELL’INCONTRO A CAPENA

Il ruolo di “incollatori” nella “Processione dell’Incontro” a Capena era svolto dai membri di due confraternite, una delle quali era la confraternita del SS.mo Crocifisso (per la precisione confraternita del SS.mo Crocifisso, di Santa Maria Vergine Assunta in Cielo e di Sant’Antonio Abate) e l’altra la confraternita del SS.mo Sacramento. La confraternita del SS.mo Crocifisso o di Sant’Antonio portava la “macchina” con l’immagine della Madonna, la confraternita del SS.mo Sacramento quella con l’immagine del SS.mo Salvatore. Queste due confraternite sono le uniche che sopravvissero alla soppressione delle confraternite leprignanesi disposta il 5 ottobre 1847 dal Vicario Generale dell’Abate di San Paolo. Secondo gli “Ordini e capitolazioni” della confraternita del SS.mo Crocifisso e di Sant’Antonio Abate, risalenti alla metà del ‘700, al momento dell’incontro, che già allora avveniva vicino alla Chiesa di S. Antonio Abate, il priore, i guardiani e altri membri investiti di cariche in una confraternita dovevano abbracciarsi e baciarsi con i pari grado dell’altra confraternita, così come il Parroco doveva abbracciarsi e baciarsi con il cappellano di Sant’Antonio; dopo l’incontro, le confraternite dovevano scambiarsi le macchine (elemento questo che si è perso nel corso del tempo).

Fonte: “Spigolature capenati”, Roma 2003, pagg. 140-141.

 

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NOTIZIE SULLA CHIESA DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE A CAPENA

La chiesa di S. Maria delle Grazie in Leprignano fu costruita probabilmente in epoca tardomedievale, forse nel XIV secolo, e assunse la sua forma attuale non prima della seconda metà del XVII secolo: il termine post quem per la ristrutturazione, che le diede l’attuale assetto architettonico, è rappresentato da una visita pastorale del 1660, nella cui relazione viene descritta nella sua ubicazione attuale, ma con un aspetto del tutto diverso da quello odierno.

Da un testo intitolato “Delle chiese esistenti nella terra e territorio di Leprignano Abbazia di San Paolo fuori le Mura di Roma” (cfr. “Spigolature capenati”, Roma 2003, pag. 143) apprendiamo che nella chiesa di Santa Maria delle Grazie vi erano quattro altari: l’altare maggiore, dedicato all’Assunzione della Madonna, a carico della cappellania delle Grazie; l’altare del Santissimo Crocifisso, di giuspatronato della famiglia Sacripanti; l’altare di San Giovanni Decollato (ossia San Giovanni Battista), curato dalla confraternita/cappellanìa omonima; l’altare di Sant’Anna (madre della B. V. Maria), mantenuto da un legato pio di Maddalena Pagliuca.  

Dallo stesso testo sulle chiese nel territorio di Leprignano apprendiamo che vi era anche, tra le altre, una confraternita intitolata “delle Grazie” o “ della Madonna delle Grazie”, la quale dovrebbe identificarsi con quella a carico della quale era l’altare maggiore della chiesa omonima. La confraternita della Madonna delle Grazie fu, insieme con altre cinque confraternite locali, sospesa nel 1836 in seguito a visita pastorale dell’Abate di San Paolo (cfr. “Spigolature capenati”, Roma 2003, pag. 135) e quindi, ancora insieme con le altre medesime cinque confraternite del posto, soppressa con decreto emanato il 5 ottobre 1847 dal Vicario Generale dell’Abate di San Paolo (ivi, pag. 131) e contestualmente trasformata in cappellanìa.

