CAPENA: ASPETTI STORICI DEL PROBLEMA DEI “RESIDUI ATTIVI” NEL BILANCIO COMUNALE

Com’è noto, il problema del debito pubblico degli enti locali, divenuto ormai ingovernabile nello Stato della Chiesa, fu risolto drasticamente nel 1801 con un motuproprio pontificio, il quale in buona sostanza prevedeva che di quel debito si facesse carico lo Stato centrale, che, tuttavia, in cambio avocava a sé i beni comunitativi, i quali venivano quindi espropriati per legge agli enti locali al fine di essere venduti all’asta per ripagare la Camera Apostolica degli oneri inerenti al debito pubblico locale che essa si era accollato; i beni rimasti invenduti erano poi riconcessi ai Comuni in enfiteusi, con pagamento quindi di un canone allo Stato, che di quei beni era divenuto proprietario e, dopo la riconcessione in enfiteusi ai Comuni, restava direttario (titolare del cosiddetto “dominio diretto”), i secondi diventando solo “utilisti” (titolari del cosiddetto “dominio utile”), con facoltà di (ri)diventare proprietari affrancando il canone con pagamento (allo Stato) di un oneroso capitale di affrancazione, calcolato appunto capitalizzando il canone annuo. Una delle problematiche che causarono il persistere e l’aggravarsi del debito pubblico dei Comuni nello Stato Pontificio era rappresentata dalla cronica insufficienza nell’attività di riscossione dei crediti del Comune verso i residenti. Ne troviamo ampia testimonianza nelle carte della Sacra Congregazione del Buon Governo (una sorta di Ministero degli Enti Locali dello Stato Pontificio) (v. “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 80 segg.). Per quanto riguarda la futura Capena, allora Leprignano, un primo “redde rationem” si ebbe quando, intorno al 1660, il Governatore (designato dal feudatario, che per Leprignano era l’Abate di San Paolo), allora Giovanni Paolo Laurentii (Giampaolo Lorenzi), intraprese un’opera di revisione della situazione creditoria della Comunità e cominciò a iscrivere a bilancio somme di denaro rappresentanti crediti comunali non riscossi. L’operato del Governatore suscitò proteste, che i Leprignanesi elevarono indirizzandole alla Sacra Congregazione del Buon Governo, ma mal ne incolse loro. La Sacra Congregazione del Buon Governo nominò, per rivedere l’operato del Governatore, un Commissario nella persona del castelnovese Antonio Degli Effetti (che nel 1675 avrebbe pubblicato l’opera “Memorie di S. Nonnoso Abbate del Soratte e de Luoghi convicini e loro Pertinenze, e Libro Primo de Borghi di Roma”, nella quale, tra l’altro, parla anche di Leprignano e di altri centri dell’area flaminio-tiberina, con non poche approssimazioni e inesattezze), il quale svolse le sue funzioni nel 1661-’62 e, a quanto pare, agì con severità draconiana (ricordiamo che all’epoca esisteva ancora la carcerazione per debiti, la cosiddetta “esecuzione personale”, che fu poi abrogata solo trascorsi circa altri due secoli). Finì ad esempio in carcere un Domenico Alei, per 106 scudi di debito verso la Comunità, e nel 1665 fu prodotto un certificato medico per attestare che il perdurare della carcerazione avrebbe per lui comportato incombente pericolo di vita; nel 1667 una supplica implora compassione per il “povero vecchio” settantenne (come un ottantacinquenne di oggi, almeno) Paolo Savino, incarcerato per 66 scudi dei quali era stato, così come era accaduto per Domenico Alei, accertato debitore verso il Comune dal Commissario Antonio Degli Effetti. I debitori potevano mettere in atto diverse strategie legali per sottrarsi alle conseguenze del debito insoluto: ad esempio, se il debitore passava a miglior vita e lasciava eredi, questi rifiutavano l’eredità paterna (i debitori erano pressoché sempre capifamiglia maschi), oppure la moglie o la vedova intraprendeva azioni a tutela del proprio credito dotale (la dote che la moglie portava “ad sustinenda onera matrimonii” diventava, nei confronti del marito, un credito privilegiato nei confronti di ogni altro, prevalendo persino sui debiti verso l’erario). Così non pochi dei debiti liquidati a favore del Comune di Leprignano dal Degli Effetti andarono in sofferenza: in una carta del 1672 si legge la riscossione dei crediti da lui accertati era diventata in diversi casi impossibile. Ad esempio, gli eredi di Giuseppe Gemma, debitori per 157 scudi e 36 baiocchi, “ritengono tutti li beni per causa di dote materna hauta in contanti sin a scudi 600, e scudi 600 in paesi (cioè in pezzi di terra)”, sicché fino a 1200 scudi (somma abbastanza stratosferica) erano “coperti” dalla dote (ma sarà stato vero che il valore complessivo della dote ammontava a tanto?); Giovanni Crisostomo Soldani, debitore di 30 scudi, “ha ricusato l’eredità paterna né possiede cosa alcuna”, cioè aveva rinunciato all’eredità del padre e si diceva nullatenente; Giovanni Battista Zii, debitore di 50 scudi, aveva rinunciato all’eredità paterna; gli eredi di Francesco Oldano, debitori di 70 scudi, avevano rinunciato all’eredità paterna e si dicevano nullatenenti; Bartolomeo Laura e il “povero vecchio” Paolo Savina avevano ottenuto sgravi, cioè avevano ottenuto un abbattimento o parziale condono del debito dalla Sacra Congregazione del Buon Governo.

