CENNI DI STORIA DELLA TOPONOMASTICA URBANA A CAPENA

Solo a partire dalla prima metà del XIX secolo si afferma per il centro abitato di Leprignano una toponomastica imposta dall’autorità comunale; in precedenza, le denominazioni contrassegnanti le zone in cui si articolava il nucleo urbano del paese erano fondate esclusivamente sull’uso locale.

Per quanto riguarda la parte più antica del centro abitato, nel corso del ‘700 si affermano i toponimi Paraterra e Cesata, che soppiantano una molteplicità di designazioni (mezzo la terra, piedi la terra, casa spallata, il forno, pozzo palombara, ecc.), le quali andarono significativamente scomparendo a mano a mano che si ridusse l’importanza del nucleo castellano originario. Accanto ai due citati, vi sono tuttavia toponimi di uso risalente con riferimento a questa parte del paese che sopravvivono ancor oggi, come la Rocca, che è tra i più antichi in quanto legato al Palazzo dei Monaci, sorto in epoca altomedievale, e Piazza Berletta, già attestato nel catasto del 1703 e poi diventato Piazza Barletta; concerne il nucleo più antico anche via di Malcalata, toponimo oggi scomparso, che non sembra tuttavia attestato prima del XIX secolo.

All’esterno dello zoccolo tufaceo su cui sorge la parte più antica del paese, è possibile individuare con chiarezza uno strato di denominazioni di origine ottocentesca, che rappresenta il primo ordinamento toponomastico che, deciso dall’Amministrazione locale, vada al di là del mero riferimento all’uso del posto: oltre a Piazza del Popolo, già “Piazza” tout court di Leprignano, vi sono denominazioni che rimandano all’opera del Galletti “Capena municipio de’ Romani” pubblicata nel 1756, come le vie intitolate a Olcimia Gemina e a Vetuleno Procolo (errata è la grafia “Vetulano”), dedicante la prima e dedicatario il secondo di un’iscrizione letta dal Galletti su un cippo da lui rinvenuto sul colle di Civitucola, e come la stessa via Capena, dove il riferimento è all’ipotesi del Galletti, poi confermata, secondo la quale l’antica Capena sorgeva sul colle di Civitucola o Castellaccio, in un luogo che poi divenne territorio di Leprignano. Altri toponimi, imposti nello stesso periodo, non fanno che recepire nomi di luogo già da lungo tempo vivi nel parlato locale: così è per via della Conca, per via delle Scalette, per la via di Portanuova, per via delle Mandre (toponimo storpiato in “Mandole” almeno a partire dal ‘900), per via delle Vaschette e per la via del Monte, distinta tuttavia tra via del Monte basso, via del Monte alto e via dei Tre Monti; ancora allo stesso periodo risalgono il Borgo Aproniano, che rimanda all’ipotesi sull’etimologia di “Leprignano” che appare formulata per la prima volta dal Nibby nella sua opera “Analisi storico-topografico-antiquaria della carta de’ dintorni di Roma” pubblicata in seconda edizione nel 1849, la via Collinense, denominazione la cui origine non è chiara, e via San Luca, già facente parte della zona della Conca e così chiamata in relazione alla chiesa un tempo sita dove oggi si trova il Centro Sociale Anziani, la quale, costruita nella seconda metà del ‘400 e dapprima intitolata al solo San Sebastiano, fu poi condedicata a San Luca, eletto patrono di Leprignano ai primi del ‘700.

Risale probabilmente al primo ‘900 – ed è successivo alla prima guerra mondiale se vi rientra la denominazione via IV Novembre, che viene a designare nel primo dopoguerra quello che precedentemente era stato dapprima un tratto della via della Conca e quindi tratto di via Umberto I – lo strato toponomastico che fa riferimento a fatti d’arme del Risorgimento italiano: così per le vie Solferino e Montebello, che sostituiscono rispettivamente via del Monte basso e via dei Tre Monti, e per via Magenta, che sostituisce la via Collinense. Allo stesso periodo debbono risalire via dei Mille – già via delle Mandre – e via del Lavatoio – già via delle Vaschette, nonché le denominazioni toponomastiche che fanno riferimento a connazionali illustri, come via Guglielmo Marconi – già “Borgo Aproniano” -, e inoltre via Cristoforo Colombo e via Galileo Galilei, le quali sostituiscono rispettivamente “via di Paraterra” e “via di Malcalata”; nonché ancora largo Agostino Barbetti, già rientrante in via Umberto I. Anteriore alla seconda guerra mondiale sono anche le denominazioni via Fausto Cecconi, già tratto iniziale di via della Conca e quindi tratto di via Umberto I, e via Angelo Scambelluri o Sgambelluri, che si sostituisce a via San Luca e che poi ridiventerà via San Luca.

Altro strato toponomastico risale al secondo dopoguerra: si tratta di via XXV Luglio, che sostituisce via dei Bastioni, precedentemente ancora detta via del Monte alto; di via Giacomo Matteotti, già via di Portanuova e quindi tratto di via Umberto I; di via Eugenio Curiel, già via Regina Margherita di Savoia e prima ancora via di Bombelli; di via 2 Giugno, che battezza quello che prima era un semplice “vicolo cieco”.

Un cenno a parte merita via Silla, denominazione che non ha nulla a che vedere, in realtà, con l’omonimo personaggio della storia romana: alla base vi è infatti un toponimo sia rurale che urbano, il Viaziglio o Viazillo o Viasillo, che come toponimo rurale viene storpiato in Vasivo e come toponimo urbano diviene a partire dall’800 via di Sillo e infine viene fissato in “via Silla”, con probabile accostamento paretimologico al nome del personaggio storico. Il “Viaziglio” sorge dalla fusione di più elementi in un’unica parola: il toponimo si presenta infatti intorno alla metà del ‘500 nella singolare forma di via de Zii Giglio.

 

 

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