Deve aggiungersi, quanto alle confraternite, che, tra le due che, a differenza delle sei di cui sopra, sopravvissero sino ad epoca postunitaria, vi è quella che, originariamente dedicata al solo Sant’Antonio Abate, fu eretta nuovamente nel 1752 dall’Abate di San Paolo e intitolata non solo a Sant’Antonio Abate, ma anche a Maria Vergine Assunta e al SS.mo Crocifisso (ivi, pag. 141: si ricordi che l’altare maggiore della chiesa di S. Maria delle Grazie è dedicato a Maria Assunta in cielo e che uno degli altari laterali era dedicato al SS.mo Crocifisso). La confraternita di Sant’Antonio Abate, del SS. Crocifisso e di Maria Vergine Assunta è quella che, nella Processione dell’Incontro, portava la “macchina” della B.V. Maria, mentre la confraternita del SS.mo Sacramento, e cioè l’altra delle due confraternite che sopravvissero alla soppressione del 1847 e all’eversione dell’asse ecclesiastico, è quella che, nella medesima Processione, portava la “macchina” del SS.mo Salvatore.

Con atto notarile datato 4 aprile 1921, il Priore della Confraternita del SS.mo Crocifisso e di Maria Santissima delle Grazie (che era dedicata anche a Sant’Antonio Abate, come sopra si è visto), Bernardino Corradini, previa conforme deliberazione dell’Assemblea dei Fratelli in data 1° agosto 1920, concesse a Pietro Quinzi e a Luigi Pagliuca “il permesso di scavare a loro spese il primo un ambiente da costruirsi per uso di sartoria, il secondo altro ambiente da costruirsi per uso di bottega di caffè rispettivamente a sinistra e a destra sottostanti la gradinata della chiesa di Sant’Antonio Abate in Leprignano” – locali che furono contestualmente concessi ai due predetti richiedenti in enfiteusi perpetua con un canone annuo di quindici lire ciascuno.  

Per quanto concerne l’altare laterale del SS.mo Crocifisso nella chiesa di Santa Maria delle Grazie, esso era di giuspatronato della famiglia Sacripanti già al principio del ‘700. Con atto di ultima volontà datato 1° marzo 1711 agli atti di un notaio morlupese, Maria Felice Sacripanti del fu Benedetto dispose che il proprio corpo fosse sepolto nella chiesa di Santa Maria Assunta (ossia la chiesa poi comunemente detta di Santa Maria delle Grazie: si ricordi che il suo altare maggiore è dedicato appunto all’Assunzione della B.V. Maria) e destinò alla manutenzione dei suppellettili della Venerabile Cappella del SS.mo Crocifisso eretta nella chiesa di Santa Maria i frutti di un terreno boschivo in località “Le Pretare”, ciò facendo anche in conformità al desiderio del di lei defunto fratello Girolamo Sacripanti.

La cappellanìa sotto l’invocazione di Sant’Anna nella chiesa di Santa Maria delle Grazie fu istituita, con diritto di amministrazione nella famiglia Moretti, in conformità del testamento datato 15 maggio 1821 di Maddalena Alei (e non Pagliuca, come inesattamente riportato nel testo succitato sulle chiese nel territorio di Leprignano) e, ai sensi dell’art. 5 della legge 15 agosto 1867, fu svincolata con atto rogato il 18 giugno 1874 da Luigi Moretti in qualità di amministratore della pia istituzione fondata con testamento da Don Pietro Moretti e, ancora con testamento, da Don Giuseppe Moretti, fratello di Don Pietro – pia istituzione alla quale era stata unita la cappellanìa dedicata a Sant’Anna.

Non si hanno notizie specifiche circa l’altare laterale della chiesa di Santa Maria delle Grazie dedicato a San Giovanni Decollato e circa la confraternita omonima, che, secondo il succitato testo sulle chiese nel territorio di Leprignano, sarebbe sorta nel XVIII secolo, ma che non è menzionata né tra quelle sospese nel 1836 e soppresse nel 1847, né tra quelle sopravvissute sino ad epoca postunitaria (nel vigente catasto terreni di Capena vi era almeno un terreno intestato alla cappellanìa di San Giovanni Decollato, della cui effettiva esistenza, tuttavia, non si hanno riscontri al di fuori della scarna menzione che ne fa il testo succitato sulle chiese nel territorio di Leprignano).    