Ulteriore fonte di problemi era rappresentata dal fatto che la riscossione delle “collette”, ossia di tasse e imposte locali, era ordinariamente affidata a un esattore scelto tra la gente del posto (alcune volte la scelta è attribuita ad una deliberazione del Consiglio Comunale, altre volte ad una scelta compiuta dai priori, che in numero di tre componevano un organo che può essere assimilato alla Giunta Comunale, o anche solo da uno di essi) e ciò dava luogo a sospetti che invariabilmente si manifestavano circa l’onestà dell’incaricato e che possiamo riscontrare in assai numerosi esposti, denunce, lamentele, querimonie, delazioni. Nel 1780, ad esempio, viene presentato un reclamo contro l’esattore comunitativo, A.A., il quale secondo i reclamanti, aveva commesso peculato, servendosi (appropriandosi indebitamente) del denaro riscosso in qualità di esattore per comprare capre, castrati e grano per la famiglia. Del resto, l’operato degli esattori era sottoposto a “sindacato” al termine della loro carica e la “sentenza di sindacato” poteva condannarli a pagare alla Comunità le somme di denaro che si riteneva avessero riscosso o avrebbero dovuto riscuotere e non avevano versato nelle casse della Comunità. Da un documento del 1766 apprendiamo che la Comunità (=il Comune) vantava un credito di ben 974 scudi verso coloro che avevano esercitato l’esattorato tra il 1760 e il 1764 e chiedeva il permesso di poter carcerarli (l’“esecuzione personale”, che si distingueva dalla “esecuzione reale”, cioè sulle “res”, sulle cose, e quindi mobiliare o immobiliare a seconda dei casi) anche in giorno di festa o in orario notturno: essi, infatti, per sfuggire alla carcerazione non si facevano vedere in giro “se non che il giorno di festa, e la sera sonata l’Ave Maria”. Nel 1768 è un esattore comunitativo, Giovanni Rossi, che, lamentando il fatto che i debitori descritti in colletta (cioè nel ruolo d’imposta) “si rendono morosi nelle paghe” e sfuggono all’esecuzione personale, cioè all’incarcerazione, facendosi vedere in giro solo nei giorni festivi o la sera dopo l’avemaria e chiede dunque il permesso di poter carcerare i debitori insolventi anche in orario notturno o nei giorni festivi.

Nel 1784, circa centoventi anni dopo il Commissario Antonio Degli Effetti, che aveva fatto carcerare (probabilmente in qualche angusto locale del “Palazzo dei Monaci”) anche poveri vecchi, arriva un altro castigamatti, nella persona dell’autoctono e a quanto pare incorruttibile Carlo Alei, il quale nel febbraio 1784 riceve dalla Sacra Congregazione del Buon Governo, e quindi direttamente dall’equivalente di un odierno Ministero, l’incarico di esigere i debiti arretrati della Comunità – oggi potremmo dire i “residui attivi” -, che ammontavano a 1303 scudi e 50 baiocchi. Da un’informativa datata 2 ottobre 1786 e redatta dai priori di Leprignano apprendiamo che aveva riscosso fino allora 416 scudi e che contro i debitori “ritrovati difficili” aveva comunque inflessibilmente “fatto atti giudiziali […] con spedizione di mandati, e subasta” (la “subasta” è la vendita all’asta); già a dicembre del 1784 – ricordano i priori – avevano indirizzato un esposto alla Sacra Congregazione del Buon Governo “li poveri debbitori arretrati della Communità di Leprignano”, lamentando la “oppressione, che ricevono dal nuovo esattore Carlo Alei”, il quale aveva ottenuto la facoltà di poter incarcerare i debitori anche nei giorni di festa e di notte, sicché non rimaneva che l’asilo negli edifici di culto: “per non marcire nelle carceri li conviene andar fugiaschi, e ritirati nelle chiese, giaché non lo suffraga più né le domeniche, né feste, e quel che è peggio neppur la notte”.

