IL TEMPO DEI NOTABILI – VICENDE DI STORIA COMUNALE A LEPRIGNANO (OGGI CAPENA) TRA LA SECONDA REPUBBLICA ROMANA E LA FINE DEL POTERE TEMPORALE PONTIFICIO

Dopo l’effimero periodo della seconda Repubblica Romana (1849), a Leprignano si sviluppa un conflitto tra elementi  legati al Monastero di San Paolo, ex feudatario (aveva rinunciato nel 1818 alla giurisdizione temporale su Leprignano, ma rimaneva il più cospicuo proprietario fondiario locale, oltre ad avere ancora la giurisdizione “in spiritualibus”, che solo nel 1942 sarebbe passata al Vescovo di Nepi e Sutri), e altri, che potremmo definire “filoitaliani”, perché aderenti ad una posizione politica di contestazione del potere temporale della Chiesa ed auspicanti, quindi, dopo la proclamazione dell’Unità, la riunione dello Stato Pontificio al Regno d’Italia.

Il personaggio di maggior spicco a Leprignano durante la seconda Repubblica Romana fu Francesco Marotti, che rivestì in quella brevissima stagione la carica di priore, in un organo collegiale formato da tre persone, equivalente all’odierna Giunta Comunale, del quale, oltre al Marotti, facevano parte, come anziani, Angelo Alei e Luigi Laudi (il figlio di Francesco Marotti, Vincenzo, fu il primo Segretario Comunale di Leprignano in epoca postunitaria; il padre di Francesco Marotti, anch’egli Vincenzo come il nipote, fu pretore del cantone di Morlupo al tempo della prima Repubblica Romana, nel 1798-’99; Luigi Laudi fu il primo Sindaco di Leprignano in epoca postunitaria; i Marotti, proprietari fino al 1878 di quello che fu poi denominato “Palazzo dei Raggi”, erano originari di Rocca Sinibalda, dove era nato Francesco, avvocato, nonno paterno e omonimo del Marotti priore nel 1849; dal cognome “Marotti” è disceso il toponimo urbano di uso locale “salita de Morotti” o “scesa de Morotti”, che s’identifica con l’odierna via Fausto Cecconi e passa dinanzi al Palazzo dei Raggi, che fu di proprietà Marotti per oltre un secolo fino al 1878, avendo fatto parte dei beni portati in dote dalla moglie del capostipite, Angela Maria Controversi, figlia dell’avvocato Lucio Domenico Controversi Cotta, nativo di Valentano, e di Angela Felice Tubili o Tobili, la quale era nipote “ex filio” di Marco Tubili, nativo di Sant’Angelo in Lizzola, che a Leprignano fece costruire nella seconda metà del ‘600, probabilmente tra il 1660 e il 1670, l’edificio destinato a diventare nel ‘900, dopo una radicale ristrutturazione, il “Palazzo dei Raggi”).

Caduta la seconda Repubblica Romana, s’insediò una commissione municipale provvisoria, composta da Domenico Briglia, che ne fu il presidente, e da Luigi Laudi, Matteo Pagliuca, Luca Tardetti e Giovanni Bernardoni. Nel 1851 si tornò ad un regime ordinario, con l’elezione di Consigli comunali, in conformità con le procedure previste dall’editto emanato il 22 novembre 1850 per la riforma dell’amministrazione locale nello Stato della Chiesa dal cardinal Giacomo Antonelli, che sottrasse al potere esecutivo la nomina dei consiglieri e la attribuì ai cittadini, andando quindi nel senso di una sia pur timida “democratizzazione” del sistema.

Dopo un ulteriore breve “interregno”, nel quale per l’amministrazione corrente fu in carica a Leprignano una commissione municipale provvisoria composta da tre persone, che furono Luca Tardetti, Matteo Pagliuca e il sacerdote Don Paolo Sacripanti, si tornò quindi nel 1851ad un quadro di normalità, con una Giunta (all’epoca tuttavia non si chiamava così) di cui facevano parte Luigi Laudi come priore e Matteo Pagliuca e Luca Tardetti come anziani, che furono in carica tra il 1851 e il 1854.

Le inquietudini cominciano nel 1855, quando si pone il problema di stabilire chi dovesse ricoprire il cruciale ruolo di Segretario Comunale, essendo defunto il 26 aprile di quell’anno Vincenzo Pasqualoni, titolare dell’ufficio in questione (il nonno paterno di Vincenzo, Pietro Pasqualoni, nativo di Accumoli, era stato governatore a Leprignano per nomina da parte dell’Abate di San Paolo nei primi anni ’70 del ‘700 e a Leprignano si era accasato, sposando una Ciancarini, di antica schiatta autoctona). Già il padre di Vincenzo, Domenico, era stato Segretario Comunale a Leprignano, e negli anni ’30 dell’800 gli era succeduto, dopo alcuni anni in cui l’ufficio era stato ricoperto dal “forestiero” Giovanni Battista Giannini. Dapprima si sceglie per una linea di continuità dinastica e il Consiglio Comunale nomina Segretario Comunale interino (ossia provvisorio) il giovanissimo, di ventidue anni non ancora compiuti, Pietro Pasqualoni, figlio del defunto Vincenzo, e tale nomina viene approvata in sede di controllo tutorio dalla Presidenza di Roma e Comarca, la quale tuttavia prescrive che si bandisca un concorso per coprire stabilmente l’ufficio vacante. Nell’ottobre del 1855 viene approvata dalla Presidenza di Roma e Comarca una deliberazione consiliare con la quale si dispone la redazione di un inventario delle carte della Segreteria Comunale.

Il tempo passa, ma non viene bandito il concorso per l’ufficio di Segretario Comunale, né viene redatto l’inventario. La situazione viene smossa da un esposto, datato 1° giugno 1856, di Nicola Barbetti alla Presidenza di Roma e Comarca: vi si lamenta che, dietro il fragile velo del giovanissimo Segretario Comunale Pietro Pasqualoni, gli affari del Comune sono governati da Agostino Barbetti e Serafino Cola, che l’esponente qualifica come “faccendoni” (i Cola cui apparteneva il Serafino in questione non hanno nulla a che vedere con i Cola, provenienti da Acquasanta Terme, che si sono insediati a Capena nel ‘900 avendo acquistato nel 1922 con i Tocchi la tenuta di Santa Marta da Amelia Ada Argelli: i Cola cui ci si riferisce in questo articolo, invece, hanno per capostipite un Carlo, nato nel 1766 a Roma nella parrocchia di San Lorenzo in Lucina, il quale dal 1809 al 1831 ebbe in affitto dal Monastero di San Paolo l’ex feudo di Leprignano – cioè i diritti che vi aveva il Monastero di San Paolo, principalmente “dominii diretti” su numerose terre – e la tenuta di Santa Marta).

Sia Agostino Barbetti (1816-1884, ricordato nella lapide apposta dal Comune di Leprignano nel 1911 sulla facciata del palazzo avito in via IV Novembre) che Serafino Cola si erano messi in vista al tempo della seconda Repubblica Romana; i due, inoltre, erano parenti: Serafino Cola, il quale defunse settantaquattrenne a Leprignano il 24 gennaio 1888, figlio del romano Carlo Cola e di Mariangela Barbetti, era infatti zio paterno della moglie di Agostino Barbetti, Carolina Cola, che, defunta ottantaquattrenne a Leprignano il 17 ottobre 1916 in una casa in Corso Umberto n. 113, era figlia di Vincenzo Cola (fratello di Serafino e come lui figlio del predetto Carlo) e di Bernardina Genuini, quest’ultima originaria di Stroncone, dove nacque anche la predetta sua figlia Carolina.

Pur volenterosamente sostenuto dal clero locale, e in particolare da Don Carlo Bajocchi, suo zio, e da Don Giuseppe Moretti, nel 1858 Pietro Pasqualoni, dopo una lettera in cui il priore Luca Tardetti ne denuncia le mancanze alla Presidenza di Roma e Comarca, deve obtorto collo rinunciare all’ufficio di Segretario Comunale; il Consiglio Comunale gli concede pure una piccola sinecura nominandolo organista, ma il giovane preferì andarsene dal paese, e con lui sostanzialmente ebbe termine la vicenda dei Pasqualoni a Leprignano. Dopo un breve periodo in cui la carica fu rivestita da Don Carlo Barbetti (1818-1894), a luglio di quell’anno è designato a ricoprirla interinalmente Serafino Cola, che, in via “provvisoria”, svolse a Leprignano le funzioni di Segretario Comunale sino alla fine del potere temporale pontificio. Nello stesso mese (luglio 1858) in cui Serafino Cola diviene Segretario Comunale “provvisorio” a Leprignano, la Presidenza di Roma e Comarca scioglie il Consiglio Comunale, sostituendolo con una commissione municipale provvisoria, della quale, oltre al solito Luca Tardetti, presidente, fanno parte Antonio Sinibaldi (cognato di Serafino Cola, essendo fratello della di lui moglie, Anna Sinibaldi) e Don Carlo Barbetti.

Il 23 maggio 1859 al Comune di Leprignano in persona del suo legale rappresentante, il Presidente della commissione municipale provvisoria Luca Tardetti, viene notificata una citazione innanzi al Tribunale Civile di Roma dal Monastero di San Paolo, che chiede di essere rimborsato per migliaia e migliaia di scudi con riguardo alle somme da esso versate a titolo di imposte fondiarie gravanti sulle terre concesse alla Comunità di Leprignano con la “Concordia” del 23 dicembre 1617. Su Serafino Cola, che pure era stato un “agitatore mazziniano”, si appuntano i malumori di chi lo ritiene in sotterranea combutta con i Monaci dopo il suo “pentimento” – sospetto che si estende anche al componente la commissione municipale provvisoria Don Carlo Barbetti. Per predisporre la difesa del Comune dinanzi alle gravose pretese avanzate dal Monastero si ritiene di dover recuperare due rescritti, risalenti rispettivamente al 1779 e al 1780, della Sacra Congregazione del Buon Governo, ma l’archivio comunale non è stato ancora riordinato, benché la sua inventariazione sia stata decisa fin dal 1855. Finalmente, dopo alcuni passaggi burocratici relativi all’autorizzazione delle spese necessarie, nel 1860 l’opera di riordino e inventariazione dell’archivio comunale ha inizio.

