CAPENA: UNA FORNACE IN LOCALITA’ MANCIANO

Un’interessante testimonianza circa l’esistenza di una fornace in località Manciano viene da un testamento. Si tratta del testamento olografo che, redatto il 12 maggio 1874 da Giovanni Baldelli, viene inserito negli atti del notaio allora residente a Castelnuovo di Porto dopo che il testatore, e cioè Giovanni Baldelli, figlio del fu Cesare, era defunto l’8 febbraio 1879 in una casa posta in via della Conca numero 43. Il testamento viene consegnato al predetto notaio da Vincenzo Gualtieri il 10 aprile 1879. Il Baldelli aveva nominato suo erede universale appunto il Gualtieri, marito di Eulalia Bizzarri, che, come viene detto nel testamento, era nipote di Anna Bizzarri, moglie del Baldelli. Dall’atto di ultima volontà apprendiamo ancora che il Baldelli aveva nel 1864 costituito una dote a Eulalia Bizzarri e che in seguito il marito di quest’ultima lo aveva sovvenuto economicamente in più occasioni: il Gualtieri, infatti, aveva pagato al capomastro muratore Antonio Malatesta (capostipite dei Malatesta capenati, salva una linea civitellese venuta nel corso del ‘900) 93 scudi e 3 baiocchi, pari a 500 lire e 3 centesimi, per aver fatto uno sperone alle case del testatore, cioè del Baldelli, poste in via di Paraterra ai numeri civici 1 e 5; aveva sostenuto le spese di una causa contro Domenico Gualdarini per il recupero di una fornace ad uso di mattoni in vocabolo (=località) Manciano, anticipando 100 scudi pari a 537 lire e 50 centesimi, e aveva poi pagato 80 scudi, pari a 430 lire, per miglioramenti e restauri della suddetta fornace; aveva pagato 260 lire per lo scasso di una vigna a Martolana e aveva fornito al Baldelli 225 lire e 75 centesimi di grano. Il Baldelli trasmette al Gualtieri anche i diritti che egli vanta sull’eredità di un tal Giovanni Coletti.   

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ELEMENTI PER UN’ANALISI PROSOPOGRAFICA DELLA CLASSE DIRIGENTE LEPRIGNANESE TRA ‘800 E PRIMI DEL ‘900

Con la digitalizzazione e la pubblicazione online – grazie ad una meritoria iniziativa del MIBACT (ora Ministero della Cultura) – dei registri di stato civile di numerosi comuni italiani dall’Unità sino ai primi decenni del ‘900 è stata messa a disposizione della ricerca storica una preziosa risorsa, che, insieme con le informazioni ricavabili da rogiti notarili, consente, tra l’altro, un’analisi prosopografica della serie degli amministratori locali, con ricostruzione della rete di parentele e quindi della base sociale della classe dirigente locale dell’epoca. In sintesi, se ne ricava, in linea peraltro con una legislazione che poneva limiti alla titolarità del diritto di elettorato, che solo dopo la seconda guerra mondiale, con l’avvento della Repubblica, si verifica una tendenziale apertura, negli uffici elettivi, a persone estranee alla élite censitaria locale. 

Iniziamo questa ricostruzione da un non leprignanese, uno dei tanti immigrati dalle Marche che si stabilirono nel paese nel corso dei secoli,

Dai registri dei matrimoni civili, celebrati quindi in Comune (va ricordato che solo dopo i Patti Lateranensi, stipulati l’11 febbraio 1929, e la conseguente legge n. 847 del 1929 lo Stato italiano riconobbe agli effetti civili il matrimonio canonico, ossia religioso, celebrato dinanzi a un ministro del culto cattolico, mentre in precedenza, dall’Unità in poi, normalmente si celebravano due distinti matrimoni, uno in chiesa e l’altro in comune: era il sistema cosiddetto del “doppio binario”), si ricava che Sindaco di Leprignano fu, certamente nel 1875 e tra 1880 e 1881, Vincenzo Gualtieri, nativo di Sant’Elpidio Morico (oggi frazione del comune di Monsampietro Morico, nel Fermano: di Sant’Elpidio Morico sono originari anche gli Ercolani e i Ruggeri) la cui lapide funeraria è ancor oggi leggibile nel Cimitero di San Leone:

VINCENZO GUALTIERI

DI CARATTERE FIERO INTEGERRIMO

ACQUISTO’ NOME 

COLLA SUA OPEROSITA’ 

ONESTISSIMA

NACQUE IN S. ELPIDIO MORICO LI VIII APRILE MDCCCXXVII

MORI’ IN LEPRIGNANO LI IX MARZO MDCCCIC

DAI FIGLI EREDI TESTAMENTARII

EBBE LE LAGRIME E QUESTO RICORDO

Vincenzo Gualtieri, figlio del fu Giuseppe, nacque dunque a S. Elpidio Morico l’8 aprile 1827 e defunse a Leprignano il 9 marzo 1899 (v. atto numero 7 del registro degli atti di morte del Comune di Leprignano nell’anno 1899). Egli era coniugato con la leprignanese Eulalia Bizzarri, la quale defunse sessantacinquenne a Leprignano l’11 febbraio 1909 (v. atto numero 7 del registro degli atti di morte del Comune di Leprignano nell’anno 1909) in una casa sita in via Umberto I numero civico 114 ed era figlia del fu Tommaso e della civitellese fu Paini Camilla.

La coppia ebbe, oltre ai figli Luca e Vivenzio, tre figlie:

  • Agata (1867-1934, la cui sepoltura è nel Cimitero di San Leone), la quale contrasse matrimonio civile a Leprignano il 17 ottobre 1885 con il possidente Nicola Sacripanti (v. atto numero 6 del registro degli atti di matrimonio del Comune di Leprignano nell’anno 1885), avo paterno e omonimo del Nicola Sacripanti (1937-2010) che fu Sindaco di Capena dal 1977 al 1985 ed era dunque bisnipote “ex latere avae paternae” di un Sindaco di Leprignano;
  • Felicita, la quale nacque come Felice il 18 agosto 1871 a Leprignano in una casa sita in via di Paraterra al civico numero 1 (v. atto numero 17 del registro degli atti di nascita del Comune di Leprignano nell’anno 1871), ancora come Felice contrasse matrimonio civile a Leprignano il 9 ottobre 1893 con il trentunenne maestro Silvio Capuani, nativo di Torricella Sicura (comune della provincia di Teramo) e figlio del medico chirurgo Giosafat e di Angelini Santa (v. atto numero 7 del registro degli atti di matrimonio del Comune di Leprignano nell’anno 1893), e infine defunse come Felicita il 30 gennaio 1919 a Roma (v. atto numero 3 della parte seconda del registro degli atti di morte del Comune di Leprignano nell’anno 1919); a Silvio Capuani, genero di Vincenzo Gualtieri e maestro elementare a Leprignano, è dedicata la lapide apposta nel febbraio 1948 all’esterno del palazzo municipale dal lato che affaccia su piazza San Luca. Su di essa si legge:
  • A SILVIO CAPUANI EDUCATORE MAESTRO INSIGNE D’OPEROSITA’ E RETTITUDINE PER LUNGO VOLGER D’ANNI AI TANTI DISCEPOLI L’ANIMO DISCHIUSE DEVOTAMENTE AL CULTO DEL SAPERE DELLA VIRTU’ E DELLA PATRIA                                                                           