Vi sono poi aspetti ancora più sconcertanti, nella storia del recupero dei crediti comunali a Leprignano. Possiamo trovare una famiglia, un cui esponente viene carcerato per un rilevantissimo debito verso il Comune, la quale vede poi un fratello sacerdote del carcerato diventare uno dei personaggi più potenti e controversi del paese negli ultimi lustri del ‘700. Nel 1764 Domenico Picconi si trova carcerato per un debito di 449 scudi verso la Comunità (=il Comune) e l’esattore G.A.A. viene accusato di aver rilasciato al fratello del carcerato “una ricevuta di detto scudi 80 coll’antidata, per far così verificare di averli pagati nel termine prefisso”, poiché il Picconi avrebbe dovuto pagare 80 scudi entro il 17 dicembre 1763 e, in realtà, non è stato neppure versato denaro all’esattore, il quale ha solo avuto “un pagarò”, cioè un pezzo di carta senza valore, dal fratello del carcerato. La Sacra Congregazione del Buon Governo, allertata sul punto, il 4 febbraio 1764 chiede all’esattore G.A.A. di depositare gli 80 scudi presso il Monte di Pietà a Roma, ma l’esattore chiede una dilazione, asserendo di non aver momentaneamente a disposizione la somma “per averla pagata per la Communità”, cioè per averla già impiegata nell’interesse del Comune. Oltre all’esattore, si dice nell’esposto che sia colluso con il Picconi anche il Governatore, che esplicando funzioni giurisdizionali civili anche per le procedure esecutive e dovendo quindi necessariamente intervenire per i “mandati”, cioè per l’avvio delle procedure di esecuzione forzata, ricusa di farlo nei confronti del Picconi. Trent’anni dopo, il fratello sacerdote di quel Domenico Picconi incarcerato nel 1764 è diventato un onnipotente esattore di fatto: come si ricava da una informativa datata 5 maggio 1794 diretta dai priori di Leprignano Cipriano Rossi, Benedetto Betti e Paolo Graziosi alla Sacra Congregazione del Buon Governo, nel 1793 era diventato esattore comunitativo (cioè agente della riscossione delle entrate comunali) Nicola Bizzarri, cognato del sacerdote Picconi (e del Domenico Picconi incarcerato nel 1764 per 449 scudi di debito verso il Comune), ma “lo stesso suo cognato sacerdote Picconi è quello che agisce in tutto, e per tutto riscuotendo le collette, facendo ricevute, e pagamenti, ed ordinando ancora l’esecuzioni sì reali, che personali alle persone morose, talmente che tutta questa popolazione riconosce per esattore il detto sacerdote, e non mai il di lui cognato Bizzarri, che come un pupazzo vestito presta la pura presenza, e nome”. Lo stesso sacerdote – prosegue l’informativa dei priori – era diventato anche “dispotico padrone, e regolatore” dell’Università dei Padronali di bestiame (antenata dell’odierna Università Agraria) e, come se non bastasse, anche “esattore generale di tutti i luoghi pii di questa Terra”, nonché vicario foraneo, sicché – concludono i priori (cioè i componenti la Giunta Comunale di allora) scrivendo alla Sacra Congregazione del Buon Governo – “lui esattore communitativo, esattore dei luoghi pii, vicario foraneo, bovattiere, deputato dell’Università de bovattieri, lui sindaco degli esattori, ripartitore di qualunque sia colletta, in somma lui tutto, lui padrone di Leprignano […] essendo costretti dover essere tutti a lui soggetti, e niuno può parlare, altrimenti la vendetta è pronta”.

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CAPENA SCOMPARSA: LE PORTE DI LEPRIGNANO

Da un documento del 1655 (cfr. “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 79) apprendiamo che un falegname morlupese, di nome Silvestro Rosa, “fece dui porte nella Terra di Leprignano una detta Porta Nova, et l’altra chiamata del Viazillo” (“Viazillo” è il vecchio toponimo dal quale è derivato l’attuale “Vasivo”): i “fusti” delle porte, fatti con tavole di castagno, erano alti rispettivamente per la “Porta Nova” quindici pali e mezzo e per la porta del Viazillo dodici pali e tre quarti, larghi rispettivamente per la “Porta Nova” undici pali e un quarto e per la porta del Viazillo dieci pali e un quarto; ciascuna delle porte aveva tre catenacci e tre serrature. La “Porta Nova” era forse collocata laddove l’attuale via Guglielmo Marconi (ex Borgo Aproniano) sfocia nella cosiddetta “piazzetta della Portanova”, dov’è la fontana, mentre la “porta del Viazillo” era collocata con ogni probabilità laddove l’attuale “Via Silla” (toponimo urbano derivante anch’esso, come il toponimo rurale “Vasivo”, da “Viazillo”) sfocia in piazza del Popolo. Non solo vi erano la “Porta Nova” e la “porta del Viazillo”, ma anche l’arco della Porta Nova e l’arco del “Viazillo”. Quest’ultimo è visibile in una fotografia (n. 81) riportata a pag. 154 di “Capena e il suo territorio”: fu abbattuto, insieme con le abitazioni che vi erano state edificate al di sopra, verso il 1960; l’arco della “Porta Nuova” fu demolito intorno al 1840, insieme con il “muro antico annesso”, perché impediva il passaggio di “carri carichi di grano, stendardi, tronchi ed altri attrezzi nell’occasione delle Processioni” (cfr. “Capena e il suo territorio”, Capena 1998, pag. 152, testo e nota 27). Le porte furono abbattute molto prima che fossero demoliti gli archi: ciò è sicuro per la porta del Viazillo, di cui nessuno, a differenza dell’arco, ha memoria, ma deve ritenersi che così sia stato anche per la “Porta Nova”, benché il fascicolo relativo all’abbattimento dell’arco nel 1840 circa sia intitolato “Sulla demolizione dell’Arco presso la Porta di Leprignano” (ibidem). La “Porta Nova” e la “porta del Viazillo” segnavano i confini della “Terra di Leprignano”, ossia del centro abitato vero e proprio, senza soluzione di continuità; esse segnavano un’espansione di quest’ultimo rispetto all’epoca medievale, dove le porte che “chiudevano” l’ingresso al centro abitato erano verosimilmente situate all’ingresso del Palazzo dei Monaci da piazza del Popolo e in corrispondenza della cosiddetta “caditora”. La “Porta Nova” e la “porta del Viazillo” dovettero essere abbattute quando non furono più sentite le esigenze di sicurezza del centro abitato che avevano portato alla loro costruzione e che risalivano ai tempi insicuri del Medio Evo.