Nel dicembre 1861, dopo tre anni di commissione municipale “provvisoria”, viene eletto di nuovo un Consiglio Comunale, cui segue nel gennaio dell’anno seguente l’insediamento della Giunta, con Domenico Briglia priore e Luigi Laudi e Nicola Barbetti anziani. Con l’approssimarsi della fine del potere temporale pontificio, il clima era destinato a mutare e, non a caso, Serafino Cola, segretario comunale “interino” o “provvisorio” fin dal 1858, nel 1867, con una lettera al governatore di Castelnuovo di Porto, denuncia “disordini a suo carico” e indica tra le persone che cospirerebbero contro di lui Vincenzo Marotti (figlio del Francesco, che, come sopra si è visto, era stato priore di Leprignano nel 1849 al tempo della seconda Repubblica Romana), Antonio Barbetti (fratello di Agostino Barbetti e “Sotto Tenente Civico” al tempo della seconda Repubblica Romana), Domenico Barbetti (1835-1910, il padre di “Sor Vincé”) e Luigi Bizzarri (1836-1911, il cui nonno materno, Antonio Ferz, nativo di Montopoli, medico, che esercitò la condotta a Leprignano e a Morlupo, fu sospettato di essere stato coinvolto nei moti romani del 1831; la di lui figlia Vittoria, detta “Vittorina”, nata a Collevecchio e defunta ottantaquattrenne a Leprignano il 15 luglio 1903 in una casa posta in Borgo Aproniano, aveva sposato giovanissima il leprignanese Domenico Bizzarri). �I��X@

Pubblicato in Uncategorized | 1 commento

APPUNTI PER UN REGESTO DI DOCUMENTI MEDIEVALI IN CUI SI FA MENZIONE DI LEPRIGNANO

1074?1081? 10?13?14? marzo – Papa Gregorio VII, in un “privilegium” nel quale enumera diritti e beni riconosciuti e attribuiti al Monastero di San Paolo fuori le Mura di Roma, menziona “castrum vero Lepronianum cum omnibus suis pertinentiis”, che figura tra i beni donati dal Pontefice al predetto Monastero (fonti: Cornelio Margarini, “Bullarium Casinense”, tomo II, Todi 1670, doc. CXII, pagg. 106-110; “Patrologia Latina”, a cura di Jacques Paul Migne, vol. 148, Parigi 1878, doc. LXVIII, coll. 722-729; Basilio Trifone, “Le carte del monastero di San Paolo di Roma dal secolo XI al XV”, in “Archivio della Società Romana di Storia Patria”, 1908, doc. num. 1, pag. 278 segg.; “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 5 e nota 1 a pag. 12, nonché nota 4 alle pagg. 13-14)

1099/1118 – Sotto il pontificato di Pasquale II, Cencio e Stefano, figli di Teobaldo di Cencio di Stefano, restituiscono ad Anastasio, priore e rettore del Monastero di San Paolo, oltre ai castelli di Fiano, Vaccareccia, Civitella e Civitucola, “castrum quod vocatur Liprinianum”: si tratta di castelli “que Theobaldus pater noster per vim […] abstulit”, che cioè Teobaldo, padre di Cencio e di Stefano, aveva sottratto con la violenza (“per vim”) al Monastero di San Paolo (fonti: Pierluigi Galletti, “Capena municipio de Romani”, Roma 1756, doc. num. 1, pag. 59 segg.; Basilio Trifone, “Le carte del monastero di San Paolo di Roma dal secolo XI al XV”, in “Archivio della Società Romana di Storia Patria”, 1908, doc. num. 4, pag. 286; “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 6 e nota 14 a pag. 15)

1099/1118 – Sotto il pontificato di Pasquale II, con atto da ritenersi con ogni probabilità immediatamente successivo, se non pressoché contestuale al precedente, i castelli di Fiano, Vaccareccia, Leprignano (indicato come “castrum Lipriniani”) e Civitucola, restituiti al Monastero di San Paolo da Cencio e Stefano figli di Teobaldo, sono, per disposizione del Pontefice, concessi in enfiteusi dal predetto Monastero agli stessi Cencio e Stefano (fonti: Pierluigi Galletti, “Capena municipio de Romani”, Roma 1756, doc. num. 2, pag. 62 segg.; “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 6 e nota 15 a pag. 15)

1130, 27 marzo – L’antipapa Anacleto II conferma al Monastero di San Paolo fuori le Mura di Roma i suoi beni e privilegi, menzionando tra l’altro i castelli di Fiano, Leprignano, Morlupo, Vaccareccia, Riano, Civitella e la metà di Civitucola (fonti: Cornelio Margarini, “Bullarium Casinense”, tomo II, Todi 1670, doc. CL, pag. 139 seg.; Philipp Jaffé, “Regesta pontificum romanorum”, vol. I, seconda edizione, Lipsia 1885, doc. num. 8373, pag. 913; Basilio Trifone, “Le carte del monastero di San Paolo di Roma dal secolo XI al XV”, in “Archivio della Società Romana di Storia Patria”, 1908, doc. num. 6, pag. 287; “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 6 e nota 18 a pag. 16)

1190/1197 – Enrico VI (succeduto nel 1190 come Imperatore del Sacro Romano Impero al padre Federico, detto il Barbarossa), presa visione dei privilegi concessi al Monastero di San Paolo fuori le Mura di Roma da Enrico III (o Arrigo III, detto il Nero, “Rex Romanorum” dal 1039 al 1056 e Imperatore del Sacro Romano Impero dal 1046 al 1056) e da Federico (il padre di Enrico VI, Federico I di Hohenstaufen, Re d’Italia dal 1155 al 1190 e Imperatore del Sacro Romano Impero dal 1155 al 1190), conferma la sentenza pronunciata da Federico Barbarossa a favore del Monastero di San Paolo in una controversia che opponeva quest’ultimo a Stefano, a Tebaldo figlio di Stefano e a Pietro e Tebaldo nipoti di Stefano, in merito ai castelli di Fiano, Castelnuovo, Vaccareccia e Civitucola, e conferma altresì al predetto Monastero tutti i beni ad esso attribuiti da precedenti Imperatori, o Re, o Pontefici, o quali che siano “Catholicis Viris” (tra i beni confermati si menziona anche “Liprinianum”, oltre a Civitella, Morlupo, Formello e Riano) (fonti: Basilio Trifone, “Le carte del monastero di San Paolo di Roma dal secolo XI al XV”, in “Archivio della Società Romana di Storia Patria”, 1908, doc. num. 11, pag. 291; “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 6 e nota 20 a pag. 16)

1203, 13 giugno – Papa Innocenzo III conferma beni e privilegi del Monastero di San Paolo fuori le Mura di Roma, menzionando tra l’altro i castelli di Leprignano, Fiano, Morlupo, Riano, Civitella, Civitucola, Castelnuovo e Vaccareccia (l’atto menziona anche la “Ecclesiam Sancti Leonis de Lepriniano” e, a proposito della “Civitas Stertiniana”, ossia di quella che sarà poi chiamata Civitucola, una chiesa di San Giovanni) (fonti: Cornelio Margarini, “Bullarium Casinense”, tomo I, Venezia 1650, doc. n. XXII, pag. 25 segg.; August Potthast, “Regesta pontificum romanorum”, vol. I, Berlino 1874, doc. num. 1935, pag. 169; Basilio Trifone, “Le carte del monastero di San Paolo di Roma dal secolo XI al XV”, in “Archivio della Società Romana di Storia Patria”, 1908, doc. num. 13, pag. 292; “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 7 e nota 30 a pag. 17)

1218, 15 maggio – Papa Onorio III conferma la bolla innocenziana del 1203 (fonti: Cornelio Margarini, “Bullarium Casinense”, tomo I, Venezia 1650, doc. n. XXV, pag. 31 segg.; August Potthast, “Regesta pontificum romanorum”, vol. I, Berlino 1874, doc. num. 5794, pag. 509; Pietro Pressutti, “Regesta Honorii Papae III”, vol. I, Roma 1888, doc. num. 1335, pag. 221; Basilio Trifone, “Le carte del monastero di San Paolo di Roma dal secolo XI al XV”, in “Archivio della Società Romana di Storia Patria”, 1908, doc. num. 16, pag. 294 segg.; “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 7 e nota 31 a pag. 17)

1236, 26 febbraio – Papa Gregorio IX conferma la bolla innocenziana del 1203 (fonti: Cornelio Margarini, “Bullarium Casinense”, tomo I, Venezia 1650, doc. n. XXX, pag. 34 segg.; August Potthast, “Regesta pontificum romanorum”, vol. I, Berlino 1874, doc. num. 10104, pag. 859; Basilio Trifone, “Le carte del monastero di San Paolo di Roma dal secolo XI al XV”, in “Archivio della Società Romana di Storia Patria”, 1908, doc. num. 17, pag. 300; “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 7 e nota 32 a pag. 17)

1285, 6 dicembre – Papa Onorio IV dà mandato al Vescovo di Tuscolo e all’Abate del Monastero romano di San Gregorio affinché autorizzino il Monastero di San Paolo fuori le Mura di Roma a rinnovare la locazione di metà del castello di Leprignano, dopo che tra locatari e monaci erano insorte controversie (nel provvedimento pontificio si legge che “Raynaldus” Abate di San Paolo e i monaci del Monastero avevano concesso in locazione metà del castello di Leprignano “quondam Thedelgario et Cinthio”, cioè ai furono Tedelgario e Cinzio, poi ai figli maschi ed eredi legittimi del fu Tedelgario, e che i successori del predetto fu Tedelgario non avevano poi riconosciuto la propria qualità di semplici locatori, rivendicando maggiori diritti, finché gli aventi causa del fu Tedelgario, i quali nel 1285 erano i cittadini romani e “nobiles viri” Oddone “Pauli”, Francesco, Teodollo e Paolello “Octaviani”, Andrea e Pietro “Theodalli” e Giovanni “Grilli”, si erano indotti a venire ad un accordo con il Monastero, accettando che fosse loro rinnovata la locazione, ma con patti e condizioni migliori rispetto al passato) (fonti: Maurice Prou, “Les registres d’Honorius IV”, Parigi 1888, doc. num. 227, col. 180 seg.; “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 7 e nota 33 a pag. 17)