                                                                             I CAPENATI RICONOSCENTI”;

  • Santa, la quale nacque il 21 febbraio 1874 in una casa sita “in via di paraterra al civico numero uno” (v. atto numero 11 del registro degli atti di nascita del Comune di Leprignano nell’anno 1874) e contrasse matrimonio civile a Leprignano il 15 ottobre 1891 con il quarantatreenne medico chirurgo Dott. Luigi Arduini, nativo di Sutri, il quale fu medico condotto a Leprignano a cavallo tra ‘800 e ‘900 e defunse sessantottenne a Roma il 27 novembre 1917 in una casa sita in via Regina (?) n. 231 (v. atto numero 6 della parte seconda del registro degli atti di morte del Comune di Leprignano per l’anno 1917).

Il suocero di Vincenzo Gualtieri, il farmacista leprignanese Tommaso Bizzarri, figlio del fu Natale e della fu Oldani Caterina, defunse sessantacinquenne a Leprignano in una casa sita “in Piazza del Popolo al Civico Numero nove” il 28 giugno 1872 (v. atto numero 22 del registro degli atti di morte del Comune di Leprignano nell’anno 1872); nella stessa casa in piazza del Popolo numero civico 9 defunse sessantasettenne il 28 agosto 1887 la vedova di Tommaso Bizzarri, la civitellese Camilla Paini, figlia del fu Gionata e della fu Palozzi Maria (v. atto numero 14 del registro degli atti di morte del Comune di Leprignano nell’anno 1887).

Il genero (o meglio uno dei generi) di Vincenzo Gualtieri, Nicola Sacripanti, nato nel 1860 a Leprignano (v. la sepoltura nel Cimitero di San Leone), risulta, dal summenzionato atto relativo al matrimonio civile contratto nel 1885 con Agata Gualtieri, essere figlio del fu Paolo e della fu Graziosi Angela. Paolo Sacripanti, padre del predetto Nicola Sacripanti e consuocero di Vincenzo Gualtieri, è menzionato nell’atto datato 17 luglio 1843 di un notaio del circondario di Campagnano, che redasse l’inventario dei beni spettanti all’eredità del fu Niccola Sagripanti (così sono riportati nell’atto notarile il nome e cognome), defunto, come si legge nelle premesse dell’inventario, a Leprignano in contrada la Piazza (probabilmente piazza del Popolo) il 18 giugno 1843 “ab intestato”, ossia senza aver fatto testamento. Vedova del Niccola Sagripanti deceduto il 18 giugno 1843 era Anastasia Sinibaldi figlia di Bernardo, “madre, tutrice e curatrice di Agnese, Paolo e Luca, figli ed eredi del fu Niccola e in età pupillare”. Ancora nelle premesse dell’inventario si specifica che la stanza nella quale era deceduto il de cuius è una delle camere di una casa appartenente a Domenico Antonio Sacripanti, di cui, come minore di età, il fu Nicola Sacripanti era tutore e curatore. Altra figlia di Bernardo Sinibaldi, suocero del Nicola Sacripanti defunto nel 1843, era Anna, la quale sposò Serafino Cola e defunse sessantatreenne il 17 aprile 1883 a Leprignano in una casa sita in via delle Scalette al numero civico 2 (v. atto numero 14 del registro degli atti di morte del Comune di Leprignano per l’anno 1883); la madre di Anna Sinibaldi, come risulta dall’atto di morte, era Rosa Azzimati, la quale, come risulta dal suo testamento aperto il 4 maggio 1858 per gli atti del notaio allora residente a Castelnuovo di Porto, era figlia del fu Giovanni e defunse sessantottenne il 14 giugno 1854 a Leprignano (nel testamento è menzionato il figlio Antonio e le figlie Anastasia, sposata con Nicola Sacripanti, Felice, moglie di Martino Amici, Chiara, moglie di Cipriano Rossi, e Anna, moglie di Serafino Cola; nel testamento è detto che la testatrice, ossia Rosa Azzimati, aveva ricevuto un patrimonio del valore di circa millecinquecento scudi come erede testamentaria dello zio paterno sacerdote Don Antonio Azzimati). Serafino Cola, figlio del fu Carlo e della fu Barbetti Mariangela, fu segretario comunale a Leprignano dal 1858 al 1870, Assessore facente funzioni di Sindaco nel 1876 e defunse settantaquattrenne a Leprignano il 24 gennaio 1888 in una casa sita in via delle Scalette al numero civico 4 (v. atto numero 2 del registro degli atti di morte del Comune di Leprignano per l’anno 1888); per un curioso errore, nell’atto di morte Serafino Cola è indicato come “vedovo di Severini Anna”, la quale era, invece, una cognata (moglie del fratello) della moglie [il 2 febbraio 1872 a Leprignano (v. l’atto numero 2 del registro degli atti di morte del Comune di Leprignano per l’anno 1872) in una casa sita in piazza del Popolo al civico numero 24 defunse la quarantenne morlupese Anna Severini, figlia del fu Giacomo e coniugata con Antonio Sinibaldi del fu Bernardo, ossia con un fratello della Anna Sinibaldi moglie di Serafino Cola]. Il padre di Serafino Cola, Carlo, nato a Roma nel 1766, era stato, a partire dal 1809, affittuario del Monastero di San Paolo per Leprignano, Civitella e Nazzano, fino al 1818 feudi del predetto Monastero, e nella posizione di affittuari del Monastero gli erano poi succeduti fino al 1831 la vedova Mariangela e i figli Vincenzo e Serafino (v. AA.VV., “Capena e il suo territorio”, Bari 1995, pag. 283; “Studi capenati”, Capena 1998, pagg. 157-158; i Cola in questione non vanno confusi con i Cola provenienti da Acquasanta Terme e stabilitisi a Capena nel corso del ‘900, quando acquistarono la tenuta di Santa Marta insieme con i Tocchi, originari di Pietralta, oggi frazione del comune di Valle Castellana). Da Vincenzo Cola, figlio di Carlo e fratello di Serafino, nacque Carolina, che sposò Agostino Barbetti (1816-1884), ricordato con una lapide apposta sulla facciata del palazzo avito nella via IV Novembre (un tempo tratto di corso Umberto I e prima ancora di via della Conca): Carolina Cola, nata a Stroncone (terra di origine della madre, in Umbria), vedova di Agostino Barbetti, figlia del fu Vincenzo e della fu Genuini Bernardina, defunse ottantaduenne a Leprignano il 17 ottobre 1916 in una casa sita in Corso Umberto (I) n. 113 (v. l’atto numero 26 del registro degli atti di morte del Comune di Leprignano per l’anno 1916). Di seguito il testo della lapide ad Agostino Barbetti:

QUI NACQUE A DI IX LUGLIO MDCCCXVI

MORI’ A DI VII MAGGIO MDCCCLXXXIV

AGOSTINO BARBETTI

CHE NEL TEMPO INFAUSTO DELLA PATRIA OPPRESSA

PRODIGO DELLE DOVIZIE E DEI BENI

COSPIRO’ PER RIVENDICARLA A LIBERTA’

SEGRETARIO DELLA GIUNTA DI SICUREZZA PUBBLICA

GOVERNATORE DISTRETTUALE DI TERRACINA TODI E BEVAGNA

COMMISSARIO NEL LAZIO

RIFULSE PER CIVILE INTEGRITA’ PER SAPIENZA OPEROSA

LA FEDE GIURATA ALLA GLORIOSA REPUBBLICA ROMANA

MANTENNE COSTANTE

RIFIUTANDO ONORI UFFICI PREMI

NACQUE RICCO VISSE PURO MORI’ POVERO

LASCIANDO AI FIGLI GIUSEPPE VITTORIO EMILIO

SOLA EREDITA’

L’ESTIMAZIONE E IL FAVORE DEL POPOLO

______________________________

LA SUE ALTE VIRTU’

VOLLE RICORDARE IL COMUNE DI LEPRIGNANO

A DI III NOVEMBRE MCMXI

Agostino Barbetti è ricordato altresì nella toponomastica urbana capenate, essendogli stato intitolato un largo che fu un tempo un tratto di corso Umberto I e prima ancora un tratto di via della Conca. Come si evince dall’atto di morte (atto numero 48 del registro degli atti di morte del Comune di Leprignano per il 1884) era figlio del fu Giuseppe e della fu Corsetti Laura (il padre della quale era originario di Cori, come si evince dalla “fede mortuaria”, ossia certificato di morte, che pervenne alla cancelleria abbaziale in occasione del matrimonio contratto dal padre, il corano Girolamo Corsetti del fu Tommaso, dopo essere rimasto vedovo della leprignanese Faustina Coleazza, defunta il 25 febbraio 1796). Agostino Barbetti risulta Assessore facente funzioni di Sindaco negli anni 1874, 1878, 1881. Il figlio Giuseppe fu a lungo Sindaco di Leprignano, almeno dal 1891 al 1898, nel 1900, dal 1904 al 1914. Un nipote “ex filio” di Agostino, Alberto Renato, nato a Leprignano il 10 dicembre 1898 da Vittorio, figlio di Agostino, e da Sturbini Benilde (v. atto numero 52 del registro di atti di nascita del Comune di Leprignano per l’anno 1898), fu, succedendo a Ramoni che aveva rivestito l’incarico dal 1926 al 1931, podestà di Leprignano e poi – essendo intervenuto nel 1933 il mutamento di denominazione del Comune, con l’autorizzazione che al riguardo fu data con decreto reale emanato il 5 giugno di quell’anno – di Capena.

Faustina, sorella di Agostino Barbetti, sposò Giovanni Bernardoni (v. l’atto di morte, n. 10 del registro degli atti di morte del Comune di Leprignano per l’anno 1906, in cui è indicata, quanto allo stato civile, come vedova di Giovanni Bernardoni) e defunse all’età di ottantuno anni a Leprignano il 25 luglio 1906 in una casa sita in via Garibaldi n. 8.

Giovanni Bernardoni, cognato di Agostino Barbetti, defunse sessantacinquenne a Leprignano il 31 agosto 1879 in una casa posta in via del Monte numero 12 (v. atto n. 45 del registro degli atti di morte del Comune di Leprignano per il 1879); dall’atto di morte risulta essere figlio del fu Francesco e della fu Sacripanti Teresa. Egli aveva fatto parte della commissione municipale provvisoria che si era insediata a Leprignano nel 1849 dopo la fine della Seconda Repubblica Romana e dal 1854 al 1858 era stato “anziano”, ossia aveva fatto parte dell’organo collegiale che oggi chiameremmo Giunta Comunale (cfr. “Spigolature capenati”, Roma 2003, pagg. 114-116). Il padre Francesco era stato tra i dodici consiglieri scelti per Leprignano dalla Sacra Consulta nel 1828, dopo la riforma attuata per il sistema dell’amministrazione locale nello Stato della Chiesa in forza di motuproprio pontificio emanato il 21 dicembre 1827, e quindi era stato tra il 1842 e il 1845 anziano, ossia componente di un organo collegiale assimilabile all’odierna Giunta Comunale (cfr. “Spigolature capenati”, Roma 2003, pagg. 110-112 e 114).

Antonio Barbetti, fratello di Agostino Barbetti, defunse cinquantaseienne a Leprignano l’11 giugno 1875 in una casa sita in via della Conca numero 38; nell’atto di matrimonio risulta coniugato con Anna Laudi. Egli aveva fatto testamento pubblico il giorno prima per gli atti di un notaio residente a Castelnuovo di Porto, nominando eredi universali i nipoti Giuseppe, Vittorio ed Emilio, figli del fratello Agostino, dei quali vuole che, per l’amministrazione del patrimonio loro devoluto, siano tutori Antonio Malatesta e Vincenzo Cola, ai quali, dopo il raggiungimento della maggiore età, si sarebbe dovuto sostituire il maggiore dei tre fratelli, Giuseppe, che avrebbe assunto l’esercizio della tutela a beneficio dei fratelli minori Vittorio ed Emilio.