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CAPENA: TOPONIMI URBANI DESUETI E LA “RIPA DEI RAGAZZI”

Lo spostarsi dell’asse dell’abitato fuori dal nucleo medievale del centro storico ha avuto un riflesso nella toponomastica urbana di Capena, con la scomparsa della grande maggioranza dei numerosi toponimi che fino almeno al ‘700 contrassegnavano le varie zone in cui si articolava quello che una volta era il cuore pulsante del paese. Oggi, i toponimi urbani sopravvissuti, relativi all’abitato di origine medievale, sono solo tre: Rocca, Cesata e Paraterra. “Rocca” è il toponimo attestato da epoca più antica e fa riferimento al “Palazzo dei Monaci”, di origine altomedievale; “Cesata”, cioè quella parte del nucleo abitato medievale situata oltre l’entrata della “caditora” (in sostanza la contemporanea via Dante Alighieri), è raro nel ‘600 e il suo uso, con la scomparsa di altri toponimi urbani, si è venuto ampliando solo nei secoli successivi (Don Stefano, al secolo, se non andiamo sbagliati, Arnaldo Baiocchi, monaco benedettino di origine capenate, che fu anche priore a Farfa e defunse novantenne alla metà degli anni ’90 del ‘900, prozio “ex latere avae maternae” di una Consigliera Comunale attualmente in carica, ricollegava il toponimo “Cesata” al verbo latino “caedere”, il cui participio passato è “caesum” e che vuol dire “tagliare”: ipotesi che non appare, tuttavia, suffragata da una effettiva particolarità che lo lo sperone tufaceo – su cui sorge il nucleo antico – presenti dal lato appunto della Cesata, dato che pareti per così dire “tagliate” ovvero strapiombi o “ripe” si trovano da tutti i lati dello sperone, tranne ovviamente quello che dà verso Piazza del Popolo); “Paraterra”, invece, è di origine relativamente “recente”, non essendosene finora trovate attestazioni precedenti il ‘700, e, originariamente circoscritto ad una zona ben specifica, è venuto in epoca contemporanea a designare, in via residuale, tutto ciò non è né Rocca, né Cesata.

In un catasto protosecentesco (1611) di Leprignano troviamo, con riferimento al nucleo medievale del centro abitato, i seguenti toponimi:

– “mezza terra” (o “mezza la terra”), che era il più frequente (più volte è specificato “dentro il Castello in loco detto mezza terra”, per indicare che siamo nella parte più antica del nucleo abitato, oltre la porta del Palazzo dei Monaci e oltre l’ingresso della “caditora”, mentre con la “piazza”, odierna Piazza del Popolo, già se ne era fuori: le espressioni “dentro il Castello in loco detto ecc.” o “dentro la terra in loco detto ecc.” intendono dire appunto questo);

– “piedi la terra” (o anche “piedi alla terra”, “piede della terra”, “piede la terra”, “piedi alla terra”), forse toponimo antenato di “Paraterra”;

– “salciata” o “selciata”, dove erano concentrate le case di maggior valore, tra le quali spiccano quella di Giovanni Leonio (=Alei) e quella di Ascanio ed Antonio Ricci, entrambe del valore dichiarato di duecento (da intendersi scudi), nonché quella di Giovanni Cozzardo, del valore di centoventi, e quella dello speziale (=farmacista) di origine anconitana Francesco Dombosio, del valore di novanta;

– “roccha” (rigorosamente con la acca);

– “scale di Santo Paulo” (che sicuramente non sono le scalette dell’attuale “Vicolo delle Scalette” e che compaiono già allora cinque volte come toponimo distinto);

– “coaleo” (raramente “covaleo”), toponimo dal significato misterioso;

– “dentro al Castello”, “dentro la terra” e “nel castello di Leprignano”, toponimi piuttosto generici (“la terra”, cioè, come diremmo oggi, il paese, termine quest’ultimo allora inesistente, e il “Castello” indicavano tutto ciò che stava al di là degli ingressi rappresentati dalla porta del Palazzo dei Monaci e dall’entrata della “caditora”);