1297, 27 febbraio – Con atto tra i cui testimoni è menzionato “Iannuccolo Petri de Leprignano” il Monastero di San Pietro “de Florentillo” concede in enfiteusi a terza generazione la tenuta di “Manzano” (=Manciano), tra i cui confini sono riportate “possessiones Leprignani et Civitucole” (fonti: Basilio Trifone, “Le carte del monastero di San Paolo di Roma dal secolo XI al XV”, in “Archivio della Società Romana di Storia Patria”, 1908, doc. num. 27, pag. 312 seg.; Sergio Mariani, “Morlupo. Notizie storiche e documenti”, Palermo 1980, pag. 87; “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 7 e nota 36 a pag. 17)

1311, 4 febbraio – Papa Clemente V, su richiesta di Stefano Colonna, attribuisce al cittadino romano Pietro di Stefano Tosetti il feudo “de Lipringiano” spettante al Monastero benedettino di San Paolo “de Urbe” (a sua volta appartenente “nullo medio” alla Romana Chiesa) e con maggior precisione “ad collationem Abbatis et Conventus eiusdem Monasterii” (nel provvedimento pontificio è detto che il feudo in questione, per il quale era consuetudine “laicis locari seu assignari”, cioè che fosse locato o assegnato a laici, era stato assegnato in precedenza al cittadino romano Giovanni “Macharii”, che ne era stato privato in forza di sentenza emessa a suo carico perché riconosciuto colpevole di “pravità eretica”) (fonti: “Regestum Clementis Papae V”, pubblicato “cura et studio Monachorum Ordinis Sancti Benedicti”, anno sesto, Roma 1887, doc. num. 6520, pag. 38; “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 7 e nota 37 a pag. 17)

1366, 13 settembre – Buccio del fu Paolo Capocci de Capoccinis assegna in pegno dotale per gli atti del notaio capitolino Serromani ad Angela vedova di Lello di Pietro di Stefano Tosetti (quindi nuora di colui al quale nel 1311 Papa Clemente V aveva concesso il feudo di Leprignano dietro richiesta di Stefano Colonna) e madre di Santina, promessa sposa del predetto Buccio, tra gli altri beni una casa sita nel castello di Leprignano (fonti: Giuseppe Tomassetti, “La Campagna Romana antica, medioevale e moderna”, nuova edizione aggiornata a cura di Luisa Chiumenti e Fernando Bilancia, vol. III, Roma 1976, pag. 381, nota b; “Studi capenati”, Capena 1998, pagg. 7-8 e nota 39 a pag. 17)

1369, 21 marzo – Carlo IV di Lussemburgo, Imperatore del Sacro Romano Impero dal 1355 al 1378, conferma, riportandone per intero il testo, il privilegio (nel quale è menzionato anche il castello di Leprignano) che il suo predecessore Enrico VI, avendo a propria volta compulsato i precedenti privilegi rilasciati da Enrico III e da Federico Barbarossa, aveva concesso al Monastero di San Paolo (fonti: Cornelio Margarini, “Bullarium Casinense”, tomo II, Todi 1670, doc. CCLXXII, pag. 281 seg.; “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 8 e nota 47 a pag. 18)

1403, 9 aprile – Papa Bonifacio IX concede in feudo parte del castello di Leprignano ad Antonio Citti o Cicei o Cicci abruzzese (nel provvedimento pontificio si afferma che da tempo immemorabile parte del castello di Leprignano era data in feudo a laici e si ricordano, come precedenti assegnatari, Pietro di Stefano Tosetti, alla cui morte era subentrato Lello, che di Pietro Tosetti dovrebbe essere il figlio, quindi un Lorenzo “Pauli”, che aveva beneficiato di una concessione decisa dalla Sede Apostolica, dopo la morte del quale la parte in questione era ritornata al Monastero, per poi essere nuovamente dalla Sede Apostolica data in feudo a beneficio dei nobiluomini “Ludovici et Controfelli militum ac Nicolai de Sarrazolis”, fratelli, originari del Regno di Napoli, i figli dei quali rinunciarono al feudo: “de Sarrazolis” è forse da intendersi “de Sarrazanis”) (fonti: Archivio Segreto Vaticano, Reg. lat. 108, c. 51 recto e verso; “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 8 e nota 49 a pag. 18)

1407, 6 agosto – Viene confermata al leprignanese Giovanni di Antonio Pagliuca la locazione fino alla terza generazione di una casa nel territorio di Leprignano, concessa al Pagliuca dall’Abate Giovanni Sanguigni (fonti: Basilio Trifone, “Le carte del monastero di San Paolo di Roma dal secolo XI al XV”, in “Archivio della Società Romana di Storia Patria”, 1909, doc. num. 63, pag. 42; “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 8 e nota 51 a pag. 18)

1420, 28 ottobre – Papa Martino V concede alla Comunità e agli uomini del castello di Leprignano, spettante al Monastero di San Paolo fuori le Mura di Roma, un salvacondotto affinché possano “tute libere impune venire ad almam Urbem et ad quascumque Communitates et Terras” (fonti: Archivio Segreto Vaticano, arm. XXIX, t. 6, c. 229 verso, già 222 verso; Archivio Segreto Vaticano, Indice 117, c. 594 recto, già 411 recto; “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 9 e nota 63 a pag. 19)

1426, 22 febbraio – Il Cardinale Gabriele Condulmer, futuro Papa Eugenio IV, giudicando irriformabile il Monastero di San Paolo fuori le Mura di Roma a partire dai pochi monaci in esso presenti (l’Abate è ancora Giovanni Sanguigni), qualificati ignari dell’osservanza regolare, lo unisce alla Congregazione di Santa Giustina da Padova e separa dal patrimonio del monastero la mensa abbaziale, alla quale assegna Leprignano, Riano, Vaccareccia e metà di Castiglione (fonti: Cornelio Margarini, “Bullarium Casinense”, tomo II, Todi 1670, doc. CCLXXXIX, pag. 296 segg.; “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 9 e nota 66 a pag. 19)

1432, 24 febbraio – Papa Eugenio IV conferma il provvedimento di riforma del Monastero di San Paolo fuori le Mura di Roma, da lui stesso ancora cardinale emanato il 22 febbraio 1426, con la separazione tra mensa conventuale e mensa dell’Abate, alla quale sono assegnati i castelli di Leprignano, Riano, Vaccareccia e metà di Castiglione (fonti: Cornelio Margarini, “Bullarium Casinense”, tomo II, Todi 1670, doc. CCXCV, pag. 304 segg.; “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 9 e nota 68 a pag. 19)

1433, 22 luglio – Con bolla di Papa Eugenio IV è deciso, tra l’altro, che, dopo il decesso di Giovanni Sanguigni, i castelli di Leprignano, Riano, Vaccareccia e la metà di Castiglione tornino al patrimonio del Monastero di San Paolo fuori le Mura di Roma, servendo “pro ipsius fabrica, libris, ornamentis, et aliis ad divinum cultum pertinentibus” (fonti: Cornelio Margarini, “Bullarium Casinense”, tomo I, Venezia 1650, doc. LV, pag. 54 segg.; “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 9 e nota 70 a pag. 20)

1433, 19 novembre – Il Cardinal Camerlengo impartisce ad alcune Comunità l’ordine di inviare entro sei giorni un certo numero di “pedites” al castello di Bracciano per comporre l’esercito pontificio da opporre alle milizie di Niccolò Fortebraccio e a Leprignano si chiese d’inviare 25 uomini (fonti: Archivio Segreto Vaticano, Indice 101, c. 144 verso, già c. 168; Archivio Segreto Vaticano, Indice 117, c. 635 recto, già 452 recto; “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 9 e nota 71 a pag. 20)

1434, 21 gennaio – Giovanni Sanguigni, Vescovo di Sidone, cede al Monastero di San Paolo, di cui è stato Abate dal 1406 al 1433, i castelli che erano stati assegnati alla mensa abbaziale, ovvero al patrimonio a lui spettante come abate, e cioè Leprignano, Riano, Vaccareccia e la metà di Castiglione (fonti: Basilio Trifone, “Le carte del monastero di San Paolo di Roma dal secolo XI al XV”, in “Archivio della Società Romana di Storia Patria”, 1909, doc. num. 94, pag. 51; “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 9 e nota 72 a pag. 20)

1442, 23 maggio – Papa Eugenio IV conferma integralmente la bolla datata 15 maggio 1218 di Papa Onorio III su beni e diritti spettanti al Monastero di San Paolo fuori le Mura di Roma (fonti: Cornelio Margarini, “Bullarium Casinense”, tomo I, Venezia 1650, doc. LXXVII, pag. 86; “Studi capenati”, pag. 9 e nota 75 a pag. 20)

1445, 21 dicembre – Papa Eugenio IV, al fine di dirimere una controversia insorta tra il Monastero di San Paolo fuori le Mura di Roma e gli abitanti di Castelnuovo, i quali rivendicavano a sé il diritto di coltivare anche quelle parti dei territori di Castiglione, Vaccareccia, Riano e di Scorano (quest’ultimo – si precisa nell’atto – spettante al Monastero solo per un terzo più tre quinti di un terzo) concesse dal predetto Monastero ai Leprignanesi (nell’atto il territorio di Leprignano è qualificato “satis parvo, et exiguo”, e quindi tale da non poter dare agevole sussistenza ai sudditi del Monastero abitanti in Leprignano), emana sentenza in cui dà ragione al Monastero, al quale si dichiara che spettano di pieno diritto Castiglione, Vaccareccia, Riano e, per un terzo più tre quinti di un terzo, Scorano, di cui, quindi, il medesimo Monastero può liberamente disporre (fonti: Cornelio Margarini, “Bullarium Casinense”, tomo II, Todi 1670, doc. CCCXXIII, pag. 335 segg.; “Studi capenati”, Capena 1998, pagg. 9-10 e nota 77 a pag. 20)