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CHI ERA IL “SAN FELICE MARTIRE” AL QUALE ERA CONDEDICATA LA CHIESA DI SANT’ANTONIO ABATE A CAPENA?

La chiesa di Sant’Antonio Abate, all’altezza della quale, come da plurisecolare tradizione, la sera del 14 agosto s’incontrano l’icona del Cristo (SS.mo Salvatore) e quella della Madonna delle Grazie, fu condedicata a un “San Felice Martire”, quando (cfr. “Capena e il suo territorio”, Edizioni Dedalo, 1995, pag. 211: trascrizione di un lungo brano di un “Libro de ricordi e de cenzi” della Confraternita di San’Antonio Abate), in seguito alla ricostituzione, nel 1752, della Confraternita del SS.mo Crocifisso, di Maria Vergine Assunta in Cielo e di Sant’Antonio Abate, questa confraternita richiese “il corpo d’un santo martire”, che, tramite l’intercessione del Parroco di Leprignano e dell’Abate di San Paolo, fu concesso dal Vicario di Roma Cardinal Guadagni e il 29 aprile 1753 arrivò a Leprignano, compiendosi così la “solenne traslazione del detto Sacro Corpo di S. Felice Martire” (come si legge nella cronaca della confraternita, “esso Sacro Corpo in tutto per tutto appartiene alla nostra venerabile Confraternita del S.mo Crocifisso, anticamente nominata di S. Antonio Abbate”).

Chi era questo “San Felice Martire” il cui “corpo” fu trasportato a Leprignano nel 1753 e sistemato dapprima nella Chiesa Parrocchiale, per poi, dopo un paio d’anni circa, radicalmente ristrutturata la chiesa di Sant’Antonio Abate, essere trasferito in quest’ultima?

Non solo vi sono parecchi “San Felice”, ma vi erano anche molti “San Felice Martire”

Un indizio per la formulazione di ipotesi ci viene da documentazione attinente alla storia della banda musicale di Capena (v. “Spigolature capenati”, Roma 2003, pag. 31 segg., in particolare pagg. 35-36). Nel 1827 i bandisti di Leprignano chiesero alla Segreteria di Stato l’autorizzazione a indossare un uniforme. In questa supplica, che fu approvata dal Segretario di Stato Cardinal Della Somaglia l’11 ottobre 1827, si legge, tra l’altro, che “sono prossime le Feste di San Luca Evangelista Protettore, e di San Felice Martire in Leprignano”. Sappiamo che la festa di San Luca Evangelista cade il 18 ottobre.

La probabile prossimità temporale con la festa di San Luca Evangelista, che sembra evincersi dal succitato passaggio del testo della supplica, consente di restringere plausibilmente alle seguenti figure, tra la moltitudine di Felici martiri, le ipotesi di identificazione con il San Felice martire il cui corpo fu traslato a Leprignano nel 1753:

– Felice Africano, morto nel 303: vescovo di Thibiuca in Africa, fu messo a morte per aver rifiutato di consegnare i libri sacri e fu una della prime vittime della persecuzione di Diocleziano (festa il 24 ottobre);

– Felice, che sarebbe stato martirizzato a Terracina nel I secolo insieme con un Eusebio (festa il 5 novembre);

– Felice di Tonizza: martire africano che morì a Tonizza presso Ippona (Bona), essendo trovato morto in prigione il giorno prima dell’esecuzione (festa il 6 novembre).

Certamente, l’intervento della banda per solennizzare la festa comprova che il culto del Santo in questione era sentito a Leprignano, dove almeno fino al 1830 l’urna con le sue reliquie era ancora nella chiesa di Sant’Antonio Abate (cfr. “Capena e il suo territorio”, pag. 207, nota 14) e fino al primo decennio del ‘900 la chiesa di Sant’Antonio era ancora indicata anche come chiesa di San Felice.  