Si è sopra visto che ava paterna del Nicola Sacripanti genero di Vincenzo Gualtieri era una Anastasia Sinibaldi, figlia di Bernardo. Un fratello di quest’ultima, Antonio Sinibaldi, fece negli anni ’70 dell’800 parte del Consiglio Comunale di Leprignano e come Consigliere anziano facente funzioni di Ufficiale dello Stato Civile è menzionato nell’atto di morte di Luigi Laudi (atto n. 19 del registro degli atti di morte del Comune di Leprignano per il 1874), che, primo Sindaco di Leprignano in epoca postunitaria (o meglio, primo Sindaco di Leprignano in assoluto, perché, fatta eccezione per il brevissimo periodo in cui Luigi Bizzarri fu “maire” di Leprignano in epoca napoleonica, la figura del Sindaco, ispirata appunto da quella del “maire” prevista dalla legislazione francese in tema di amministrazione locale, sorse nei comuni dello Stato della Chiesa solo dopo l’annessione al Regno d’Italia) tra il 1871 e il 1873, defunse sessantacinquenne a Leprignano il 6 aprile 1874 in una casa sita in via della Conca al numero civico 88 (atto numero 19 del registro degli atti di morte del Comune di Leprignano per l’anno 1874) e dopo tre giorni, con verbale redatto dal Notaio allora residente in Castelnuovo di Porto, alla presenza del Notaio stesso e del Pretore del Mandamento di Castelnuovo di Porto, fu aperto il testamento olografo del defunto, nel quale sono menzionati i figli Francesco, Giuseppe, Adelaide, Leonilde, Amalia, Felicissima, Evangelista e Maria. Luigi Laudi aveva sposato la nazzanese Teresa Salvatori, la quale, stando ad un’istanza datata 30 settembre 1862 (nella serie relativa ai procedimenti civili conservata nell’archivio del Governo preunitario di Castelnuovo di Porto) e presentata a nome di tutti i figli (Adelaide, Francesco, Amalia, Giuseppe, Maria, Felicissima, Leonilde ed Evangelista), aveva diviso i beni ereditari con le sorelle Elena e Settimia con atto a rogito del Notaio in Civitella San Paolo Nardi. Dall’atto di morte risulta che Luigi Laudi era figlio di Francesco Antonio Laudi e di Evangelista Azzimati. Il testamento di quest’ultima, consegnato chiuso il 4 luglio 1848 nella sua casa di abitazione in contrada La Conca alla presenza dei testimoni Angelo Alei del fu Marco, Vincenzo Barbetti del fu Domenico, Giovanni Brasili del vivente Pasquale, Pietro Pagliuca del fu Giuseppe, Tommaso Betti del fu Francesco, Cipriano Rossi del fu Alessandro, Ferdinando Oldani del fu Lazzaro, fu aperto il 12 settembre 1854, con verbale redatto da un notaio residente a Castelnuovo di Porto. Evangelista del fu Giovanni Azzimati, come da certificazione allegata al verbale di apertura del testamento, era deceduta il 15 agosto 1854, all’età di settant’anni circa, vedova di Francesco Antonio Laudi, nell’atto di ultima volontà nomina eredi in parti uguali i figli Luigi e Filippo, quest’ultimo poi predefunto alla madre, e vuole essere sepolta nella chiesa di San Luca, dove era il “luogo seppoltuario gentilizio”. Sono menzionate le figlie Suor Maria Luisa, professa nel Venerabile Monastero delle Filippine in Roma, al secolo Margherita Laudi; Suor Maria Margherita, professa nello stesso Monastero, al secolo Maddalena Laudi; Maria Angela, vedova di Nicola Amici; Maria Luisa, moglie di Giuseppe Ceccarelli; tutte le figlie sono state dotate e ad ognuna di esse viene data la facoltà di conseguire la propria legittima o di cederla a vantaggio dei fratelli; altra figlia è Maria Laudi, la quale aveva sposato in prime nozze Pietro Sacripanti e in seconde nozze Vincenzo Pasqualoni, con entrambi i quali aveva avuto un figlio, e che era stata dotata con ottocento scudi. Il summenzionato Giuseppe Ceccarelli, che sposò Maria Luisa Laudi, ebbe tra i propri figli Rosa, che si maritò con Ettore Bizzarri, figlio del farmacista Tommaso, come si evince da atto rogato il 26 maggio 1878 dal Notaio allora residente in Castelnuovo di Porto [Giuseppe Ceccarelli, cognato di Luigi Laudi e consuocero del farmacista Tommaso Bizzarri a sua volta suocero di Vincenzo Gualtieri suocero di Nicola Sacripanti, defunse cinquantacinquenne a Leprignano il 13 aprile 1871 in una casa sita in piazza del Popolo al numero civico 10 (v. atto numero 2 del registro degli atti di morte del Comune di Leprignano per l’anno 1871) e dall’atto di morte risulta nato a Manziana, vedovo di Maria Luisa Laudi e figlio del fu Lorenzo e della fu Francesca Ceccarelli].

Evangelista Azzimati, moglie di Francesco Antonio Laudi e madre di Luigi, primo Sindaco di Leprignano dopo l’Unità d’Italia, era sorella della summenzionata Rosa Azzimati (la quale, erede testamentaria di Don Antonio Azzimati, era, come si è detto, moglie di Bernardo Sinibaldi e suocera di Nicola Sacripanti avo paterno dell’omonimo genero di Vincenzo Gualtieri). Francesco Antonio Laudi, capostipite dei Laudi leprignanesi, era nato nel territorio dell’odierno comune di Acquasanta Terme da Luigi Laudi e da Anna ed era stato battezzato il 1° ottobre 1768 nella chiesa di Santa Maria “ad collem Farni” e cresimato nell’agosto 1780 nella chiesa di San Giovanni all’Acquasanta; trasferitosi a Leprignano, vi aveva sposato nel 1798 Evangelista Azzimati, figlia di Giovanni e di Bernardoni Margherita (per queste informazioni, cfr. “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 168).

Luigi Laudi si era messo in luce al tempo della Seconda Repubblica Romana, allorquando, nel 1849, fu eletto anziano, ossia componente un organo collegiale (allora formato da tre persone) equiparabile all’odierna Giunta Comunale, ma fece poi parte anche della commissione municipale provvisoria che a Leprignano si insediò ad agosto del 1849 dopo la caduta della Seconda Repubblica Romana e fu dal 1851 al 1854 priore, cioè “primus inter pares” nell’organo formato dal priore stesso e da due anziani (ossia, come più volte detto, nella Giunta Comunale dell’epoca); fu eletto consigliere nel 1854 e fece parte della Giunta che si insediò il 12 gennaio 1862 (per queste informazioni cfr. “Spigolature capenati”, Roma 2003, pagg. 114-116, con indicazione delle fonti archivistiche alle note XXX e XXXII a pag. 119).

Il padre di Luigi Laudi, Francesco Antonio, fece parte della terna priorale nel 1808, 1809, 1814 e 1815, nel vigore dello Statuto comunale di Leprignano, poi abrogato, come tutti gli statuti municipali, dall’art. 102 del motuproprio pontificio di riforma della pubblica amministrazione datato 6 luglio 1816; fu, a partire dal 1817, membro del Consiglio del 18 eletto in base della normativa contenuta nel motuproprio pontificio di riforma della pubblica amministrazione datato 6 luglio 1816; fu gonfaloniere nel 1821 (per queste informazioni, cfr. “Spigolature capenati”, Roma 2003, pagg. 106, 107, 109).

Altre indicazioni utili vengono dal testamento di Don Cesare Sacripanti, il quale fu rogato in forma pubblica il 10 ottobre 1845 dal Notaio Antonini e fu letto quarant’anni dopo il 18 marzo 1886 presso l’Archivio Notarile Distrettuale di Roma. Il testatore, deceduto sessantottenne il 26 ottobre 1845, figlio del fu Paolo Mauro Sacripanti, aveva una sorella di nome Teresa, sposata con Francesco Bernardoni, e un’altra sorella di nome Vincenza, che dal matrimonio con Giovanni Antonazzi aveva avuto i figli Filippo, Francesco e Luca; quindi nomina Clementina, Francesca e Don Paolo, figli del fratello fu Ludovico Sacripanti; Anastasia, Maria e Girolamo, figli del fu Luigi Sacripanti (del quale ultimo non s’intende se sia fratello del testatore o suo nipote “ex latere fratris”, e quindi se Anastasia, Maria e Girolamo siano nipoti o pronipoti del testatore); Nicola figlio di un altro Girolamo Sacripanti (del quale ultimo non s’intende se sia fratello del testatore o suo nipote “ex latere fratris” e quindi se Nicola, da non confondersi con l’omonimo sposato con Anastasia Sinibaldi e deceduto nel 1843, sia nipote o pronipote del testatore). Ludovico, fratello di Don Cesare Sacripanti, fece parte del Consiglio dei 18 a Leprignano dal 1817 al 1824, fu gonfaloniere (ossia “primus inter pares” nell’organo collegiale assimilabile all’odierna Giunta Comunale) tra il 1821 e il 1828, fece parte del nuovo Consiglio Comunale di dodici membri nominato dalla Sacra Consulta in esecuzione delle disposizioni dettate dal motuproprio pontificio del 21 dicembre 1827 e alfine fu priore (ossia “primus inter pares” come il gonfaloniere) tra il 1834 e il 1836 (per queste informazioni sulle cariche municipali ricoperte da Ludovico Sacripanti, cfr. “Spigolature capenati”, Roma 2003, pagg. 109-113).   