– “sotto alla Chiesa” (s’intende la vecchia chiesa parrocchiale, che fu abbandonata ai primi del ‘900 e sostituita con la parrocchiale che sorge sull’odierna piazza San Luca su terreno donato dai fratelli Giannotti);

– “forno”;

– “casa spallata” (cioè “casa diruta”, “casa rovinata”: il toponimo ricorre solo quattro volte e non è specificato, anche se è probabile, che si riferisse a una zona “dentro al Castello”);

– “Cesata”, che ricorre solo due volte, con riferimento ad una casa appartenente per due terzi a Bartholo Perello e ad una casa appartenente per una terza parte a Tranquillo Lucretia;

– “Palombara” (questo toponimo ricorre sei volte e non va confuso con la zona che oggi è chiamata “la Palombara”: ai primi del ‘600 “Palombara” indicava una zona “dentro alla terra”, cioè dentro il castello di Leprignano), con la variante “Pozzo Palombara”;

– “Porticale” o “Porticale della salciata” o “Porticale della selciata”;

e ancora, varianti di qualcuno dei toponimi sopra enumerati: “strada del forno”, “vecino alla Chiesa”, “sotto alle scale di Santo Paulo”, “sotto et appresso la Chiesa”, “al forno”, “appresso al Forno”, “appresso alla chiesa”, “avanti alla Chiesa”.

“Paraterra” ancora non compare.

Infine menzioniamo il più suggestivo di questi toponimi, la “Ripa dei Ragazzi”, con le varianti “Ripa de Ragazzi”, “ripa di Ragazzi”, “Ripa Ragazzi”, “Ripa ragazzo”, “Ripa regazzi”, “Ripe di ragazzi”, “Ripe ragazzo”. Questo toponimo, riferito indubbiamente, come si ricava dalla partita di “Settimio de Calvi” (=nativo di Calvi nell’Umbria), ad una zona “dentro al Castello”, sembra evocare una zona nella quale i fanciulli della Capena di allora giocavano, con giochi che noi oggi, quattro secoli dopo, abbiamo difficoltà anche solo ad immaginare. Sperando che da quella “ripa” nessuno dei “ragazzi” sia mai precipitato…

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CONFRATERNITE E PROCESSIONE DELL’INCONTRO A CAPENA

Il ruolo di “incollatori” nella “Processione dell’Incontro” a Capena era svolto dai membri di due confraternite, una delle quali era la confraternita del SS.mo Crocifisso (per la precisione confraternita del SS.mo Crocifisso, di Santa Maria Vergine Assunta in Cielo e di Sant’Antonio Abate) e l’altra la confraternita del SS.mo Sacramento. La confraternita del SS.mo Crocifisso o di Sant’Antonio portava la “macchina” con l’immagine della Madonna, la confraternita del SS.mo Sacramento quella con l’immagine del SS.mo Salvatore. Queste due confraternite sono le uniche che sopravvissero alla soppressione delle confraternite leprignanesi disposta il 5 ottobre 1847 dal Vicario Generale dell’Abate di San Paolo. Secondo gli “Ordini e capitolazioni” della confraternita del SS.mo Crocifisso e di Sant’Antonio Abate, risalenti alla metà del ‘700, al momento dell’incontro, che già allora avveniva vicino alla Chiesa di S. Antonio Abate, il priore, i guardiani e altri membri investiti di cariche in una confraternita dovevano abbracciarsi e baciarsi con i pari grado dell’altra confraternita, così come il Parroco doveva abbracciarsi e baciarsi con il cappellano di Sant’Antonio; dopo l’incontro, le confraternite dovevano scambiarsi le macchine (elemento questo che si è perso nel corso del tempo).

Fonte: “Spigolature capenati”, Roma 2003, pagg. 140-141.

 

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NOTIZIE SULLA CHIESA DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE A CAPENA

La chiesa di S. Maria delle Grazie in Leprignano fu costruita probabilmente in epoca tardomedievale, forse nel XIV secolo, e assunse la sua forma attuale non prima della seconda metà del XVII secolo: il termine post quem per la ristrutturazione, che le diede l’attuale assetto architettonico, è rappresentato da una visita pastorale del 1660, nella cui relazione viene descritta nella sua ubicazione attuale, ma con un aspetto del tutto diverso da quello odierno.

Da un testo intitolato “Delle chiese esistenti nella terra e territorio di Leprignano Abbazia di San Paolo fuori le Mura di Roma” (cfr. “Spigolature capenati”, Roma 2003, pag. 143) apprendiamo che nella chiesa di Santa Maria delle Grazie vi erano quattro altari: l’altare maggiore, dedicato all’Assunzione della Madonna, a carico della cappellania delle Grazie; l’altare del Santissimo Crocifisso, di giuspatronato della famiglia Sacripanti; l’altare di San Giovanni Decollato (ossia San Giovanni Battista), curato dalla confraternita/cappellanìa omonima; l’altare di Sant’Anna (madre della B. V. Maria), mantenuto da un legato pio di Maddalena Pagliuca.  