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LE RADICI STORICHE DELLA “PROCESSIONE DELL’INCONTRO”, CHE SI SVOLGE A CAPENA LA SERA DEL 14 AGOSTO

Sergio I, che fu Pontefice dal 687 al 701, stabilì che in occasione delle quattro festività della B.V.M. (Natività, Presentazione, Annunciazione e Dormizione – quest’ultima in seguito denominata dell’Assunzione) si facesse (in Roma) una processione che partiva dalla chiesa di S. Adriano (si tratta della chiesa sul Foro Romano che Onorio I, Papa dal 625 al 638, aveva dedicato a un soldato romano che portava quel nome e che era morto martire nel 290 Nicomedia durante le persecuzioni volute dall’imperatore Massimiano) e terminava nella basilica di Santa Maria Maggiore.

Sotto il pontificato di Adriano I (772-795) la festa della Dormizione riceve, per la prima volta in Occidente, il titolo di “Assunzione di S. Maria”, come appare dal Sacramentario che il suddetto Papa inviò a Carlo Magno tra il 784 e il 791.

Queste feste provenivano dall’Oriente e da Roma si diffusero nell’Occidente. Avevano luogo la mattina prima della messa, salvo quella dell’Assunta, che aveva luogo nella notte del 14-15 agosto e che ben presto superò per importanza le altre feste mariane.

Nella processione romana (della Dormizione, detta poi dell’Assunzione già a partire dall’VIII secolo) della notte del 14 agosto era portata l’immagine “Acheropita” (=non dipinta da mano d’uomo). La prima testimonianza dell’esistenza dell’immagine “Acheropita” risale al pontificato di Stefano II (752-757), allorché il Papa, per allontanare il pericolo dell’invasione dell’Urbe da parte del re longobardo Astolfo, portò in processione nel 753 la sacra icona sulle sue spalle. L’immagine “Acheropita” ritrae il Salvatore (Cristo) che con la mano sinistra tiene il rotolo della Legge e con la destra benedice. Si è ipotizzato che essa sia di origine romana e che sia stata realizzata tra il 450 e il 550.

Proprio la connessione della processione romana nella notte tra il 14 e il 15 agosto con l’immagine “Acheropita” ha probabilmente contribuito alla crescita d’importanza della festa dell’Assunzione: Niccolò I, a metà del secolo IX, già metteva l’Assunzione alla pari con Natale, Pasqua e Pentecoste.

La più antica notizia relativa al fatto che l’immagine “Acheropita”, custodita nella cappella del “Sancta Sanctorum” nel Patriarchìo Lateranense, era portata in processione nella notte tra il 14 e il 15 agosto si ha in relazione al pontificato di Leone IV (847-855). Già al tempo di questo Pontefice, l’immagine in questione era, nella notte tra il 14 e il 15 agosto, portata alla chiesa di S. Adriano nel Foro Romano, vale a dire l’antica Curia del Senato Romano, trasformata in chiesa, e quindi a Santa Maria Maggiore, passando per San Lucia in Orfeo. La processione romana fece questa strada fino alla sua soppressione, al tempo di Pio V (1566-1572).

Nel Medioevo la processione notturna della vigilia della festa dell’Assunzione (quella romana, lunghissima, durava l’intera notte tra il 14 e il 15 agosto) si diffuse nel Lazio; cittadine e paesi della regione si procurarono una copia dell’Acheropita o comunque dipinti aventi lo stesso soggetto. Furono riprodotte l’immagine del SS.mo Salvatore e la processione: le piccole città, in particolare, cercavano in tutto il Lazio di gareggiare con l’Urne imitando l’ordine e il rito della processione, come anche l’immagine del Salvatore. Giovanni Marangoni, un erudito settecentesco, in un suo studio sulla cappella detta del “Sancta Sanctorum” e sull’immagine “Acheropita”, così intitola il capitolo XXVI di questa sua opera: “Come la processione annua coll’immagine del SS. Salvatore, nella vigilia dell’Assunta della B. Vergine, fu proibita dal pontefice S. Pio V. E come di essa in alcune città e terre ve ne sia rimasta memoria con farsi somiglianti Processioni con altre simili Immagini del Salvatore”.