Quanto all’Antonio Sinibaldi che, figlio di Bernardo, era nel 1874 consigliere comunale anziano a Leprignano, il 25 agosto 1880 per gli atti del Notaio allora residente a Castelnuovo di Porto fu redatto un inventario dei beni che egli aveva lasciati in eredità, essendo defunto il 25 giugno 1880 in una casa sita a Leprignano in piazza del Popolo numero 1, all’età di cinquantacinque anni (v. atto numero 39 del registro degli atti di morte del Comune di Leprignano per l’anno 1880: dall’atto di morte risulta che era figlio del fu Bernardo e della fu Rosa Azzimati e che era vedovo di Anna Severini). Dalle premesse dell’inventario risulta che eredi furono i cinque figli Bernardo, Domenico, Rosa, Laura e Attilio, dei quali i primi due maggiorenni all’epoca della dipartita del padre e gli ultimi tre minorenni. Circa questo ramo dei Sinibaldi, da un rogito datato 18 aprile 1853 del notaio capitolino Sartori risulta che, con atto rogato il 30 ottobre 1823 dal notaio leprignanese Pasqualoni, i fratelli Nicola, Bernardo (padre del suddetto Antonio), Gregorio e Don Francesco Sinibaldi, figli del fu Giovanni, avevano diviso tra loro i beni ereditari paterni e materni; da altro rogito datato 19 novembre 1834, per gli atti del notaio capitolino Gradassi, risulta che i genitori di Nicola Sinibaldi, e quindi dei di lui fratelli Bernardo, Gregorio e Don Francesco, erano Giovanni Sinibaldi e Anna Maria Sacripanti e che il testamento del primo fu aperto il 26 giugno 1818 per gli atti del Notaio Paolo Matteo Sacripanti e quello della seconda era stato rogato il 10 febbraio 1821. Gregorio Sinibaldi fu, a partire dal 1817, membro del Consiglio del 18 eletto in base della normativa contenuta nel motuproprio pontificio di riforma della pubblica amministrazione datato 6 luglio 1816; fu gonfaloniere tra il 1819 e il 1821; fece parte dei consiglieri scelti nel 1828 dalla Sacra Consulta in base alla normativa di cui al motuproprio di riforma del 21 dicembre 1827; dopo l’ulteriore riforma stabilita con editto datato 5 luglio 1831 del Segretario di Stato, Gregorio Sinibaldi fu nuovamente tra i consiglieri comunali nominati secondo la procedura prevista nell’editto. Nel vigore dello Statuto comunale di Leprignano, poi abrogato, come tutti gli statuti municipali, dall’art. 102 del motuproprio pontificio di riforma della pubblica amministrazione datato 6 luglio 1816, Gregorio Sinibaldi aveva fatto parte della terna priorale nel 1804 e nel 1807. Per gli atti di un notaio morlupese il 3 novembre 1771 era stato rogato il testamento del leprignanese Nicola Sinibaldi, che, oltre a disporre che “il suo corpo ridotto cadavere […] sia portato, esposto, e sepellito nella sepoltura de suoi antenati nella Ven: Chiesa di San Sebastiano in detta sua patria”, nomina e istituisce “il Sig. Giovanni Sinibaldi suo dilettissimo nipote” (padre dei suddetti Gregorio, Nicola, Bernardo e Don Francesco) come “erede universale, e particolare, e come suol dirsi assoluto signore e dispotico padrone” e, alla morte del nipote “vuole, ordina, e commanda” che gli succedano “li soli figli maschi nati, e da nascere da detto Giovanni”.    

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IL TOPONIMO RURALE “FONTANA BORRAGINE” (“FONTANA BURRO’” NEL DIALETTO LOCALE) A LEPRIGNANO, OGGI CAPENA, NEL CATASTO DEL 1778

Nel catasto di Leprignano per assegne (1778) Maria vedova del fu Lucantonio Graziosi dichiara che le appartiene una quarta di terreno (una quarta=un quarto di un rubbio, essendo un rubbio pari a metri quadrati 18.484,38) mezza vignata e mezza macchiosa in vocabolo (=località) “Fontana Borragine”, gravata dal canone annuo di otto boccali di mosto a favore del Sacro Monastero di San Paolo e confinante da una parte con Filippo Antonazzi, dall’altra con Paolo Recanati  e con la stradella (c. 278r).

Filippo Antonazzi assegna, ossia dichiara che gli appartiene, una vigna in vocabolo “Fontana Buraggine”, con uno scorzo vignato e due scorzi macchiosi, gravata da un canone annuo di otto boccali di mosto al Sacro Monastero di San Paolo, confinante da una parte Mariano Savini, dall’altra Giuseppe Graziosi e da un altro lato ancora Pietro Pagliarini (c. 28r).

Paolo Recanati assegna come suo bene dotale in vocabolo “Fontana Buragine” una vigna, con uno staro e un quartuccio e mezzo vignato e un quartuccio e mezzo sodivo, gravata da un canone annuo di sedici boccali di mosto dovuti al Sacro Monastero di San Paolo, confinante da una parte con gli eredi di Lucantonio Graziosi, dall’altra con Lazzaro Oldani, da capo con la strada vicinale e da piede con Marcantonio Felice “l’oste di Precodio Novo” (c. 474r).

Mariano di Roberto Savini assegna una vigna di una quarta in vocabolo “Fontana Burraggine”, gravata da un canone annuo di un barile di mosto a favore di Giovanni Sinibaldi e confinante con i beni di Tommaso Antonio Barbetti, con Lazzaro Oldani e con Giacomo Tardetti (c. 519r).

L’appezzamento di terreno spettante a Lazzaro Oldani e confinante con la summenzionata vigna di Paolo Recanati è invece qualificato con un diverso toponimo, come si ricava dall’assegna dell’Oldani, che dichiara appartenergli un pezzo di terreno sito in contrada “la Madonna degli Angeli” e in vocabolo “Valle Merlina” (dove “Valle Merlina” è quindi considerata una parte della contrada “la Madonna degli Angeli”), esteso una quarta e mezzo, lavorativo, libero da risposte (cioè non gravato da canoni, in natura o in denaro), con quattro alberi di olivo, confinante da capo con la strada vicinale, da un lato con i beni di Paolo Recanati di Domenico Picconi per le rispettive mogli, dall’altro lato con i beni di un Savini di cui non è indicato il nome (con tutta probabilità Mariano Savini) (cc. 377v e 380r).