1448, 1° giugno – Papa Niccolò V affida all’Abate del Monastero di Grottaferrata e all’Abate del Monastero di S. Sebastiano e S. Anastasio l’esecuzione di una sentenza pronunciata dall’uditore delle cause del Sacro Palazzo Apostolico Guglielmo “de Fondera” (si tratta probabilmente del succitato provvedimento datato 21 dicembre 1445), con il quale si sancisce, contro le pretese degli abitanti di Castelnuovo, che al Monastero di San Paolo fuori le Mura di Roma spettano “pleno Iure Dominii, seu proprietatis” i territori di Leprignano, Riano, Castiglione e Vaccareccia per intero e, per un terzo più tre quinti di un terzo (ossia per otto quindicesimi), Scorano (fonti: Cornelio Margarini, “Bullarium Casinense”, tomo II, Todi 1670, doc. CCCXVIII, pag. 341 seg.; “Studi capenati”, Capena 1998, pagg. 10-11 e nota 79 a pag. 20)

1451, 22 marzo – Viene stipulato un compromesso tra Antonio di Giovanni Roncinelli, procuratore del Monastero di San Paolo fuori le Mura di Roma, da una parte, e, dall’altra, Giovanni di Pietro, già di Morlupo e poi trasferitosi a Roma nella regione Colonna, Sabba di Federico e Sofia del fu Cecco di Sabba di mastro Giovanni da Morlupo, su beni nel territorio di Leprignano in contrada “lo vallo e lo sterparo” (fonti: Basilio Trifone, “Le carte del monastero di San Paolo di Roma dal secolo XI al XV”, in “Archivio della Società Romana di Storia Patria”, 1909, doc. num. 169, pag. 71; “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 11 e nota 80 a pag. 20)

1456, 19 settembre – Papa Callisto III approva la supplica indirizzatagli da Leprignanesi che, fuggiti dal loro castello per scampare ad un’epidemia di peste, si erano rifugiati in campagna e chiedevano che si potesse dir messa in una chiesetta rurale dedicata a San Giovanni, che avevano di nuovo totalmente coperta a proprie spese (fonti: Archivio Segreto Vaticano, Reg. suppl. 493, cc. 116 verso e 117 recto; Sergio Mariani, “Morlupo. Notizie storiche e documenti”, Palermo 1980, pag. 118; “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 11 e nota 82 a pag. 20)

1477, 27 novembre – Nel castello di Leprignano, “in claustro domus” appartenente nel castello al Monastero di San Paolo fuori le Mura di Roma, “iuxta scalam”, cioè vicino alla scala, viene stipulato il rogito con il quale l’Abate Severino acquista da Rosa, vedova del fu Spagnolo, una casa sita in Nazzano, per costruirvi una rocca (fonti: Basilio Trifone, “Le carte del monastero di San Paolo di Roma dal secolo XI al XV”, in “Archivio della Società Romana di Storia Patria”, 1909, doc. num. 223, pag. 84; “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 11 e nota 85 a pag. 21)

1484, aprile – Gregorio da Manfredonia, Abate del Monastero di San Paolo fuori le Mura di Roma, loca alla Comunità di Leprignano un macello posto tra le due porte del castello, con rogito stipulato nel borgo del castello stesso, nella casa dei figli di Sparapane (fonti: Basilio Trifone, “Le carte del monastero di San Paolo di Roma dal secolo XI al XV”, in “Archivio della Società Romana di Storia Patria”, 1909, doc. num. 238, pag. 88; “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 11 e nota 86 a pag. 21)

1486, estate, ante 11 agosto – Nel corso della guerra tra Papa Innocenzo VIII e Ferdinando re di Napoli, Leprignano si arrende senza combattere ad Alfonso d’Aragona, duca di Calabria e figlio di Ferdinando (fonti: Giovanni Albino Lucano, “De Gestis Regum Neapolitanorum ab Aragonia”, Napoli 1589, pag. 105 seg.; “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 11 e nota 87 a pag. 21)

1486, 17 dicembre – Papa Innocenzo VIII nomina per un semestre podestà (governatore) del castello di Leprignano il ronciglionese Paolo “de Mucidis”, il quale dovrà prestare giuramento nelle mani del cardinale diacono di San Giorgio (fonti: Archivio Segreto Vaticano, Arm. XL, t. 1, num. 339/298, c. 161 recto, già 128-118-120; “Studi capenati”, Capena 1998, pagg. 11-12 e nota 91 a pag. 21)

1495, 23 marzo – Viene emesso un monitorio contro gli usurpatori dei beni e dei diritti del Vescovo di Orte e Civita Castellana, con particolare riguardo al territorio di Leprignano (fonti: Basilio Trifone, “Le carte del monastero di San Paolo di Roma dal secolo XI al XV”, in “Archivio della Società Romana di Storia Patria”, 1909, doc. num. 260, pag. 94; “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 12 e nota 93 a pag. 21)

Per quanto concerne la documentazione quattrocentesca relativa al pagamento dell’imposta sul consumo del sale da parte di Leprignano, v. “Studi capenati”, pagg. 8-9 e le fonti archivistiche richiamate ivi nelle note dalla n. 52 alla n. 62 alle pagg. 18-19; per quanto concerne il pagamento del sale e focatico, v. ivi, pag. 8 e note dalla n. 40 alla n. 44 alla pag. 18, nonché pag. 12 e fonti richiamate alle note 94 e 95 a pag. 21; per un provvedimento papale datato 13 marzo 1432 di remissione dell’imposta del sale e focatico, v. ivi, pag. 9 e, per le fonti archivistiche, nota 69 a pag. 20.

Si fa inoltre più volte menzione di Leprignano come confine in atti quattrocenteschi e cinquecenteschi relativi a Civitucola, Scorano, Montefiore e Fiore, per i quali si può far riferimento a “Studi capenati”, Capena 1998, pagg. 31-37, e ivi note nn. 73, 74, 75, 79, 82, 84, 86, 107, 108, 111, 116, 117, 121, 122, 138, 139, 167, 176 alle pagg. 48-54 e 56-57, con puntuali indicazioni bibliografiche e archivistiche.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

“LEX MUNICIPALIS”: LO STATUTO COMUNALE PREUNITARIO DI LEPRIGNANO

Sopravvissuto, benché con qualche perdita, fino ad oggi, lo Statuto della Comunità (=Comune) di Leprignano risale al XVI secolo e rimase in vigore fin quando, in forza del motuproprio datato 6 luglio 1816 di Papa Pio VII sull’organizzazione dell’amministrazione pubblica, gli Statuti comunali furono aboliti nello Stato della Chiesa, fatta eccezione per le disposizioni relative a danni dati, colture, acque, pascoli, e per altre disposizioni di carattere rurale, che continuarono ad essere in vigore sino alla “debellatio” dello Stato Pontificio nel 1870. Lo Statuto comunale di Leprignano, che, come si evince dal testo della sua introduzione, fu frutto di un’opera di rielaborazione di “vechi statuti” anteriori e venne pubblicato nel 1561, è suddiviso in quattro libri, ai quali si accompagnano disposizioni a parte, aggiunte, integrazioni e modifiche, datate tra 1556 e 1601. Il primo libro tratta del diritto dell’ente locale: è quello che disciplina la composizione e il funzionamento delle istituzioni comunali; il secondo libro riporta prevalentemente norme di diritto processuale civile, oltre a norme sulla capacità di agire delle donne e dei minori, sui compensi dovuti al vicario (che poi fu detto anche governatore: per conto dell’Abate di San Paolo amministrava la giustizia a livello locale), al camerlengo (una sorta di tesoriere) e al castaldo (una sorta di messo comunale, figura nella quale si può ravvisare in qualche misura un predecessore dell’odierna polizia locale); il terzo libro tratta prevalentemente fattispecie di responsabilità extracontrattuale o aquiliana, con qualche norma su fattispecie di responsabilità contrattuale, su qualche fattispecie di furto e un primo embrione di diritto urbanistico, nonché una norma sulle opere pubbliche comunali; il quarto libro contiene norme di diritto penale e di diritto processuale penale. Come si può vedere, in molti casi si tratta di materie per le quali oggi, dopo il processo cosiddetto di codificazione, vige una normativa uniforme a livello nazionale, mentre allora vi erano discipline diverse da Comune a Comune nell’ambito dello stesso Stato. Si riporta di seguito l’introduzione dello Statuto di Leprignano (in qualche passaggio il testo originario, lacero, è stato integrato; in qualche altro passaggio si sono messi i puntini, laddove non è possibile ricostruire il testo). Come si ricava dal testo, i Protettori (o Patroni) di Leprignano erano all’epoca gli Apostoli Pietro e Paolo (ricordiamo che San Luca Evangelista divenne Patrono di Leprignano nel 1710, quindi circa 150 anni dopo la promulgazione dello Statuto di cui si tratta).

IN NOMINE DOMINI Nostri Jesu Christi Patris, et Spiritus Sancti. Questi sono lo Statuti, et ordinazioni del Commune et Castello di Leprignano, et abitanti […] Ad onore, laude, e riverenza dell’Onnipotente et (della) Gloriosissima Madre Maria Vergine, ad onore, laude, e riverenza delli Beati Apostoli Pietro, e Paolo Protettori (e) difensori del Commune, e Persone di detto Castello, ed ad onore, e riverenza degli altri Apostoli, Santi e Sante (della) celeste Corte, et ad onore, stato e riverenza della Santa Chiesa, e delli SS. Pontefici, et ancora ad onore, stato, magnificenza, et esaltazione del Sacro Monastero, Signore del prefato Castello di Leprignano in temporale, e spirituale. Fatti forma, et ordinati per lo Reverendo in Cristo Padre D. Silvestro di Parma degnissimo Abbate del prefato Monastero, e per Bartolomeo Marcone Paolo de Locretia, et Joanne Augustino Massari, et jurati Officiali di detto Castello de capo di detti statuti, et ordinazioni da farsi al regimento, e quieta pace di detto Castello aggiungere, e diminuire, e delli vechi statuti da regore secondo meglio li parerà, ed essi statuti correggere, dilatare, ampliare, e mitigare, e scritti, e publicati per me Pomponio de Leonardo Barbetta da Leprignano dello stato di Santo Paulo Notario Publico, e scriba del prefato Reverendo Signor Abbate, et omini statutarii alli prefati […] Statuti, ed ordinazioni a scrivere, e publicare e […] sotto li anni del Signore 1561 nell’anno […] Pontificato N° in Cristo Padre Signore Nostro Pio per divina Providenza Papa quarto indicione quarta 7 del mese di Marzo […] perpetua memoria e fede delle cose predette e […] io antedetto Pomponio notario publico ho apposto il mio solito, e consueto sigillo del mio notariato qu[…….]ssegno di mi Pomponio notario predetto.    