Per quanto concerne l’“incontro” tra il Figlio e la Madre, anch’esso trae origine dalla processione romana, e precisamente dal fatto che l’immagine “Acheropita” del Cristo era portata alla basilica di Santa Maria Maggiore, ove dunque aveva modo di ritrovare la Madre. Un elemento della processione romana venuto talvolta meno nelle varianti paesane è quello della lavanda dei piedi del Cristo. A Tivoli, ad esempio, la processione della vigilia dell’Assunta prevede la visita del Salvatore alla Madre (elemento già presente nell’originale romano, come si è visto); a Subiaco, dove forse si ha un rito tra i più vicini all’“Incontro” capenate, Madre e Figlio si incontrano, in un’atmosfera di grande commozione popolare, sulla piazza della Valle, dove ha luogo la cosiddetta “Inchinata”.

La processione notturna del 14 agosto godette per secoli a Roma di rinomanza straordinaria per l’intervento delle autorità religiose e civili, per la grandissima partecipazione di popolo e per le sue caratteristiche. Col trascorrere dei secoli vi si introdussero non pochi abusi, come può avvenire in feste popolari notturne, tanto che, in epoca di Controriforma, Pio V la soppresse per Roma, ma essa continuò a vivere in alcuni paesi del Lazio.

Bibliografia:

Filippo Caraffa, “La processione del SS. Salvatore a Roma e nel Lazio nella notte dell’Assunta”, in “Lunario Romano 1976 – Feste e cerimonie nella tradizione romana e laziale”, a cura del Gruppo Culturale di Roma e del Lazio, pagg. 127-151

Padre Gabriele M. Roschini, “La Madonna secondo la fede e la teologia”, vol. III, Roma 1953, pag. 204 segg.

 

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GLI INIZI DELL’ISTRUZIONE FEMMINILE A LEPRIGNANO: L’ARRIVO DELLE MAESTRE PIE