Dallo stesso testo sulle chiese nel territorio di Leprignano apprendiamo che vi era anche, tra le altre, una confraternita intitolata “delle Grazie” o “ della Madonna delle Grazie”, la quale dovrebbe identificarsi con quella a carico della quale era l’altare maggiore della chiesa omonima. La confraternita della Madonna delle Grazie fu, insieme con altre cinque confraternite locali, sospesa nel 1836 in seguito a visita pastorale dell’Abate di San Paolo (cfr. “Spigolature capenati”, Roma 2003, pag. 135) e quindi, ancora insieme con le altre medesime cinque confraternite del posto, soppressa con decreto emanato il 5 ottobre 1847 dal Vicario Generale dell’Abate di San Paolo (ivi, pag. 131) e contestualmente trasformata in cappellanìa.

Deve aggiungersi, quanto alle confraternite, che, tra le due che, a differenza delle sei di cui sopra, sopravvissero sino ad epoca postunitaria, vi è quella che, originariamente dedicata al solo Sant’Antonio Abate, fu eretta nuovamente nel 1752 dall’Abate di San Paolo e intitolata non solo a Sant’Antonio Abate, ma anche a Maria Vergine Assunta e al SS.mo Crocifisso (ivi, pag. 141: si ricordi che l’altare maggiore della chiesa di S. Maria delle Grazie è dedicato a Maria Assunta in cielo e che uno degli altari laterali era dedicato al SS.mo Crocifisso). La confraternita di Sant’Antonio Abate, del SS. Crocifisso e di Maria Vergine Assunta è quella che, nella Processione dell’Incontro, portava la “macchina” della B.V. Maria, mentre la confraternita del SS.mo Sacramento, e cioè l’altra delle due confraternite che sopravvissero alla soppressione del 1847 e all’eversione dell’asse ecclesiastico, è quella che, nella medesima Processione, portava la “macchina” del SS.mo Salvatore.

Con atto notarile datato 4 aprile 1921, il Priore della Confraternita del SS.mo Crocifisso e di Maria Santissima delle Grazie (che era dedicata anche a Sant’Antonio Abate, come sopra si è visto), Bernardino Corradini, previa conforme deliberazione dell’Assemblea dei Fratelli in data 1° agosto 1920, concesse a Pietro Quinzi e a Luigi Pagliuca “il permesso di scavare a loro spese il primo un ambiente da costruirsi per uso di sartoria, il secondo altro ambiente da costruirsi per uso di bottega di caffè rispettivamente a sinistra e a destra sottostanti la gradinata della chiesa di Sant’Antonio Abate in Leprignano” – locali che furono contestualmente concessi ai due predetti richiedenti in enfiteusi perpetua con un canone annuo di quindici lire ciascuno.  

Per quanto concerne l’altare laterale del SS.mo Crocifisso nella chiesa di Santa Maria delle Grazie, esso era di giuspatronato della famiglia Sacripanti già al principio del ‘700. Con atto di ultima volontà datato 1° marzo 1711 agli atti di un notaio morlupese, Maria Felice Sacripanti del fu Benedetto dispose che il proprio corpo fosse sepolto nella chiesa di Santa Maria Assunta (ossia la chiesa poi comunemente detta di Santa Maria delle Grazie: si ricordi che il suo altare maggiore è dedicato appunto all’Assunzione della B.V. Maria) e destinò alla manutenzione dei suppellettili della Venerabile Cappella del SS.mo Crocifisso eretta nella chiesa di Santa Maria i frutti di un terreno boschivo in località “Le Pretare”, ciò facendo anche in conformità al desiderio del di lei defunto fratello Girolamo Sacripanti.

La cappellanìa sotto l’invocazione di Sant’Anna nella chiesa di Santa Maria delle Grazie fu istituita, con diritto di amministrazione nella famiglia Moretti, in conformità del testamento datato 15 maggio 1821 di Maddalena Alei (e non Pagliuca, come inesattamente riportato nel testo succitato sulle chiese nel territorio di Leprignano) e, ai sensi dell’art. 5 della legge 15 agosto 1867, fu svincolata con atto rogato il 18 giugno 1874 da Luigi Moretti in qualità di amministratore della pia istituzione fondata con testamento da Don Pietro Moretti e, ancora con testamento, da Don Giuseppe Moretti, fratello di Don Pietro – pia istituzione alla quale era stata unita la cappellanìa dedicata a Sant’Anna.

Non si hanno notizie specifiche circa l’altare laterale della chiesa di Santa Maria delle Grazie dedicato a San Giovanni Decollato e circa la confraternita omonima, che, secondo il succitato testo sulle chiese nel territorio di Leprignano, sarebbe sorta nel XVIII secolo, ma che non è menzionata né tra quelle sospese nel 1836 e soppresse nel 1847, né tra quelle sopravvissute sino ad epoca postunitaria (nel vigente catasto terreni di Capena vi era almeno un terreno intestato alla cappellanìa di San Giovanni Decollato, della cui effettiva esistenza, tuttavia, non si hanno riscontri al di fuori della scarna menzione che ne fa il testo succitato sulle chiese nel territorio di Leprignano).    