Quanto al terreno facente parte dei beni dotali di Domenico Picconi e sito a confine con il terreno di Lazzaro Oldani, gli è attribuito un toponimo ancora diverso: Domenico Picconi, infatti, assegna una vigna in vocabolo “il Vaziglio”, libera da ogni peso (ossia non soggetta a un canone da versare, in denaro o in natura), estesa uno scorzo, per metà vignato, per metà incannuccito (un canneto?), “presso i beni del Sig. Lazzaro Oldani da una parte e dall’altra parte Domenico Picarella di sopra Paolo Recanati e da piedi Domenico Carratoni” (c. 413r).

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IL TOPONIMO RURALE “IL CASALE” NEL CATASTO PER ASSEGNE DATATO 1778 DEL TERRITORIO DI LEPRIGNANO (OGGI CAPENA)

Nel catasto per assegne di Leprignano datato 1778 Giacomo Barbetti assegna un pezzo di terra seminativo, libero, esteso tre quarte, in vocabolo (=località) “il Casale”, confinante da un lato il Signor Giacomo Bombelli, dall’altra Gioacchino Tardetti (c. 73r).

Giacomo Bombelli assegna un pezzo di terra lavorativo in vocabolo “il Casale”, esteso tre quarte, gravato da un canone annuo di quattro baiocchi e un quattrino, confinante da capo con i beni dotali di Giacomo Barbetti, da piedi il fosso e da lato Nicola Sacripanti (c. 60v).  

Girolamo Sacripanti assegna due quarte di terreno montuoso lavorativo, libero, in vocabolo “il Casale”, confinante da una parte lo stesso assegnante, dall’altra il Sig. Nicolò Sacripanti, il Sig. Carlo Alei e il fosso; assegna altresì due rubbia e mezzo di terreno lavorativo montuoso, libero da ogni peso, nello stesso vocabolo, confinante con gli eredi di Angelo Moretti, da capo la strada e da piedi il fosso.

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IL TOPONIMO “SAN SEBASTIANO” NEL CATASTO PER ASSEGNE DATATO 1778 RELATIVO AL TERRITORIO DI LEPRIGNANO (OGGI CAPENA)

Lucantonio Carderi, erede beneficiato di Giovansante Carderi, assegna una terreno a San Sebastiano, con due scorzi vignati e uno scorzo con otto piante di olive, confinante da una parte e da piedi il Sig. Cavaliere Carlo Olivari, dall’altra parte Giustina Carderi e davanti la strada pubblica (c. 198r).

Sebastiano Santini assegna uno staro di terreno in parte olivato e in parte sodivo in vocabolo (=località) San Sebastiano, confinante da una parte Giovanni Amici, dall’altra Roberto Savini, e lo stesso assegnante; lo stesso Sebastiano Santini assegna altresì nella stessa località mezzo staro di terreno olivato, confinante da una parte il Signor Don Girolamo Sacripanti, dall’altra gli eredi di Eusebio Venturini e di sotto la strada vicinale (c. 550r).

Giovanni Amici assegna un pezzo di terra sodivo esteso un quartuccio e mezzo in vocabolo San Sebastiano, responsivo di un canone di 70 baiocchi alla Venerabile Cappella della Madonna del Carmine e confinante da un lato Sebastiano Santini, da piedi la strada vicinale e da capo la strada pubblica (c. 40v).

Nell’assegna dei beni posseduti dal Cavalier Carlo Olivari, resa dal suo procuratore Sante Betti, quest’ultimo dichiara che il Cav. Olivari possiede, per la moglie Lorenza Barbetti e la sorella di quest’ultima, cognata dell’Olivari, di nome Teodora, una vigna in vocabolo la Madonna delle Grazie, estesa due quarte e uno scorzo, libera, confinante con i beni di Don Giuseppe Zii, con Giovansante Carderi e con la strada pubblica (c. 369r): questa vigna è il terreno sopra indicato tra quelli confinanti con il terreno assegnato da Lucantonio Carderi in località San Sebastiano.

Il terreno di Don Giuseppe Zii indicato tra quelli a confine con la vigna assegnata dal Cav. Olivari in località la Madonna delle Grazie è probabilmente da identificarsi con il fondo assegnato dallo stesso Zii nel catasto del 1778 (c. 602 recto e verso) come “un predio, o sia possessione denominata Fontana de’ Preti, o sia Immagine Vecchia […] confinante da un lato i beni delli eredi del fu Giuseppe Barbetti e Lucantonio Moretti, dall’altro i beni della Venerabile Cappella della Santissima Trinità di Leprignano, e dall’altro parimenti i beni di detta Cappella (di) jus-padronato dell’assegnante, che si presente si occupano, e possiedono da Nicola Sagripanti, e da piedi gli eredi della fu Regina Azzimati Alei, e dall’altro l’oliveto dell’assegnante”.

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IL TOPONIMO RURALE “VALLE MERLINA” A LEPRIGNANO, COMUNE DI CUI FU CON REGIO DECRETO N. 708 DEL 5 GIUGNO 1933 AUTORIZZATO IL MUTAMENTO DI DENOMINAZIONE IN “CAPENA”

Nel catasto per assegne datato 1778 relativo al territorio di Leprignano compare il toponimo “Valle Merlina” con riferimento, tra gli altri, ai seguenti appezzamenti di terreno:

  • Antonio Ciancarini assegna uno scorzo di oliveto in vocabolo Valle Merlina, confinante di sopra con i beni dotali di Giovanni Pagliuca, di sotto con la strada vicinale e da lato con il Signor Don Benedetto Gaggini (c. 169r);
  • Bonifacio Ricciardini assegna una macchia di due quarte in vocabolo Valle Merlina, confinante con Pietro Pagliarini, dall’altra parte Pietro Salvatori, da piedi il fosso, da capo Paolo Rossi, gravato da un canone in natura di un cupellone di mosto al Sacro Monastero (c. 449r);
  • Carlo Gualdarini assegna come bene dotale, ossia a lui portato in dote dalla moglie, una vigna in vocabolo Valle Merlina, libera, estesa una quarta e mezzo, con un’altra quarta e mezzo di terreno sodivo montuoso, per un totale di tre quarte, confinante da una parte Luca Visca, dall’altra Paolo Rossi, di sotto il Signor Don Giovanni Picconi, nonché con Bonifacio Ricciardini (c. 266r).   
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IL TOPONIMO RURALE “MONTE PROVETO” A LEPRIGNANO (DAL 1933 CAPENA)

Nel catasto per assegne formato per Leprignano nel 1778, il toponimo rurale “Monte Proveto” ricorre per i seguenti appezzamenti di terreno:

  • Domenica Carratoni assegna una vigna con canneto da piedi, di complessivi tre stari, di cui due e mezzo vignati e mezzo cannetato, confinante da una parte con Margherita Ciampini e dall’altra con la strada vicinale, nonché con Don Mariano Moretti, con peso annuo di due baiocchi e un quattrino, in vocabolo Monte Proveto (c. 150r);
  • Tommaso Antonio Barbetti assegna un pezzo di terreno esteso una quarta e uno scorzo, in parte cannetato, in parte sodivo, in parte macchioso, in vocabolo Monte Proveto, confinante da un lato con Francesco Mauri, dall’altro con Giovanni Savini, da piedi con Flaviano Carratoni, da capo con la strada (c. 57r);
  • Flaviano Carratoni assegna un terreno montuoso e scosceso in vocabolo Monte Proveto, esteso una quarta e uno staro e mezzo, con mezzo staro sodivo e il resto vignato, confinante da una parte con Francesco Mauri per la moglie, dall’altra con Antonio Ciancarini, di sotto con Giovanni Battista Belardi e di sopra con Bernardino Cozzardi (c. 162v);
  • Giovanni Battista Belardi assegna tre quartucci e mezzo di terreno, sodivo per mezzo quartuccio e per il resto vignato, in vocabolo “Monte Provedo” (sic), confinante da una parte gli eredi di Agostino Belardi, dall’altra il Signor Don Benedetto Gaggini, di sopra Antonio Ciancarini, gravato da canone di otto quattrini (“quadrini”) annui al Sacro Monastero (di San Paolo fuori le Mura lungo la via Ostiense) (c. 83r);
  • Giovanni Pagliuca assegna un pezzo di terreno di due scorzi, di cui mezzo vignato e uno e mezzo sodivo, in vocabolo Monte Proveto, confinante da un lato Antonio Rossi, dall’altro Antonio Ciancarini, da piedi la strada, gravato da un canone di due soldi al Sacro Monastero (c. 383r);
  • Antonio Rossi assegna un pezzo di terreno ristretto (=recintato) di tre scorzi, di cui due sodivi e uno con vigna e canneto, confinante da un lato con Antonio Pasqua, dall’altro con Giovanni Pagliuca, gravato da un canone di due soldi al Sacro Monastero (c. 438r);
  • Antonio Pasqua assegna una quarta e mezza di terreno lavorativo in vocabolo Monte Proveto, compresi due quartucci di vigna, confinante con Antonio Rossi, Don Benedetto Gaggini e la strada (c. 397r).
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IL TOPONIMO RURALE “FONTANA DEI PRETI” A LEPRIGNANO

Nel catasto datato 1611 di Leprignano assegna (=giura di possedere) una vigna “in loco detto Fontana de Prieti” Francesco Antonazzi, “vecina da piedi Silvestro Gualterino (e) messer Agostino Colombo di s(er) Matteo e fratelli Savina e da lato Arcangelo Zii”; il terreno di Silvestro Gualterino (=Gualdarini) a confine con la vigna testé richiamata di Francesco Antonazzi è così descritto: “metà di una vigna con sodo a Valle Conca da un lato Giovanni Gualterino dall’altra Colamartino dall’altro li Savini dall’altra banda Francesco Antonazzo et da piedi ser Agostino Colombo”; il terreno di Agostino Colombo a confine con la medesima vigna di Francesco Antonazzi è così descritto: “una vigna con sterparo (e) sodo da seminare in loco detto Fontana de Prieti appresso da una banda Silvestro Gualterini di sopra la via publica dall’altra Pietro, et Paulo de Ziis et m(esser) Gio Spetiale et da piedi m(esser) Angelo et fratelli de Zii”; il terreno dei Savini (“Matteo con fratelli De Savinis”) sempre a confine con la suddetta vigna di Francesco Antonazzi è così descritto: “un vignale con olive in loco detto l’Imagine Vecchia da una banda li heredi di Colamartino dall’altra Francesco Antonazzo”; Don Nicolò Zio assegna “un terzo di vigna in loco detto Fontana de Prieti vecina da una banda Pietro Zio, et dall’altro lato Paulo Zio”; Paulo de Sao Zio assegna “una vigna con capomandro et fenile in loco detto Fontana de Prieti vecina da una banda messer Don Nicolò dall’altra Arcangelo Zio da piedi il fosso”; Pietro de Sao Zio assegna “un terzo d’una vigna in loco detto Fontana de Prieti vecina da una banda Agostino Capranizza, et dall’altro lato messer Nicolò e da capo Cencio Pezza per la moglie”; per gli eredi di Agostino Capranizza viene assegnata “una vigna in loco detto Fontana de Prieti da una banda Pietro Zio dall’altra Vincentio Pezza per la moglie”; Arcangelo Zio assegna un pezzo di terra “in loco detto l’Imagine o vero Fontana de Prieti hauta dalla partita di Giovanni Cardaro”; Vincenzo Pezza per la moglie assegna “una vigna con selva in loco detto lo Sterpeto da una banda Domenico Di Laura dall’altra gli eredi di Agostino Capranizza et Pietro Zio”.  Si sovrappongono, dunque, nella zona in cui si trovano gli appezzamenti sopra descritti, i toponimi “Fontana dei Preti”, “Valle Conca”, “L’Immagine Vecchia” e “lo Sterpeto”.

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LEPRIGNANESI A ROMA: UN PLURILAUREATO ALLA FINE DEL ‘600

Il 12 novembre 1697 fu pubblicato per gli atti del Notaio Francesco Franceschini il testamento del sacerdote leprignanese Don Teodoro Marconi, che quel giorno era stesso era defunto in via dei Banchi a Roma nella casa del suo nipote carnale “perillustris, et admodum excellentis […] philosophiae, et medicinae doctoris D. Antonii Marconi”, laureato quindi sia in filosofia che in medicina e figlio di un fratello del defunto. Don Teodoro Marconi, figlio del fu Paolo, nomina suo erede universale il pronipote Paolo Gaetano Francesco Casimiro Marconi, figlio di Antonio Filippo Modesto Marconi, cioè figlio del suddetto nipote carnale plurilaureato del testatore. Nel testamento, quindi, sono dettate disposizioni dirette a mantenere il più possibile nell’ambito familiare, attraverso il meccanismo della cosiddetta sostituzione fedecommissaria, il patrimonio ereditario di Don Teodoro Marconi, il quale stabilisce che al pronipote nominato erede universale siano sostituiti i figli maschi legittimi e naturali nati da legittimo matrimonio, in difetto dei quali il testatore sostituisce “Nicolò Marconi suo (cioè del pronipote nominato erede universale) fratello carnale, e li suoi figlioli parimente legittimi, e naturali, come sopra, e li figlioli delli figlioli sino alla quarta generatione sì di detto Paolo primo erede, che di detto Nicolò a lui sostituito, e morendo detto Paolo, e Nicolò senza eredi, e successione, come sopra, e mancando la loro linea mascolina prima, che si pervenga alla detta quarta loro generatione, sostituisco e voglio succedano a detta mia eredità integra Giovanni Battista, Teodoro, e Nicolò Bambini (“Bambini” qui è un cognome) figlioli di Candida Marconi mia sorella carnale miei nipoti, o li loro figlioli, e descendenti da essi legittimi, e naturali”. Il testatore nomina curatore e amministratore dell’eredità, sino al compimento del venticinquesimo anno di età da parte dell’erede universale, il nipote carnale Antonio Marconi, padre dell’erede universale; dispone per la propria tumulazione “nella Chiesa Nuova di Roma nella seppoltura de fratelli della Congregazione dell’Oratorio Piccolo, dove si dichino cento messe per l’anima mia, mentre il corpo sarà sopra terra, se si potrà, se non doppo, acciò tal suffragio mi sia propitio per le pene del Purgatorio”. Il testatore lascia inoltre in legato a Rosalia, figlia di Antonio Filippo Modesto Marconi nipote carnale del testatore, cento scudi, da mettersi a frutto finché la predetta non si mariterà o si monacherà, e lo stesso viene disposto per Teresa, sorella di Rosalia; cento scudi sono lasciati dal testatore come elemosina o sussidio dotale a quattro zitelle povere di Leprignano orfane di entrambe i genitori, in ragione di venticinque scudi per ciascuna, “di mano in mano si monacaranno, o maritaranno”; viene lasciato “l’uso, e l’habitatione d’una stanza, che riesce sopra il mio palazzo in Leprignano, che ha la porticella contigua all’altre mie a Filippo Bambino cappellano della cappella di San Giuseppe di Morlupo da godersela sua vita durante”.