L’11 ottobre 1733 si riunisce il Consiglio Generale della Comunità di Leprignano e nell’ordine del giorno è detto che “l’Illustrissimo, e Reverendissimo Padre Abbate havendoci ordinato a bocca, e replicate volte detto, che si dovesse mettere una mastra (sic) per estruzione (sic) et imparare le ragazze femine finalmente il medemo Padre Abbate ha scritto la presente Lettera”, nella quale si legge: “Quanto mi sia a cuore il bene di cotesta Communità credo a questa ora le Signorie loro l’averanno sperimentato non sparambiandomi in cosa veruna per utile della medema, e con quanto amore, et affetto io riguardo cotesti miei sudditi, e figlioli, coaduno potrà confermarlo, che non ho guardato ne pure al vantaggio del Monastero per sovenirli nelle di loro indigenze, e sollevarli nelle di loro oppresioni …e perché la principale mira del Padre, è il vedere bene educati i figlioli né deve essere più partiale per i Maschi, che per le femine già che mi glorio d’avere verso cotesti miei sudditi viscere più da Padre, che da Prencipe, desidero che non solo siano bene ammaestrati li maschi, ma ancora bene educate le femine, e già che la Communità come madre ha pensato alla buona diretione de maschi con mantenere per quelli un maestro vorrei che le Signorie loro congregassero il Conseglio, et eleggessero una mastra per ammaestrare si nel Catechismo, et opere manuali ancora coteste fanciulle; faccino sapere a tutti i Conseglieri, che se eseguiranno questa mia volontà, mi obligaranno al maggior segnio, e circa all’onorario ne lascio la libertà alle Signorie loro”: la lettera è datata 13 settembre 1733, dal monastero di San Calisto residenza estiva dei monaci di San Paolo fuori le mura. Il consigliere Francesco Sinibaldi prende la parola e propone “che si faccia la mastra secondo à ordinato il nostro Illustrissimo e Reverendissimo Padre Abbate con darli di provisione scudi dodici l’anno delle entrate della Communità”. Nella supplica diretta alla Sacra Congregazione del Buon Governo (S. C.) per far approvare la risoluzione consiliare, la Comunità sostiene che occorre distogliere le fanciulle dall’ozio e dall'”andar vagando per la Terra” e l’uditore baronale Alessandro Tozzi, nella sua informativa datata 26 novembre 1733 alla S. C., parla di “pericoli purtroppo gravi che sogliono essere causati dall’ozio”.
Merita di essere notato che solo una sollecitazione scritta dell’Abate, dopo più insistenze verbali andate a vuoto, indusse i Leprignanesi a occuparsi della questione, e che la proposta di Francesco Sinibaldi, adesiva all’invito dell’Abate, passò solo con una risicata maggioranza (28 voti favorevoli contro 22 contrari).
La risoluzione consiliare non dové, comunque, avere effetto, quantomeno duraturo, poiché diciassette anni dopo il problema si pose di nuovo: agli inizi di settembre del 1750, la Comunità invia alla S. C. una supplica in cui si fa presente che “non senza grave scandalo, e pregiudizio dell’Anime ritrovasi in quella Terra quantità di zitelle povere, le quali per mancanza della necessaria educazione, non solo non sanno la Dottrina Cristiana, ma neppure il Pater Noster” e che “desiderando il Popolo oratore di rimediare a sì grave sconcerto” si vogliono “chiamare due Maestre Pie, e fare alle medesime qualche onesto assegnamento delle rendite della Communità, oltre il commodo della Casa per la di loro abitazione, e scuola”; il governatore Antonio Paciani, nella sua informativa, ribadisce quanto esposto nella supplica della Comunità, affermando che “rendesi pur troppo lagrimevole in questa terra il vedersi zitelle in tenera età prive affatto di ogni educazione, sì raguardo (sic) al Santo Timor di Dio, che all’onore del mondo, e ciò a motivo, che tanto i loro Padri, che le madri vengono obligati lasciarle in abandono obligate a procacciarsi il vitto con fatiche giornaliere, senza che possa supplirsi a questo dalla diligenza del Curato per la loro moltiplicità”, onde la Comunità si è indotta a chiedere di poter pagare due Maestre Pie, “riflettendo all’utile, che si vede ricavarsi nelli luoghi, ove sono state ammesse”. Nel consiglio del 21 settembre 1750, “considerandosi troppo pregiudiziale, e per l’onor di Dio, e per quello del Mondo il vedere tante povere zitelle senza verun indirizzo, et ammaestramento nel timore di Dio”, viene proposto da Antonio Rossi un assegnamento di quindici scudi annui, più una casa della Comunità come abitazione, a due Maestre Pie da chiamarsi a Leprignano: la proposta viene con quaranta voti favorevoli e venti contrari approvata dal Consiglio Generale e quindi, per l’aggravio di bilancio che comporta, sottoposta all’esame della S. C., la quale dà il suo placet, ma per un solo anno.