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CHI ERA IL “SAN FELICE MARTIRE” AL QUALE ERA CONDEDICATA LA CHIESA DI SANT’ANTONIO ABATE A CAPENA?

La chiesa di Sant’Antonio Abate, all’altezza della quale, come da plurisecolare tradizione, la sera del 14 agosto s’incontrano l’icona del Cristo (SS.mo Salvatore) e quella della Madonna delle Grazie, fu condedicata a un “San Felice Martire”, quando (cfr. “Capena e il suo territorio”, Edizioni Dedalo, 1995, pag. 211: trascrizione di un lungo brano di un “Libro de ricordi e de cenzi” della Confraternita di San’Antonio Abate), in seguito alla ricostituzione, nel 1752, della Confraternita del SS.mo Crocifisso, di Maria Vergine Assunta in Cielo e di Sant’Antonio Abate, questa confraternita richiese “il corpo d’un santo martire”, che, tramite l’intercessione del Parroco di Leprignano e dell’Abate di San Paolo, fu concesso dal Vicario di Roma Cardinal Guadagni e il 29 aprile 1753 arrivò a Leprignano, compiendosi così la “solenne traslazione del detto Sacro Corpo di S. Felice Martire” (come si legge nella cronaca della confraternita, “esso Sacro Corpo in tutto per tutto appartiene alla nostra venerabile Confraternita del S.mo Crocifisso, anticamente nominata di S. Antonio Abbate”).

Chi era questo “San Felice Martire” il cui “corpo” fu trasportato a Leprignano nel 1753 e sistemato dapprima nella Chiesa Parrocchiale, per poi, dopo un paio d’anni circa, radicalmente ristrutturata la chiesa di Sant’Antonio Abate, essere trasferito in quest’ultima?

Non solo vi sono parecchi “San Felice”, ma vi erano anche molti “San Felice Martire”

Un indizio per la formulazione di ipotesi ci viene da documentazione attinente alla storia della banda musicale di Capena (v. “Spigolature capenati”, Roma 2003, pag. 31 segg., in particolare pagg. 35-36). Nel 1827 i bandisti di Leprignano chiesero alla Segreteria di Stato l’autorizzazione a indossare un uniforme. In questa supplica, che fu approvata dal Segretario di Stato Cardinal Della Somaglia l’11 ottobre 1827, si legge, tra l’altro, che “sono prossime le Feste di San Luca Evangelista Protettore, e di San Felice Martire in Leprignano”. Sappiamo che la festa di San Luca Evangelista cade il 18 ottobre.

La probabile prossimità temporale con la festa di San Luca Evangelista, che sembra evincersi dal succitato passaggio del testo della supplica, consente di restringere plausibilmente alle seguenti figure, tra la moltitudine di Felici martiri, le ipotesi di identificazione con il San Felice martire il cui corpo fu traslato a Leprignano nel 1753:

– Felice Africano, morto nel 303: vescovo di Thibiuca in Africa, fu messo a morte per aver rifiutato di consegnare i libri sacri e fu una della prime vittime della persecuzione di Diocleziano (festa il 24 ottobre);

– Felice, che sarebbe stato martirizzato a Terracina nel I secolo insieme con un Eusebio (festa il 5 novembre);

– Felice di Tonizza: martire africano che morì a Tonizza presso Ippona (Bona), essendo trovato morto in prigione il giorno prima dell’esecuzione (festa il 6 novembre).

Certamente, l’intervento della banda per solennizzare la festa comprova che il culto del Santo in questione era sentito a Leprignano, dove almeno fino al 1830 l’urna con le sue reliquie era ancora nella chiesa di Sant’Antonio Abate (cfr. “Capena e il suo territorio”, pag. 207, nota 14) e fino al primo decennio del ‘900 la chiesa di Sant’Antonio era ancora indicata anche come chiesa di San Felice.  

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LE RADICI STORICHE DELLA “PROCESSIONE DELL’INCONTRO”, CHE SI SVOLGE A CAPENA LA SERA DEL 14 AGOSTO

Sergio I, che fu Pontefice dal 687 al 701, stabilì che in occasione delle quattro festività della B.V.M. (Natività, Presentazione, Annunciazione e Dormizione – quest’ultima in seguito denominata dell’Assunzione) si facesse (in Roma) una processione che partiva dalla chiesa di S. Adriano (si tratta della chiesa sul Foro Romano che Onorio I, Papa dal 625 al 638, aveva dedicato a un soldato romano che portava quel nome e che era morto martire nel 290 Nicomedia durante le persecuzioni volute dall’imperatore Massimiano) e terminava nella basilica di Santa Maria Maggiore.