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

LA GENESI DEI DIRITTI CIVICI A LEPRIGNANO E LA “CONCORDIA” DEL 1617 TRA IL MONASTERO ROMANO DI SAN PAOLO FUORI LE MURA, DA UNA PARTE, E LA COMUNITA’ E GLI UOMINI DI LEPRIGNANO, DALL’ALTRA

Nell’elaborazione della dottrina e della giurisprudenza in materia di usi civici, questi ultimi sono considerati una sorta di “diritto naturale” delle popolazioni, con la funzione di assicurar loro mezzi primari e indispensabili di sussistenza, “ne inermem vitam ducant”: questi diritti collettivi, che hanno ad oggetto utilità offerte dai terreni agricoli, come il pascolo, la semina, il legnatico, nella visione dei giuristi del Regno di Napoli discendevano direttamente dalla natura feudale del territorio (“ubi feuda, ibi demania”) e segnava perciò un limite invalicabile ai diritti dei baroni, ossia dei feudatari. La giurisprudenza ha ritenuto, in molteplici occasioni, che il principio di diritto espresso nel brocardo “ubi feuda, ibi demania” valga anche per le terre dell’ex Stato Pontificio o Stato della Chiesa e in molte sentenze ne ha fatto applicazione per località laziali.

Dalle vicende relative ai rapporti tra la Comunità di Leprignano e il Monastero di San Paolo, tuttavia, emerge che le rivendicazioni avanzate dai Leprignanesi e aventi ad oggetto diritti sulle terre non erano formulate nei termini di quelli che, in prosieguo di tempo, furono denominati “usi civici” (questa espressione cominciò ad affermarsi solo a partire dal XVIII secolo nelle opere di giuristi del Regno di Napoli), ma facevano riferimento a istituti giuridici ben diversi.

Il primo contenzioso in materia di diritti fondiari tra Leprignanesi e Monastero di San Paolo sorse nel XVI secolo e riguardò i territori dei castelli diruti di Vaccareccia, Castiglione e Scorano. Secondo la dottrina demanialistica e la giurisprudenza, i diritti civici “seguono” le popolazioni: quindi, abbandonato un centro abitato, la sua popolazione, pur trasferita in un paese vicino, mantiene i diritti civici sul territorio del centro abitato abbandonato. E’ probabile, per quanto concerne Vaccareccia e Castiglione, che gli abitanti di questi castelli andati diruti in epoca tardomedievale si sia divisa tra Leprignano e Castelnuovo: con riguardo a Vaccareccia, nell’opera di Antonio Degli Effetti “De’ Borghi di Roma, e luoghi convicini al Soratte, con la vita di S. Nonnoso abbate, e Tevere navigabile”, pubblicata nel 1675, si legge che il territorio e gli abitanti di Vaccareccia furono divisi tra Leprignano e Castelnuovo (ivi, pag. 51) – affermazione che sembra avvalorata dal fatto che in antichi rogiti notarili castelnovesi si trova attestata una famiglia Petracca o Petacca “ex oppido Vaccarecciae”, come riferisce lo stesso Degli Effetti (ibidem) e che il cognome Petracca è altresì attestato nel catasto monastico di Leprignano datato 1493 conservato nell’archivio dell’Abbazia di San Paolo e un Petracca notaio originario di Leprignano è menzionato come rogante di alcuni atti nella seconda metà del ‘400 (cfr. “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 47, nota 62); con riguardo a Castiglione, si legge ancora nella citata opera del Degli Effetti (ibidem) che, essendo stato abbandonato il castello di Castiglione, il territorio relativo fu diviso tra Castelnuovo e Leprignano; l’Eschinardi, in “Descrizione di Roma e dell’Agro Romano”, nuova edizione accresciuta e corretta dall’abate Ridolfino Venuti, Roma 1750 (ristampa fotomeccanica 1973), pag. 200, afferma che la popolazione dei castelli di Montefiore e Castiglione si divise tra Castelnuovo e Leprignano (il territorio del castello di Montefiore è divenuto poi in massima parte la tenuta di Ripalta, che a sua volta s’identifica sostanzialmente con l’odierna frazione Bellavista-Girardi del Comune di Castelnuovo di Porto). E’ ragionevole pensare che anche per Scorano, che già nel 1416 figura tra i castelli distrutti e disabitati in un registro dell’imposta del sale e focatico (cfr. “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 33 e nota 100 a pag. 50), la popolazione si sia divisa tra i centri abitati confinanti, tra i quali Leprignano.

Tuttavia, le rivendicazioni dei Leprignanesi nei confronti del Monastero di San Paolo fuori le Mura non fanno affatto riferimento a diritti civici già spettanti alle popolazioni di questi castelli diruti, ma richiamano l’istituto della “colonìa perpetua”, forgiato dalla dottrina giuridica medievale per assicurare a chi in concreto lavorava la terra uno strumento per poter diventare titolare anche di un potere di disposizione della stessa, ovvero di un diritto sostanzialmente assimilabile a quello di proprietà.

Lo ricaviamo dalla prima (per quanto se ne sappia) sentenza, datata febbraio 1591, che la Sacra Romana Rota emise nel contenzioso che opponeva i Leprignanesi e il Monastero di San Paolo sui territori dei castelli diruti di Vaccareccia, Castiglione e Scorano. Il testo è riportato nelle pagg. 511-512 del secondo tomo, pubblicato a Todi nel 1670, del “Bullarium Casinense” compilato da Cornelio Margarini (1605-1681). La decisione fu resa “coram
Platto” (ossia ne fu relatore il cardinale Flaminio Piatti, uno dei
giudici rotali dell’epoca) ed è riportata anch’essa nel tomo secondo
del sopra richiamato “Bullarium Casinense”, alle pagg. 511-512:
nell’articolata motivazione della decisione in questione, resa “coram Platto” (della quale cioè fu relatore ed estensore il cardinale Flaminio Piatti), sono
confutate tutte le deduzioni formulate dai Leprignanesi a fondamento
della propria pretesa (via via vi si confutano infatti la pretesa
leprignanese di aver acquistato la colonìa perpetua sulle terre di
Vaccareccia, Castiglione e Scorano perché concessa loro dallo stesso
Sacro Monastero, quindi la pretesa di aver acquistato la colonìa
perpetua su quelle terre per via di “immemorabile”, quindi la pretesa
di aver acquistato la colonìa perpetua su quelle terre tramite
usucapione). La decisione del 1591 fu confermata da successiva sentenza rotale (riportata alle pagg. 534-535 del secondo tomo del “Bullarium Casinense”) “coram Seraphino”, la quale, cioè, ebbe come relatore ed estensore il cardinale francese
Séraphin Olivier-Razali (latinamente “Seraphinus Olivarius Razalius”):
la data (1614) attribuita a tale decisione nel
“Bullarium Casinense” è errata, perché l’Olivier-Razali, nato nel

1538, defunse nel 1609 (v. la voce biografica relativa a questo cardinale nella enciclopedia online “Wikipedia”). In questa seconda decisione si legge che i Leprignanesi non possono in alcun modo disporre delle terre di
Vaccareccia, Castiglione e Scorano senza il consenso del Monastero di
San Paolo e che quest’ultimo è pieno proprietario di tali terre;
si intìma perciò ai Leprignanesi di astenersi da qualsiasi atto di
molestia a danno dei Monaci per il possesso delle terre e li si condanna
a rifondere le spese di lite al Monastero in quanto soccombenti. Dalla prima pagina
della “Concordia” stipulata il 23 dicembre 1617 tra la Comunità e gli uomini di Leprignano, da una parte, e il Monastero di San Paolo fuori le Mura, dall’altro, ricaviamo che, dopo quella “coram Seraphino”, vi fu una terza sentenza rotale sulla stessa questione, “coram Pamphilio”, la quale confermò le precedenti, dando anch’essa ragione al Monastero (in quest’ultima sentenza il giudice rotale relatore ed estensore è il cardinale Girolamo Pamphili, nato nel 1545 e defunto nel 1610, che fu cardinal vicario di Roma e decano della Sacra Rota, come si legge nella voce biografica a lui dedicata nell’enciclopedia online Wikipedia).

Nella motivazione della decisione rotale del
5 febbraio 1591 è citata una decisione adottata circa un secolo e
mezzo prima dal Pontefice Eugenio IV, anch’essa riportata, con la
data del 21 dicembre 1445, nel medesimo tomo secondo del più volte
citato “Bullarium Casinense”, alle pagg. 335-337. In questo caso, la
controversia verteva tra il Monastero di San Paolo, da una parte, e
gli abitanti di Castelnuovo di Porto, dall’altra, i quali pretendevano
di aver acquisito, in danno del Monastero, il diritto di coltivare

anche senza il consenso dei Monaci le terre di Castiglione,
Vaccareccia, Riano e di Scorano (quest’ultimo per un terzo più tre
quinti di un terzo, che era la quota del territorio di Scorano
pervenuta al Monastero di San Paolo): nella motivazione della sentenza
papale si menziona anche Leprignano e si dice che il Monastero di San
Paolo aveva intenzione di assegnare almeno in parte le terre dei
predetti castelli ai Leprignanesi perché le coltivassero, e ciò perché
il territorio di Leprignano (quello originario) era “satis parvo, et
exiguo” e insufficiente per il sostentamento dei “molti” (“multi
Vassalli, et Subditi”) abitanti del castello di Leprignano, che
probabilmente aveva conosciuto un incremento demografico nella prima
metà del ‘400. La sentenza papale diede ragione al Monastero (la
pretesa allora avanzata dai Castelnovesi era analoga a quella che nel
secolo successivo sarebbe stata avanzata dai Leprignanesi, anche se
nella sentenza del 1445 non è espressamente menzionata la “colonìa
perpetua” per qualificare giuridicamente la domanda degli abitanti di
Castelnuovo di Porto). Alle pagg. 341-342 del tomo secondo del “Bullarium Casinense” è riportato un provvedimento pontificio datato 1° giugno 1448, con il
quale Papa Nicola V affidò a due abati (l’abate del Monastero di
Grottaferrata e l’abate del Monastero di S. Sebastiano e S. Anastasio)
l’incarico di portare ad esecuzione la predetta sentenza del 1445. In
altre parole, i Castelnovesi non avevano spontaneamente ottemperato a
quanto disposto nella sentenza del 1445, tra l’altro nemmeno rimborsando al Monastero di San Paolo le spese della lite persa, liquidate in
venticinque fiorini d’oro. Non è chiaro perché, in questo provvedimento del 1448, che concerne l’esecuzione della sentenza del 1445, si menzionino, come indebitamente usurpate dai Castelnovesi, non solo le terre di Vaccareccia, Castiglione e Scorano, ma anche Riano e Leprignano (sarà da intendersi una parte dei territori di Riano e Leprignano, ossia alcune terre ricadenti nel territorio di Riano e Leprignano, non certo questi territori nella loro interezza). Dalla decisione rotale del 1591 risulta che il Monastero aveva il pieno dominio sulle terre controverse  e che il titolo dell’originaria assegnazione delle stesse ai Leprignanesi consisteva in null’altro che in una semplice locazione: non era dunque stato costituito un diritto reale, ma concesso un diritto personale di godimento.  