Il “palazzo in Leprignano” cui si fa cenno nel testamento è quello che, distinto nel cessato catasto di Capena dal mappale 452 della sezione II, si affaccia sulla piazzetta della “Portanova” (slargo tra via Capena, via Matteotti, via Marconi e via 2 Giugno), estendendosi tra via Matteotti, via Capena e vicolo Vetuleno Procolo. Come riportato in “Spigolature capenati”, Roma 2003, pag. 79, la costruzione di questo edificio risale alla metà del ‘600: essa diede luogo dapprima ad una controversia, attestata già nel 1658, tra i Marconi e la Comunità di Leprignano (nell’edificio, che ricadeva “fuori della porta di Leprignano” e quindi fuori del centro abitato dell’epoca, vi era un locale destinato ad uso di forno e si sostenne che non potesse trovarsi un forno fuori del centro abitato); quindi vi fu una controversia tra i Marconi e il Monastero di San Paolo, il quale pretendeva che gli fosse pagato un canone per questo nuovo edificio, e la causa fu vinta dai Marconi, che, come riportato nell’assegna giurata di Antonio Filippo Modesto Marconi e del figlio Paolo Gaetano Francesco Casimiro per il catasto di Leprignano datato 1703, avevano tra le loro proprietà una “casa grande isolata con appartamenti ad uso d’abitazione, granari, forno, ferraria, tinello, e cantine, in loco detto la porta Nova come per sentenza dell’A.C. (Auditor Camerae) per gli atti del Belletti notario sotto li 27 luglio 1676 libera da ogni peso”. Infatti, sopra l’entrata principale al palazzo di cui si tratta, la quale si trova al numero civico 1 di via Giacomo Matteotti, si legge la scritta “DOMUS LIBERA AB OMNI ONERE”, la quale allude alla sentenza che nel 1676 rigettò la pretesa avanzata dal Monastero di San Paolo nei confronti dei Marconi perché pagassero un canone sul fabbricato in questione.

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LEPRIGNANESI A ROMA: I BIZZARRI DI CAMPO DE’ FIORI

Da un atto rogato il 6 ottobre 1781 nel tredicesimo ufficio dei notai capitolini si ricava che il 7 agosto 1773 “li Sig.ri Caterina Castellani, ed Antonio Morè di lei figlio creassero a favore della bo: me: Domenico Minacci un cambio in sorte presente di scudi ottocento moneta con i cambi, e recambi alla raggione di scudi quattro per ogni centenaro, ed anno, come il tutto risulta da publico istrumento sotto li suddetti giorno, ed anno”: si tratta, in altre parole, di un prestito ad interesse, per una somma cospicua (ottocento scudi). Il mutuante, Domenico Minacci (i mutuatari, cioè coloro che avevano ricevuto il prestito, erano Caterina Castellani e Antonio Morè), doveva essere una persona benestante. Nell’atto del 1781, allorquando il Minacci era già defunto, è menzionata la figlia Elisabetta, la quale risultava maritata con Calisto Bizzarri, di famiglia leprignanese, con il quale aveva avuto i figli Luigi e Gaetano (rispettivamente di venti e otto anni al tempo in cui fu stipulato l’atto); il luogo di stipula è la “casa dei Bizzarri, posta in Piazza di Campo de’ Fiori” e tra i testimoni presenti alla stipula vi è un Pietro Santini del fu Cesare da Leprignano. Calisto Bizzarri esercitava a Roma la professione notarile; il figlio Luigi, nato nel 1761 circa, deve identificarsi con il Luigi Bizzarri (figlio appunto di un Calisto) che fu “cittadino edile” a Leprignano al tempo della prima Repubblica romana (1798-’99) e quindi fu “maire” (=Sindaco) di Leprignano nel 1811-’12 al tempo dell’annessione all’Impero Francese (cfr. “Spigolature capenati”, Roma 2003, pagg. 105 e 107). Nel libro della docente universitaria di Storia Contemporanea Andreina De Clementi “Vivere nel latifondo. Le comunità della campagna laziale tra ‘700 e ‘800”, Milano 1989, collana “Studi e ricerche storiche” della casa editrice Franco Angeli, si legge (pag. 106) che un Luigi Bizzarri, il quale fu “maire” di Leprignano nel periodo napoleonico, fu sospettato dell’assassinio di un sacerdote leprignanese, Don Giovanni Picconi. Si tratta del figlio del notaio Calisto; l’Autrice accenna l’ipotesi, non fondata, che il Luigi in questione fosse figlio di un Nicola Bizzarri, cognato del sacerdote ucciso (il Nicola Bizzarri in questione aveva infatti sposato Paola Picconi, sorella di Don Giovanni Picconi). E’ da notare che un Luigi Bizzarri risulta tra i leprignanesi che, verso la fine del dominio temporale pontificio, aspiravano alla riunione di quanto rimaneva dello Stato della Chiesa con il Regno d’Italia (v. “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 132): quest’altro Luigi Bizzarri (1836-1911), che peraltro potrebbe aver ricevuto il nome in ricordo del Luigi figlio di Calisto, era figlio di Domenico Bizzarri e di Vittoria “Vittorina” Ferz/Ferzi (v. l’atto di morte, n. 10 nel registro degli atti di morte per il Comune di Leprignano nell’anno 1911, digitalizzato a cura del MIBACT e consultabile online) e, secondo una tradizione familiare, che sfuma decisamente nella leggenda, avrebbe militato tra i garibaldini, avrebbe partecipato alla battaglia di Mentana e la figlia che gli nacque nel 1867 sarebbe stata presa in grembo dall’Eroe dei Due Mondi.       

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