Nel 1751, la Comunità reitera alla S. C. la richiesta di poter avere due Maestre Pie, con salario annuo di quindici scudi, poiché “sono innumerabili li vantaggi che gl’oranti hanno goduto nell’approvazione si degnorno l’Eminenze loro delle Reverende Maestre Pie per un anno, sì nello spirituale che nel temporale”: tali vantaggi consistono soprattutto nel “beneficio della povera gioventù”. Si chiede, perciò, alla S. C. che si degni “approvarle almeno per un altro anno”. Al salario e alla casa di abitazione forniti dalla Comunità, si accompagnava anche una prestazione di sei barili di vino e di un rubbio di grano annui da parte dell’Abate di San Paolo. I pagamenti effettuati sono attestati in un registro degli ordini di pagamento di quegli anni: il primo, a “sor Caterina Crocefissa Mastra Pia”, risale al 19 dicembre 1750 e ammonta a tre scudi e sessanta baiocchi; ve n’è poi un altro in data 12 marzo 1752 alla “signora Lauora Maestra Pia”. La Comunità, pur essendo stato in un primo momento previsto che la casa di abitazione delle Maestre Pie fosse tra quelle di proprietà comunale, cominciò ben presto a prenderla in affitto da privati, pagando ovviamente la pigione: così nel 1757 furono pagati per otto mesi di affitto sino ad agosto di quell’anno 4 scudi a Sisinnio Pezza, in una cui casa “posta in mezzo la Terra” alloggiavano le Maestre Pie; il 31 ottobre 1758 fu emesso mandato di pagamento per sei scudi al cavalier Olivari “per piggione di casa, ritenuta da questa nostra Communità per commodo delle signore Maestre Pie”, relativamente a un anno scaduto a settembre del 1758.
Nel 1758 si verificò un intoppo: la Comunità aveva continuato a tenere e a pagare le Maestre Pie, ma senza preoccuparsi di chiedere anno per anno alla S. C. la specifica approvazione necessaria per una spesa che non era divenuta voce stabile del bilancio; alla fine di quell’anno “fu sospeso il pagamento dai Priori esercenti per difetto della approvazione” della S. C.. Ricomincia allora l’iter solito: nell’aprile 1759 la Comunità indirizza una supplica alla S. C. “perché in questa Terra restino perpetuate stabilmente le Schole Pie”; l’uditore baronale Domenico Calzamiglia, nella sua informativa del 12 maggio, afferma che la maggioranza dei consiglieri vuol rinunciare alle Maestre Pie, “atteso ché poche sieno le Gioveni, le quali ora s’approfittino d’un tal commodo, inclinando piuttosto i loro Genitori ad impiegarle nelle faccende della Campagna”, mentre una minoranza, e con essa il governatore locale, “giudica che invece di chiuder l’adito alla buona educazione delle Fangiulle (sic) con rimuovere le surriferite Maestre, si procuri piuttosto far scelta d’altre Donne più assennate e provette, le quali siccome farebbero una migliore educazione, così crescerebbe il concorso delle Fangiulle educande con profitto del Pubblico”; il 19 maggio il cardinal Lante, prefetto della S. C., approva in una propria lettera “quel tanto, che per lo passato è stato loro somministrato” senza specifica autorizzazione della S. C. e rimette al Consiglio della Comunità la decisione per l’avvenire; il 10 giugno si raduna il Consiglio Generale e, con 34 voti contro 12, approva la proposta di Domenico Azzimati, per la quale la presenza delle Maestre Pie va mantenuta, purché una delle due sia “in età provetta”, di “anni quaranta circa”, ed entrambe “siano obligate le feste tutte doppo li Vesperi portarsi alla chiesa della Madonna Santissima delle Grazie nostra Protettrice, ove va il concorso della maggior parte di questo Popolo, e delle zitelle tutte, ed ivi con tutta proprietà, e modestia dover cantare le letanie (sic) solite a dirsi dal Popolo, che ivi concorre, in mancanza però de Sacerdoti”; il 7 luglio il cardinal Lante, prefetto della S. C., approva la risoluzione consiliare, così che si possa “ritenere per un’altro (sic) anno le Maestre Pie nel luogo per l’educazione delle fanciulle”; nel luglio del 1760 i priori della Comunità nuovamente supplicano i prelati della S. C. “affinché si degnino ordinare lo stabilimento dell’opera Pia, acciò si possino trovare Maestre di maggior abilità”, mentre nella sua informativa del 18 agosto l’uditore baronale Domenico Calzamiglia scrive che alcuni consiglieri le reputano utili, mentre “altri s’oppongono credendole inutili”, registrando così dissensi presenti sin dall’inizio della vicenda, come si ricava dall’assenza di unanimità nelle votazioni consiliari al riguardo.
Il fascicolo si ferma qui; tuttavia, da altra fonte, e precisamente da un registro degli ordini di pagamento relativo al periodo 1774-1791, sappiamo che la Comunità di Leprignano continuò ad avvalersi delle Maestre Pie nel diciottesimo secolo: il 16 ottobre 1775 viene emesso un ordine di pagamento di sei scudi a beneficio del signor cavalier Carlo Olivari, per la pigione di casa delle Maestre Pie; nel 1776 sono pagati quindici scudi alle Maestre Pie, “che fanno scola alle zitelle”.