Dalla premessa narrativa della “Concordia” del 1617 apprendiamo che il contenzioso tra Leprignanesi e Monastero proseguì anche dopo le tre decisioni rotali sfavorevoli ai Leprignanesi, i quali presentarono nel 1614 alla Sacra Consulta un memoriale nel quale contestavano pretese dei Monastero, relative, tra l’altro e non solo, al pagamento delle imposte camerali, all’obbligo di portare il grano per la molitura in un mulino del Monastero, detto la mola di San Paolo, alla “corvée” consistente nel trasporto di frumento, biada e vino per il Monastero “ad portum fluminis”, cioè in un porto sul Tevere. In particolare, i Leprignanesi contestavano, qualificandolo come enormemente lesivo per loro, un accordo transattivo raggiunto nel 1587 con il Monastero – accordo a tenore del quale i primi si impegnavano a versare 650 scudi all’anno per sedici anni al secondo, il quale, in cambio, si accollava debiti pregressi insoluti della Comunità e si impegnava a pagare per la stessa le imposte camerali per lo stesso periodo di sedici anni. Anche la Consulta, tuttavia, inclinava, come già la Sacra Romana Rota, a dare in pieno ragione al Monastero, finché il cardinal Ottavio Belmosto (1559-1618, elevato alla dignità cardinalizia il 19 settembre 1616, come si legge nella voce che gli dedica l’enciclopedia online Wikipedia), che con il prelato della Sacra Consulta Cuniolo era stato investito del compito di verificare se nella transazione conclusa nel 1587 tra Leprignanesi e Monastero vi fossero o meno gli estremi della “enorme lesione” lamentata dai primi, s’indusse, “pietate motum”, come dice il testo della “Concordia” del 1617, a mediare con l’Abate di San Paolo Alessandro da Brescia perché si mettesse d’accordo con i suoi vassalli di Leprignano. L’Abate, mosso a pietà dalle preghiere e dalle suppliche rivoltegli dai sudditti con l’intercessione del cardinal Ottavio Belmosto e volendo dimostrare paterno affetto verso i suoi vassalli, s’induce a stipulare la “Concordia”, come avvenne l’antivigilia di Natale del 1617 nel palazzo di San Calisto a Roma, dopo che l’Abate era stato a ciò autorizzato con deliberazione del Capitolo del Monastero in data 25 novembre 1617.

Con la “Concordia” del 23 dicembre 1617 sono attribuiti alla Comunità e agli uomini  (“Communitati et hominibus”) diritti di semina, di pascolo e di legnatico che non solo non erano stati in precedenza riconosciuti dal feudatario, cioè dal Monastero di San Paolo, ma neppure rivendicati come diritti civici dai Leprignanesi, che avevano formulato le proprie pretese facendo riferimento alla “colonìa perpetua”.

In particolare, l’Abate di San Paolo, con la “Concordia” del 1617, concede e assegna in perpetuo alla Comunità e agli uomini di Leprignano:

  • “ad pasculandum”: a) il territorio dei castelli diruti di Vaccareccia e Castiglione, confinante con Castelnuovo, Leprignano, Morlupo e Riano, con la clausola per la quale fabbriche, edifici e mura restino in perpetuo dei Monaci; b) la tenuta di Fontana Rotonda e Monte Scorano, o Malaranca, confinante da un lato con il fosso di Fontana Rotonda, dall’altro con il fosso della Molaria (“foveam Molariae”), da un altro ancora con il viale di Malaranca e di Monte Scorano, nonché con la tenuta di Scorano; c) il territorio del castello diruto di Civitucola per la parte che arriva fino al fosso di San Martino per quanto detto fosso si estende fino ai confini con i castelli di Morlupo e di Rignano, la quale confina con altra parte del territorio di Civitucola di là dal fosso di San Martino (spettante a Civitella San Paolo), con il fossato di Mola Sconcia e con il territorio di Leprignano, con la clausola per la quale rimangano sempre al Monastero il lago, nonché mura, fabbriche ed edifici del castello diruto e tutta la zona cinta dalle mura castellane; d) la tenuta della Fioretta, confinante con il Tevere, con la tenuta di Fiore (=Santa Marta) e con la tenuta di Porto Lupo (Portolupo);
  • “ad pasculandum” nei prati con tutti i generi di animali eccettuati i maiali e “ad omnes fructus” la tenuta di Porto Lupo, confinante con la tenuta della Fioretta, con il pantano di Santa Marta, con il territorio di Castelnuovo e con il fiume Tevere;
  • “ad pasculandum” con i soli buoi aratori metà del pantano di Santa Marta (che poi sarà denominato “tenuta di Pantano”) a confine con la tenuta di Porto Lupo, con i beni del Monastero di San Paolo e, mediante un fossato, con i beni del fu Luzio Savelli (i beni del fu Luzio Savelli si identificano con la tenuta di Ripalta, che discende dal territorio del castello diruto di Montefiore e diverrà l’odierna frazione di Bellavista-Girardi del Comune di Castelnuovo di Porto).

Quindi l’Abate di San Paolo concede “Ius lignandi” (il diritto di fare la legna), ad esclusivo scopo domestico e per costruire mandre e capanne per gli animali, escluso qualunque commercio della legna: a) nel territorio dei castelli diruti di Vaccareccia e Castiglione; b) nel territorio del castello diruto di Civitucola fino al fosso di San Martino; c) nella tenuta di Fontana Rotonda e di Monte Scorano; d) nella quarta parte del pantano di Santa Marta più vicina al fiume Tevere, da assegnarsi a cura del Cellerario del Monastero di San Paolo e del fiduciario dello stesso Monastero Fabio Grossi.

Dopo le concessioni relative al diritto di pascolo e a quello di legnatico, vi è quella relativa al diritto di semina. L’Abate di San Paolo concede alla Comunità e agli uomini di Leprignano “ad effectum seminandi”: a) il territorio dei castelli diruti di Vaccareccia e di Castiglione; b) il territorio del castello diruto di Civitucola nei limiti che si sono sopra visti; c) la tenuta di Fontana Rotonda e di Monte Scorano; d) la tenuta di Pian Falceti, sita “iuxta viam romanam” (la Tiberina) e “iuxta fossatum fontanae rotundae”, nonché a confine con Castelnuovo; e) la tenuta della Fioretta; e) tutti i terreni che il Monastero ha “ad effectum seminandi” “in dominio dicti Castri Leprignani”, dove per “dominio del castello di Leprignano” deve intendersi il territorio originario del castello. Sono tuttavia eccettuate dalla concessione delle terre del Monastero nel dominio del castello di Leprignano “le terre della palazzina dentro et fora le terre di S. Antonio quanto tiene il ristretto il terreno di S. Leo cioè il sodo tra la vigna et cava di S. Leo” (in italiano nel testo originario della “Concordia”, per il resto scritto in latino): vanno distinti qui tre diversi comprensorio, ossia “le terre della palazzina dentro et fora”, “le terre di S. Antonio quanto tiene il ristretto” e “il terreno di S. Leo cioè il sodo tra la vigna et cava di S. Leo”. Il Monastero si riserva le fonti ossia l’acqua posta nella tenuta di Fontana Rotonda e l’acqua posta in Pian Falceti, concedendo tuttavia ai Leprignanesi la facoltà di mettere e tenere la canapa e il lino in acqua “subtus fontem fontanae rotundae tempore suo”; ancora ai Leprignanesi è imposto l’onere di ridurre a prato 24 rubbia della tenuta della Fioretta, con risposta annua di una salma di fieno per ogni falciata (unità di misura dei terreni prativi).

Il Monastero concede “a tutti i frutti” alla Comunità e agli uomini di Leprignano le terre della Selvotta di Santa Cristina, rimanendo la Monastero solo la casa ivi esistente; concede, inoltre, alla Comunità il forno che si trova nella piazza del Castello, nel quale, tuttavia, dovrà cuocersi solo il pane destinato ad essere venduto, e non il pane casareccio.