Sotto il pontificato di Adriano I (772-795) la festa della Dormizione riceve, per la prima volta in Occidente, il titolo di “Assunzione di S. Maria”, come appare dal Sacramentario che il suddetto Papa inviò a Carlo Magno tra il 784 e il 791.

Queste feste provenivano dall’Oriente e da Roma si diffusero nell’Occidente. Avevano luogo la mattina prima della messa, salvo quella dell’Assunta, che aveva luogo nella notte del 14-15 agosto e che ben presto superò per importanza le altre feste mariane.

Nella processione romana (della Dormizione, detta poi dell’Assunzione già a partire dall’VIII secolo) della notte del 14 agosto era portata l’immagine “Acheropita” (=non dipinta da mano d’uomo). La prima testimonianza dell’esistenza dell’immagine “Acheropita” risale al pontificato di Stefano II (752-757), allorché il Papa, per allontanare il pericolo dell’invasione dell’Urbe da parte del re longobardo Astolfo, portò in processione nel 753 la sacra icona sulle sue spalle. L’immagine “Acheropita” ritrae il Salvatore (Cristo) che con la mano sinistra tiene il rotolo della Legge e con la destra benedice. Si è ipotizzato che essa sia di origine romana e che sia stata realizzata tra il 450 e il 550.

Proprio la connessione della processione romana nella notte tra il 14 e il 15 agosto con l’immagine “Acheropita” ha probabilmente contribuito alla crescita d’importanza della festa dell’Assunzione: Niccolò I, a metà del secolo IX, già metteva l’Assunzione alla pari con Natale, Pasqua e Pentecoste.

La più antica notizia relativa al fatto che l’immagine “Acheropita”, custodita nella cappella del “Sancta Sanctorum” nel Patriarchìo Lateranense, era portata in processione nella notte tra il 14 e il 15 agosto si ha in relazione al pontificato di Leone IV (847-855). Già al tempo di questo Pontefice, l’immagine in questione era, nella notte tra il 14 e il 15 agosto, portata alla chiesa di S. Adriano nel Foro Romano, vale a dire l’antica Curia del Senato Romano, trasformata in chiesa, e quindi a Santa Maria Maggiore, passando per San Lucia in Orfeo. La processione romana fece questa strada fino alla sua soppressione, al tempo di Pio V (1566-1572).

Nel Medioevo la processione notturna della vigilia della festa dell’Assunzione (quella romana, lunghissima, durava l’intera notte tra il 14 e il 15 agosto) si diffuse nel Lazio; cittadine e paesi della regione si procurarono una copia dell’Acheropita o comunque dipinti aventi lo stesso soggetto. Furono riprodotte l’immagine del SS.mo Salvatore e la processione: le piccole città, in particolare, cercavano in tutto il Lazio di gareggiare con l’Urne imitando l’ordine e il rito della processione, come anche l’immagine del Salvatore. Giovanni Marangoni, un erudito settecentesco, in un suo studio sulla cappella detta del “Sancta Sanctorum” e sull’immagine “Acheropita”, così intitola il capitolo XXVI di questa sua opera: “Come la processione annua coll’immagine del SS. Salvatore, nella vigilia dell’Assunta della B. Vergine, fu proibita dal pontefice S. Pio V. E come di essa in alcune città e terre ve ne sia rimasta memoria con farsi somiglianti Processioni con altre simili Immagini del Salvatore”.

Per quanto concerne l’“incontro” tra il Figlio e la Madre, anch’esso trae origine dalla processione romana, e precisamente dal fatto che l’immagine “Acheropita” del Cristo era portata alla basilica di Santa Maria Maggiore, ove dunque aveva modo di ritrovare la Madre. Un elemento della processione romana venuto talvolta meno nelle varianti paesane è quello della lavanda dei piedi del Cristo. A Tivoli, ad esempio, la processione della vigilia dell’Assunta prevede la visita del Salvatore alla Madre (elemento già presente nell’originale romano, come si è visto); a Subiaco, dove forse si ha un rito tra i più vicini all’“Incontro” capenate, Madre e Figlio si incontrano, in un’atmosfera di grande commozione popolare, sulla piazza della Valle, dove ha luogo la cosiddetta “Inchinata”.

La processione notturna del 14 agosto godette per secoli a Roma di rinomanza straordinaria per l’intervento delle autorità religiose e civili, per la grandissima partecipazione di popolo e per le sue caratteristiche. Col trascorrere dei secoli vi si introdussero non pochi abusi, come può avvenire in feste popolari notturne, tanto che, in epoca di Controriforma, Pio V la soppresse per Roma, ma essa continuò a vivere in alcuni paesi del Lazio.

Bibliografia:

Filippo Caraffa, “La processione del SS. Salvatore a Roma e nel Lazio nella notte dell’Assunta”, in “Lunario Romano 1976 – Feste e cerimonie nella tradizione romana e laziale”, a cura del Gruppo Culturale di Roma e del Lazio, pagg. 127-151

Padre Gabriele M. Roschini, “La Madonna secondo la fede e la teologia”, vol. III, Roma 1953, pag. 204 segg.

 

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