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MATRIMONI A CAPENA NELLA PRIMA META’ DEL ‘700: CHE COSA LA SPOSA OFFRIVA ALLO SPOSO

In data 9 marzo 1727 sono stipulati i capitoli matrimoniali tra Giovanni Paolo Pezza da una parte e la “onesta zitella” Angela Geltrude Borboni, figlia di Maria Gaggini. I capitoli matrimoniali in questione sono scritti da Giuseppe Gemma, sottoscritti da Giovanni Paolo Pezza, Don Roberto Malatesta e Don Giovanni Lino Sacripante e inseriti in un successivo rogito, esteso il 28 novembre 1727 da un notaio morlupese e avente ad oggetto patti ulteriori da aggiungersi ai capitoli matrimoniali stipulati otto mesi prima. Nei capitoli del 9 marzo troviamo inseriti tra i beni dotali: un pezzo di terra della capacità (=estensione, superficie) di un rubbio, sito “in loco detto Rosetoli” e confinante da una parte con i beni di Marco Barbetta e dall’altra con la strada pubblica; un pezzo di terra esteso cinque quarte in vocabolo “li Monti di Scorano”, confinante da una parte con gli eredi del fu Bartolomeo Barbetta, dall’altra con Scoranello dell’Ecc.ma Casa Borghese; una cantina in vocabolo “la Piazza” (l’odierna Piazza del Popolo) confinante da una parte con il forno venale della Comunità di Leprignano, dall’altra con i beni di Tommaso Andrea Martini e di sopra con i beni dei Signori Ciancarini; una vigna in vocabolo “Santa Maria” “con il vignale contiguo”, la quale confina con la strada pubblica “da capo”, con la ripa “da piedi” e con Cinzia Alei da un lato. Con i patti aggiuntivi del 28 novembre 1727 ai beni immobili sopra elencati si aggiunge, come bene dotale, una vigna “cum arundineto” (con canneto) posta in vocabolo Manciano, confinante da una parte con i beni di Paolo Marconi, da capo con i beni della Venerabile Chiesa di Sant’Antonio, da un’altra parte con i beni di Antonio Visca, da piedi con i beni di Laura Liberati.

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TOPONIMI RURALI SCOMPARSI A CAPENA: MACCHIA SBARAGLIA

Con atto rogato da un notaio morlupese il 2 gennaio 1727, Ascenzio Moretti del fu Antonio vende con patto di riscatto “semper, et quandocumque” a Giacomo Venerati un pezzo di terreno lavorativo esteso circa sei quarte e posto nel territorio di Leprignano in vocabolo (=località) Macchia Sbaraglia. L’appezzamento compravenduto confina da una parte con gli eredi del fu Bartolomeo Borboni, da altri lati con Filippo Carratoni e con Domenico Amici.

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