Il Monastero si riserva il diretto dominio su tutte le terre concesse; i Leprignanesi si obbligano a “fare i quarti” nelle terre seminative loro concesse: in ogni anno dovrà esserci un quarto coltivato a maggese e un quarto coltivato a colto; sono obbligati a far avere comunque al Monastero la corrisposta dovutagli per le terre seminative, anche ove non abbiano coltivato le terre seminative; a corrispondere al Monastero un canone annuo di 158 scudi per la concessione del diritto di pascolo, nonché la quinta parte del prodotto per le terre seminative delle tenute di Vaccareccia e Castiglione, Pian Falceti, Selvotta di S. Cristina, Fontana Rotonda o Malaranca e Monte di Scorano, Civitucola fino al fosso di San Martino, mentre per le terre rientranti nel “Dominio”  (il  territorio  originario  di  Leprignano) il canone in  natura  è della sesta; a fare nelle terre loro concesse fossi, vie e ponti, e a provvedere a proprie spese alla loro manutenzione; a non concedere o alienare terreni, beni e pascoli loro locati senza la licenza scritta dell’abate o del cellerario e previo comunque pagamento del laudemio; a non dare in dote senza licenza scritta dell’abate o del cellerario  le  terre  concesse  con  la  “Concordia”;  a  non  ipotecare,  obbligare, pignorare o dare in pagamento  per qualsivoglia causa le terre e i  beni  concessi,  i  quali  sono  sottratti,  così  come  i  frutti  che  da  essi  devono raccogliersi,  all’esecuzione forzata  ad istanza di qualsivoglia creditore per i debiti contratti dai Leprignanesi in passato e fino al giorno in cui è stipulata la “Concordia”; a consentire agli animali di proprietà del Monastero di pascolare gratuitamente per un periodo massimo di dodici giorni sulle terre concesse con la “Concordia”, qualora non possano pascolare “in pratis floris Monasterij” (cioè nei prati della tenuta di Fiore, ossia di Santa Marta) a causa d’inondazioni del Tevere; a non “pigliare in soccida” animali di qualsiasi genere dai forestieri e a non farli pascolare sulle terre concesse con la “Concordia” senza licenza scritta dell’abate o del cellerario; a prendere in soccida animali di qualsiasi genere dai ministri del Monastero ogniqualvolta questi lo richiedessero; a pagare oneri, collette e dazi camerali (ossia, in buona sostanza, statali) su terre e beni loro concessi con la “Concordia”; a portare a macinare grano e i legumi alla mola di San Paolo; a trasportare gratis sino al Tevere il grano, la biada e il vino del Monastero  ; a prestare servizio per le opere che si rendessero necessarie al Monastero o ai suoi ministri per il mulino o per qualsiasi altra causa; a scavare e a purgare a proprie spese il fosso maggiore del pantano, che deve servire per la scolatura delle acque verso il Tevere. I beni concessi possono essere confiscati, ove debba essere applicata tale sanzione in conseguenza di un illecito penale, solo a favore della Camera Abbaziale. Si fa divieto che i beni concessi con la “Concordia” possano essere alienati o lasciati per testamento a forestieri non abitanti con la famiglia nel castello di Leprignano, ovvero a persona potente, chiesa, ospedale o luogo pio, e che i frutti i beni concessi possano essere portati fuori del territorio di Leprignano; si fa altresì divieto di usurpare le strade pubbliche nel lavorare i terreni o nello scavare i fossi ed è previsto che l’onere  della manutenzione di esse ricada esclusivamente sui Leprignanesi. Il Monastero si riserva la giurisdizione in campo sia spirituale che temporale, tanto criminale che mista, in prima, seconda e terza istanza, e viene comminata per la ribellione o comunque per qualsiasi azione fosse perpetrata dai Leprignanesi in danno della giurisdizione del Monastero l’immediata decadenza dalle concessioni loro fatte con la “Concordia”.

Dalla documentazione disponibile non risulta quindi, prima della “Concordia” del 1617, la titolarità di diritti civici in capo ai Leprignanesi, né in capo agli abitanti, poi dispersi nei centri circonvicini, dei castelli andati diruti in epoca tardomedievale (Vaccareccia, Castiglione, Civitucola, Scorano) il territorio dei quali fu in parte annesso a quello di Leprignano. Le stesse concessioni che il Monastero fece con la “Concordia” del 1617, come si è visto, erano soggette a decadenza immediata nel caso in cui i Leprignanesi avessero comunque attentato ai poteri del Monastero in campo temporale o spirituale. Il diritto di pascolo e il diritto di legnatico concessi con la “Concordia” del 1617 saranno comunque ritenuti diritti di uso civico e come tali liquidati a partire dal 1898; l’uso civico  di semina, invece, sarà escluso, da ultimo nella verifica demaniale promossa nel 1927 dal Regio Commissariato per la liquidazione degli usi civici per il Lazio, sulla base della considerazione per la quale le terre concesse con la “Concordia” dovevano, secondo quanto in essa previsto, essere divise tra i Leprignanesi secondo la quantità e la qualità che ciascuno di essi ne possedeva “ante sententiam” (probabile riferimento all’ultima delle decisioni rotali emesse nella controversia tra Leprignanesi e Monastero sul diritto di colonìa perpetua rivendicato dai primi sul territorio dei castelli diruti di Vaccareccia, Castiglione e Scorano), costituendo quindi una proprietà privata, nella quale, rimanendo il diretto dominio al Monastero, l’utile dominio spettava ai singoli concessionari e non poteva non ricomprendere il diritto di semina per le terre seminative, non rimanendo altrimenti per queste ultime, dal momento che il pascolo era collettivo, alcuna utilità che potesse essere fruita individualmente dai singoli tra cui le terre furono divise secondo quanto ne possedevano “ante sententiam”.

Un uso civico di pascolo “originario”, anteriore alla concessione contenuta nella “Concordia” del 1617, appare ipotizzabile solo per le terre che il Monastero concesse “ad effectum seminandi” site nel “dominio del castello di Leprignano”, cioè nell’ambito del territorio originario del castello di Leprignano (di conseguenza, naturalmente, anche su eventuali terre pascolive o prative): per queste terre, infatti, nella “Concordia” del 1617 non vi è la concessione del diritto di pascolo, che, tuttavia, fu liquidato (e quindi ritenuto esistente), a partire del 1898, su tutte le terre gravate dall’onere della risposta al Monastero, nella misura della quinta (per i territori dei castelli diruti annessi a quello di Leprignano) o della sesta (queste ultime erano appunto le terre del “dominio del castello di Leprignano”, cioè facenti parte del territorio originario del castello di Leprignano: anch’esse erano ritenute gravate da un diritto collettivo di pascolo, pur non concesso per queste terre con la “Concordia” del 1617 e, quindi, da ritenersi preesistente ad essa).

Il pascolo collettivo era, invece, interdetto nei cosiddetti “Ristretti” di Leprignano, ossia nella parte di campagna più vicina al centro abitato, le cui terre erano ritenute di pieno dominio dei Leprignanesi (circa 250 ettari in tutto), per le quali, peraltro, il Monastero pretendeva che gli fossero corrisposti canoni, sulla base di propri catasti, pur non avendo un titolo di concessione sul quale fondare tale propria pretesa, che, infatti, diede luogo nella seconda metà del ‘700 a una lunga controversia tra il Monastero e molti Leprignanesi, con plurime decisioni rotali.     

Pubblicato in Uncategorized | 4 commenti

LA COMPRAVENDITA SETTECENTESCA DI UN FONDO NEL TERRITORIO DI LEPRIGNANO (OGGI CAPENA) IN LOCALITA’ “PIANO MACCHIONE”

Con atto rogato da un notaio capitolino in data 11 marzo 1756, il morlupese Pasquale Blanchi del fu Rocco, tanto in nome proprio che in nome di Clemente suo fratello carnale, vende al romano Pietrantonio Bombelli del fu Marcantonio un appezzamento di terreno posto in territorio di Leprignano, vocabolo (=località) “Piano Macchione” (dialettalmente “Piane Macchio'”), confinante da una parte con gli eredi della fu Angela Tubili, da capo con lo stradone, da piedi con il fosso dell’acqua corrente, ed esteso un rubbio, due quarte e due stari di misura romana. I venditori garantiscono il terreno “libero, immune ed esente da ogni e qualunque peso, censo, canone, livello, risposta, servitù, caducità (e) fidecommesso purificato o da purificarsi”. Al rogito è allegata una perizia redatta dall’agrimensore leprignanese Antonio Rossi, nel quale il toponimo designante la zona in cui ricade il terreno compravenduto è indicato come “Piani Machioni”.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

LA COMPRAVENDITA DI UN TERRENO RIENTRANTE NEL COMPRENSORIO DELLA TENUTA DI VACCARECCIA E CASTIGLIONE IN TERRITORIO DI LEPRIGNANO

Con atto rogato da un notaio castelnovese il 13 agosto 1875 Carlo Antonazzi del fu Luca, possidente e campagnolo, domiciliato in Leprignano, vende a Filippo Menichelli del fu Antonio, possidente, domiciliato in Leprignano, un appezzamento di terreno seminativo camporile, responsivo nella misura della quinta parte del prodotto al Monastero di San Paolo in Roma, posto in territorio di Leprignano, località “Il Boschetto”, distinto nel catasto allora vigente alla sezione seconda della mappa di Leprignano con i numeri 2212 e 2213, confinante al nord con la macchia del Monastero di San Paolo, a levante con i beni di Pietrantonio Sinibaldi, al sud con la strada, a ponente con gli eredi Briglia.

Stando alla mappa che, della tenuta di Vaccareccia, fu elevata nel 1788 dall’agrimensore Gabrielli, il fondo in questione rientra nel perimetro di tale antico comprensorio, detto “tenuta di Vaccareccia” perché formatosi a partire dal territorio del castello di Vaccareccia, andato diruto in epoca tardomedievale. Con maggior precisione, deve dirsi che la “tenuta di Vaccareccia” era indicata come “tenuta di Vaccareccia e Castiglione”, poiché in tale comprensorio, che è quello rappresentato nella predetta mappa elevata nel 1788, confluirono almeno parzialmente i territori dei due castelli contigui di Vaccareccia e Castiglione, entrambi andati diruti in epoca tardomedievale.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

LA COMPRAVENDITA DI UNA PROPRIETA’ IMMOBILIARE IN VIA DELLA CONCA A LEPRIGNANO NEL 1875

Con atto rogato da un notaio castelnovese il 30 luglio 1875, Francesco Alei del fu Marco, possidente e campagnolo, vende a Vincenzo Gualtieri del fu Giuseppe, possidente, nato a Sant’Elpidio Morico e domiciliato a Leprignano, un fondo urbano in uso di cantina con annessa grotta e sovrapposta cascina, in via della Conca n. 44, distinto in catasto con il numero censuale 392, confinante al nord con gli eredi di Luca Saraceni, a levante con la strada che conduce a Roma, a ponente con il terrapieno, nonché un appezzamento di terreno seminativo e olivato, di 580 metri quadri, con muro di cinta dal lato di ponente verso la strada di San Luca, confinante con il predetto fabbricato in uso di cantina e cascina e con la via di San Luca. La proprietà dei beni immobili compravenduti è pervenuta all’Alei in forza dello svincolo del patrimonio di una cappellanìa.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

LEPRIGNANO (OGGI CAPENA): A PROPOSITO DI MULINI. QUESTIONI SULL’ORIGINE DELLA “MOLA SARACENA”

Di un mulino ubicato nel territorio del castello di Scorano (castello disabitato e diruto fin dal principio del ‘400) e del quale si servivano i residenti nel castello di Leprignano è ripetuta menzione in atti risalenti al XV secolo. Il 29 maggio 1444 il Monastero romano di San Paolo fuori  le Mura acquistava per 800 fiorini dal cardinale Prospero Colonna un terzo di Scorano “ad molendinum construendum”, ossia per costruirvi un mulino (cfr. “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 33 e nota 112 a pag. 51). L’acquisizione di parte di Scorano da parte del Monastero di San Paolo diede la stura ad una serie di controversie con le famiglie aristocratiche romane dei Colonna e degli Orsini (o, per essere precisi, con alcuni dei rami di esse): la compravendita del 1444 fu contestata da uno Stefano di Stefano Colonna e il 15 febbraio 1462 Ludovico, cardinale di San Lorenzo in Damaso, emise sentenza favorevole al Monastero di San Paolo nella causa contro lo stesso intentata dal predetto Colonna, il quale pretendeva che un terzo di Scorano non fosse stato legittimamente alienato al Monastero e voleva quindi far invalidare la vendita (cfr. “Studi capenati”, cit., pagg. 33-34 e nota 119 a pag. 52). Le controversie del Monastero con gli Orsini, che possedevano un’altra parte del territorio del castello diruto di Scorano, la quale fu poi annessa a Fiano, dominio appunto degli Orsini, riguardarono sia i confini tra la porzione del territorio di Scorano spettante al Monastero e quella spettante agli Orsini, sia anche il mulino: appena quattro anni dopo la vendita del 1444, il 29 marzo 1448 due giudici, deputati nelle persone rispettivamente di Alfonso Segura e Guglielmo “de Fondera”, dovettero pronunciare sentenza in una causa insorta “super divisione territorii castri Scurani et molendino dicti monasterii” (sulla divisione del territorio del castello di Scorano e sul mulino del detto Monastero), tra Giacomo e Lorenzo del ramo degli Orsini di Monterotondo, da una parte, e il Monastero di San Paolo, dall’altra, al quale i due giudici diedero ragione (cfr. “Studi capenati”, cit., pag. 33 e nota 116 a pag. 52); la sentenza non bastò a placare le acque, perché nel 1452, il 25 luglio, si addivenne ad un accordo transattivo tra il Monastero e gli Orsini a proposito di Scorano (ivi, pag. 33, e nota 117 a pag. 52). Le controversie con gli Orsini si ravvivarono in seguito alla costruzione di un mulino da parte di questi ultimi, verosimilmente nella parte che, del territorio di Scorano, ad essi spettava: il 1° aprile 1465 Giacomo Mumarelli, canonico di San Pietro, pronunciò sentenza a favore del monastero di San Paolo circa un mulino fatto costruire da Maddalena vedova di Giacomo Orsini nel corso delle acque di Scorano (ivi, pag. 34 e nota 121 a pag. 52); il 16 giugno 1479 fu stipulata una “concordia”, ossia una transazione, tra Rinaldo Orsini, arcivescovo di Firenze, e il Monastero di San Paolo, circa la demolizione del mulino fatto costruire da Maddalena vedova di Giacomo Orsini (ivi, pag. 34 e nota 122 a pag. 52) – mulino che recava pregiudizio a quello del Monastero nel territorio di Leprignano (“in territorio Lipriniani” deve probabilmente intendersi come “nella parte del territorio di Scorano che era stata annessa a Leprignano in seguito all’acquisizione da parte del Monastero di San Paolo”). Che il mulino in questione servisse Leprignano è definitivamente confermato dal fatto che, nel catasto di Leprignano fatto redigere nel 1550 dai Monaci di San Paolo, tra le proprietà dichiarate dal Monastero è indicato, tra l’altro, “unum Molendinum aptum ad macinandum frumentum positum in Territorio, seu tenuta Scorano Castri diruti” (ossia un mulino atto a macinare il frumento e posto nel territorio o tenuta del castello diruto di Scorano); nell’assegna (=dichiarazione) relativa al mulino è specificato che nessun altro poteva edificare e/o tenere un mulino nel territorio di Leprignano “absque licentia ipsius Monasterii”, cioè senza la previa autorizzazione del Monastero (la “privativa”, ossia il monopolio, del mulino a grano era infatti una ennesima fonte di entrate per il Monastero, a carico dei suoi vassalli tenuti a macinare il grano presso il mulino nella disponibilità del Monastero). Era questo mulino nel territorio del castello di Scorano la “Mola Saracena” rimasta fino ad oggi nella toponomastica rurale di Capena e passata anche nella toponomastica ufficiale  contemporanea con la denominazione dell’omonima via? Va segnalato, tuttavia, che lo stesso documento segnala un mulino, sia pure diruto, anche con riguardo a Civitucola: il Monastero, nel catasto del 1550, dichiara infatti appartenergli, tra l’altro, “Tenutam cum lacu, et Molendino diruto dicta la Tenuta de Civitucula Castri diruti” (ossia la tenuta con lago, e mulino andato in rovina, detta la tenuta di Civitucola, castello diruto: la tenuta in questione era estesa 60 rubbia). La “Mola Saracena” poteva in origine essere il mulino che serviva Civitucola, ossia quello menzionato come diruto nel catasto del 1550?

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

LEPRIGNANO (OGGI CAPENA): DAL “CASTRUM” ALLA “COMMUNITAS”. DUE ANNIVERSARI

Mentre la prima menzione del castello di Leprignano è contenuta nel noto “privilegium” gregoriano risalente all’XI secolo, ove si legge di un “Castrum Lepronianum”, risale esattamente a sei secoli fa la prima menzione di una “Communitas” con riferimento a Leprignano: il 28 ottobre 1420 il Pontefice Martino V concedeva un salvacondotto “Communitati et hominibus nec non singularibus quibuscumque personis Castri liprignani spectantis ad monasterium Sancti Pauli extra muros Urbis ut possint […] tute libere impune venire ad almam Urbem et ad quascumque Communitates et Terras etc.”,  ossia alla Comunità e agli uomini del castello di Leprignano, nonché ad ogni singola persona di detto castello, spettante al Monastero di San Paolo fuori le mura di Roma, affinché potessero venire sicuramente, liberamente e impunemente a Roma e in qualunque Comunità e terra eccetera (cfr. “Studi capenati”, Capena 1998, pag. 9 e nota 63 a pag. 19). Ancora con riferimento all’arco cronologico rappresentato dal XV secolo, troviamo  menzione della Comunità di Leprignano altresì nella registrazione del pagamento dell’imposta del sale per conto di detta Comunità alla “Camera Urbis” da parte di Paolo Petracca (cfr. “Studi capenati”, cit., pagg. 8-9 e nota 61 a pag. 19) e nell’atto, datato aprile 1484, con il quale l’Abate di San Paolo Gregorio di Manfredonia locò, ossia affittò, a detta Comunità un macello posto tra le due porte del castello, con atto che fu rogato nel borgo del castello stesso e precisamente nella casa dei figli di tale Sparapane (cfr. “Studi capenati”, cit., pag. 11 e nota 86 a pag. 21). Ci riporta esattamente a cinque secoli fa, invece, l’attestazione del funzionamento di una struttura municipale vera e propria, ossia di quello che oggi chiameremmo un ente locale, persona giuridica pubblica con soggettività giuridica autonoma, distinta rispetto a quella della comunità intesa come insieme dei residenti nel castello: da un inventario secentesco dei registri che componevano l’archivio comunale e che è contenuto in uno dei registri stessi, ricaviamo che già all’epoca tali registri avevano inizio nel 1520. Al riguardo può trovarsi una forse significativa corrispondenza nel fatto che anche per l’archivio storico comunale di Ponzano Romano il 1520 è la data da cui hanno inizio le scritture relative all’amministrazione locale (è da notare che anche Ponzano Romano, fino al 1546, era, come Leprignano, un castello soggetto “in temporalibus” al Monastero romano di San Paolo fuori le Mura: in quell’anno, come riportato in “Studi capenati”, cit., pag. 26 e nota 15 a pag. 42, Ponzano e Sant’Oreste furono assegnati ad un’altra Abbazia, quella delle Tre Fontane, nepotisticamente data in commenda da Paolo III ad Alessandro Farnese, che da lui era stato creato cardinale a quattordici anni nel 1534). Quindi nel 2020 ricorrono il secentesimo anniversario della prima menzione della “Communitas” del castello di Leprignano e il cinquecentesimo anniversario della prima registrazione di cui si abbia notizia di un’attività di amministrazione svolta dall’ente locale.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

LEPRIGNANO (OGGI CAPENA): UNA COMPRAVENDITA PAGLIUCA-ALESSANDRINI DEL 1879 NELLA QUALE COMPARE IL TOPONIMO URBANO “VIA SAN LUCA”

Con atto rogato da un notaio castelnovese il 14 settembre 1879 Francesco Pagliuca fu Sante, in nome proprio e dei nipoti Andrea e Luigi, Vincenzo Pagliuca fu Sante e Sante Pagliuca fu Giacomo, campagnoli e proprietari, nati e domiciliati in Leprignano, vendono a Gaetano Alessandrini del fu Vincenzo, campagnolo, nato a Monteleone di Fermo e domiciliato a Leprignano, un vano per uso di abitazione, posto in Leprignano nella via detta di San Luca e marcato con il numero 59, confinante con Francesco Betti, con Francesco Barbetti e con Vincenzo Gualtieri. Nell’atto si dice che il vano compravenduto appartiene in assoluta proprietà ai venditori, poiché proviene dall’eredità della loro rispettiva madre ed ava (=nonna) Angela Laudi, defunta da circa trent’anni.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento